giovedì 2 luglio 2026

La Russia chiude i confini con l’Ue: cosa succede a Finlandia, Estonia e Lettonia

 @ - La Russia ha chiuso sette valichi di frontiera con tre Paesi Ue e Nato: Finlandia, Estonia e Lettonia. La decisione, formalizzata con una circolare amministrativa firmata dal primo ministro russo Mikhail Mishustin e priva di una motivazione ufficiale, sospende a tempo indeterminato il passaggio di persone, veicoli, beni e spedizioni commerciali lungo alcuni dei punti di accesso più strategici del confine orientale dell’Unione europea. Il decreto è stato pubblicato a Mosca il 30 giugno ed è entrato in vigore ieri, mercoledì 1° luglio.

Vladimir Putin

Quali valichi sono stati chiusi
Il provvedimento riguarda la regione di Leningrado, due punti di frontiera in Carelia, i passaggi tra San Pietroburgo e la Finlandia, l’Oblast di Pskov e la frontiera russo-lettone. Nel dettaglio, la Russia ha bloccato tutti e cinque i varchi ferroviari con la Finlandia e due con Estonia e Lettonia, interrompendo il transito di merci e passeggeri su rotaia proprio nei punti più rilevanti per il traffico ferroviario. Restano invece attivi il valico di Ivangorod, sul confine con l’Estonia, e quello di Sebezh, su quello con la Lettonia. Mosca ha definito la misura “temporanea”, senza però indicarne la durata.

Va segnalato che l’impatto pratico è disomogeneo. Sul fronte finlandese la chiusura è in gran parte simbolica: Helsinki aveva già sospeso i collegamenti ferroviari diretti con la Russia nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, e a dicembre 2023 aveva chiuso l’intero confine orientale in seguito a un aumento di migranti fatti entrare dal territorio russo come ritorsione di Mosca per l’ingresso della Finlandia nella Nato, avvenuto il 4 aprile 2023. I varchi con Estonia e Lettonia, al contrario, erano ancora operativi: qui la chiusura ha un effetto concreto e immediato sui flussi commerciali.

Perché la mossa arriva ora
Il documento firmato da Mishustin non spiega le ragioni della decisione, ma il contesto la colloca dentro la tensione crescente tra Bruxelles e Mosca. Due letture, non necessariamente alternative, si stanno consolidando tra gli analisti.

La prima riguarda il fronte interno russo. La chiusura potrebbe essere un test in vista di un blocco più esteso, pensato per impedire la fuga di cittadini russi verso l’estero in caso di una nuova mobilitazione parziale, dopo perdite militari che le stime più recenti collocano intorno ai 350 mila morti dal solo lato russo dall’inizio dell'”operazione militare speciale” in Ucraina.

La seconda lettura è economica. Dai valichi con la Finlandia transitano volumi consistenti di fertilizzanti, prodotto che non rientra nelle sanzioni occidentali: bloccarne il passaggio significa esercitare una pressione indiretta sul settore agricolo europeo senza violare alcun regime sanzionatorio. Allo stesso tempo, la chiusura dell’accesso russo ai porti del Baltico colpisce anche Kazakistan e Uzbekistan, che utilizzano le linee ferroviarie russe come corridoio per esportare le proprie merci verso l’Europa. È un modo per Mosca di aumentare la leva negoziale su due repubbliche ex sovietiche che dipendono da quelle infrastrutture, spingendole ad allinearsi alle condizioni economiche e politiche russe.

Il possibile collegamento con Lockheed Martin e il riarmo al confine
Sul fronte finlandese pesa anche un elemento più specifico: la recente decisione di Helsinki di collaborare con l’azienda statunitense Lockheed Martin per costruire nel Paese il primo centro europeo di manutenzione dei sistemi di lancio multiplo di razzi, un progetto criticato duramente dal regime russo. La chiusura dei valichi potrebbe essere anche una ritorsione mirata a questa scelta.

Il quadro si inserisce in una tendenza più ampia già documentata da un’inchiesta del media lituano Lrt, secondo cui la Russia starebbe potenziando le infrastrutture militari lungo l’intero confine con i Paesi Nato del Nord Europa, in vista di un possibile schieramento di oltre 100 mila soldati una volta terminata la guerra in Ucraina.

Cosa cambia per l’Ue
La chiusura dei sette valichi conferma che Mosca dispone di strumenti di pressione che non richiedono un confronto militare diretto: basta agire su corridoi commerciali e infrastrutture ferroviarie per colpire filiere agricole europee e per mettere in difficoltà partner commerciali terzi come le repubbliche centroasiatiche. È un tipo di leva che affianca, e in parte sostituisce, gli strumenti più tradizionali del confronto con la Nato, e che l’Unione dovrà considerare nella gestione dei rapporti sia con Mosca sia con i Paesi dell’Asia centrale che restano legati alle rotte russe per l’export verso l’Europa.

mercoledì 24 giugno 2026

Brexit, dieci anni dopo: il Regno Unito in crisi rivuole l’Ue

 @Una coincidenza non casuale. Il 23 giugno di 10 anni fa avvenne la Brexit, cioè l’uscita dell’Inghilterra dall’Ue in seguito a un referendum (il 51,9% votò per abbandonare l’Europa). Da 28 Paesi membri, l'Ue indietreggiò a 27, perdendo 66 milioni di cittadini, il 13% della popolazione.

Il costo della Brexit per l'economia britannica

Brexit, dieci anni dopo: il Regno Unito in crisi rivuole l’Ue

Ma il costo s’è rivelato assai pesante per il Regno Unito, che ha perso tra il 4% e l'8% del Pil. Il National Bureau of Economic Research statunitense ha calcolato che la Brexit sta costando al Paese circa 180 miliardi di sterline all'anno, ovvero 205 miliardi di euro. Poi c’è il risvolto politico, dal referendum in poi l’Inghilterra è entrata in un'era di instabilità.

Da quel 2016 ad oggi ha cambiato ben sei primi ministri. Dopo James Cameron (dimissionario in seguito alla Brexit) è toccato alla conservatrice Theresa May (2016- 2019) poi Boris Johnson (2019 - 2022), seguito dalla meteora Liz Truss (2022), da Rishi Sunak (2022 - 2024) e da Keir Starmer, eletto nel 2024 e che ora esce di scena.

Le sorti del Regno Unito sono adesso nelle mani dell’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham. Ma sulla politica inglese incombe una sorta di Grande Fratello, cioè l’Ue, ovvero nel mondo globalizzato in cui fatica l’Europa ad essere protagonista, figuriamoci come si possa affermare una singola nazione, seppure dal passato glorioso, come l’Inghilterra. È una lezione che dovrebbero capire anche gli antieuropeisti nostrani.

Torna la voglia di Europa tra gli inglesi: sarà Brenty?
Piccolo forse una volta era bello, oggi non più. Il che significa che la strada anche oltre il Canale della Manica dovrà prima a poi ricollegarsi con Bruxelles. Sarà Burnham a compiere la giravolta, a promuovere la Brenty, oppure i tempi saranno più lunghi? Ecco come gli esperti giudicano la situazione inglese.

Anche chi ha votato per la Brexit si è ricreduto. Il think tank Riparte l’Italia svela gli esiti del più recente sondaggio inglese: «Un sondaggio realizzato dell’European Council on Foreign Relations rileva che gli intervistati segnalano effetti negativi della Brexit sul costo della vita (66%), sull’economia (65%), sulle opportunità per i giovani (57%) e sull’immigrazione clandestina (56%). Persino il 58% di coloro che hanno votato per la Brexit ritiene addirittura che abbia peggiorato l’immigrazione clandestina, tema centrale della campagna referendaria. Alla domanda su quali siano i principali vantaggi della Brexit, la risposta di gran lunga più frequente è "non so”».

Le sorti in mano agli elettori. Secondo Mario Angiolillo, direttore dell’Osservatorio Eu-Uk-Usa, le imminenti elezioni in molti importanti Paesi indicheranno modi e tempi del riavvicinamento tra l’Ue e il Regno Unito: «La corsa alla competizione tecnologica, alla competizione energetica, all’approvvigionamento delle materie prime rare, ma anche le scelte in termini di difesa e di investimenti per la difesa, stanno determinando sfide altamente impattanti per tutti gli attori presenti sullo scacchiere globale. Sia l’Ue che il Regno Unito, seppur in modo diverso, si trovano a dover affrontare e gestire le ripercussioni di tali accadimenti sui rispettivi sistemi economici, e a dover ridefinire il proprio ruolo sullo scacchiere geo-politico. E per fare questo si trovano a dover affrontare scelte ineludibili ed impattanti. Senza dimenticare il tema della difesa comune e il ruolo di Londra nella cosiddetta coalizione dei volenterosi, la traiettoria che prenderà questo riavvicinamento tra le due sponde della Manica dipenderà certamente dagli accadimenti futuri e da una serie di fattori sia esogeni che endogeni oltre che dal dibattito interno e dall’esito che nei prossimi anni avranno le scadenze elettorali nei principali Paesi Ue e nel Regno Unito».

Una comune strada per la difesa del welfare. Le politiche di Burnham potranno interagirsi con l’Europa, impegnata a difendere il proprio welfare, secondo Giuseppe Telesca (università di Glasgow): «L’idea chiave del cosiddetto Manchesterism, il corso politico del neo-primo ministro, è quello di un Productive State che si faccia carico, attraverso il controllo pubblico, di settori e servizi – dai trasporti al social housing, dall’energia ai servizi idrici – che il capitale privato ha dimostrato di non saper gestire con equità ed efficienza. Ovviamente, implementare il Manchesterism imporrebbe un discostamento dall’equilibrio dei conti pubblici cui la cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, è stata molto ligia. Ma questa attenzione al quadro di stabilità macroeconomica non ha consentito la trasformazione dell’economia britannica».

Il modello svizzero per il riavvicinamento all'Europa
Il modello che potrebbe essere seguito per riavvicinare il Regno Unito all’Ue è quello svizzero, secondo Domhnall O’Sullivan (Swissinfo): «Un altro termine che ha alle spalle dieci anni intensi è il cosiddetto “modello svizzero”. La Svizzera, che non fa parte dell’Ue, riesce a commerciare, interagire e, apparentemente, trarre vantaggio dai propri vicini. La Gran Bretagna poteva fare lo stesso? I discorsi sul modello svizzero non si sono mai davvero placati. All’inizio venivano da esponenti di destra come Nigel Farage; a distanza di dieci anni, con l’Ue e il Regno Unito che puntano a «ripristinare» i rapporti, sono invece strateghi di sinistra e articoli del Financial Times a riproporli. Il modello elvetico sta vivendo una nuova rinascita come opzione economica pensata per tempi difficili, con cui cercare di massimizzare i vantaggi dell’integrazione economica, minimizzando le perdite di sovranità. Il fatto è che i premier si muovono in bilico tra opposte pressioni: da un lato quelle crescenti – da ultimo dai sindacati - che chiedono un ulteriore avvicinamento all’Europa per dare impulso all’economia e, dall’altro, quelle dei Conservatori, del Reform Party e in generale dei Brexiteers che attaccano il governo, insinuando che voglia tradire la volontà popolare espressa col referendum”.

Donald Trump ha raffreddato anche i rapporti con l’Inghilterra. E Giulia Caravale (università Sapienza di Roma) avverte: «Non sarà facile per il nuovo primo ministro. Infatti Starmer, da sempre europeista, aveva lasciato la questione Brexit a margine del programma con cui ha vinto le elezioni del 2024 proprio per evitare di riaprire una faglia divisiva. Si era detto propenso a rafforzare la cooperazione con Bruxelles, senza tuttavia voler rientrare per ora nel Mercato unico o nell’Unione doganale. Il perdurare dei dati negativi che segnano l’andamento dell’economia britannica, accompagnati dal rapido cambiamento dei rapporti geopolitici generati dalla nuova amministrazione statunitense di Donald Trump, ha però naturalmente avuto una forte ripercussione sul rapporto tra Regno Unito e Unione europea e accelerato un riavvicinamento, anche in nome della condivisione di un modello valoriale democratico comune. Ma è un percorso tutto da costruire».

venerdì 19 giugno 2026

Consiglio europeo, leader frenano su adesione dell’Ucraina. Tensioni su colloqui con Mosca

@ - Nel testo finale, i capi di Stato e di governo hanno rimosso il riferimento temporale che impegnava l'Unione ad aprire i successivi cluster negoziali per l’ingresso di Kiev "il prima possibile". Fonti: "Dai leader Ue richiesta a Bruxelles di uno strumento anti-Cina". A margine del summit riunione informale sui migranti, 

Meloni: "Valutare hub europei per rimpatri in Paesi terzi".

Si è conclusa nel pomeriggio la seconda e ultima giornata di Consiglio europeo a Bruxelles. Nel testo finale delle conclusioni del vertice dei leader Ue, rispetto alle bozze circolate alla vigilia del summit, i capi di Stato e di governo hanno rimosso il riferimento temporale che impegnava l'Unione ad aprire i successivi cluster negoziali per l’ingresso dell’Ucraina "il prima possibile". Tuttavia è la prima volta da oltre 18 mesi, nel dicembre 2024, che le conclusioni sono state approvate da tutti i 27 gli Stati membri, che hanno anche dato anche il via libera al rinnovo annuale - e non più semstrale - delle sanzioni settoriali alla Russia.

Magyar: "No accelerazione dell’adesione è una mia iniziativa"

"Il Consiglio europeo accoglie con favore lo svolgimento della Conferenza intergovernativa sull'adesione dell'Ucraina all'Unione europea e l'apertura del cluster sui fondamentali avvenuta il 15 giugno 2026 e attende con interesse l'avvio degli altri gruppi tematici, in linea con l'approccio basato sul merito", si legge nel testo finale, nel quale i Ventisette si limitano ad affermare che il Consiglio "auspica l'apertura degli altri cluster, in linea con l'approccio basato sul merito", frenando così sul pressing per un'accelerazione del processo di integrazione europea di Kiev. Il risultato è stato rivendicato dal primo ministro ungherese Péter Magyar, che su X ha scritto: "Su mia iniziativa, all'ultimo momento è stata eliminata dal testo la clausola che faceva riferimento all'accelerazione dell'adesione. Non è stato facile".

Premier ceco: "Ue incapace di mettersi d'accordo sui negoziati con Mosca"

"Il dibattito sull'Ucraina" di ieri al vertice europeo "purtroppo ha confermato che l'Europa non è in grado di mettersi d'accordo nemmeno sul fatto se si debba negoziare" con la Russia "o su chi debba farlo", ha detto il primo ministro ceco, Andrej Babis, evocando il cosiddetto "formato Normandia", il tavolo diplomatico in cui nel 2014 si riunirono Russia, Ucraina, Francia e Germania per porre fine al conflitto nel Donbass. A detta di Babis, alla riunione sono state sollevate "critiche" per il fatto che il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, avesse già "stabilito dei contatti" con Mosca "ma dire che a negoziare debba essere solo Zelensky senza l'Europa, quando è l'Europa a pagare tutto, è una sciocchezza", ha osservato. "Alcuni leader hanno detto che a negoziare dovrebbe essere solo Zelensky, altri sostengono che a negoziare debba essere l'Europa" o ancora "qualche leader non voleva che qualcuno negoziasse per loro", ha aggiunto.

Media: "Irritazione di Merz e Macron con Costa sui colloqui con Mosca"

Emmanuel Macron e Friedrich Merz nel corso dei lavori di ieri hanno espresso irritazione sui tentativi del presidente del Consiglio europeo, António Costa, di avviare un dialogo con il Cremlino. Lo riportano alcuni media internazionali, tra i quali Dpa e Politico. Fonti diplomatiche europee, interpellate dall'Ansa, spiegano che a Macron non è piaciuta in particolare la modalità con la quale Costa ha deciso di avviare i contatti con Mosca. Da quanto si apprende invece da altre fonti europee, nell'ultima parte del summit sono giunte critiche anche da Paesi Baltici, Danimarca e Paesi Bassi.

Macron: "Europei al tavolo dei negoziati, Costa avrà un ruolo se definito"

Oggi Macron ha ribadito: "Gli europei non sono mediatori. Siamo al fianco dell'Ucraina. Le forniamo aiuti e sostegno. Abbiamo sanzionato la Russia. Il giorno in cui si terranno i negoziati, gli europei devono essere al tavolo perché è nell'interesse dell'Europa. L'Ue deve essere rappresentata e il presidente Costa, se le sue competenze saranno definite, avrà un ruolo. Tuttavia, anche gli Stati membri avranno il loro ruolo".

Vienna: "La Russia non è pronta a negoziare"

Invece secondo il cancelliere austriaco, Christian Stocker, alla riunione di ieri tra i leader Ue a Bruxelles "non ci sono state critiche nei confronti del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa" per i contatti avviati con Mosca, perché "è bene essere preparati e avere canali di comunicazione aperti quando arriverà il momento" dei negoziati". La Russia "non è pronta a negoziare" e quindi "non è ancora il momento di avviare colloqui", ha però sottolineato. L'Ue deve prepararsi perché quando si aprirà davvero una fase negoziale, possa "tutelare i propri interessi". Dunque è importante "avere canali aperti" e prepararsi appunto "a una situazione nella quale possano iniziare negoziati".

Merz: "La proposta sul Bilancio Ue è troppo alta, no a nuovo debito"

Sul futuro Bilancio dell'Ue tra il 2028 e il 2034 "la proposta attualmente sul tavolo è chiaramente troppo elevata, le cifre devono essere ridotte" e "non dobbiamo procedere verso un ulteriore indebitamento dell'Unione europea", ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, arrivando al secondo giorno del Consiglio europeo, dedicato al futuro Quadro finanziario pluriennale. "Dobbiamo parlare dell'entità del bilancio" e anche delle entrate dell'Unione, perché "possiamo spendere solo il denaro che effettivamente abbiamo", ha sottolineato Merz, ribadendo che "la posizione tedesca è molto chiara". Il cancelliere ha spiegato di condividere questa linea "con una serie di altri Stati membri", pur riconoscendo che "non rappresenta la maggioranza". Tuttavia, ha ricordato, sul bilancio europeo "dobbiamo arrivare a un risultato unanime". Merz ha auspicato che il negoziato consenta di raggiungere "un risultato comune nel secondo semestre del 2026", ma ha insistito sul fatto che "la proposta attuale, per la sua entità complessiva, è decisamente troppo alta". Per il leader tedesco "serve una nuova proposta sul tavolo". Al summit oggi tra leader Ue "dovremo discutere della struttura delle entrate e delle spese" dell'Unione.

Leader Ue: "Su Bilancio cercare un accordo entro il 2026"

"Il Consiglio europeo invita la presidenza irlandese a portare avanti i lavori sulla Negotiating Box", il quadro negoziale tra i 27 per il Bilancio pluriennale dell'Ue, "entro il Consiglio europeo di ottobre, con l'obiettivo di raggiungere un accordo in tempi utili. Un accordo prima della fine del 2026 consentirebbe l'adozione degli atti legislativi nel 2027, condizione necessaria affinché i finanziamenti dell'Unione europea possano continuare a raggiungere i beneficiari senza interruzioni a partire da gennaio 2028". È quanto affermano i leader Ue nelle conclusioni adottate al summit a Bruxelles.

Fonti: "Dai leader Ue richiesta a Bruxelles di uno strumento anti-Cina"

"I leader Ue hanno chiesto alla Commissione Ue di sviluppare ed eventualmente ampliare la gamma di strumenti in materia di difesa commerciale e politica industriale, per garantire che l'Ue disponga di tutti gli strumenti necessari a difendere i propri interessi e ridurre i rischi". A riferirlo è stato un alto funzionario europeo al termine della prima giornata di lavori del Consiglio europeo, chiusa con il confronto sulla Cina. "I leader hanno convenuto che gli attuali squilibri macroeconomici globali richiedono una risposta Ue basata sull'unità e sul dialogo con i principali partner economici", evidenzia la stessa fonte, indicando la necessità di "continuare a diversificare gli scambi commerciali, ridurre i rischi, diminuire le dipendenze e rafforzare l'autonomia strategica".

Meloni riunisce 13 Paesi sui migranti: "Accelerare su nuove norme Ue"

A margine del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ai primi ministri danese Mette Frederiksen e olandese Rob Jetten, ha ospitato una nuova riunione informale tra alcuni degli Stati membri maggiormente interessati al tema delle soluzioni innovative da applicare alla gestione del fenomeno migratorio. Insieme a Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Commissione europea, hanno preso parte all'incontro Austria, Belgio, Bulgaria, Germania, Grecia, Polonia, Malta, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia e Ungheria. Lo riferisce Palazzo Chigi in una nota. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha illustrato i principali filoni di lavoro della Commissione in ambito migratorio, soffermandosi in particolare sulle possibili conseguenze migratorie derivanti dall'evoluzione della crisi in Medio Oriente e sulle iniziative necessarie per garantire una risposta europea efficace e tempestiva. Nel corso della riunione è stato espresso apprezzamento per i risultati conseguiti negli ultimi mesi, tra cui l'istituzione della lista europea dei Paesi sicuri di origine, l'introduzione del nuovo concetto di Paese terzo sicuro, l'adozione della Dichiarazione di Chisinau sulla migrazione, l'accordo politico sul nuovo Regolamento Rimpatri e, più recentemente, l'inserimento di un riferimento al sostegno finanziario dell'Unione per le soluzioni innovative in materia migratoria nell'ambito dei negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. La presidente Meloni ha sottolineato la necessità di passare rapidamente dalla definizione delle nuove regole alla loro concreta attuazione, a partire dal Regolamento rimpatri - si legge nella nota - Richiamando la lettera congiunta inviata il giorno precedente insieme alla prima ministra Frederiksen ed altri 17 capi di Stato e di governo Ue, la presidente del Consiglio ha evidenziato l'importanza di avviare rapidamente progetti pilota concreti e replicabili. A tale riguardo, la discussione tra i leader ha fatto emergere l'interesse a valutare anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi.

Meloni: "Valutare hub europei per rimpatri in Paesi terzi"

Meloni, nel corso della riunione con altri 13 leader sulla migrazione, ha anche sottolineato la necessità di passare rapidamente dalla definizione delle nuove regole sui Rimpatri. Richiamando la lettera congiunta inviata oggi insieme al Primo Ministro Frederiksen ed altri 17 Capi di Stato e di Governo Ue, la presidente del Consiglio - spiega Palazzo Chigi - ha evidenziato l'importanza di avviare rapidamente progetti pilota concreti e replicabili. "A tale riguardo, la discussione tra i Leader ha fatto emergere l'interesse a valutare anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi", si sottolinea.

Leader Ue: "Proseguire lavoro sui migranti, dibattito strategico a ottobre"

Un tema, quello dei migranti, affrontato anche conclusioni Consiglio europeo: "Il Consiglio europeo ha fatto il punto sui progressi compiuti nell'ambito dell'agenda legislativa e nell'attuazione delle sue precedenti conclusioni. Alla luce della recente lettera del Presidente della Commissione, il Consiglio europeo chiede che il lavoro intensificato prosegua su tutti i fronti, compresa la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell'Ue e internazionale - si legge - Il Consiglio europeo terrà una discussione strategica sulla migrazione nella sua riunione di ottobre 2026".

Macron: "Non sostengo hub per i rimpatri"

"La Francia non sostiene la politica degli hub di rimpatrio nei Paesi terzi", ha detto il presidente francese Macron, in conferenza stampa al termine del vertice Ue, indicando che si opporrebbe "all'utilizzo del bilancio europeo per costruirli". "Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo funzionare davvero. Negli ultimi anni, ho sentito molte persone parlare di questa possibilità o di accordi in tal senso e vi invito a riflettere sul suo significato", ha osservato. "Non sono sicuro che rappresentino la nostra Europa", ha aggiunto.

Leader Ue: "Impegnati a promuovere l'integrazione graduale con i Balcani"

Nelle conclusioni i leader europei ribadiscono poi che "l'Ue continuerà a collaborare strettamente con i Balcani occidentali e a sostenere i loro sforzi di riforma nel percorso verso l'adesione all'Ue" e restano impegnati a "promuovere la graduale integrazione tra l'Ue e la regione nel corso del processo di allargamento stesso, in modo basato sul merito e reversibile".

Leader Ue: "Preoccupa diffusione Ebola in Congo e Uganda"

Nel testo poi i leader europei esprimono "preoccupazione per la diffusione" del virus di Ebola in Congo e Uganda, e invitano "il Consiglio e la Commissione a monitorare la situazione e la sua evoluzione e, se del caso, a definire e coordinare le relative priorità operative". I leader, si legge ancora, accolgono con favore "il rapido stanziamento di fondi di emergenza da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e di altri partner internazionali ed europei, che consente una risposta immediata, comprendente la sorveglianza epidemiologica, il tracciamento dei contatti, la preparazione clinica e il potenziamento delle capacità di laboratorio". "L'Unione europea - si ricorda - ha attivato assistenza finanziaria e logistica, come già avvenuto in occasione di precedenti focolai, per sostenere il lavoro dell'Oms, dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie e di altri operatori umanitari e sanitari in prima linea nel coordinamento e nell'attuazione di misure urgenti di contenimento e risposta". "Le recenti crisi sanitarie, compresa quella causata dall'hantavirus, sottolineano l'importanza di una solida governance sanitaria globale e di risposte coordinate, anche attraverso l'Oms", recita il testo, in cui si sottolinea inoltre "il valore aggiunto degli strumenti di coordinamento dell'Ue". "L'Unione europea e i suoi Stati membri - si legge infine - sostengono l'Oms nell'adempimento del suo mandato volto a rafforzare la prevenzione, la preparazione e la risposta alle emergenze a livello globale".

lunedì 1 giugno 2026

Place of Ancient Roman Countryside for European Life - Esarcato Area PARCEL: PENA DI MORTE - I PAESI DOVE APPLICATA !!!!.... Ri...

Place of Ancient Roman Countryside for European Life - Esarcato Area PARCEL: PENA DI MORTE - I PAESI DOVE APPLICATA !!!!.... Ri...: Nel mondo la situazione della pena di morte è divisa in due: la stragrande maggioranza delle nazioni l'ha abolita per legge o non la pr...

PENA DI MORTE - I PAESI DOVE APPLICATA !!!!.... Riflessioni ????

Nel mondo la situazione della pena di morte è divisa in due: la stragrande maggioranza delle nazioni l'ha abolita per legge o non la pratica più, ma ci sono ancora poco più di 50 Stati in cui la pena capitale è pienamente in vigore e viene attivamente eseguita.

Le organizzazioni internazionali (come Amnesty International) tendono a dividere questi Paesi in base a quanto la applicano concretamente.

I Paesi con il maggior numero di esecuzioni
La stragrande maggioranza delle esecuzioni globali si concentra in un piccolo gruppo di Stati, principalmente in Asia e nel Medio Oriente:
  • Cina: È considerata il leader mondiale per numero di esecuzioni. Tuttavia, il numero esatto è coperto da segreto di Stato (si stima siano migliaia ogni anno).
  • Iran: Registra numeri altissimi di esecuzioni all'anno, applicata sia per reati gravi sia, in molti casi, per motivi legati alle proteste politiche o reati di droga.
  • Arabia Saudita: Applica regolarmente la pena di morte (spesso tramite decapitazione) per omicidio, terrorismo e reati legati agli stupefacenti.
  • Corea del Nord: Utilizzata regolarmente dal regime sia per reati comuni che per "crimini politici" e di opinione.
  • Egitto, Iraq, Pakistan e Vietnam: Mantengono tassi di esecuzioni costanti all'interno dei loro sistemi giudiziari.
La situazione nelle Americhe e in Europa

Stati Uniti d'America
Gli USA sono l'unica democrazia occidentale avanzata a mantenere la pena di morte. Tuttavia, la sua applicazione varia profondamente da Stato a Stato: 
  • Circa la metà degli Stati americani l'ha abolita o ha istituito una moratoria formale (blocco delle esecuzioni).
  • Il Texas, l'Oklahoma e altri Stati del Sud rimangono quelli che eseguono la maggior parte delle condanne. A livello federale (governo centrale) le esecuzioni dipendono dalle scelte delle singole amministrazioni in carica.
Europa e Russia
  • Bielorussia: È l'unico Paese del continente europeo che mantiene e applica ancora la pena di morte (tramite fucilazione).
  • Russia: Legalmente la pena di morte è ancora presente nei codici, ma è attiva una moratoria a tempo indeterminato dal 1996; pertanto, non vengono eseguite condanne da decenni.
Riepilogo per macro-aree geografiche
Se guardiamo la mappa del mondo, i Paesi "mantenitori" (dove è legale e praticata) si concentrano principalmente in tre macro-regioni:

Area Geografica  - Principali Stati in cui è in vigore:
Asia - Cina, Corea del Nord, Giappone, India, Vietnam, Bangladesh, Singapore, Indonesia.

Medio Oriente e Nord Africa - Iran, Arabia Saudita, Iraq, Egitto, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Siria, Libia.

Africa Sub-Sahariana - Somalia, Sud Sudan, Nigeria, Botswana (mentre molti altri Stati africani stanno completando il processo di abolizione o mantengono una moratoria).

...................
Nota di contesto: Negli ultimi anni il trend globale si sta muovendo verso l'abolizione, e oltre 140 Stati nel mondo sono considerati totalmente abolizionisti per legge o nella pratica (avendo smesso di uccidere detenuti da almeno 10 anni).

mercoledì 27 maggio 2026

Place of Ancient Roman Countryside for European Life - Esarcato Area PARCEL: Iran, Trump: "Nessun accordo con Teheran, potremmo...

Place of Ancient Roman Countryside for European Life - Esarcato Area PARCEL: Iran, Trump: "Nessun accordo con Teheran, potremmo...:   @ - La tv di Stato iraniana ha illustrato l'ultima bozza del memorandum d'intesa fra Usa e Iran: Washington revoca il blocco na...

Iran, Trump: "Nessun accordo con Teheran, potremmo tornare e finire il lavoro". LIVE

 @ - La tv di Stato iraniana ha illustrato l'ultima bozza del memorandum d'intesa fra Usa e Iran: Washington revoca il blocco navale ai porti iraniani, in cambio Teheran si impegna a ripristinare il traffico commerciale a Hormuz ai livelli prebellici. La Casa Bianca smentisce la bozza, definendola "una totale invenzione". Trump afferma: "Potremmo tornare in Iran e finire il lavoro". Estese le operazioni di terra nel sud del Libano

Donald Trump ha dichiarato che "non c'è nessun accordo con l'Iran" e che "potremmo tornare e finire il lavoro". Il presidente statunitense ha poi smentito la bozza dell'intesa diffusa dai media iraniani, secondo cui Washington avrebbe revocato il blocco navale ai porti iraniani e in cambio Teheran avrebbe ripristinato il traffico commerciale a Hormuz ai livelli prebellici. Secondo la Casa Bianca, si tratta di "una totale invenzione".

Intanto, le Guardie Rivoluzionarie iraniane sostengono che una ripresa della guerra con gli Stati Uniti è “poco probabile”, nel contesto dei negoziati diplomatici in corso, pur affermando di essere “pronte ad affrontare un nuovo attacco”. Gli Usa hanno colpito "per autodifesa" un sito per il lancio di missili nel sud dell'Iran e attaccato navi dei Pasdaran che tentavano di posizionare mine a Hormuz. Il regime: "Ci difenderemo".

Dopo la pioggia di droni verso il nord di Israele, l'Idf ha esteso le operazioni di terra nel sud del Libano, oltre la linea gialla della tregua armata. L'Idf sostiene di aver colpito, nelle ultime 24 ore, oltre 150 siti e militanti del gruppo terroristico Hezbollah nelle città di Tiro e Nabatieh, nonché nella valle della Beqaa.

Gli approfondimenti:Iran, la risposta alla proposta Usa per la fine della guerra: dal nucleare a Hormuz
Iran, la Marina militare italiana pianifica l'eventuale invio di 4 navi a Hormuz

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domenica 17 maggio 2026

«50 milioni di euro per uccidere Trump»: la lauta ricompensa in un disegno di legge del parlamento iraniano

@Cinquanta milioni di euro a chi ucciderà il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La notizia è stata diffusa attraverso la tv iraniana di Stato, e a comunicarla è stato Ebrahim Azizi, presidente della Commissione Sicurezza Nazionale al Parlamento iraniano. Il disegno di legge, secondo Azizi, farebbe parte di un programma che va sotto il nome di “Controffensiva delle Forze Armate e di Sicurezza della Repubblica Islamica” e che prevede lo stanziamento di 50 milioni di euro (ossia 58 milioni di dollari).

Donald Trump, martirizzato come Khamenei

«Riteniamo che il vile presidente degli Stati Uniti, il sinistro e vergognoso primo ministro sionista e il comandante del CENTCOM debbano essere presi di mira e soggetti ad azioni reciproche»: questa la dichiarazione rilasciata alla tv di Stato iraniana da Ebrahim Azizi e riportata dall’organo di stampa indipendente Iran International. Una ricompensa quindi che premierebbe chi dovesse riuscire nell’uccisione di Donald Trump, ma che verrebbe corrisposta anche per l’uccisione del presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, o per quella dell’ammiraglio Brad Cooper. «Questo è un nostro diritto. Così come il nostro Imam è stato martirizzato, il presidente degli Stati Uniti deve essere affrontato da qualsiasi musulmano o persona libera», ha dichiarato riferendosi all’uccisione di fine febbraio della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei.

Un missione religiosa e ideologica
Nel messaggio, Azizi avrebbe dichiarato che si tratta di una missione religiosa e ideologica, mirata a vendicare il martirio subito dalla Guida Suprema, Ali Khamenei. IranWire riporta che chiunque potrà ambire alla ricompensa a fronte di «azioni di rappresaglia» che causino la morte del presidente americano: il messaggio si riferisce infatti a ogni «persona fisica o giuridica». Il governo iraniano verrebbe quindi obbligato dalla legge a liquidare la somma.

La precedente campagna “Uccidi Trump”
riporta che questa iniziativa non sia unica nel suo genere, ma sia almeno al terza, anche se le precedenti non si erano rese protagoniste di proposte al parlamento. L’organo di stampa filo-iraniano Masaf, appartenente alla figura filo-regime Ali Akbar Raefipour, aveva infatti affermato di aver ottenuto 50 milioni di dollari in risorse finanziarie per una campagna denominata “Uccidi Trump”.

I messaggi sui cellulari
Sempre secondo un’inchiesta condotta da Iran International, sembra inoltre che dall’inizio di marzo circolassero SMS sui cellulari della popolazione iraniana che invitavano a unirsi alla “Campagna internazionale per ricompensare l’assassinio di Trump”. La procedura prevedeva una registrazione volontaria su un sito internet, che sembra abbia raccolto 290.000 sostenitori, con un totale di donazioni promesse pari a 25 milioni di dollari.

La campagna del gruppo di hacker Handala
Anche il gruppo di hacker iraniani denominato Handala aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava di aver stanziato 50 milioni di dollari per «l’eliminazione dei principali artefici dell’oppressione e della corruzione», riferendosi a Donald Trump e Benjamin Netanyahu. La proposta era arrivata in risposta all’offerta del Dipartimento di Giustizia statunitense che aveva offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari a chiunque avesse scovato uno dei membri di Handala. Insieme al gruppo Handala, erano stati presi di mira anche gli hacker di Parsian Afzar Rayan Borna, dopo che a fine marzo 2026 l’FBI aveva dichiarato che erano stati violati e hackerati gli account di posta elettronica personale del direttore dell’FBI Kash Patel, con una conseguente diffusione di informazioni sensibili.

giovedì 16 aprile 2026

mercoledì 15 aprile 2026

Iran, Teheran replica a Trump: «Perché dovremmo attaccare Italia? Adoriamo le persone, il calcio, il cibo e amiamo le loro città»

 

@ -  Dall'Italia !!!

Iran, Teheran replica a Trump:«Perché dovremmo attaccare Italia? Adoriamo le persone, il calcio,
 il cibo e amiamo le loro citt໩ Anthology

«Perché dovremmo fare del male all’

Italia

?». L'ambasciata iraniana in

Thailandia

ha risposto indirettamente così, su X, all'attacco del presidente degli Stati Uniti

Donald Trump

in un’intervista al Corriere della Sera, in cui ha criticato

Giorgia Meloni

, sostenendo che «non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e fa saltare in aria l’Italia in due minuti». «Adoriamo gli italiani, il calcio e il cibo, e amiamo città come

Roma

, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Genova e Torino, così come la Sardegna, la Sicilia e tutto ciò che c’è in mezzo», si legge nel post della missione diplomatica.