lunedì 20 settembre 2021

Pnrr, le 42 riforme che l’Italia deve approvare in 100 giorni per ricevere i fondi europei

@ - Potrebbe riunirsi già questa settimana per la prima volta — o comunque non molto più tardi — la cabina di regia politica per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. 

Gli addetti ai lavori lo chiamano Pnrr, quasi tutti gli altri lo chiamano Recovery. Eppure nella conversazione nazionale quel progetto da 191,5 miliardi di fondi europei e 528 precondizioni è quasi sparito, quasi che il grosso fosse negoziare l’accordo a Bruxelles e farsi approvare il mezzo migliaio di pagine del progetto iniziale. Quasi che l’intendance suivra, la parte esecutiva, sia destinata a fare il suo corso quasi in automatico. Senza troppi sforzi né patemi.

Le scadenze del 2021
Che in questi giorni si stia preparando la prima riunione della cabina di regia politica — guidata dal premier Mario Draghi, con il ministro dell’Economia Daniele Franco, quelli della Transizione ecologica e dell’Innovazione tecnologica Roberto Cingolani e Vittorio Colao e forse altri — dimostra che naturalmente non è così. Non può esserlo, data la densità dell’agenda. Non solo da oggi al 2026, anche da oggi alla fine dell’anno. Per poter presentare il primo rendiconto e ricevere dunque i sostanziosi versamenti della prima parte del 2022, in poco più di tre mesi all’Italia restano da soddisfare 42 delle 51 condizioni previste per quest’anno. È un’ampia gamma di misure, in gran parte normative, che include delicati passaggi parlamentari sulla legge delega di riforma della giustizia; una controversa revisione delle politiche attive del lavoro; una importante legge quadro sulle disabilità e una riforma universitaria. Argomenti sui quali, fuori dalle stanze di governo, quasi nessuno nel Paese si sta interrogando. In più ci sarà la legge delega sul fisco che Palazzo Chigi spera di approvare in settimana (forse diluendo o rinviando la parte controversa della revisione al rialzo delle valutazioni catastali) e il varo in Consiglio dei ministri della legge annuale di concorrenza, in questo caso dopo il secondo turno delle elezioni amministrative di ottobre.

La corsa dei 100 giorni
I prossimi mesi saranno senza sosta. Giorgio Musso dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, autore della migliore sintesi dell’agenda dei prossimi mesi, stima che le 42 condizioni da presentare a Bruxelles entro cento giorni sono quasi il doppio del numero medio per trimestre previsto dal Recovery dal 2022 in avanti. Solo alcune delle 42 sono misure semplici o burocratiche. Da notare tra l’altro come Bruxelles abbia ricordato in questi mesi un dettaglio passato, anch’esso inosservato in Italia: affrontare una riforma su un certo tema potrebbe non bastare, se poi nel provvedimento mancano alcuni degli elementi rilevanti concordati con la Commissione Ue. Bruxelles potrebbe evitare di vidimare la rendicontazione del semestre, impedendo la successiva richiesta di fondi. Quindi il riesame avverrebbe solo dopo altri sei mesi, con il rischio di generare ritardi sostanziali. Dunque l’organizzazione del lavoro nel governo conterà e sarà decisivo prevenire conflitti di competenze fra i molti centri di coordinamento del piano.

La governance
Sulla carta il rischio di attriti esiste. Al dipartimento della Funzione pubblica c’è l’Ufficio semplificazioni, che deve occuparsi di questa materia per tutti i progetti del Pnrr e per seicento procedimenti definiti “complessi”. Al Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio è stata formata una nuova, parallela Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione, sempre ai fini del Pnrr. Al ministero dell’Economia, che è il capofila di tutto il progetto e titolare dei rapporti con Bruxelles, coesistono poi due diverse strutture di coordinamento. C’è un Ufficio centrale affidato a Carmine Di Nuzzo, che ha un ruolo cardine e si concentrerà in particolare sulla rendicontazione dei fondi. Però esiste anche un’unità di missione formata durante il precedente governo e mai sciolta, che dovrebbe curare gli indicatori relativi al Recovery. Infine c’è la segretaria tecnica della Cabina di regia a Palazzo Chigi, con funzioni di indirizzo, coordinamento e impulso, e naturalmente il Dipartimento politiche economiche della presidenza. Insomma i protagonisti di questa complessa governance dovranno dedicare molta cura nell’evitare sovrapposizioni.

Parlamento senza soste
Anche perché l’agenda sarà senza sosta. Per il parlamento lo sarà per ora soprattutto sul fronte della giustizia, perché le relative leggi delega di riforma non sono chiuse. Sul penale c’è stata l’approvazione della Camera, ma non ancora del Senato, mentre sul civile entrambe le aule devono dare il loro via libera — con possibili battaglie in commissione — in vista dei decreti legislativi e attuativi per definire il contenuto specifico della riforma rispettivamente entro la fine del 2022 e la metà del 2023 (in sovrapposizione con la campagna per le elezioni politiche). Resta poi da capire un punto importante della riforma delle politiche attive prevista entro l’anno, con un budget di cinque miliardi di euro: la nuova Garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) prevede solo nuove assunzioni nei centri per l’impiego o un ripensamento di fondo di questa galassia di uffici che negli anni scorsi non ha funzionato?

La riforma universitaria
Per l’università è attesa una revisione delle classi di laurea, delle lauree abilitanti e dei dottorati. Infine arriverà la prova del nove per i tribunali e la pubblica amministrazione. Oggi scade il bando per i primi 500 laureati che dovrebbero lavorare ai progetti del Pnrr. Fra una settimana quello per l’assunzione triennale della prima infornata di ottomila collaboratori nell’Ufficio del processo: per loro esiste il rischio (teorico) di interruzione del contratto di lavoro, se l’Italia negli anni prossimi non centrasse gli obiettivi di accorciamento dei tempi della giustizia e Bruxelles fermasse i fondi. Il livello di adesione ai bandi sarà un primo segnale per capire se il Recovery decolla.

sabato 18 settembre 2021

Un successo dell’amministrazione Biden che in pochi hanno notato: il grafico della settimana

@ - Grazie ad una serie di misure, ha rilevato la Columbia University, l’amministrazione Biden è riuscita a ridurre drasticamente la percentuale di bambini che vivono in povertà.


L’enfasi con cui a luglio il presidente USA Joe Biden ha annunciato l’obiettivo del “maggior calo annuo della povertà infantile nella storia degli Stati Uniti”, ha fatto storcere il naso a più di un commentatore.

Ma le recenti indicazioni, fornite dal “Center on Poverty & Social Policy” della Columbia University, dimostrano che il Presidente USA potrebbe aver fatto bene i calcoli.

Povertà infantile USA: le cause del calo
In condizioni normali, il tasso di povertà infantile negli USA è particolarmente elevato (16-20%) se confrontato con quello degli altri Paesi sviluppati.

In rapporto al PIL, generalmente la spesa dell’amministrazione USA destinata ai benefit per famiglie e bambini si attesta allo 0,6%, meno di un terzo rispetto al 2,1 della media Ocse.

A causa della pandemia, sono state però varate una serie di misure, tra cui:
  1. i salvataggi delle attività economiche;
  2. gli assegni distribuiti a gran parte delle famiglie;
  3. l’incremento dei sussidi di disoccupazione;
  4. l’aumento, e la corresponsione mensile, dei crediti d’imposta per i figli.
Con questi provvedimenti, il tasso di bambini che negli USA vivono in povertà è sceso drasticamente anche perché, come evidenziato dai numeri del Census Bureau, i nuovi fondi sono stati utilizzati in consumi, e non per pagare bollette o estinguere prestiti.


Percentuale di popolazione in povertà divisa per fasce di età.
Fonte: Center on Poverty & Social Policy della Columbia University

-25% in un mese, -40% in un anno

Secondo i numeri elaborati dalla Columbia University, a luglio il tasso di povertà tra i bambini statunitensi si è attestato all’11,9%, contro il 15,8% di giugno. A livello percentuale si tratta di un rosso di quasi 25 punti mentre in termini assoluti è stato rilevato un calo di 3 milioni di unità.

Nel confronto con un anno fa, quando la povertà infantile si attestava al 20,2%, è stata registrata una contrazione di oltre 40 punti percentuali (-41%).

Nel caso in cui venissero risolte le criticità tecniche che hanno impedito di distribuire i benefit ad alcune categorie di contribuenti, i ricercatori della Columbia stimano che il tasso di povertà tra i bambini USA potrebbe presto scendere sotto quota 10%, la metà rispetto ai livelli considerati normali.

Prezzi gas alle stelle in Europa: quanto c’entra la Russia?

@ - La crisi europea dei prezzi del gas continua e agita i Governi: quale pesa sta avendo la Russia - fornitrice importante per l’UE - nell’impennata dei costi? L’Europa vuole chiarimenti, i motivi.


L’Europa pressata da prezzi del gas incontenibili e da record comincia a dubitare del ruolo della Russia.

Mosca è un fornitore cruciale dell’energia europea con la sua Gazprom: sta davvero manipolando il mercato, favorendo l’attuale impennata dei prezzi?

In sede comunitaria si esige chiarezza. Un gruppo di legislatori di diversi gruppi politici nel Parlamento europeo ha invitato la Commissione UE a indagare sul ruolo di Gazprom.

La crisi dell’offerta ha scosso il costo dell’energia in Europa, riducendo i profitti di alcuni dei colossi industriali del continente e minacciando di far deragliare la ripresa economica della regione. I prezzi del gas sono più che triplicati quest’anno e potrebbero continuare a salire secondo l’AIE.

Cosa c’entra la Russia con i costi del gas alle stelle?

Gas impazzito in Europa: colpa della Russia?

La posizione della Russia come fornitore affidabile di gas in Europa è sul banco degli imputati.

I prezzi record nel Regno Unito e nell’UE hanno attirato l’attenzione sulla riduzione delle forniture di gas naturale dalla Russia quest’estate, lasciando molti dubbi sul fatto che Mosca abbia attuato una politica di mercato leale.

L’obiettivo, secondo la teoria, sarebbe quello di aumentare i costi a un livello tale che la Germania affretti l’approvazione del controverso gasdotto Nord Stream 2, la cui costruzione, ora completata, è stata colpita dalle sanzioni statunitensi e dall’opposizione dei Paesi dell’Est Europa.

Intanto, il 17 settembre 40 membri del Parlamento europeo, in gran parte dalla Polonia e dagli Stati baltici, hanno chiesto un’indagine su Gazprom, azienda controllata dallo Stato.

L’accusa è che le forniture all’Europa nord-occidentale dalla Russia sono state, in media, inferiori quest’anno rispetto a prima della pandemia.

Inoltre, Gazprom ha ripetutamente rifiutato di mettere all’asta qualsiasi fornitura di gas supplementare nel mercato spot attraverso i gasdotti che passano attraverso l’Ucraina.

La società ha riconosciuto che sta riempiendo lo stoccaggio domestico a un ritmo più elevato rispetto agli anni 
precedenti, suggerendo che potrebbe esserci
 meno gas disponibile da inviare. E l’ad Miller
 ha anche sottolineato che i prezzi potrebbero
 ancora aumentare.

Gazprom e i fattori che spingono il gas
Secondo l’analisi di David Sheppard su FT, la prova più evidente che Gazprom sta giocando un gioco pericoloso con il mercato può essere trovata nei dati sullo storage europeo.

Nonostante lo stoccaggio totale sia inferiore al normale, le società energetiche europee sono ampiamente riuscite a reintegrare le scorte presso le strutture che controllano a un livello ragionevole. La maggior parte dello stoccaggio in Europa che non è stato riempito è in realtà controllato dalla stessa Gazprom.

Il mercato del gas, quindi, continuerà a essere teso. I fattori di incertezza che si aggiungono sono la maggiore domanda in Asia - con più paesi che cercano di sostituire almeno parte del carbone per avere una combustione più pulita - e possibili inverni rigidi.

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Cos’è la crisi dei sottomarini: cosa sta succedendo tra Francia, USA e Australia

@ - C’è tensione per la cosiddetta crisi dei sottomarini: la Francia reagisce all’accordo USA-Australia e richiama i propri ambasciatori.


La Francia ha richiamato i propri ambasciatori in USA e Australia: ecco la reazione di Macron alla “crisi dei sottomarini”.

Stati Uniti, Australia e Regno Unito hanno annunciato una nuova storica partnership per la sicurezza nell’area indo-pacifica in chiave anticinese denominata AUKUS, iniziali delle rispettive potenze che ne fanno parte.

La decisione è stata presa dopo le rivendicazioni di Pechino sull’isola separatista di Taiwan, oltre che per clima che sa decisamente di nuova Guerra Fredda. La partnership sembra una rivisitazione della vecchia alleanza denominata UKUSA, elaborata agli inizi del secondo dopoguerra con lo scopo di raccogliere informazioni tramite segnali elettronici, la cosiddetta SIGINT: Signal Intelligence.

Joe Biden ha affermato, senza mai citare la Cina, cherafforzerà la cooperazione nelle tecnologie di difesa avanzate e migliorerà la nostra capacità di affrontare le minacce del XXI secolo”. In collegamento virtuale presenti anche il Primo Ministro inglese Boris Johnson e l’omonimo australiano Scott Morrison.

L’alleanza prevede anche il sostegno a Canberra per la produzione di missili sottomarini a propulsione nucleare che, a detta di Biden, non saranno armi nucleari ma avranno soltanto il sistema propulsivo alimentato da reattori nucleari.

Questa vicenda, oltre alle dure reazioni di Pechino, ha fatto innervosire un altro attore geopolitico che da sempre è alfiere degli Stati Uniti: la Francia non ha mandato giù una dichiarazione di Morrison in occasione del summit tra i paesi membri della nuova alleanza.

Perché si parla di crisi dei sottomarini
Il Primo Ministro australiano Scott Morrison ha annunciato che non chiuderà l’accordo con la Repubblica francese per la fornitura di 90 miliardi di euro in sottomarini. Verranno costruiti in territorio australiano con il supporto tecnologico e scientifico di Stati Uniti ed Inghilterra.
Continua Morrison dicendo che “la decisione che abbiamo preso di non continuare con il sottomarino Attack Class e di percorrere questa strada non è un voltafaccia ma una necessità”. Tale necessità verrà inizialmente garantita dall’acquisto di missili Tomahawk statunitensi a lungo raggio, come concordato nel patto siglato tra le potenze anglosassoni.

Australia: “La Francia rimane alleata”
Morrison chiarisce, anche per rassicurare gli animi della République, che la Francia rimane un partner di primaria importanza nell’area del Pacifico per continuare il contenimento della Repubblica Popolare Cinese.
Morrison continua affermando di riconoscere il duro colpo inferto ai rapporti commerciali tra l’Australia e la Francia: “Condividiamo una profonda passione per la nostra famiglia nel Pacifico ed un profondo impegno nei loro confronti; non vedo l’ora di incontrarci una volta superata quella che è ovviamente una decisione molto difficile e deludente per la Francia”. Per giustificare la propria posizione, il Primo Ministro australiano parla d’interesse nazionale e afferma che “la Francia avrebbe fatto lo stesso”.

Reazioni d’oltralpe
La decisione australiana di acquisire tecnologie per sottomarini a propulsione nucleare per via inglese e americana ha deluso il governo francese e la Naval Group, gruppo di punta nella costruzione di mezzi navali e sistemi di difesa.
Si tratta di una decisione contraria alla lettera e allo spirito della cooperazione che ha prevalso tra Francia e Australia, basata su un rapporto di fiducia politica come sullo sviluppo di una base industriale e tecnologica di difesa di altissimo livello in Australia”, ha denunciato il ministero degli Affari Esteri in un comunicato stampa.
Questa decisione mette in secondo piano una potenza come quella francese nella conduzione della nuova Guerra Fredda che vede come avversario principale la Cina.

Oltretutto, essendo il governo francese uno dei maggiori azionisti della Naval Group, c’è anche un riscontro tutto economico e non solo geopolitico: la Francia perderà 90 miliardi d’introiti a seguito della decisione del Premier Morrison.
Questa vicenda si innesta in un quadro già complicato per le potenze occidentali, specie dopo il ritiro delle truppe statunitensi in Afghanistan e dopo il cosiddetto accordo sulla Nuova Via della Seta. Accordo promosso dalla Cina che ha visto la Francia tra i primi firmatari.
Anche se non direttamente coinvolta nella creazione della Silk Belt Road, la Francia ha siglato accordi commerciali con la Cina per miliardi di euro: che la decisione australiana di sospendere la commessa di sottomarini francesi sia stata una ripercussione decisa dagli anglosassoni?

Crisi diplomatica tra Francia, Washington e Canberra
Dopo le dichiarazioni del Ministro degli esteri si è passati subito ai fatti: la Francia ha richiamato i propri ambasciatori negli Stati Uniti ed Australia come rappresaglia alla decisione australiana di sospendere la commessa dei sottomarini nucleari francesi. La decisione è stata presa da Emmanuel Macron: “Su richiesta del presidente della Repubblica, ho deciso di richiamare immediatamente i nostri due ambasciatori negli Stati Uniti e in Australia a Parigi per consultazione”, ha affermato il Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian.

Wikipedia: 'attacco alle fondamenta' dalla Cina

@ - L'intervento della Foundation su una questione delicata: qualcuno, dalla Cina, ha provato a forzare il controllo delle voci incluse nell'enciclopedia.

Nell'ultimo periodo, Wikipedia è stata interessata da un'azione malevola proveniente dalla Cina e messa in campo con l'obiettivo di minare le fondamenta della piattaforma. Non appena rilevata e condotte le analisi del caso, sono state attuate le dovute contromisure, portando tra le altre cose al ban di diversi soggetti ritenuti collegati a un non meglio precisato gruppo operante nel paese asiatico.

La presenza non semplice di Wikipedia nel paese asiatico

Nello specifico, i responsabili hanno cercato di prendere il controllo degli strumenti e delle modalità di editing delle voci che compaiono sulla versione cinese dell'enciclopedia, al fine di favorire un punto di vista in particolare. Interessate anche le modalità di elezione di alcuni membri della community a ruoli di amministrazione. Le indagini sono andate avanti per quasi un anno, intensificandosi durante l'estate dopo che sono state rivolte minacce concrete ad alcuni volontari.

In un messaggio condiviso da Maggie Dennis, Vice President of Community Resilience & Sustainability di Wikimedia Foundation, si fa riferimento a una serie di azioni attuate al fine di proteggere la community in tutto il mondo oltre che a un caso senza precedenti per portata e natura. Tuttavia, il dito non è puntato direttamente contro Pechino, almeno non in modo esplicito.

La situazione è degenerata dopo la chiusura del quotidiano Apple Daily a Hong Kong, avvenuta nel mese di giugno, con la conseguente promozione di notizie provenienti quasi esclusivamente dalle testate vicine al governo centrale. Alcuni volontari ritengono inoltre di essere stati segnalati alle forze dell'ordine per i commenti pubblicati ad articoli e voci inerenti tematiche politiche. Ricordiamo che nel 2019 la piattaforma è stata interessata da un blocco totale nell'intero territorio cinese.

martedì 14 settembre 2021

Prezzi energia, la Ue: “Solo un quinto del rincaro delle bollette causato da quote Co2, il resto dal mercato. Aumenti non devono paralizzare transizione ma accelerarla”

@ - Il vicepresidente esecutivo della Commis-sione e responsabile del Green deal, Timmermans, ammonisce chi fa leva sulle possibiliconseguenze sociali per cercare di frenare il passaggio dai combustibili fossili alle fonti pulite: "Spetta alla politica distribuire gli oneri e aiutare i vulnerabili. I prezzi delle rinnovabili sono rimasti bassi e stabili, devono diventare disponibili a tutti". E sul nucleare: "E' una scelta che dovranno fare gli Stati. Direi soltanto: guardate i costi. I costi dell’energia rinnovabile sono molto bassi, quelli dell’energia nucleare altissimi".


Tutte le misurepreviste nel pacchetto per la transizione energetica Fit for 55 hanno un effetto sui prezzi” e il compito della politica è quello di “distribuire equamente” gli oneri e “assicurare che l’effetto sui prezzi non ricada sui più vulnerabili“. Gli Stati potranno anche dare sostegni diretti alle famiglie per affrontare i rincari dell’energia. Ma, invece che essere “paralizzati” dall’aumento dei prezzi dell’energia, questo dovrebbe essere uno stimolo ad “accelerare” la transizione verso le energie rinnovabili. Approfittando del fatto che “i prezzi delle rinnovabili sono rimasti bassi e stabili“, per cui vanno rese “disponibili a tutti”. L’auspicio, che suona anche come un nuovo ammonimento a chi agita lo spettro dei rincari delle bollette senza indicare soluzioni, arriva dal vicepresidente esecutivo della Commissione Europea Frans Timmermans, che ha parlato alla plenaria del Parlamento Europeo del pacchetto presentato a luglio per rendere la legislazione Ue adatta all’obiettivo di ridurre le emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, tappa intermedia verso la neutralità climatica al 2050. “Non possiamo permetterci di avere il lato sociale” della questione “opposto a quello climatico, e vedo questo rischio molto chiaramente”.

L’aumento dei prezzi dell’energia, ha ricordato Timmermans, può essere attribuito per “circa un quinto a un aumento dei prezzi dovuti alla riduzione di Co2“, cioè al rincaro delle quote di emissione nell’ambito del sistema europeo Emission trading system. Il resto “è una conseguenza di una carenza sul mercato. Questa è l’ironia, se avessimo avuto il green deal cinque anni prima non avremmo avuto il problema, perché saremmo stati meno dipendenti dai combustibili fossili. Dobbiamo invece accelerare la transizione verso le rinnovabili, così l’energia a prezzi convenienti sarà disponibile a tutti”. Andare più veloci è del resto tassativo perché bisogna trovare soluzioni alla minaccia esistenziale all’umanità” costituita dalla combinazione del “serio rischio di ecocidio e la crisi climatica. Se non agiamo ora, i nostri figli non ci perdoneranno, perché le cose finiranno fuori controllo. Non c’è scelta, dobbiamo agire”.

Timmermans, che nella commissione von der Leyen è responsabile del Green deal, è stato in realtà tra i primi a riconoscere di avere timori per le possibile ricadute sociali in termini di aumento dei costi. E ha per questo ottenuto che nel pacchetto Fit for 55 rientrasse l’istituzione di un fondo ad hoc, il Social climate fund, pensato proprio per aiutare i cittadini più deboli evitando che siano penalizzati. Lo strumento, che potrà servire anche a dare aiuti diretti a famiglie a basso reddito alle prese con i costi della transizione ecologica, sarà operativo però solo dal 2025. Nel frattempo intervenire spetta ai singoli Stati, che stanno individuando vari strumenti anche fiscali per calmierare i prezzi. “Gli Stati membri potranno fare loro scelte: potranno ridurre l’Iva, le accise sull’energia e dare diretto sostegno a famiglie”.

“Se crediamo che le emissioni nei trasporti stanno andando in alto e devono andare in basso”, mentre le emissioni degli edifici non stanno scendendo “abbastanza rapidamente”, dobbiamo “agire”, non farci “paralizzare” dal timore, ha insistito Timmermans. “La mia offerta a Consiglio e Parlamento è: guardiamo al Fit for 55 e miglioriamolo”, anche per assicurare “un’equa condivisione degli oneri tra le regioni. Credo che possiamo ancora sistemare le cose e impedire che la crisi climatica finisca fuori controllo”.

Quanto alla scelta se usare o meno l’energia nucleare “è una scelta che dovranno fare gli Stati membri, la Commissione è neutra. Noi sosteniamo gli Stati anche se fanno questa scelta. Direi soltanto: guardate i costi. I costi dell’energia rinnovabile sono molto bassi oggi, mentre quelli dell’energia nucleare sono altissimi. C’è la possibilità che ci sia bisogno, in un altro Paese di fare il nucleare, con il vantaggio, chiaro, di non avere emissioni. Ma c’è un costo molto alto e occorre un certo tempo prima che ci sia elettricità”.

Per l’Italia, il cui ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani si è detto a favore del cosiddetto nucleare di quarta generazione, sono arrivate comunque parole di apprezzamento: è un “esempio veramente ottimo” di come si possano utilizzare i fondi di Next Generation Eu per favorire la transizione a fonti di energia meno inquinanti, per Timmermans. “Quello che ha fatto è utilizzare il programma anche per fare la transizione energetica. E questo è essenziale, perché l’energia da fonti rinnovabili costa molto meno del gas naturale”.

E intanto il Recovery va. Fact checking sulle 51 scadenze del Pnrr

@ - La macchina è partita. Colao, Giorgetti e Brunetta i più virtuosi.


Una volta si chiamavano i compiti a casa. Erano quelli che l’Europa dell’austerity dava all’Italia per correggere una certa indisciplina sui conti pubblici. Quale sarà il nuovo assetto del Patto di stabilità dopo l’uscita dalla bolla del Covid è già oggetto di dibattito, ma intanto il governo italiano è chiamato a fare altri compiti se vuole incassare il primo dei dieci pacchetti di soldi del Recovery dopo l’anticipo da 24,9 miliardi ricevuto ad agosto. La grammatica politica europea è cambiata perché il virus ha cambiato tutto, ma il senso dell’impegno è rimasto lo stesso, a maggior ragione per un Paese che non ha mai brillato sulla spesa dei fondi comunitari. E soprattutto perché bisognerà passare il giudizio di Bruxelles sul lavoro fatto per ricevere la tranche successiva di risorse. Come si legge nel decreto ministeriale che dettaglia il calendario, firmato dal titolare del Tesoro Daniele Franco, sono 51 le scadenze da rispettare entro fine anno.

Il fact-checking di Huffpost dice che 3/4 del cronoprogramma è in fase di forte avanzamento. Anche la macchina del Recovery è partita: i posti già a bando sono 9.080.

Il principio politico che sta alla base del Recovery può risultare un elemento fondamentale per il rispetto degli impegni presi in Europa. Insomma prima al massimo si potevano evitare procedure d’infrazione o sperare in commenti meno tranchant dei risolini di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy, oggi invece si possono ottenere soldi. Quello che sta avvenendo nei ministeri consegna già un primo dato e cioè che è stata colta l’importanza della sfida. A un livello superiore ci ha pensato Mario Draghi, ma la scommessa è stata calata alla cieca su una macchina, quella ministeriale, che negli ultimi anni ha faticato, e tanto, per tenere il passo della programmazione settennale ordinaria, figurarsi ora che il ritmo è aumentato in intensità e in portata. Non era scontato che questo incastro potesse funzionare, quantomeno a vedere la tendenza dei primi movimenti. Troppo presto ancora per dire se la scommessa sarà portata a termine anche perché devono ancora entrare in gioco altri fattori, dall’innesto delle nuove professionalità al coinvolgimento degli enti locali. E già a livello centrale non tutto sta filando liscissimo. Sono però eccezioni in un quadro che vede tutti i ministeri allineati, con qualcuno addirittura in anticipo.

Colao, Giorgetti e Brunetta i più virtuosi
Una premessa è d’obbligo. I ministeri non sono impegnati solamente nelle rispettive scadenze che assegna il Piano fino a fine anno, ma alcuni di loro stanno portando avanti un lavoro che scavalla questo termine. Al ministero dello Sviluppo economico guidato da Giancarlo Giorgetti, ad esempio, è stata già avviata la riforma della proprietà industriale che prevede un finanziamento di 30 milioni nell’ambito del Pnrr. E il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha già dato fuori il bando per i porti verdi.

Ma torniamo alle 51 scadenze. In capo al ministero della Transizione digitale di Vittorio Colao ce ne sono due. La prima - il processo di acquisto dell’ICT - è stata centrata a maggio. La seconda, rappresentata dai decreti per il Cloud first e per l’interoperabilità, arriverà a traguardo a breve, molto prima del 31 dicembre, dato che i provvedimenti sono già pronti e in via di attuazione. Si corre anche al Mise: i progetti Ipcei, legati al disegno europeo nel settore della microelettronica, sono già confluiti in un bando. E su due interventi di peso, sia per risorse che per ampiezza della platea, come Transizione 4.0 e la creazione di imprese femminili, la programmazione è stata già impostata. In particolare il ministero, insieme agli altri dicasteri competenti, è al lavoro per l’entrata in vigore degli atti giuridici relativi ai crediti d’imposta su Transizione 4.0 e per l’adozione del Fondo a sostegno dell’imprenditorialità femminile.

Chi ha quasi completato il suo pacchetto di riforme è anche la Funzione pubblica di Renato Brunetta. Via libera da maggio alle norme primarie sulla governance del Piano, ancora alle semplificazioni delle procedure amministrative per l’attuazione. Il cronoprogramma rispetterà la scadenza del 31 dicembre per le modalità di selezione e di ripartizione tra le Regioni dei mille esperti che saranno chiamati a intervenire sui colli di bottiglia (anche questi saranno individuati entro la scadenza) in modalità task force per semplificare e gestire le procedure complesse. Le altre due riforme in calendario fanno invece più riferimento al Mef: sono il sistema che dovrà tenere dentro le informazioni per il monitoraggio dell’attuazione del Recovery e l’estensione al bilancio nazionale del metodo utilizzato per il Pnrr per aumentare l’assorbimento degli investimenti. Entrambi sono riforme che possono essere chiuse anche in poche settimane.

Il ritmo sostenuto della giustizia
Sono tre riforme e un investimento a costituire il pacchetto delle scadenze del ministero della Giustizia guidato da Marta Cartabia. Un numero che rispetto al totale può apparire esiguo, ma dentro le tre riforme ci sono due pezzi da novanta come la riforma del processo penale e quella del processo civile. Entro fine anno devono entrare in vigore i decreti attuativi: i testi base delle riforme sono in Parlamento e presto saranno convertiti in legge. Nelle prossime settimane arriverà invece il bando per le assunzioni nei tribunali civili, penali e amministrativi: in tutto 5.410 ingressi per il rafforzamento delle strutture della giustizia sui territori, tra cui anche ingegneri, architetti e geometri.

Il lavoro di Cingolani e Giovannini
Sono otto le scadenze relative a riforme e investimenti che fanno capo alla Transizione ecologica e sette quelle che fanno riferimento al ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile dove è di casa Enrico Giovannini. Le strutture di Cingolani sono concentrate in particolare su tre riforme. Sulla prima, che prevede la realizzazione di nuovi impianti di gestione di rifiuti e l’ammodernamento di quelli esistenti, si stanno finalizzando il bando e il decreto per l’approvazione dei criteri di selezione dei progetti. La tutela del verde urbano ed extraurbano è arrivata alla definizione di un accordo di programma con i soggetti coinvolti per definire le linee guide per l’attuazione del Piano di forestazione da parte delle Città metropolitane. Infine è in corso un’interlocuzione con la Protezione Civile per lo sviluppo del piano operativo che ha come obiettivo quello di creare un sistema avanzato e integrato di monitoraggio e previsione per l’individuazione dei rischi idrogeologici.

Arriverà a ottobre, al massimo a novembre, il decreto legislativo con le norme sulla promozione dell’uso del gas rinnovabile per l’utilizzo del biometano nei settori dei trasporti, industriale e residenziale. In parallelo, è in corso la definizione del decreto attuativo, da inviare a Bruxelles, da emanare entro fine anno.

Ritmo sostenuto anche al ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile. Già in vigore il decreto che individua procedure più rapide per la valutazione dei progetti nel settore del trasporto pubblico locale con impianti fissi e nel settore del trasporto rapido di massa. In un decreto approvato a luglio, invece, è stata inserita la norma che riduce la durata dell’iter di autorizzazione per i progetti ferroviari da 11 a 6 mesi, mentre si sta valutando di inserire nel decreto Infrastrutture, approvato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri, l’accelerazione dell’iter per il via libera al contratto di programma tra il ministero e Rfi. Sul trasferimento della titolarità di ponti e viadotti delle strade di secondo livello ai titolari delle strade di primo livello c’è la norma e sono in corso i trasferimenti tramite atti amministrativi.

Atteso invece per fine mese il decreto per assegnare risorse alle Zone economiche speciali, a cui sta lavorando anche la ministra per il Sud Mara Carfagna con l’obiettivo di dare più poteri ai commissari. Per i bus elettrici, con l’obiettivo di arrivare a tirare su una filiera, servirà invece un passaggio, anche politico, con il Mise e con il ministero della Transizione ecologica.

Orlando in anticipo sul Piano per le politiche attive del lavoro
Dopo un passaggio con le parti sociali, il piano Gol (Garanzia occupabilità giovani) messo a punto dal ministro del Lavoro Andrea Orlando per le politiche attive arriverà a breve in Conferenza Stato-Regioni. Subito dopo un decreto interministeriale, che terrà dentro anche il Piano nazionale competenze: l’approvazione, spiegano dal ministero, potrebbe arrivare in anticipo rispetto alla scadenza del 31 dicembre. In capo al ministero del Lavoro anche il Piano per il sostegno alle persone vulnerabili: è stato istituito il gruppo di lavoro con Comuni e Regioni, che ora deve ora definire il programma operativo. In questo caso c’è spazio per chiudere entro fine anno.

La Protezione Civile ha ripartito i fondi per la gestione del rischio alluvioni e idrogeologico
Ottocento milioni andranno a finanziare nuovi interventi nelle aree colpite da calamità naturali per ridurre il rischio o per interventi di ripristino di strutture e infrastrutture pubbliche danneggiate. Altri 400 milioni, invece, a interventi con le stesse finalità ma già in corso. Sarà il ministero della Transizione ecologica a fornire la cornice normativa per rendere operativo lo stanziamento che intanto è stato ripartito.

A palazzo Chigi i testi per la riqualificazione delle strutture turistiche
Il ministro per il Turismo Massimo Garavaglia ha inviato a palazzo Chigi i testi per il decreto chiamato a istituire il Fondo per la riqualificazione delle strutture ricettive attraverso il credito d’imposta. Al ministero si lavora anche alla riforma delle guide turistiche, mentre servirà più tempo per il progetto Caput mundi per il Giubileo del 2025 in collaborazione con la Cei.

Selezioni quasi concluse per 9mila posti negli uffici pubblici
I bandi attivi per il reclutamento del personale che lavorerà al Pnrr sono tre. Quello più corposo, da 8.171 posti, riguarda i futuri addetti all’Ufficio del processo. Nel 2024 li raggiungeranno altri 8.250, per un totale di 16.500, ma intanto il 23 settembre si chiude il concorso per reclutare il personale che sarà dislocato da subito nelle diverse sedi del ministero della Giustizia. E presto arriverà un altro bando, sempre della Giustizia, per 5.410 figure che saranno chiamate al rafforzamento amministrativo delle strutture della giustizia sui territori: dentro anche ingegneri, architetti e geometri.

Sono già attivi i concorsi per 500 project manager (ingegneri, statistici, informatici, economisti, giuristi e matematici) che andranno a lavorare al ministero dell’Economia e in altri dicasteri, e per le 405 figure professionali che si occuperanno della digitalizzazione della Pubblica amministrazione.

Le grandi riforme. Quella del fisco non ha una scadenza, la concorrenza dopo le amministrative
Il Governo aveva annunciato l’approvazione della delega fiscale e della legge annuale sulla concorrenza a luglio, ma il via libera è slittato. Entrambe non sono scadenze che impattano però sull’erogazione della prossima tranche di soldi: la riforma del fisco, infatti, non ha una scadenza, mentre quella della concorrenza va approvata entro fine anno. L’orientamento del Governo è di approvare la delega sul fisco la prossima settimana, mentre il primo provvedimento sulla concorrenza dopo le elezioni amministrative del 3-4 ottobre.

lunedì 13 settembre 2021

Usa: chiesa luterana insedia il primo vescovo transgender Megan Rohrer guiderà la Grace Cathedral di San Francisco

@ - La chiesa evangelica luterana d'America, una delle chiese cristiane piu' grandi degli Stati Uniti con circa 3,3 milioni di fedeli, ha insediato il suo primo vescovo apertamente transgender: il reverendo Megan Rohrer, che guidera' la San Francisco's Grace Cathedral in California, uno dei 65 sinodi della chiesa, sovrintendendo a quasi 200 congregazioni di un'ampia zona.



"Sono entrato in questo ruolo perche' una comunita' diversa di luterani della California e del Nevada del nord ha devotamente e premurosamente votato per fare questa cosa storica", ha commentato Rohrer, sposato e con due figli.

Afghanistan, donne in piazza per i talebani: "Sì a segregazione"

@ - A Kabul, tra militanti islamici armati di fucili e mitragliatrici, hanno manifestato in 300 vestite di nero da capo a piedi.


Donne di nuovo in piazza in Afghanistan, ma a sostegno del governo dei Talebani e delle loro politiche di segregazione. A Kabul, tra militanti islamici armati di fucili e mitragliatrici, hanno manifestato oggi circa 300 donne, dapprima in una sala dell'università della capitale poi in strada. Vestite di nero da capo a piedi, con il volto coperto e sventolando la bandiera dei Talebani, che hanno autorizzato la manifestazione a differenza di quanto successo nei giorni scorsi per le proteste contro i militanti, le donne avevano con sé cartelloni sui quali hanno inneggiato al nuovo governo e definito positiva la separazione dagli uomini nelle classi.

sabato 11 settembre 2021

11 settembre 2001, vent'anni fa l'attacco all'America - 11 settembre, Biden: "L’unità è la nostra più grande forza"

@ - Gli attentati provocarono la morte di 2.977 persone.


11 settembre, vent'anni dall'attacco all'America. Sono passati 2 decenni dagli attentati che hanno squassato gli Stati Uniti e scioccato il mondo. Le azioni terroristiche provocarono la morte di 2.977 persone. Le vittime a New York, colpita al cuore con l'attacco al World Trade Center, furono 2.753. Furono 184 quelle al Pentagono, 40 tra i passeggeri del volo 93. La più giovane tra i passeggeri dei voli dirottati dai terroristi fu Christine Hanson, che si era imbarcata a bordo del United Airlines Flight 175. Aveva due anni, stava andando per la prima volta a Disneyland. Il più anziano era Robert Norton. Si trovava a bordo dell'American Airlines Flight 11. Aveva 82 anni.

Il dipartimento dei vigili del fuoco di New York perse 343 vigili, circa la metà delle vittime registrate dal personale in servizio in 100 anni di storia del dipartimento.

Il crollo della Torre sud ebbe magnitudo 2.1 secondo i sismografi. La Torre sud magnitudo 2.3, stando a quanto riportato dalla Columbia University di New York.

Il crollo delle Torri travolse e schiacciò 1.337 veicoli, inclusi 91 mezzi dei vigili del fuoco. Per rimuovere i detriti sul sito del World Trade Center ci vollero 1,5 milioni di ore di lavoro su 261 giorni.

Il Federal Bureau of Investigation assegnò più di 2.500 dei suoi 11.500 agenti alle operazioni antiterrorismo; 350.000 pagine dalla CIA e 20.000 pagine dall'FBI vennero prodotte per le udienze del Congresso su possibili mancanze dell'intelligence prima dell'11 settembre. Undici persone condivisero gli indirizzi con almeno uno dei dirottatori. Sette degli 11 erano nella "watch list" del FBI ed erano piloti.

Gli Stati Uniti offrirono fino a 25 milioni di dollari di ricompensa, pagata dal programma Rewards for Justice, per le informazioni che portarono a localizzare Osama bin Laden. Nei tre mesi precedenti l'11 settembre, la CIA inoltrò 300 nomi al mese ad agenzie a caccia di terroristi. A settembre, il numero salì a quasi 1.000; nell'ottobre 1400. Si è stabilizzato a meno di 900 nomi al mese.

A livello economico, nel mese di ottobre di quell'anno, 55.000 posti di lavoro vennero persi a livello nazionale nei ristoranti. Sempre a livello nazionale, le vendite dei ristoranti diminuirono di $ 6 miliardi nel settembre 2001.

Le domande per le specializzazioni in Studi sul Medio e Vicino Oriente presso la New York University aumentarono del 53% nell'autunno 2002.

11 settembre, Biden: "L’unità è la nostra più grande forza"


Nei giorni successivi all’11 settembre, abbiamo visto gesti di eroismo ovunque, dove erano attesi e dove non lo erano. Abbiamo anche visto una cosa moto rara: un vero sentimento di unità nazionale. Per me, questa è la lezione centrale dell'11 settembre. È che nei nostri momenti più vulnerabili, nelle spinte contrastanti di tutto ciò che ci rende umani, nella battaglia per l'anima dell'America, l'unità è la nostra più grande forza". A dichiararlo, in un messaggio video in cui commemora il ventesimo anniversario degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, è stato il presidente americano Joe Biden.

"Unità non significa che dobbiamo credere nelle stesse cose, ma dobbiamo avere un fondamentale rispetto ed una fiducia nell’altro e in questa nazione”, ha proseguito il presidente. “La generazione dell’11 settembre si fa avanti per servire e proteggere dal terrore …per mostrare a chiunque cerchi di nuocere all’America che vi daremo la caccia e ve la faremo pagare. Questo non finirà mai”.

A seguito degli attentati, ha poi sottolineato Biden, “sono anche emerse le più oscure forze della natura umana”, vale a dire “la paura e la rabbia”. “Il risentimento e la violenza diretti contro i musulmani americani, sinceri e fedeli seguaci di una religione pacifica”, ha aggiunto, ricordando che il paese non può permettersi di restare diviso.”L’unità è ciò che fa di noi quello che siamo, l’America al suo meglio”.

"Rendiamo omaggio a tutti coloro che rischiarono e diedero la vita nei minuti, nelle ore, nei mesi e negli anni successivi", ha anche affermato Biden, ricordando l'intervento di tutti gli operatori dei servizi di emergenza sul luogo degli attacchi. "Non importa quanto sia il tempo trascorso: queste commemorazioni ci riportano tutto con dolore, come se avessimo ricevuto la notizia solo pochi secondi fa", ha poi osservato, insistendo ancora sul messaggio dell'unità: "Abbiamo appreso che l'unità è l'unica cosa che non va mai spezzata".

Il presidente Biden e la First Lady, ha intanto confermato la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, "onoreranno la memoria e commemoreranno le vite perse recandosi in tutti e tre i siti degli attacchi dell'11 settembre, New York City, Shanksville, Pennsylvania e il Pentagono".

martedì 7 settembre 2021

Francesco, Bartolomeo, Welby: qualunque sia il credo, ascoltiamo il grido della terra

@ - In una dichiarazione congiunta, il Papa, il Patriarca ecumenico e l'arcivescovo di Canterbury invitano a rivedere la gestione delle risorse secondo criteri di sostenibilità, non più secondo la massimizzazione egoistica dei profitti ma guardando alle prossime generazioni e ai più poveri del mondo.


E la richiesta di preghiere per la COP26 e per chi è chiamato a guidare la transizione ecologica a livello globale.

Papa Francesco, il Patriarca ecumenico Bartolomeo e l'arcivescovo di Canterbury si uniscono per la prima volta in un appello urgente per il futuro del pianeta. Per la prima volta, congiuntamente, mettono in guardia sull'urgenza della sostenibilità ambientale, sul suo impatto sulla povertà e sull'importanza della cooperazione globale. L'esortazione a tutti è a fare ciascuno la propria parte nello "scegliere la vita" per il futuro della Terra.

Scegliere la vita
Il Messaggio muove dalla consapevolezza che siamo tutti interconnessi e che è stata la pandemia a riproporci una lezione non nuova ma da affrontare di nuovo. "Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro - si legge - le nostre azioni si influenzano davvero l'un l'altra, e ciò che facciamo oggi influenza ciò che accade domani". E da questa premessa, c'è l'imperativo - citando il Deuteronomio - che riporta a considerare la calamità mondiale come un'opportunità: "Non possiamo sprecare questo momento. Dobbiamo decidere che tipo di mondo vogliamo lasciare alle generazioni future. Dobbiamo scegliere di vivere diversamente; dobbiamo scegliere la vita".

"La natura è resiliente, ma delicata". L'importanza della sostenibilità
Nel Messaggio, in sostanza, si invita ad essere lungimiranti senza accontentarsi di comode soluzioni a breve termine e apparentemente poco costose. In realtà, queste si rivelano effimere, scritte sulla sabbia, mentre sono da perseguire vie che portano a scrivere sulla roccia, stabili e durature. "Il concetto di gestione - la responsabilità individuale e collettiva per la nostra dotazione data da Dio - rappresenta un punto di partenza vitale per la sostenibilità sociale, economica e ambientale", si legge ancora. I tre leader ci ricordano che noi "abbiamo massimizzato il nostro interesse a spese delle generazioni future" e precisano che la tecnologia se da un lato ha aperto nuove possibilità di progresso, dall'altra ha indotto ad "accumulare ricchezza sfrenata" con poca preoccupazione per le altre persone o per i limiti del pianeta. La natura è resiliente, ma delicata". Tuttavia, si legge nel Messaggio, "abbiamo l'opportunità di pentirci, di tornare indietro con decisione". La strada da perseguire è quella della generosità e dell'equità.

L'avidità nel consumo di risorse ha conseguenze catastrofiche sui più poveri. Nel Messaggio si torna spesso al concetto base per cui il cambiamento climatico non è solo una sfida futura, ma una questione immediata e urgente di sopravvivenza. Si fa riferimento a eventi come incendi, cicloni, innalzamento del livello dei mari, eventi che ormai creano destabilizzazione non solo in Paesi poco attrezzati, ma anche in quelli sviluppati sotto il profilo industriale. Ben scandite le parole contro l'ingiustizia e la disuguaglianza: la perdita di biodiversità, il degrado ambientale e il cambiamento climatico sono le conseguenze inevitabili delle nostre azioni, poiché abbiamo consumato avidamente più risorse della terra di quanto il pianeta possa sopportare. Ma siamo anche di fronte a una "profonda ingiustizia: le persone che sopportano le conseguenze più catastrofiche di questi abusi sono le più povere del pianeta e sono state le meno responsabili nel causarle". In termini più specificamente evangelici, dobbiamo tornare insomma a ristabilire l'alleanza con Dio creatore, essere suoi "compagni di lavoro".

L'imperativo alla cooperazione e a pregare per la COP26
Nel Messaggio congiunto delle guide cristiane emerge chiara la richiesta di "collaborazione sempre più stretta tra tutte le chiese nel loro impegno per la cura della creazione. Insieme, come comunità, chiese, città e nazioni, dobbiamo cambiare rotta e scoprire nuovi modi di lavorare per abbattere le tradizionali barriere tra i popoli, per smettere di competere per le risorse". L'avvertimento è esplicito: oggi stiamo pagando il prezzo. Domani potrebbe essere peggio.

Scegliere la vita vuol dire anche autocontrollo. Il Pontefice, Bartolomeo I e l'arcivescovo Welby invitano a pregare per i leader mondiali prima della 26.ma Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26) che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre, qualunque sia il credo o la visione del mondo, a sforzarsi di ascoltare il grido della terra e dei poveri, esaminando il proprio comportamento e impegnandosi in sacrifici significativi. Ma l'invito è anche a pregare per ciascun individuo - perché lavori insieme agli altri e si assuma la responsabilità - così come per coloro che hanno responsabilità di vasta portata, affinché siano guidati sempre dalla ricerca di profitti incentrati sulle persone e operino una transizione verso economie giuste e sostenibili.

Afghanistan, nelle strade di Kabul: “Qui ci manca il cibo, ma i talebani pensano al burqa”

@ - Viaggio nel quartiere di Dehmazang, il più povero della capitale, tra rischio carestia e paura del nuovo regime.


Più si sale, più s'allungano le barbe e più coperte c'appaiono le donne che riusciamo a sbirciare all'interno delle case di fango, rinfrescate da una mano di pittura celeste o verde pistacchio. Siamo nel quartiere di Dehmazang, arroccato sulla ripida parete dei monti che a occidente sovrastano la città. "Con l'arrivo dei talebani, per il popolo di Kabul non è ancora cambiato nulla", dice Malea, 65 anni, madre di nove figli, quattro dei quali tossicodipendenti.

La sua spelonca si apre su un cortiletto, dove saltellano un paio di galline sporche. Quando le chiediamo di rispondere a qualche domanda sul nuovo regime, c'invita a entrare in una stanza spoglia, con cuscini logori lungo le pareti. "Vent'anni fa mi obbligarono a indossare il burqa. Stavolta no. O almeno non ancora. Spero soltanto che adesso che hanno finalmente conquistato il potere, non ci saranno più i terribili attentati che hanno per decenni funestato il Paese. Oggi, sono loro i padroni. Averne paura non serve a nulla. Se decidono di ammazzarci tutti, nessuno potrà impedirglielo".

La lunga tragedia afghana, cominciata con l'invasione sovietica nel 1979, è stata segnata da periodi in cui non passava giorno senza l'esplosione di un ordigno. Nel 2018, l'ultima volta che venni a Kabul, nella stessa settimana un attacco islamista provocò quaranta morti all'Hotel Intercontinental e una bomba novantacinque nel cuore della città. Agli occidentali era vietato perfino uscire di casa a piedi. "Ma se prima c'era una sorta di coprifuoco notturno nel timore d'imbattersi la notte in una banda d'insorti, oggi c'è comunque la paura d'incrociare un pick-up carico di talebani-poliziotti", continua Malea.

Quando le chiediamo se dal precedente governo riceveva un qualsiasi sussidio, scoppia a ridere: "No, nulla. Erano politici corrotti, al soldo dell'America, che hanno favorito soltanto le élite. Sono fuggiti tutti con la coda tra le gambe, con valigie cariche di dollari. Non so che cosa aspettarmi dai talebani, ma spero che non siano ladri come chi li ha preceduti".

Riprendiamo l'ascesa verso le ultime case del quartiere. Tra gli alti gradini di pietra grezza, dove c'è un incessante viavai di bambini carichi di bidoni d'acqua che vanno a raccogliere a valle, corre il canale della fogna. Arrivati quasi in cima a Dehmazang ci riceve Omran, 52 anni, insegnante di scuola, nella sua casa fresca e ventilata, ma che tra pochi mesi sarà spazzata dai venti diacci del Pamir. "Dai talebani non avremo nulla, perché sono troppo poveri per offrire qualcosa agli afghani. Sono venuti pochi giorni fa a chiedere cibo e uomini per la guerra nel Panshir. Ovviamente se ne sono andati senza né l'uno né gli altri, perché di cibo ne abbiamo appena per sfamarci noi stessi e perché gli uomini di Kabul hanno già combattuto troppe guerre".

La settimana scorsa, le Nazioni Unite hanno lanciato l'allarme su un'imminente crisi alimentare in Afghanistan: nel Paese, che dipende soprattutto dagli aiuti internazionali, le scorte di cibo sono destinate a terminare entro la fine del mese se la comunità non si mobiliterà al più presto per stanziare nuovi fondi e inviare aiuti. "Quello che mi spaventa è la gestione del Paese da parte degli "studenti coranici". Temo che non saranno capaci di mandare avanti un Paese come il nostro, ancora profondamente diviso e con un'economia molto malmessa. Se dovessero fallire c'è il rischio di una grave carestia e di una spaventosa crisi umanitaria", aggiunge l'insegnante.

Già, è un compito immane governare uno dei Paesi più poveri del mondo, sul quale aleggia lo spettro di una guerra civile sia pure con gli stessi attori di sempre. "Il prezzo dello zucchero, dell'olio e della farina è già parecchio aumentato. Dall'inizio di agosto, quando la mattina vado a fare la spesa mi aspetto sempre una brutta sorpresa. Di questo dovrebbero occuparsi i talebani, di far calare i prezzi, piuttosto che dell'abbigliamento delle studentesse. E poi che cosa aspettano a formare il governo? C'è da chiedersi quali lotte intestine si stiano combattendo nei palazzi del potere. Mi auguro che il nuovo esecutivo piaccia anche a chi ci ha sempre aiutato, e cioè agli occidentali", conclude Omran.

L'ultima casa di questo malconcio quartiere sembra appoggiata a un grosso masso ocra e appartiene a Noor, proprietario di una piccola impresa edile. La prima stanza è interamente occupata da coperte e piumini, che saranno indispensabili quando la temperatura scenderà sotto lo zero. Nella seconda vive Noor assieme alla sua numerosa famiglia. "Quello che più mi preoccupa dei talebani è che non sono gente di città. L'avevano già dimostrato tra il 1996 e il 2001, quando non riparavano le strade, non restauravano le case che cadevano in rovina, non costruivano nulla ma semmai distruggevano con l'esplosivo tutto ciò che dava loro fastidio", spiega.

"Temo che non siano cambiati. La nostra città ha bisogno d'innumerevoli interventi che verranno certamente rinviati all'infinito. Le loro priorità sono altre. Ma si può pregare anche in una casa stabile e sicura. Non soltanto in una grotta come hanno fatto negli ultimi vent'anni".

domenica 5 settembre 2021

Talebani in profondità in Panshir, "pronti a annunciare il nuovo governo"

@ - Fuga dai villaggi, rischio crisi umanitaria. Emergency continua a operare.

I combattenti Talebani stanno penetrando in profondità nella Valle del Panshir, l'ultimo baluardo della resistenza in Afghanistan: resistenza che fatica a tenere le proprie posizioni, mentre in molti fuggono dai villaggi, innescando una potenziale crisi umanitaria. Lo rivelano fonti locali, secondo le quali i jihadisti, ormai dotati di armi moderne confiscate all'ex esercito esercito regolare afghano e di unità di élite, avrebbero conquistato nuovi distretti nella valle.

Ali Maisam Nazary, portavoce della resistenza ma che non si trova nella valle, afferma che i miliziani che combattono i Talebani "non cederanno mai", mentre l'ex vicepresidente Amrullah Saleh, che è al fianco di Ahmed Massoud - figlio del "Leone del Panshir", Ahmed Shah Massoud, ucciso dai talebani nel 2001, constata che la situazione è difficile per la resistenza e parla del rischio di una "crisi umanitaria su larga scala" innescata dalle migliaia di abitanti del Panshir "sfollati dall'avanzata talebana".

Fino a ieri i distretti caduti nelle mani degli Styudenrti del Corano erano almeno quattro. L'unica certezza è che sono arrivati fino al villaggio di Anabah, a 25 km dall'ingresso meridionale della valle del Panshir, che è lunga 115 km. Ad Anabah sorge l'ospedale di Emergency: finora i Talebani "non hanno interferito con le attività di Emergency", scrive l'ong fondata da Gino Strada, che aggiunge tuttavia che "molte persone hanno lasciato i loro villaggi negli ultimi giorni".

Intanto i talebani sono pronti ad annunciare il loro nuovo governo, dopo tre settimane di gestazione: lo afferma Inamullah Samangani, membro della commissione culturale talebana, citato da Tolo News, secondo il quale l'annuncio sarà fatto a breve. Samangani ha affermato che "non ci sono ostacoli all'annuncio di un nuovo governo" e che l'annuncio avverrà a ufficialmente "a breve". Tolo News rileva come non ci siano indiscrezioni sulla composizione dell'esecutivo.

Ma secondo un analista afghano, Syed Ishaq Gilani, citato dall'emittente, "ci saranno decine di ministeri tecnici e ad occuparli dovrebbero essere dei tecnici competenti". Secondo Gilani, inoltre, i Talebani "dovranno prendere in considerazione la democrazia nel futuro sistema politico". Tolo News sottolinea la presenza a Kabul da ieri di Faiz Hameed, capo dei servizi di intelligence del Pakistan (Is), in coincidenza con gli ultimi preparativi per la formazione del governo. Hameed è stato fotografato assieme all'ambasciatore pachistano al Serena Hotel della capitale afghana.

lunedì 30 agosto 2021

Cosa c'è di vero dietro le voci sulle dimissioni del Papa

@ - Tante le voci che in questi giorni riguardano le "dimissioni" del Papa, ma cosa c'è di vero. Ecco perché è davvero improbabile che Bergoglio rinunci.


C'è chi dice che il Papa stia per dimettersi e chi, al contrario, sostiene che, anche in virtù della personalità di Bergoglio, l'ipotesi della rinuncia sia destinata a rimanere sul piano del gossip non confermato. Sono due strade opposte, ma riguardano entrambe il sentiero imboccato questa estate dalle cronache vaticane: quelle che agitano il vento delle seconde "dimissioni" in meno di dieci anni per un vescovo di Roma.

I condizionali, quando si tratta di Santa Sede, si sprecano. É il bello di un ambito in cui il mistero fa spesso capolino e che tende a distinguersi dalle prassi della politica, dove i passi indietro o di lato sono del tutto naturali. In questo "settore" no: quello del pontefice, per la Chiesa cattolica, è un ufficio proveniente da Cristo in persona. E non c'è un Quirinale cui recarsi in fretta e furia, quando si è costretti a mollare la presa. Tuttavia, una possibilità formale di rinuncia esiste ed è disciplinata dal diritto canonico: Ratzinger, checché se ne dica, non è più Papa. Ma almeno per ora rimane un'eccezione nella storia o quasi.

Attorno alle voci di questi giorni, possono essere distinti due livelli ragionativi e tematici distinti: uno è quello della posizione di Francesco sull'eventualità che un successore di Pietro scenda dal soglio; l'altro è quello delle versioni circolanti secondo cui il quadro clinico del Papa non sarebbe ottimale, dunque il pontefice sudamericano si starebbe per dimettere, favorendo lo scenario di un nuovo Conclave primaverile. Agosto del resto è il mese del retroscena per eccellenza per quel che concerne il Vaticano.

La prima questione è affrontabile con facilità: papa Francesco si è più volte espresso, dicendo di condividere l'istituto del papato emerito. Lo ha notato sul suo blog il vaticanista di lungo corso Aldo Maria Valli, che ha ricordato come il gesuita, per mezzo di un'intervista, non abbia escluso di divenire "emerito" a sua volta. Insomma, Bergoglio non ha nulla in contrario: la scelta compiuta da Ratzinger potrebbe divenire prassi o comunque smettere di rappresentare una rarità. E quindi Francesco, in un futuro indefinito, potrebbe decidere di seguire le orme del teologo tedesco. Questo però non conferma in nessuna maniera che l'argentino stia per farsi da parte o che stia sul serio ragionando su una "rinuncia".

Cercando conferme o smentite sulla vicenda della ventilate "dimissioni", è arrivato di tutto a IlGiornale.it. Si va dal "secondo me semplicemente bufale" a riflessioni più complesse, che si dicono sicure di come Bergoglio non abbia alcuna intenzione di rinunciare come fatto dal suo predecessore. C'è anche, al contrario, chi sostiene che siano tante le fonti a confermare che lo stato di salute del Papa non sia ottimale, ma di bollettini vaticani in merito non ce ne sono, mentre i prossimi viaggi apostolici sono tutti confermati.

Un "però" enorme, peraltro, risiede sullo sfondo di questa storia: anche se il Papa non stesse bene, cosa che peraltro chiunque dovrebbe evitare di sperare, chi può dirsi sicuro che Francesco non opti per la scelta di San Giovanni Paolo II, che è rimasto sul soglio sino all'ultimo giorno della sua esistenza terrena? Nessuno, in realtà, può sapere cosa pensi il gesuita in merito. Si possono al limite avanzare previsioni. E almeno un fattore ne suggerisce una più dell'altra.

C'è un tema, infatti, che viene posto negli ambienti ecclesiastici, al netto della veridicità o meno degli elementi che vengono rappresentati. Nel caso davvero papa Francesco volesse dimettersi, dovrebbe allora confrontarsi con qualcosa di unico nella storia della Chiesa: la coopresenza di due pontefici emeriti, che sarebbe l'effetto imminente di un'altra discesa dal soglio. E una fonte anomina è disposta a dirci che "c'è il precedente del suo vivente predecessore... si creerebbe un autentico paradosso, qualcosa di unico e mai avvenuto nella storia della Chiesa, oltre che non auspicabile. Chi parla di dimissioni fa congetture fantascientifiche".

Sintetizzando: è vero che Bergoglio non ha escluso a priori di divenire a sua volta "emerito", ma non esistono elementi che suggeriscano come papa Francesco stia sul serio per fare quella mossa. Al contrario, la presenza sulla scena di un pontefice emerito, cioè di Ratzinger, sconsiglia persino di ipotizzare le dimissioni da parte di Francesco. Per molti, sarebbe un tuono che la Chiesa questa volta non reggerebbe.

domenica 29 agosto 2021

Dolore e preghiera della Cei per il popolo afghano

@ - Un vile attentato quello di ieri a Kabul che muove la sofferenza dei vescovi italiani che lamentano scelte poco lungimiranti e incapaci di garantire la necessaria sicurezza alla popolazione afghana. Da qui l'appello al mondo perchè non resti indifferente, ma anche la certezza che la Chiesa prega per la pace.


Centinaia di vittime e il dolore di un popolo già "provato da sofferenza e paura". Quanto accaduto ieri all'aeroporto di Kabul in Afghanistan suscita "dolore e sdegno" nei vescovi italiani. Un "vile attentato" - lo definisce la presidenza della Cei in un messaggio - "che offende profondamente la dignità umana" . " Purtroppo - scrivono i presuli - abbiamo assistito in questi anni a scelte che si sono rivelate nel tempo poco lungimiranti e incapaci di garantire la necessaria sicurezza alla popolazione afghana".

La comunità internazionale: non finga di non vedere
I vescovi "di fronte a questa ennesima strage" non solo rinnovano l'invito del Papa "affinché cessi il frastuono delle armi e le soluzioni possano essere trovate al tavolo del dialogo”, ma si rivolgono alla Comunità internazionale con un appello: "si faccia finalmente garante della pace in Afghanistan e nell’intera regione mediorientale, da troppo tempo attraversata da conflitti e segnata da violenze che sempre ricadono sulla popolazione civile, gravando soprattutto sulle persone più fragili e indifese. Il mondo non può voltare gli occhi dall’altra parte, fingendo di non vedere che, nelle complesse vicende politiche e militari in corso a Kabul e nel resto del Paese, ancora una volta vengono meno i diritti di bambini, donne, anziani, minoranze etniche e religiose. Invitiamo tutti a volgere lo sguardo del cuore verso chi è più bisognoso e vive in povertà e malattia".

La Chiesa è in preghiera per i cristiani dell'area
Nel messaggio infine i presuli italiani si rivolgono con un "pensiero fraterno" alle "piccole comunità cristiane dell'area" cui assicurano sia l'impegno nell'accoglienza dei profughi, "in accordo con le Istituzioni" sia la preghiera:

Invitiamo le nostre comunità ecclesiali a invocare la pace per la martoriata terra afghana e per tutti gli altri contesti in cui soffiano venti di guerra, assicuriamo preghiere per le vittime e vicinanza ai loro cari, così come a quanti stanno pagando il prezzo più alto di questa nuova ondata di violenza.