lunedì 26 luglio 2021

Papa Francesco "taglia teste". Antonio Socci, quello che sta passando sotto segreto: ribaltone ai vertici dei gruppi cattolici

@ - Sta passando stranamente sotto silenzio sui media un decreto della Chiesa che avrà grosse conseguenze sui movimenti ecclesiali come Comunione e Liberazione, Cammino neocatecumenale, Movimento dei Focolari, Rinnovamento nello Spirito e altri. Ma in questo caso bisogna riconoscere che papa Bergoglio ha preso davvero una decisione saggia e ispirata a vera paternità. Il decreto, firmato l'11 giugno dal card. Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, con l'approvazione del papa, ricordando che «il governo, all'interno delle aggregazioni di fedeli» deve essere «esercitato coerentemente con la missione ecclesiale delle medesime... ha ritenuto necessaria la regolamentazione dei mandati delle cariche di governo quanto a durata e a numero, come anche la rappresentatività degli organi di governo, al fine di promuovere un sano ricambio e di prevenire appropriazioni che non hanno mancato di procurare violazioni e abusi». Così, «valutata l'utilità del ricambio generazionale, nonché l'opportunità di promuovere un avvicendamento negli incarichi di governo», la Santa Sede ha stabilito che le cariche direttive nei movimenti ecclesiali avranno una durata massima di cinque anni per due mandati consecutivi. Alberto Melloni ha scritto che in pratica il decreto «fissa la liquidazione dei capi in carica». In effetti sarà un cambiamento radicale per molti movimenti. Nel caso di CL significa l'uscita di scena di don Julian Carron (che è al vertice di CL da ben sedici anni) e del suo stato maggiore.

SCRISTIANIZZAZIONE - Perché questa decisione? I movimenti ecclesiali sono fioriti fra gli anni del Concilio e il '68, quando una scristianizzazione galoppante stava desertificando le chiese. Sono nati da fondatori animati da grande passione evangelizzatrice, hanno coinvolto migliaia di persone, soprattutto fra quei giovani che ormai non si vedevano più nelle parrocchie. Con i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI hanno avuto il riconoscimento entusiastico della Chiesa che ha puntato su di loro per l'evangelizzazione. In effetti per decenni si è vissuta un'autentica primavera cattolica. I problemi sono cominciati (per la morte dei fondatori, ma non solo) negli ultimi 10-15 anni. MALGOVERNO La diagnosi della Chiesa sulla situazione dei movimenti ecclesiali è contenuta nelle righe del decreto citato (alquanto severo), ma anche in una nota esplicativa del Dicastero dove si mettono in guardia i movimenti da rischi come «forme di appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi. Un cattivo esercizio del governo, inoltre, crea inevitabilmente conflitti e tensioni che feriscono la comunione, indebolendo lo slancio missionario». La nota ricorda le parole del papa attuale che richiamando alla «conversione missionaria... indica come prioritari il rispetto della libertà personale; il superamento dell'autoreferenzialità, degli unilateralismi e delle assolutizzazioni; la promozione di una più ampia sinodalità, come anche il bene prezioso della comunione». È una correzione che può aiutare i movimenti a ritrovare slancio. Per esempio, Comunione e Liberazione, che era stato il movimento più vivace e più presente nella vita sociale del Paese, dopo la morte di don Luigi Giussani (avvenuta nel 2005) è pressoché sparita dalla società, dal mondo giovanile (scuole e università) ed ha perso anche la sua originalità culturale. Non solo. Sotto la grigia conduzione dello spagnolo don Carron (per biografia e formazione estraneo alla storia del Movimento), CL ha perso il carisma di Giussani e lo slancio missionario. Infine ha perso anche molti aderenti. I CARISMI Se alcuni movimenti ora sembrano accogliere il decreto vaticano come una grande occasione di conversione, dentro CL si avverte il malumore degli attuali vertici (esternato da qualche intellettuale d'area). Infatti lo stato maggiore ciellino per ora non ha ritenuto neanche di informare il suo popolo su ciò che la Chiesa ha deciso e che richiede. La Chiesa - spiegando che il carisma di un movimento non appartiene al capo pro tempore, ma a tutti coloro che hanno seguito Gesù Cristo tramite quel particolare accento - chiama ciascun aderente a CL (e agli altri movimenti) a farsi carico personalmente della conversione e del rinnovamento della sua comunità. Fino a votare nuovi dirigenti. Tuttavia i gruppi di CL sembrano avvolti da un sonno profondo e ignorano ciò che la Santa Sede chiede loro.

SILENZIO ATTONITO - Un ciellino di lungo corso come il giornalista Robi Ronza, autore di uno storico libro-intervista con don Giussani, ha descritto nel suo blog le reazioni dello stato maggiore al decreto parlando di «silenzio attonito» e «atteggiamenti» lontani dal sensus Ecclesiae che è «l'eredità dell'insegnamento, della vita e del pensiero di Luigi Giussani». Ronza conclude: «C'è chi cerca di fare come se nulla fosse successo, c'è chi pensa che non ci hanno capito, e c'è chi è convinto si tratti di una tempesta cui resistere a denti stretti nell'attesa che finisca e che tutto torni come prima. Non va bene: il decreto non va sopportato bensì accolto, non va subito bensì cordialmente attuato». L'attuazione però richiede che i ciellini aprano gli occhi su quello che è successo al loro movimento negli ultimi sedici anni. E non è cosa facile né indolore. Tempo fa (nel 2017, prima di questa tempesta) don Carron disse: «Se non pensiamo che Francesco sia la cura è perché non capiamo la malattia». Oggi ripeterebbe questo.



Tunisia: Saied fa chiudere la sede di al Jazeera

@ - A giornalisti e impiegati intimato di abbandonare i locali. Situazione tesa davanti alla sede del Parlamento. Il presidente: 'Non è un colpo di Stato'.

In base alle disposizioni del presidente della Repubblica Kais Saied, le forze dell'ordine tunisine hanno chiuso la sede locale della tv araba con base in Qatar, Al Jazeera. Ai giornalisti e impiegati è stato intimato in tempo utile di abbandonare i luoghi, ha fatto sapere il direttore della sede di Tunisi, Lotfi Hajji.

Poco prima Al Jazeera sulla propria pagina Facebook, basandosi su "fonti tunisine ben informate", aveva scritto che il premier Hichem Mechichi non si trova agli arresti ma a casa sua e che ha intenzione di riunire ugualmente il Consiglio dei ministri.

Momenti di tensione davanti all'ingresso del Parlamento, la cui sicurezza è affidata da questa notte all'esercito. Si sono formati due gruppi contrapposti, da un lato i sostenitori del presidente tunisino Kais Saied, dall'altro quelli del partito islamico Ennhadha, che ha chiamato a raccolta i suoi elettori per "ripristinare la democrazia" all'indomani della decisione del presidente Saied di sospendere i lavori dell'Assemblea, revocare l'immunità ai deputati e licenziare il premier Hichem Mechichi. Secondo la radio locale Mosaique Fm, il presidente del Parlamento e leader di Ennahda Ghanouchi resta nella sua auto davanti ai cancelli. Questa notte l'esercito gli aveva impedito di entrare, secondo gli ordini di Saied. La situazione è inedita e gli esiti sono imprevedibili. In queste circostanza il capo del sindacato per la sicurezza dell'aeroporto internazionale di Tunisi-Cartagine, Anis Ouartani, ha dichiarato alla tv di Stato Watania 1 che sono stati prese disposizioni d'intesa con i responsabili che prevedono il divieto ai politici di viaggiare e di uscire dal Paese.

Le decisioni di congelare per 30 giorni il Parlamento, revocare l'immunità ai deputati e licenziare il premier non rappresentano "un colpo di Stato", si tratta di decisioni costituzionali, ai sensi dell'articolo 80 della Costituzione: lo ha detto il presidente tunisino, Kais Saied, rispondendo al presidente dell'Assemblea nonche' leader del partito islamico Ennhadha (primo in parlamento), Rached Ghannouchi. "Chi parla di colpo di Stato dovrebbe leggere la Costituzione o tornare al primo anno di scuola elementare, io sono stato paziente e ho sofferto con il popolo tunisino", ha detto Saied alla tv di Stato.

Lavoratori pakistani in schiavitù, ai domiciliari anche due dirigenti di Grafica Veneta

@ - Picchiati e derubati perché si sono rivolti al sindacato. Lavoravano per un'azienda che fornisce manodopera e in quel periodo prestavano servizio presso Grafica Veneta: alcuni dirigenti sapevano delle condizioni di sfruttamento.


L'operazione denominata “Pakarta” si è conclusa lunedì 26 luglio all'alba ed è iniziata nel maggio del 2020. La Procura, su richiesta dei carabinieri della compagnia di Cittadella coordinati dal pubblico ministero Andrea Girlando, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 9 cittadini pakistani, responsabili dei reati di lesioni, rapina, sequestro di persona, estorsione e sfruttamento del lavoro, e anche un'ordinanza di sottoposizione agli arresti domiciliari di due dirigenti di Grafica Veneta per sfruttamento del lavoro.

Le indagini
Tutto è iniziato nel maggio 2020. Un uomo di origine pakistana è stato trovato lungo la SS 16 a Piove di Sacco, le mani legate dietro la schiena e ferite su tutto il corpo. Nel giro di qualche giorno ai carabinieri dell'Arma di Padova e di Mestre (Venezia) sono arrivate segnalazioni di altri pakistani provenienti da Piove di Sacco nelle stesse condizioni. Sanguinanti, feriti, spaventati. Chiedevano aiuto, erano stati derubati dei documenti e dei pochi soldi che avevano. Altri 5 pakistani si sono presentati all'ospedale di Padova per farsi medicare e la storia era sempre la stessa. I carabinieri del Norm della compagnia di Cittadella hanno scoperto che tutti erano stati picchiati il 25 maggio 2020, tra i comuni di Trebaseleghe e Loreggia. Le vittime erano tutti regolari dipendenti della ditta BM Services sas con sede a Lavis (Trento), gestita da padre e figlio, pakistani con cittadinanza italiana. Fornisce manodopera per alcune grosse aziende del Nord Italia: in quel periodo le vittime stavano lavorando alla Grafica Veneta di Trebaseleghe. La BM Services sas assumeva connazionali con regolare contratto e poi imponeva orari di lavoro anche di 12 ore al giorno senza pause, ferie nè alcuna tutela. Per altro, i titolari avevano messo in piedi un articolato sistema estorsivo per recuperare parte dello stipendio che versavano ai dipendenti: prelevavano dalle carte di debito delle vittime agli sportelli Atm, loro personalmente o altre persone delegate. I dipendenti dovevano anche pagare l'affitto di un posto letto ricavato da abitazioni messe a disposizione della ditta dove vivevano anche 20 persone ammassate.

L'operazione
I dipendenti per difficoltà linguistiche e per fiducia nei propri connazionali all'inizio non avevano capito di essere sfruttati e derubati. Nel tempo, però, hanno inteso che qualcosa non quadrava e si sono rivolti al sindacato. Qui è scattata la vendetta. I titolari della BM Services sas, scoperto cosa avevano fatto i dipendenti, hanno deciso di "dare l'esempio" agli altri. Il 25 maggio, quando i lavoratori sono tornati nelle loro case a Trebaseleghe e Loreggia, sono stati aggrediti da squadre di picchiatori. Legati mani e piedi, picchiati, derubati di documenti, soldi e cellulari per impedir loro di chiedere aiuto. Poi sono stati fatti salire a bordo di tre veicoli e lasciati sanguinanti per strada. Una volta ricostruita la situazione, assieme al gruppo carabinieri tutela del lavoro di Venezia, i militari hanno esteso le indagini alle aziende presso le quali lavoravano i dipendenti della BM Services sas. Ed è saltato fuori che parte della dirigenza di Grafica Veneta era perfettamente a conoscenza dello sfruttamento dei lavoratori stranieri, sia per quanto riguarda gli incessanti turni di lavoro, che per la sorveglianza a vista a cui erano sottoposti. Erano, inoltre, ben consapevoli delle degradanti condizioni di lavoro, della mancata fornitura dei Dpi (protezioni da rumori, scarpe antinfortunistiche, ecc). Tale situazione ha comportato un tentativo di elusione dei controlli, edulcorando o eliminando dai server informatici gran parte dell'archivio gestionale che registra gli ingressi e le uscite dei lavoratori. Per questo all'alba di lunedì 26 luglio i carabinieri hanno notificato quanto emesso dalla Procura patavina. In carcere sono finiti Arshad Mahmood Badar, 54 anni, Asdullah Badar, 28 anni, Hassan Bashir, 32 anni, Zaheet Abbas, 34 anni, Muhammad Rizwan Haider, 35 anni, e altri 4 cittadini pakistani sono tutt'ora ricercati. I due dirigenti di Grafica Veneta ai domiciliari sono l'amministratore delegato Giorgio Bertan, 43 anni, e Giampaolo Pinton, 59 anni. Hanno il divieto di dimora in regione per il concorso in rapina Raja Muntazir Mehdi, 30 anni, e Mahmood Nasir, 39 anni, entrambi pakistani.

Studente non indossa la mascherina mentre gira un video in strada: ucciso dalla polizia in Congo

@ - Uno studente è stato ucciso ieri a Kinshasa da un agente di polizia che lo ha accusato di non indossare la mascherina durante la registrazione di un video, con la Repubblica Democratica del Congo alle prese con una terza ondata di Covid-19. Lo hanno reso noto detto oggi testimoni e media locali. «Il nostro compagno Honoré Shama, studente della Facoltà di Lettere dell'Università di Kinshasa, stava girando un video come parte di lavoro pratico in una commedia. Un poliziotto gli ha chiesto di indossare la mascherina durante le riprese», ha detto Patient Odia, presente durante l'incidente.

«Nonostante le sue spiegazioni e dopo aver mostrato la mascherina, il poliziotto, arrabbiato perché aspettava invece di ricevere denaro, lo ha accusato di resistenza e gli ha sparato a distanza ravvicinata», ha aggiunto. L'uso della mascherina nella Repubblica Democratica del Congo è obbligatorio, pena una multa di 10.000 franchi congolesi (5 euro circa). Ma a Kinshasa la polizia è regolarmente accusata di molestie e di intascare i soldi delle multe senza rilasciare ricevuta. Dall'inizio della pandemia nel marzo 2020 il Paese africano ha registrato 47.786 casi e 1.021 decessi da Covid-19, secondo le statistiche delle autorità sanitarie pubblicate. Dal 10 luglio la vaccinazione è stata sospesa nella Repubblica Democratica del Congo, avendo superato la data di scadenza lo stock del vaccino AstraZeneca disponibile.

domenica 25 luglio 2021

Brasile, migliaia in piazza contro Bolsonaro: chiedono l'impeachment per la gestione crisi Covid

@ - La stampa locale ha riportato manifestazioni in 20 dei 26 stati brasiliani. Gas lacrimogeni a San Paolo, a Rio migliaia di persone vestite di rosso e con indosso mascherine hanno marciato gridando slogan come "Fuori il criminale corrotto" .


Decine di migliaia di brasiliani sono scesi di nuovo in piazza ieri in centinaia di località del Paese per chiedere l'impeachment del presidente.

Jair Bolsonaro per la sua gestione della crisi sanitaria del coronavirus, con il bilancio della pandemia che supera il mezzo milione di morti. Quella di ieri è stata la quarta giornata di protesta organizzata dalla fine di maggio da partiti di sinistra e sindacati contro il presidente, che è anche oggetto di un'indagine su possibili irregolarità nella negoziazione dei vaccini da parte del governo. Mentre i suoi avversari marciavano, Bolsonaro guidava la sua moto, accompagnato da diversi ministri, per le strade della capitale Brasilia, salutando i suoi sostenitori. A San Paolo, migliaia di persone si sono radunate nel centro città,sorreggendo cartelli con scritte come "destituzione ora" e "fuori Bolsonaro". Al calar della notte, sono scoppiati alcuni incidenti che hanno coinvolto un gruppo di manifestanti che hanno attaccato una banca prima di essere dispersi dalla polizia con gas lacrimogeni, secondo le immagini televisive. Anche a Rio, migliaia di persone vestite di rosso e con indosso mascherine hanno marciato gridando slogan come "Fuori il criminale corrotto". Nella città, come nelle altre 400 in cui si sono svolte le mobilitazioni, i manifestanti hanno denunciato il ritardo dell'inizio della campagna di vaccinazione in Brasile e hanno chiesto maggiori aiuti per le popolazioni povere che affrontano la pandemia. 
La stampa brasiliana ha riportato manifestazioni in 20 dei 26 stati brasiliani. Né gli organizzatori né le autorità hanno diffuso stime sul numero complessivo dei manifestanti.
  • Indonesia e Brasile sopra i 50mila nuovi casi, a Los Angeles torna la mascherina 
  • Brasile. Decine di migliaia in piazza contro Bolsonaro
  • Covid, Youtube rimuove video del presidente brasiliano Bolsonaro: è disinformazione
  • Brasile, il presidente Bolsonaro positivo al coronavirus -

In Afghanistan è stato imposto un coprifuoco per provare a fermare l’avanzata dei talebani

@ - Il 23 luglio il governo afghano ha imposto un coprifuoco in gran parte del paese per provare a fermare o quantomeno rallentare la sempre più preoccupante avanzata dei talebani. 
Il gruppo estremista islamista negli ultimi mesi ha riconquistato diverse aree del paese approfittando anche del progressivo ritiro dei soldati americani e della debolezza della polizia e dell’esercito locali. Il coprifuoco, che per il momento non riguarda la capitale Kabul, sarà in vigore dalle 22.00 alle 4.00.

James Bays, corrispondente da Kabul di Al Jazeera, ha spiegato così la decisione del governo: «È chiaro ormai da anni che nelle tante aree contese dell’Afghanistan il governo può anche controllare le cose di giorno, ma i talebani le controllano di notte».

sabato 24 luglio 2021

“Il papa è Francesco!” L'autogol clamoroso della “prova inedita e da batticuore” di Riccardo Petroni

@ - Andrea Cionci - Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.



Attenzione! Il dott. Riccardo Petroni, stimato studioso della figura storica di Gesù Cristo ha pubblicato ieri sul giornale trentino Il Dolomiti un articolo QUI in cui parla di coloro che “maldestri e sconsiderati starebbero architettando un macabro teatrino per disarcionare Francesco sostenendo che Ratzinger non si è mai dimesso”. Il riferimento - non proprio tenero - è chiaramente rivolto alla nostra inchiesta che dura ormai dal 2019, e a tutti i nostri intervistati.

Così, per cauterizzare queste maldestre vociferazioni, Riccardo Petroni produce quella che definisce una “PROVA INEDITA E INEQUIVOCABILE, DA BATTICUORE” del fatto che Benedetto si è dimesso e Francesco è il papa. Si tratta di una busta da lui ricevuta dalla Segreteria di Stato vaticana, nel 2015, due anni dopo la presunta rinuncia di Ratzinger (che non fu nel 2008, come scrive Lei, dott. Petroni, ma nel 2013).

Così – riferisce - per ringraziarlo del libro ricevuto in dono, il già “papa emerito” Benedetto XVI gli ha inviato … che cosa? La sua medaglia PAPALE e LE SUE FOTO IN VESTI DA PAPA REGNANTE, per giunta firmate clamorosamente “BENEDETTO XVI P.P.” ovvero PATER PATRUM, titolo del pontefice regnante, cioè uno di quei titoli ai quali il papa presuntamente emerito non avrebbe più diritto, insieme al privilegio di portare la veste bianca, impartire la benedizione apostolica, vivere in Vaticano etc. come stigmatizzato dallo stesso cardinale Pell. QUI

Un bell’autogol, dato che proprio l’utilizzo del titolo “P.P.” è uno dei cavalli di battaglia portati avanti da tutti coloro che riconoscono Benedetto XVI unico papa, ai quali Petroni ha appena fornito un altro appiglio, se non da batticuore, senz’altro inedito.

Non si è chiesto, il Dottore, come mai Ratzinger non gli ha inviato una foto da “papa emerito”, con talare bianca senza mozzetta e cingolo, visto che si era nel 2015?

Ma le “prove” addotte dallo scrittore non finiscono qui, anzi, il pezzo forte sarebbe la lettera di accompagnamento firmata da Mons. Wells della Segreteria di Stato in cui si dice “E’ pervenuta al Pontefice Emerito Benedetto XVI la sua cortese lettera”…

Quindi, lui stesso Joseph Ratzinger - arguisce Petroni - si definisce esplicitamente “Papa Emerito”, titolo da lui stesso istituito per distinguersi dal Sommo Pontefice in carica. Ecco che, essendo certo del fatto che Joseph Ratzinger non menta, come conseguenza di ciò, risulta chiaro che il “vero Papa” è - e rimane - inequivocabilmente Jorge Mario Bergoglio”.

Nonostante il tono un po' offensivo del suo articolo, rispondiamo con simpatia al dott. Petroni che ha avuto – tra i pochi - il coraggio di tentare di entrare nel merito di una questione allo studio da un pezzo, con l’apporto di teologi, canonisti, giuristi, avvocati, professori universitari, vaticanisti… In tale faccenda, però, non ci si improvvisa e un poco di rispetto professionale – e umano, per chi ha molto lavorato, con onestà e attenzione, rimettendoci di persona – non guasterebbe.

Innanzitutto, c’è da sottolineare che, paradossalmente, il Santo Padre Benedetto non è la persona giusta per fornire un parere sulla validità canonica della propria rinuncia. In via teorica, egli potrebbe essere convinto in buona fede di aver abdicato validamente, con una rinuncia canonicamente invalida e persino viceversa. A stabilire se la rinuncia è valida o meno, dovrebbe essere piuttosto una commissione di cardinali, storici e canonisti poiché anche l’autorità del papa è sottoposta al Diritto canonico (se non viene preventivamente da lui cambiato).

Non a caso, tutti i maggiori studiosi di diritto canonico, oggi, sostengono che l’istituto del papa emerito non ha giurisprudenza, è praticamente un absurdum e lo stesso Ratzinger si rammaricava di come i cardinali non lo avessero assistito nel mettere a punto questo istituto (un larvato messaggio?). Petroni potrà chiedere informazioni ai professori Fantappié, Margiotta-Broglio, Boni, de Mattei e altri QUI

Infine, la tesi del cosiddetto Piano B (QUI) , confermata pochi giorni fa QUI dal prof. Antonio Sànchez Sàez, ordinario di Diritto presso l’Università di Siviglia, considera che papa Ratzinger abbia escogitato APPOSTA l’espediente del papato emerito canonicamente fasullo proprio per “coprire” il fatto di essere rimasto ancora IL papa.

“Benedetto XVI - scrive Sànchez - ci ha dato un altro indizio diventando "papa emerito", un titolo canonicamente impossibile poiché per essere emerito è necessario aver cessato dall'ufficio per età o per dimissioni accettate... e nessuna di queste due condizioni è soddisfatta nelle dimissioni di un papa (can. 185)”.

Secondo il Piano B, quindi, l’unica cosa che conta è che Ratzinger ha consegnato alla storia e al diritto canonico una rinuncia in cui – c’è poco da fare – formalmente trattiene il munus petrino, cioè il titolo conferito direttamente da Dio. Su quello bisogna discutere, tutto il resto è accessorio e ha, semmai, valore indiziario.

Quindi, il fatto che il monsignore della Segreteria di Stato lo definisca “papa emerito”, come lo stesso Benedetto XVI ha voluto definirsi, rientra pacificamente e a pieno titolo nel discorso del “Piano B” che preghiamo caldamente il dott. Petroni di leggere – e rileggere - con attenzione.

Nel frattempo, per dargli modo di affilare i suoi argomenti, gli sottoponiamo QUI gli stessi interrogativi che abbiamo posto allo stimato collega Massimo Franco del Corriere della Sera, il quale, oltre ad aver scritto un libro su Francesco, ha anche avuto modo di intervistare per due volte papa Benedetto. E - da notare - Massimo Franco, prudentemente, si è astenuto in toto dal rispondere alle nostre obiezioni su dati di fatto incontestabili e per ora spiegabili solo attraverso il Piano B.

Siamo ottimisti sul fatto che il dott. Petroni possa far di meglio e volentieri aspettiamo il suo prossimo tentativo. Se ci scriverà con garbo e preparazione nel merito, saremo lieti di pubblicare il suo intervento nell’ottica di uno sforzo comune - non per “disarcionare” chicchessia, dato che non è nostro compito - ma per cercare la VERITA', qualunque essa sia, e informare i lettori. Questo, infatti, dovrebbe essere l’imperativo di tutti i giornalisti.

giovedì 22 luglio 2021

Utøya, 10 anni dopo. Breivik è uno zombie, ma la sua eredità sopravvive

@ - Colloquio con Aage Borchgrevink: "Per la Norvegia e l’Europa tutta c'è ancora molto da fare sulle cause profonde della radicalizzazione".

"Dieci anni fa, a quest’ora, la vita della stragrande maggioranza dei norvegesi procedeva placida, come al solito. Nessuno poteva immaginare che da lì a poche ore il tranquillo Paese scandinavo sarebbe diventato l’epicentro di uno degli atti terroristici più feroci nell’Europa del dopoguerra. Anders Behring Breivik, all’epoca 32 anni, si preparava a mettere a segno il suo duplice attacco: prima un’autobomba nel centro di Oslo, fatta esplodere davanti all’ufficio del primo ministro norvegese, otto i morti; poi la carneficina dell’isola di Utøya, dove era in corso un campo estivo dei giovani socialisti. Qui i morti furono 69, per lo più ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni. Le nuove leve di quella sinistra multiculturalista che Breivik aveva scelto come bersaglio per sfogare un odio antico, radicato nelle pieghe di una storia che continua a interrogarci ancora oggi. Trucidati con un fucile a pompa, una mitragliatrice e una pistola automatica"

Abbiamo chiesto ad Aage Borchgrevink, giornalista, scrittore e autore di “A Norwegian Tragedy: Anders Behring Breivik and the Massacre at Utøya”, di guidarci attraverso questa ferita aperta, come dimostrano le controversie che hanno impedito le realizzazione del memoriale. La commemorazione avrebbe dovuto svolgersi dalle 15.25 di oggi, momento in cui il sole avrebbe illuminato la prima di 77 colonne di bronzo davanti all’isola, fuori dalla capitale. Per tre ore e otto minuti, l’esatta durata dell’attacco, il sole avrebbe raggiunto ciascuna delle colonne progettate dagli architetti dello studio Manthey Kula, commemorando ogni persona uccisa. Invece, il memoriale resta incompiuto a causa di piani modificati, rinvii, interventi dei tribunali, scontro fra le famiglie dei ragazzi uccisi e i residenti ancora traumatizzati, che temono l’arrivo dei visitatori sulla loro tranquilla isola.

Nella società norvegese c’è meno consenso di quanto ci si potrebbe aspettare sul significato di quegli attacchi”, ci spiega Borchgrevink. “Studiosi del Centro di ricerca sull’estremismo dell’Università di Oslo hanno distinto tra tre principali narrative o modi di leggere gli attacchi: 1) come un attentato alla democrazia norvegese in quanto tale; 2) come un attacco alla sinistra politica, con relative critiche alla Norvegia per non essere riuscita a contrastare l’estremismo di destra pur di mantenere la pace politica; 3) come un atto per niente politico, ma il gesto di un pazzo spinto all’estremo da politiche di immigrazione lassiste. Tra queste narrazioni sembra esserci una tensione crescente, soprattutto perché quelle ai fianchi (la 2 e la 3) portano una forte carica emotiva. La tensione riflette in una certa misura i profondi disaccordi che continuano ad attraversare la nostra società, dove una minoranza non trascurabile è ancora d’accordo con le idee xenofobe che hanno ispirato Breivik, mentre una generazione più giovane di progressisti vuole un approccio più duro all’estremismo”.

Borchgrevink da anni è membro del Norwegian Helsinki Committee, un’organizzazione che lavora per il rispetto dei diritti umani (https://www.nhc.no/en/employee/aage-borchgrevink/). La sua attenzione alle dinamiche psicologiche e sociali lo ha spinto a porsi delle domande su come un ragazzo della classe media del West End di Oslo sia potuto diventare un terrorista seminatore di morte nel sentiero dell’amore di Utøya.

“Il 22 luglio 2011, mentre la mia città bruciava e arrivava la notizia del massacro di Utøya, mi sono chiesto da dove venisse tutto quell’odio. Nel mio libro ripercorro la radicalizzazione di Breivik, utilizzando come chiave di lettura il suo ‘manifesto’ di 1500 pagine. Sulla base di interviste con testimoni chiave e ricerche su vari documenti, compresi i rapporti di valutazione psichiatrica della famiglia di Breivik quando era un bambino, ho scoperto che il suo odio aveva radici profonde. L’intuizione principale che ho acquisito è stata come la ricca Norvegia produca ancora outsider, vulnerabili alla radicalizzazione. Quindi non sono rimasto sorpreso quando, due anni fa, il terrorista razzista Filip Manshaus ha attaccato una moschea dopo aver sparato e ucciso la sua sorellastra, adottata dalla Cina. Fortunatamente Manshaus è stato sopraffatto prima che potesse uccidere qualcun altro”.

Quella di Breivik, infatti, è anche la storia di un “outsider radicale”, un uomo affetto da un “elevato disturbo narcisistico della personalità” ma “capace di intendere e di volere”, come stabilito dalla seconda perizia psichiatrica. Una persona disposta a fare di tutto pur di essere vista da chiunque: dal padre che se n’era andato quando era ancora piccolo, dalla madre che pure detestava (affetta da turbe mentali), dalle ragazze con cui aveva un rapporto complessato.

Il 24 agosto 2012 è stato condannato a ventuno anni di carcere, pena massima prevista dalla legge norvegese. Secondo la stampa locale, ha intenzione di chiedere la libertà condizionata allo scoccare del periodo minimo di detenzione, che nel suo caso è di dieci anni. La pena a 21 anni è prorogabile, nel caso in cui sarà ritenuto ancora pericoloso. Lui non si è mai pentito per la strage. Nel 2012, al termine della lettura delle motivazioni del verdetto, mostrò alla Corte il saluto nazista chiedendo “perdono ai militanti nazionalisti per non aver ucciso più persone”.

Abbiamo chiesto a Borchgrevink cosa si sa, oggi, di lui. “Mi ha scritto alcune lettere dopo la pubblicazione del libro. Principalmente sta cercando di sollevare l’interesse delle persone verso le sue visioni ideologiche, poiché vuole essere percepito come un interessante pensatore e leader di destra. Nell’ultima lettera è stato più personale, dicendo che è stato “sepolto vivo”, il che mi ha ricordato il suo autoritratto nel ‘manifesto’ come uno “zombie”, un morto vivente e senza identità. Ha anche detto che i miei libri avevano creato “problemi”, un passaggio che ho interpretato come una rimostranza per aver danneggiato, tramite un profilo psicologico, l’immagine che vuole dare di sé come una sorta di cavaliere oscuro, fascista e glaciale. Non gli ho mai risposto”.

Breivik è diventato una figura di ispirazione per i suprematisti bianchi di tutto il mondo. Tre settimane fa a Milano è stata smantellata un’organizzazione neofascista di ventenni, il cui nome in codice era Breivik. Secondo Borchgrevink, non dobbiamo sottovalutare il fascino perverso che il male e l’odio possono esercitare su personalità fragili e alienate. “Molti giovani vorrebbero mandare al diavolo la società. So di averlo fatto anch’io. Per alcuni, però, l’incontro con l’estremismo online o in gruppi può svilupparsi in un percorso di radicalizzazione, arrivando persino a trasformarli in terroristi qui in Europa o in posti come la Siria, come è successo con molti giovani europei alcuni anni fa. I più vulnerabili sono i cosiddetti outsider, coloro che per motivi sociali, psicologici o di altro tipo sono o si sentono esclusi dalla società”.

La radicalizzazione, soprattutto online, continua a essere un nervo scoperto in molti Paesi occidentali, Norvegia inclusa. “Le reti digitali dell’estremismo di destra rappresentano una minaccia alla sicurezza per il futuro”: lo afferma il Servizio di sicurezza della polizia (Pst) della Norvegia, in un nuovo rapporto sulla minaccia degli estremisti di destra pubblicato in occasione del decennale della strage. “Il pensiero estremista di destra che ha ispirato l’attacco è ancora una forza trainante a livello nazionale e internazionale e ha ispirato diversi attentati terroristici negli ultimi dieci anni”, afferma il rapporto. Gli estremisti di destra di oggi, prosegue il documento, usano strategie diverse per ottenere un cambiamento politico. L’estremismo è diventato sempre più un fenomeno transnazionale che trae ispirazione oltre i confini del Paese, legandosi a una “identità occidentale”. “Si ritiene che le direzioni ideologiche dell’estremismo di destra che sostengono la necessità di un collasso immediato della società abbiano un effetto di radicalizzazione e mobilitazione, e quindi costituiscano una potente minaccia terroristica”, segnala il Pst nel rapporto.

Secondo Borchgrevink, “l’eredità di Breivik, purtroppo, sopravvive. Il ‘manifesto’ descrive come voleva trasformarsi da zombie consumatore a cavaliere di giustizia, come un don Chisciotte dell’era digitale. In Nuova Zelanda nel 2019 Brenton Tarrant ha fatto riferimento a Breivik e ha usato lo stesso schema per commettere omicidi di massa: manifesto xenofobo di destra in cui descrive il ‘momento della pillola rossa’, quando avviene la trasformazione da turista consumatore a soldato per la razza bianca”.

In Norvegia la differenza, rispetto al passato, è che i sopravvissuti si stanno facendo sentire con più forza, dopo anni di relativo silenzio. “C’è stata una raffica di nuovi libri e articoli. Il messaggio di fondo è che la Norvegia e il governo conservatore degli ultimi otto anni non sono riusciti ad affrontare la minaccia dell’ideologia di estrema destra e a tenere conto del dolore di chi è stato direttamente colpito da quella tragedia. A settembre si svolgeranno le elezioni parlamentari: ci si aspetta un cambio di governo che riporti al potere il partito socialdemocratico, un risultato che sarebbe una grande eredità per i sopravvissuti e le forze di sinistra”.

Ma la strada per evitare altri “casi Breivik” - avverte Borchgrevink – richiede un maggiore impegno da parte di tutti. “Quando si verificano atti di terrorismo, è consuetudine chiedere più polizia e punizioni dure. Ma penso che la Norvegia e l’Europa abbiano ancora molto da fare per affrontare le cause profonde che guidano la radicalizzazione, la disuguaglianza sociale, il trauma psicologico dei bambini in famiglie disfunzionali e la crescita della cultura della cospirazione alimentata dai social media”.

martedì 20 luglio 2021

Gli Stati Uniti hanno rimpatriato in Marocco un detenuto di Guantanamo: è il primo rimpatrio deciso dall’amministrazione di Joe Biden

@ - Gli Stati Uniti hanno rimpatriato in Marocco Abdul Latif Nasir, detenuto nel carcere cubano di massima sicurezza di Guantanamo dal 2002 nonostante nei suoi confronti non fosse mai stata formalizzata alcuna accusa: è il primo rimpatrio di un detenuto di Guantanamo deciso dall’amministrazione del presidente statunitense Joe Biden.

Durante l’amministrazione di Barack Obama erano stati rimpatriati più di 170 detenuti, con l’obiettivo di chiudere gradualmente il carcere, aperto per la prima volta nel 2001 dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre a New York e Washington. L’amministrazione di Donald Trump aveva però interrotto questa politica, permettendo il rimpatrio di un solo detenuto in Arabia Saudita. Al momento nel carcere si trovano 39 detenuti.

Covid, la proposta di Minelli: "Non vaccinati paghino in caso di ricovero"

@ - L'immunologo: "Oppure rifondere i danni che possono derivare dai contagi da loro certamente provocati".


I non vaccinati contro il coronavirus "che non hanno alcuna legittima controindicazione all'inoculo del vaccino dovrebbe essere obbligati a pagarsi le visite, i ricoveri e i farmaci in caso di Covid o, almeno, di rifondere i danni, calcolati nel loro insieme, che possono derivare dai contagi da loro certamente provocati". E' la proposta 'alternativa' all'obbligo vaccinale che arriva dall'immunologo clinico e allergologo Mauro Minelli, coordinatore per il Sud Italia della Fondazione per la Medicina Personalizzata. "Un conto - spiega all'Adnkronos Salute - sono le proteste correlate a prese di posizione preconcette e talvolta fantasiose, un altro sono i richiami a un obbligo civico poggiato su evidenze alle cui spalle campeggia lo spettro, tutt'altro che fantasioso, di un'esperienza tutta da dimenticare".

"Sappiamo oramai che, se un soggetto adeguatamente immunoprotetto contro il nuovo coronavirus entra in contatto con la variante Delta, potrebbe da quest'ultima subire effetti clinici davvero molto blandi che, sempre ammesso che si manifestino, assomigliamo molto a una tracheite o a una rinofaringite - sottolinea Minelli - Sappiamo anche che, in questi soggetti, il virus mutato dopo qualche giorno muore senza alcuna possibilità di replicarsi. E però, se nei giorni prima di morire il virus dovesse avere la possibilità di 'saltare' dal soggetto contagiato e vaccinato a un soggetto non vaccinato che gli passa affianco, in quest'ultimo il virus si replica espandendosi velocemente ed eventualmente cambiando i propri connotati anche di quel tanto sufficiente a generare nuove e incontrollabili varianti".

"Si capovolge così, radicalmente e senza forzature concettuali, quel maldestro paradigma che vorrebbe le mutazioni virali figlie della pratica vaccinale. Nella realtà dei fatti siamo esattamente agli opposti", conclude l'immunologo.

lunedì 19 luglio 2021

Regina Elisabetta, l'ultimo divieto a Palazzo: "Quella qui non entra, la detesto"

@ - "Quella qui non entra": un retroscena inedito svela uno dei fastidi più grandi per la Regina Elisabetta. La Sovrana, infatti, non vuole che venga usata l'aspirapolvere a palazzo e nelle altre tenute reali. L'indiscrezione, riportata sul settimanale Novella 2000, sarebbe stata svelata da Barbara Allred, che per anni è stata a capo del team di pulizie di Sadringham e di altre dimore reali.

"Detesta che a Buckingham Palace, e non solo, si utilizzi l'aspirapolvere", avrebbe rivelato la "talpa". Stando alla Allred, la Regina preferirebbe sempre e solo una spazzata, anche sui tappeti, per evitare di essere disturbata dal rumore dell'elettrodomestico durante gli impegni quotidiani, soprattutto ne corso della mattinata. A livello casalingo, però, questa non è l'unica particolarità della Regina. Pare, infatti, che vieti anche l'uso della candeggina nei bagni per evitare di rovinare la porcellana. Ecco perché vuole che si usino solo sale e aceto distillato applicato con uno spazzolino o dell'ovatta.

Di recente, inoltre, si è parlato della Regina anche per via di una sua paura: la Russia di Vladimir Putin. Il Sun ha rivelato che Elisabetta avrebbe aumentato la sicurezza informatica nelle sue proprietà dopo aver appreso che i reali sarebbero "un obiettivo ad alto rischio" di attacco hacker. I suoi esperti di sicurezza informatica hanno fatto sapere - nel rapporto di cui parla il quotidiano inglese - che ora esiste un rischio elevato di accesso non autorizzato ai dati della Casa Reale.

E' il giorno di Paolo Borsellino: Palermo ricorda la strage senza verità

@ - Commemorazioni per il giudice e gli uomini della scorta uccisi in via D'Amelio il 19 luglio del 1992. Il giorno del ricordo, a Palermo. Il giorno in cui si commemorano il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, uccisi nella strage di via D'Amelio il 19 luglio del 1992. A partire dalle 9 e fino alle 13, davanti all'Albero della Pace, ci sarà la "Mattinata dedicata al mondo della scuola", a cura del Centro studi Paolo e Rita Borsellino. Alle 10.30 il presidio Scorta per la Memoria. Alle 14.45 "I Sopravvissuti: scorta è memoria", con interventi dal palco di membri delle scorte sopravvissuti alle stragi degli anni '90 e non solo. Alle 16 ci saranno gli interventi dei familiari delle vittime della strage di Via D'Amelio e dei familiari di vittime di mafia.

Alle ore 16.58, ora della strage, il tradizionale minuto di silenzio a cui seguiranno altri interventi dei familiari delle vittime della strage di Via D'Amelio e dei familiari di vittime di mafia. Poi, alle 17.45 un incontro sul tema "Sistemi criminali e depistaggi", con i magistrati Sebastiano Ardita, Roberto Scarpinato, Giovanni Spinosa e l'avvocato Fabio Repici. Modera il giornalista Paolo Borrometi.

Alle 18 il sindaco Orlando, nella caserma Lungaro, conferirà alla polizia di Stato la cittadinanza onoraria della Città di Palermo che sarà consegnata al prefetto Lamberto Giannini, capo della polizia - direttore generale della pubblica sicurezza. Un riconoscimento a tutte le donne e a tutti gli uomini della polizia di Stato che è simbolo di unione tra la città di Palermo e coloro che con professionalità difendono ed hanno difeso i valori della giustizia, della legalità e della libertà, anche con il sacrificio della vita. La cerimonia si svolgerà all'aula Domenico Corona all'interno della caserma Lungaro. Alla cerimonia sarà presente il questore di Palermo, Leopoldo Laricchia. "Consegnare la cittadinanza onoraria al prefetto Giannini e simbolicamente a tutta la polizia di Stato nel giorno della strage di via D'Amelio - ha detto il sindaco Orlando -, mi riempie di grande emozione. Ventinove anni fa venivano uccisi dalla mafia e da chi se ne e' servita, appartenenti alla Polizia di Stato che con coraggio e impegno hanno servito lo Stato e creduto in un grande cambiamento culturale. Ed altre ed altri prima e dopo quel terribile 1992 hanno sacrificato la loro vita per la legalità e per i valori costituzionali.Lo stesso impegno che ogni giorno, in un tempo diverso e in una Palermo non più governata dalla mafia, la polizia di Stato profonde per tutelare la legalità e proteggere la comunita'. Il conferimento della cittadinanza onoraria, inoltre, intende fare memoria, quindi stimolare una riflessione e chiedere piena verità e giustizia su tanti eccidi che hanno segnato la storia del nostro paese e della nostra città. E dei quali sono ancora troppi i buchi neri e le domande senza risposta".

Poi, tornando in via D'Amelio, alle 21 saranno inaugurate le luci tricolore sull'Albero della Pace alla presenza del sindaco Leoluca Orlando. Alle 21.20 "Our Voice": rappresentazione artistica di con due monologhi coreografati. E alle 21.40 Aut Aut in "Brucia la terra" racconti di mafia: dal golpe di Corleone ai giorni nostri. Un'utopia di verita'". Infine, alle 22.45 proiezione del documentario d'inchiesta "Uno bianca - Mirare allo Stato", a cura di Roberto Guglielmi ed Enza Negroni con gli studenti del Corso Doc del Liceo Laura Bassi di Bologna.

Due dei tre figli del magistrato, Lucia e Fiammetta Borsellino, non saranno in alcuno degli appuntamenti. Lucia resterà a Roma, dove vive. Fiammetta, che ha sempre alzato la sua voce contro le grandi bugie della vicenda giudiziaria definita dalla Cassazione come la più colossale operazione di depistaggio, ha già lasciato Palermo. Negli scorsi giorni ha spiegato: "Lascio che in questa occasione siano gli altri, la gente e chiunque ne avverta il bisogno, a ricordare e a riflettere. Io lo faccio sempre incontrando i giovani e andando nelle scuole".

La fiaccolata "statica"
La pandemia ed i divieti di manifestare non fermano il ricordo. Per il venticinquesimo anno consecutivo si svolgerà questa sera, alle 20, a Palermo, la tradizionale fiaccolata in memoria delle vittime della strage di via D'Amelio, nel 29esimo anniversario. La fiaccolata è organizzata dal 'Forum 19 Luglio', cartello che raggruppa trasversalmente associazioni, movimenti e istituzioni, e da 'Comunità '92', coordinamento che unisce le varie anime della destra siciliana ideatrici della manifestazione.

Come lo scorso anno, la Fiaccolata sarà statica e si svolgerà direttamente in via D'Amelio. Prima della consueta deposizione del tricolore, in programma alcuni momenti di ricordo all'insegna della cultura: l'attore Salvo Piparo reciterà due suoi scritti ('Il Cunto di Santino' sulla strage di Capaci e 'Lettera di un palermitano a Paolo Borsellino'), mentre il gruppo 'I Quattro Passi' suonerà alcuni pezzi tra cui l'inno nazionale.

Nel corso della serata sarà trasmesso l'audio inedito di Borsellino, ritrovato negli archivi dell'Isspe, che sarà diffuso dal Centro Studi 'Dino Grammatico', di un convegno tenutosi nel gennaio 1989 nel quale il magistrato parlò di lotta alla mafia. Sarà inoltre ricordato il magistrato Alfonso Giordano, già presidente del maxi processo, recentemente scomparso.

"Nonostante l'impossibilità di svolgere il corteo - dice Davide Gentile, portavoce del Forum 19 Luglio - abbiamo voluto mantenere l'evento più longevo e partecipato a Palermo in ricordo dei caduti della strage di via D'Amelio. Sarà un 19 luglio all'insegna della cultura, una delle armi più importanti nella lotta alla mafia. La voce di Paolo Borsellino che ascolteremo in via D'Amelio sarà il modo migliore per rinnovare il nostro impegno per questa terra".

Arrestato a Parigi l'ex Br Maurizio Di Marzio

@ - L 'Italia chiede l'estradizione, il terrorista era sfuggito all'operazione di fine aprile.

La polizia francese ha arrestato questa mattina a Parigi anche l'ultimo ex terrorista, per cui l 'Italia chiede l'estradizione, Maurizio Di Marzio, sfuggito all'operazione di fine aprile. Il provvedimento depositato l' 8 luglio dalla Corte d'Assise di Roma ha stabilito infatti che non è ancora prescritta la sua pena.


Lo rendono noto fonti di via Arenula.
Negli archivi di polizia, il nome di Di Marzio è legato all'attentato al dirigente dell'ufficio provinciale del collocamento di Roma Enzo Retrosi, nel 1981, e soprattutto al tentato sequestro del vicecapo della Digos della capitale Nicola Simone il giorno della Befana del 1982. "Un brigatista travestito da postino, con divisa e blocchetto delle ricevute in mano, bussò verso le 15 - scriveva il quotidiano L'Unità una settimana dopo -. Simone guardò prima attraverso lo spioncino poi aprì, ma in pugno aveva la sua 38 special perché non si fidava. Secondo la prima ricostruzione il terrorista avrebbe sparato contro il funzionario di polizia, il quale avrebbe avuto la forza di reagire esplodendo a sua volta due colpi. Stando alla nuova versione, invece, altri componenti del commando Br erano appostati sul pianerottolo e avrebbero cercato di aggredire Simone per immobilizzarlo e rapinarlo. Allora il vicecapo della Digos avrebbe aperto il fuoco per primo, ferendo con due colpi uno dei terroristi e poi sarebbe caduto a terra ferito a sua volta da tre proiettili al volto".

sabato 17 luglio 2021

"Vergognati ateo". Macron contestato a Lourdes

@ - Per la prima volta nella storia una Presidente della Repubblica francese si reca al santuario di Lourdes. Ma per Macron non finisce bene.

Non era mai successo, fino a ieri con Macron, che un Presidente della Repubblica francese andasse a visitare in maniera ufficiale il santuario di Nostra Signora di Lourdes. Trovandosi nei Pirenei per una lunga trasferta istituzionale, però, l'attuale Capo di Stato francese ha deciso di recarsi nel luogo di culto cristiano che si trova nella regione dell'Occitania. Una visita che però non è andata giù a diversi fedeli che hanno contestato pesantemente il presidente.

Tutto era stato curato nei minimi dettagli affinché nulla potesse turbare il viaggio di Macron. A livello ufficiale nessuna dichiarazione per quella che sarebbe dovuta essere, o forse è meglio dire apparire, una visita informale. "Nella discrezione" ha scritto il quotidiano transalpino La Croix. Il giorno scelto è stato il 16 luglio, ossia le ventiquattrore in cui si sono celebrate l'ultima delle 18 Apparizioni della Madonna e i 150 anni della benedizione della Basilica Superiore, ossia la prima tra quelle presenti a Lourdes a essere stata costruita. Una giornata, date le ricorrenze, che avrebbe richiamato nel santuario migliaia e migliaia di fedeli. C'è da dire, inoltre, che non tutti i fedeli che si recano a Lourdes informalmente sono accolti da monsignor Antoine Hérouard, delegato apostolico, e da monsignor Olivier Ribadeau Dumas, rettore. Forse, quella di Macron, più che "visita informale" avrebbe dovuto essere chiamata dai media francesi "passeggiata elettorale (più che legittima) in data altamente simbolica". Il venticinquesimo Capo di Stato francese si sarà forse fatto ingolosire dai sondaggi che mostrano come una buona parte dei votanti cattolici mostrano fiducia nei suoi confronti in quanto leader centrista?

Il Papa ai frati minori: abbracciate poveri e profughi, sono vostri maestri

@ - Messaggio ai partecipanti al Capitolo generale dell’Ordine che ha recentemente eletto il nuovo ministro, fra Fusarelli. Francesco: “Mentre affrontate le sfide del calo numerico e dell’invecchiamento, non lasciate che l’ansia e il timore vi impediscano di aprirvi al rinnovamento”. "La Casa comune soffre dello sfruttamento distorto dei beni della terra".



L’invito è ad “andare”. Andare “incontro agli uomini e alle donne che soffrono nell’anima e nel corpo”; andare “verso una creazione ferita”; andare “come uomini di dialogo, cercando di costruire ponti al posto dei muri” e come “uomini di pace” per invitare alla conversione coloro che seminano odio, divisione e violenza. Papa Francesco invia un messaggio ai frati minori, riuniti dal 3 fino al 18 luglio a Roma per il Capitolo generale dell’Ordine dei Frati minori, che hanno eletto il nuovo ministro generale, fra Massimo Giovanni Fusarelli.

Un'eredità inestimabile
A lui, il Papa porge gli auguri, ringraziando il predecessore padre Michael Perry. Poi saluta tutte le comunità dei francescani “sparse nel mondo”, alle quali ricorda la loro “eredità spirituale di ricchezza inestimabile, radicata nella vita evangelica e caratterizzata da preghiera, fraternità, povertà, minorità e itineranza”. Proprio questa, scrive il Pontefice nel suo messaggio, è punto di forza per il presente, segnato dalle “sfide del calo numerico e dell’invecchiamento”, e per il futuro, nella prospettiva di un “rinnovamento”.

Non lasciate che l’ansia e il timore vi impediscano di aprire i cuori e le menti al rinnovamento e alla rivitalizzazione che lo Spirito di Dio suscita in voi e tra di voi… Non dimenticate che uno sguardo rinnovato, capace di aprirci al futuro di Dio, lo riceviamo dalla vicinanza con i poveri, le vittime delle moderne schiavitù, i profughi e gli esclusi di questo mondo. Essi sono vostri maestri.

Abbracciare poveri ed esclusi
“Abbracciateli”, esorta il Papa, “come fece San Francesco”, che non risparmiò la sua carezza ai lebbrosi e gli esclusi del suo tempo. "Alle radici della vostra spiritualità sta questo incontro con gli ultimi e con i sofferenti, nel segno del 'fare misericordia'”, dice il Pontefice. Oggi sono tanti i lebbrosi, affetti da una malattia diversa, anche meno visibile, ma altrettanto dolorosa: l’isolamento, la sofferenza, la divisione, emerse ancora più preponderantemente nel tempo dell’emergenza sanitaria che rischia di far rimanere “paralizzati”.

Questa esperienza critica, dice il Papa, da una parte, “sprona tutti a riconoscere quanto la nostra vita terrena sia un cammino da percorrere come pellegrini e forestieri, uomini e donne itineranti, disposti ad alleggerirci di cose e pretese personali”. Dall’altra, “è occasione propizia per intensificare la relazione con Cristo e con i fratelli”.

Rinnovare la propria visione
L’invito del Papa alle comunità di francescani è quindi ad essere “umile presenza profetica in mezzo al popolo di Dio” e, al contempo, a “rinnovare la propria visione”. Ovvero quello che è accaduto al giovane Francesco d’Assisi, al quale Dio toccò il cuore “attraverso la misericordia offerta al fratello”. Dio, sottolinea il Pontefice, “continua a toccare i nostri cuori attraverso l’incontro con gli altri, soprattutto con le persone più bisognose”.

Il rinnovamento della vostra visione non può che ripartire da questo sguardo nuovo con il quale contemplare il fratello povero ed emarginato, segno, quasi sacramento della presenza di Dio
Verso chi soffre nell'anima e nel corpo

Da questo sguardo rinnovato, da questa concreta esperienza di incontro con il prossimo e le sue piaghe, può dunque nascere “una rinnovata energia per guardare al futuro da fratelli e da minori”, secondo quel “bel nome” scelto da San Francesco.

Vi incoraggio ad andare incontro agli uomini e alle donne che soffrono nell’anima e nel corpo, per offrire la vostra presenza umile e fraterna, senza grandi discorsi, ma facendo sentire la vostra vicinanza di fratelli minori.

Uomini di dialogo e riconciliazione
Vi incoraggio, scrive il Papa, “ad andare verso una creazione ferita, la nostra casa comune, che soffre di uno sfruttamento distorto dei beni della terra per l’arricchimento di pochi, mentre si creano condizioni di miseria per molti”. Ad andare “come uomini di dialogo”, per offrire “il dono della fraternità e dell’amicizia sociale in un mondo che stenta a trovare la rotta di un progetto comune”, e “come uomini di pace e di riconciliazione”, per offrire “alle vittime la speranza che nasce dalla verità, dalla giustizia e dal perdono”.

Da qui la benedizione perché "l’Altissimo, Onnipotente, Bon Signore vi faccia essere e diventare sempre più testimoni credibili e gioiosi del Vangelo; vi doni di condurre una vita semplice e fraterna; e vi porti sulle strade del mondo a gettare con fede e con speranza il seme della Buona Notizia".