martedì 29 novembre 2022

Pnrr, governo nei guai: soldi non spesi, extra-costi e tempi che si allungano

@ - Pnrr, si rischia il caos: tra obiettivi che difficilmente verranno raggiunti, aumento dei costi e difficoltà nello spendere i soldi ottenuti, il governo può andare in difficoltà.


Il Pnrr può diventare un bel problema per il governo Meloni - ma le conseguenze saranno soprattutto per i cittadini visto che la maggior parte dei fondi è sotto forma di prestito - e non solo per le rimostranze dell’Ue sul tema del Pos obbligatorio.

Nelle scorse ore a preoccupare sono le dichiarazioni fatte da due ministri fondamentali per il nostro Pnrr: Matteo Salvini che è alle Infrastrutture e Raffaele Fitto, che ha l’apposita delega al Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Pensare di ultimare le opere e rendicontare tutte le opere previste dal Pnrr entro il 2026 - ha dichiarato Matteo Salvini - è un puro esercizio di fantasia perché siamo a fine 2022. Rimodulare modi, tempi e costi penso che sia un’operazione di serietà”.

Un concetto questo ripreso anche dal ministro per il Mare Nello Musumeci:Io sono dell’avviso che il Pnrr andrebbe prorogato almeno di un paio d’anni. Con i ritardi che si sono determinati anche a causa della guerra, è davvero difficile poter rispettare i termine del fine dicembre 2026. Vari i fattori. Le procedure che non sono semplificate. I tanti Comuni che non hanno personale sufficiente o adeguato a poter sostenere la progettazione. E tutto questo non può che imporre la necessità di uno spazio maggiore, con monitoraggio costante”.

A leggere le parole di Musumeci resta da capire cosa abbiano fatto governo, Regioni e Comuni dal 2021 a oggi per superare le difficoltà elencate; in questo scenario, sono però le parole del ministro Raffaele Fitto a gettare più di un ombra sul nostro Pnrr.
Pnrr: Italia in difficoltà

Il governo Meloni non dovrà affrontare solo problemi relativi alle tempistiche delle opere inserite nel Pnrr, tema questo che comunque sarà discusso in sede europea anche se Bruxelles non sembrerebbe essere favorevole a una revisione dei vari piani.

Raffaele Fitto nelle ultime ore ha rilasciato diverse dichiarazioni sul Pnrr abbastanza preoccupanti; per prima cosa il ministro ha posto l’accento sugli extra-costi dovuti all’inflazione “è peggio del previsto”, con il conto totale che sarebbe già arrivato a 10 miliardi.

Ci sono 120 miliardi di opere pubbliche, sui 230 totali, e c’è un aumento delle materie prime del 35%” ha spiegato Fitto a La Repubblica, con il Pnrr che di conseguenza “va probabilmente implementato”.

Altro punto critico sono gli obiettivi che il governo deve raggiungere entro il 31 dicembre 2022 per sbloccare la prossima tanche di finanziamenti; sempre stando a La Repubblica, sui55 obiettivi a scadenza dicembre 2022, su 30 si scontano seri ritardi”.

L’Italia così rischierebbe di vedersi congelare l’erogazione dei fondi, ma il nostro Paese al momento non sta riuscendo a utilizzare quelli che già ha in cassa: il piano iniziale prevedeva di spendere 42 miliardi entro la fine del 2022, con l’asticella che poi è stata abbassata a 33 e infine a 22 miliardi.
La spesa prevista al 31 dicembre - ha spiegato Fitto - credo non arrivi neanche ai 22 miliardi, stiamo osservando i dati precisi e temo proprio che i soldi non siano quelli: quindi c’è una criticità che va posta, che è quella della capacità di spesa”.

In conclusione l’Italia entro la fine dell’anno probabilmente spenderà meno della metà dei soldi già incassati, difficilmente riuscirà a raggiungere tutti gli obiettivi per sbloccare la prossima rata, ha già dei costi extra stimati in 10 miliardi e, come se non bastasse, il riuscire a completare le opere entro il 2026 è stato definito da Matteo Salvini “pura fantasia”.

Il Pnrr, seppur con tassi molto agevolati, indebiterà gli italiani per 122,6 miliardi: se la mission era quella di risollevare il Paese dopo lo tsunami rappresentato dal Covid, se queste sono le premesse il Recovery potrebbe rappresentare un macigno che andrà a gravare sulle prossime generazioni.

giovedì 24 novembre 2022

Putin isolato dagli alleati, il presidente armeno apre la crisi: «Non ha firmato l'accordo Otsc». E in pubblico lo scansa

@Emarginato dall'Occidente, sfiduciato da molti in Russia e adesso allontanato anche dagli alleati. Il mondo di Vladimir Putin è stato stravolto dalla guerra in Ucraina. Doveva essere un'operazione semplice, ma si sta trasformando in un lungo "De profundis" dello zar.

Putin isolato dagli alleati, il presidente armeno apre la crisi: «Non ha firmato l'accordo Otsc». E in pubblico lo scansa© Redazione

L'ultimo episodio arriva dalla conferenza dall'Otsc, il comitato simile alla Nato formato dai sei Paesi post-sovietici Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. I leader degli stati membri si sono incontrati a Yerevan e il padrone di casa, il presidente armeno Nikol Pashinyan, ha rotto il fronte interno decidendo di non firmare la bozza di dichiarazione finale. Un atto simbolico, che accentua l'isolamento attuale di Putin.


Cosa è successo
Il clima di tensione tra Russia e Armenia si è avvertito sin dalle prime ore, quando per la foto di rito, Pashinyan ha vistosamente scansato Putin. Il presidente armeno dice qualcosa a Japarov (presidente del Kirghizistan) e si allontana dal collega di Mosca. Poi si mette in posa per i fotografi, che immortalano la scena. Un gesto notato da Putin, che prova a fare finta di niente. L'imbarazzo però è evidente. La tensione è continuata nelle ore successive, fino a raggiungere il suo culmine, quando seduti alla tavola rotonda e pronti a firmare la dichiarazione finale, gli altri capi di stato restano senza parole per il passo indietro di Pashinyan.

Il presidente armeno ha deciso che non firmerà l'accordo che era stato trovato a fatica. Putin butta via la penna in gesto di stizza, mentre Lukashenko (fedelissimo e amico del capo russo) sembra restare senza parole. Nella conferenza stampa di chiusura Putin ha provato a smorzare il caso: «Raramente è possibile raggiungere un accordo su tutte le questioni, ma nel complesso il lavoro è stato molto intenso e utile». Ma la rottura è evidente e accentua le difficoltà di Putin con gli alleati. Recentemente anche la Cina si è mostrata reticente verso Mosca.

Perché l'Armenia scarica la Russia
La rottura tra Armenia e Russia (seppur i legami economici restano ben saldi al momento) non è di certo una sorpresa e ha un motivo ben preciso. Nell'escalation di tensioni con l'Azerbaigian avvenuto a settembre, Yerevan si aspettava un intervento dell'alleato russo, che però è mancato. Putin si è limitato a dirsi «preoccupato per quello che sta succedendo», ma il supporto all'Armenia è stato nullo.

Un immobilismo dovuto soprattutto alla guerra in Ucraina, che non permetteva al Cremlino di impiegare nuove risorse preziose altrove. Tanto che l'Azerbaigian è riuscito a colpire per la prima volta all'interno dei confini armeni. L'articolo 4 del trattato Otsc stabilisce (come per la Nato) che un attacco a un membro sarà considerato un attacco a tutti e obbliga gli altri membri a fornire supporto militare. Ma questo patto i russi sono venuti meno, scatenando le ire degli armeni.

Guerra, rivelazioni shock di Johsnon: Draghi timoroso, la Germania “tifava” Russia

@ - In una intervista Boris Johnson ha attaccato Francia, Germania e Italia sulla guerra in Ucraina: Draghi inizialmente esitò a schierarsi fermamente contro Putin a causa del gas.


Sulla guerra in Ucraina stanno passando - inspiegabilmente - sotto traccia le parole pronunciate da Boris Johnson durante una intervista rilasciata a Cnn Portogallo, con l’ex primo ministro inglese che ha lanciato autentiche bordate verso i governi di Italia, Germania e Francia.

Stando a quanto riferito da Johnson, poco prima che scoppiasse la guerra in Ucraina il nostro governo che in quel periodo era guidato da Mario Draghi, esitò a schierarsi in maniera convinta contro Vladimir Putin.

Il motivo di questa paura di fondo dell’Italia nei confronti della Russia per Boris Johnson è da ricercare nella dipendenza del nostro Paese dal gas russo. “A un certo punto - ha affermato l’ex primo ministro riferendosi a Draghi - stava semplicemente dicendo che non sarebbe stato in grado di sostenere la posizione che stavamo assumendo contro Mosca, data la massiccia dipendenza dell’Italia dagli idrocarburi russi”.

In sostanza le principali cancellerie occidentali erano già a conoscenza dell’imminente guerra in anticipo rispetto all’inizio dell’invasione da parte della Russia, ma in quei concitati momenti Draghi sarebbe stato titubante a sposare subito la linea dura della Nato a causa della dipendenza dell’Italia dal gas russo.

C’è da dire comunque che appena lo scorso 24 febbraio è iniziata “l’operazione speciale” di Putin nei confronti dell’Ucraina, l’Italia subito ha condannato fermamente l’invasione russa schierandosi con Kiev non solo con le parole, ma anche con i fatti tra aiuti militari e l’avallo delle sanzioni nei confronti di Mosca.

Guerra in Ucraina: Johnson attacca anche Francia e Germania
Se l’Italia poco prima dello scoppio della guerra in Ucraina sarebbe stata rea di non essersi schierata subito contro Putin vista la nostra dipendenza energetica dalla Russia, Boris Johnson nella sua intervista non ha risparmiato attacchi anche a Francia e Germania.

Secondo l’ex inquilino di Downing Street, a fine estate sfiduciato dal suo stesso partito dopo una serie di scandali che hanno portato a un crollo dei Tory nei sondaggi d’Oltremanica, la Francia negava che la Russia fosse sul punto di invadere l’Ucraina.

Ancora più forti sono le parole di Johnson nei confronti del governo tedesco:Il punto di vista della Germania era che in caso di guerra sarebbe stato meglio che tutto finisse rapidamente e che l’Ucraina si piegasse”. Anche in questo caso, come per l’Italia, le motivazioni sarebbero state prettamente economiche.

Una circostanza questa che è stata smentita da Berlino, con il cancelliere Olaf Sholz che ha spiegato come Boris Johnson abbia un rapporto unico con la verità, questo caso non è un’eccezione”.

Fin quando è stato in carica come primo ministro inglese, Boris Johnson durante questa guerra è stato uno dei più ferrei alleati dell’Ucraina, tanto che Volodymyr Zelensky al momento del suo addio a Downing Street lo ha voluto ringraziare apertamente.

Quelle di Johnson però sono autentiche bordate nei confronti delle principali potenze dell’Unione europea, perché quando affermi che la Germania per ragioni economiche sperava in una guerra rapida e vittoriosa per la Russia, di certo non sono parole che possono passare inosservate.

mercoledì 16 novembre 2022

8 miliardi di persone: ecco quante ce ne sono in ogni Paese del mondo

@ - In soli 48 anni, la popolazione mondiale è raddoppiata, passando da quattro a otto miliardi. Naturalmente, gli esseri umani non sono equamente distribuiti in tutto il pianeta e i paesi assumono tutte le forme e dimensioni.


Le visualizzazioni in questo articolo mirano a creare un contesto su come gli otto miliardi di persone sono distribuiti in tutto il mondo.

Nel 2022, la popolazione totale dell'Africa è di 1,4 miliardi di persone. Molti dei paesi con i tassi di crescita più rapidi si trovano in Africa e si prevede che entro il 2050 la popolazione del continente salirà a 2,5 miliardi.

Con 4,7 miliardi di persone nel 2022, l'Asia è di gran lunga la regione più popolosa del mondo. Il continente è dominato dai due massicci centri abitati della Cina e dell'India. Nel 2023 si verificherà un grande cambiamento, con l'India che supererà la Cina per diventare il paese più popoloso del mondo. La Cina ha mantenuto il primo posto per secoli, ma la discrepanza tra i tassi di crescita dei due paesi ha reso solo una questione di tempo prima che questo traguardo arrivasse.

La popolazione europea nel 2022 è di 750 milioni di persone, più del doppio degli Stati Uniti. Un secolo fa, la popolazione europea era vicina al 30% del totale mondiale. Oggi quella cifra è inferiore al 10%. Ciò è, in parte, dovuto alla crescita della popolazione in altre regioni del mondo. Ancora più importante, però, la popolazione europea si sta riducendo in un certo numero di luoghi, in particolare nell'Europa orientale. Molti dei paesi con i tassi di crescita più lenti si trovano nei Balcani e nei paesi dell'ex blocco sovietico.

La popolazione del Nord America è di 602 milioni di persone nel 2022. Il continente è dominato dagli Stati Uniti, che costituiscono più della metà della popolazione totale. La popolazione americana sta ancora crescendo modestamente (secondo gli standard globali), ma forse più interessanti sono i modelli di migrazione interna che si stanno verificando. Stati come il Texas e la Florida stanno vedendo un afflusso da altri stati.

La popolazione del Sud America nel 2022 è di 439 milioni. Il Brasile costituisce quasi la metà di quel totale.

La popolazione della regione dell'Oceania è di 44 milioni di persone, solo leggermente superiore alla popolazione della California. Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea costituiscono la parte del leone della popolazione di questa regione.

martedì 15 novembre 2022

L’Ue pro Ong ci piglia per i fondelli, Macron nei guai e l’Italbasket: quindi, oggi…

@ - Non so voi, ma io alla ricostruzione cinese secondo cui “Putin non disse la verità a Xi Jinping sulla guerra in Ucraina” ci credo poco. E vi spiego perché: primo, dalle parti di Pechino non è che siano famosi per dire sempre la verità su tutto e tutti (leggasi capitolo coronavirus); secondo, perché per Putin sarebbe stato un mezzo suicidio politico.

L’Ue pro Ong ci piglia per i fondelli, Macron nei guai e l’Italbasket: quindi, oggi…© Fornito da Il Giornale

Se l’Occidente ci vuole credere, e staremo a vedere se ci crederà, allora vuol dire che sta dando credito alla Cina per cercare di allontanarla ancor di più dalla Russia. Magari mi sbaglio eh, però…

- State un po’ a sentire Bergoglio sui migranti. "Le migrazioni forzate, per fuggire a guerre, fame, persecuzioni o mutamenti climatici, sono uno dei grandi mali di questa epoca, che potremo affrontare alla radice solo assicurando un reale sviluppo in ogni Paese”. Avete capito? La soluzione non sono i ricollocamenti e neppure le Ong in mare. La soluzione è impedire, o meglio evitare, che dall’Africa milioni di persone abbiano voglia di andare altrove. Capito?

- Questa storia di Lavrov mi lascia sorpreso. L’Ap, mica il Saggiatore del liceo Galilei di Perugia, scrive che il ministro degli Esteri russo è stato ricoverato a Bali per un problema cardiaco. I giornali di mezzo mondo la pigliano un po’ come una visita pre-mortem e sparano la notizia a sette colonne. Poi lui si presenta in bermuda e maglietta rivedibile, sorridente nonostante tutto. Ed ha ragione lui a dire che “anche di Putin si dice da 10 anni che è malato”. Ricordate l’inizio della guerra? Si diceva che Vlad avesse il cancro, che fosse morto e sostituito da un sosia, che fosse a un passo dalla tomba nonché pazzo, ammattito, annebbiato. Risultato? Nove mesi dopo è dove era prima. Vabbé.

- Importante incontro tra Xi Jinping e Biden. Non so se è stato davvero il vertice “storico” che doveva essere, però la riunione a Bali tra i due – in assenza di Putin – un segnale lo dà: Washington e Pechino, divisi su Taiwan, forse cercheranno per conto terzi una mediazione sull’Ucraina. Vedremo se avranno successo.

- Zelensky va a Kherson, giustamente festeggia, e poi dice di essere “pronto per la pace”: “Il ritiro russo da qui è l’inizio della fine della guerra”. Mi pare però che a breve il presidente ucraino potrebbe finire in un angolo che non augurerei neppure al mio peggior nemico: da una parte ha la Russia che bombarda; dall’altra gli Usa che si sono un po’ stufati del conflitto e vorrebbero trovare un accordo con Mosca; dall’altra ancora c’è il popolo ucraino, fomentato dalle riconquiste, aizzato dal presidente del “non trattiamo”, che forse chiederà a Zelensly di mantenere le promesse e di riprendersi pure la Crimea. Qualcuno dovrà scontentare. Indovinate chi?

- Il M5S mette sotto contratto Crimi e Taverna mentre caccia decine di collaboratori. Ci sta. Finalmente hanno capito che uno non vale uno: Taverna vale di più (il che è tutto dire, se mi è permesso).

- Intervista noiosissima a Sofia Goggia, campionessa dello sci, che fa 30 anni. Però una cosa controcorrente la dice: “Un figlio potrebbe completare il mio essere donna”. Sento già le femministe strapparsi i capelli e preparare il rogo.

- Da rivedere, anzi imbarazzante, l’sms poi inviato dalla sciatrice al cronista poco prima della pubblicazione dell’intervista: come regalo Goggia vorrebbe “provare a essere la persona che ancora non sono, garante dei miei valori. Vorrei regalarmi quell’enorme dose di coraggio che serve per essere integri fino in fondo. Forse riuscirei ad essere la donna di cui avevo bisogno quando era piccola”. Che non vuol dire una beneamata mazza.

- Il Corriere scrive che Macron è nei guai perché non ha la maggioranza in parlamento e se ne sta tra due fuochi. Se respinge i migranti, la sinistra se lo cucina. Se li accoglie, la Le Pen se lo tritura. Lo segnalo solo per dire che in questa indegna rubrica lo avevamo già scritto qualche giorno fa.


- Cristiano Ronaldo attacca il Manchester United e frigna. La verità è che per tutto c’è un tempo, anche per i campioni. E il suo mi sa che è passato.

- Rave party, migranti, Ong, ergastolo: un governo di destra, votato su un programma di destra, fa cose di destra. Non capisco dove sia il problema.

- Ma c’è seriamente qualcuno che sta leggendo la paginata che ogni sacrosanto giorno Repubblica dedica a “cosa dovrebbe essere il pd”?

- Pare che Charles Michel e Ursula von der Leyen da mesi si parlino poco o nulla. E anzi si facciano pure i dispetti: non tanto la lettera di Michel sui ritardi della Commissione per il tetto al prezzo del gas, ma anche cosucce più terra terra, tipo non invitarsi agli incontri con altri leader o non condividere i dossier. La colpa sarebbe tutta del cosiddetto sofagate dell’anno scorso, quando il capo del Consiglio Ue lasciò la collega in piedi di fronte a Erdogan. E noi dovremmo affidarci a un’Europa che pare più l’asilo Mariuccia?

- Sacrosanta verità di Mourinho: il suo attaccante, Tammy Abraham, non ha bisogno di stimoli visto “che prende lo stipendio”. Non basta qualche milione sul conto corrente per correre dietro al pallone e impegnarsi fino a scoppiare?

- Quelli che chiedono “corridoi per le migrazioni legali subito” forse non tengono conto di un dettaglio: che i decreti flussi dell’Italia, ma anche d’Europa, non basteranno mai soddisfare la richiesta di partenze dall’Africa. Bisogna cambiare paradigma, seguire il Papa, e fare in modo che i giovani africani (della classe media) non partano.

- Quello che facevamo notare qualche giorno fa è questo: Macron se la sta facendo sotto. E il suo ex ministro Gèrard Collom lo spiega chiaramente: la decisione di accogliere i migranti della Ocean Viking segna una "svolta pericolosa nella politica migratoria" in Francia perché mette “in gioco le fondamenta della politica: se apri i porti una volta, poi richiuderli alle Ong e ai migranti diventa praticamente impossibile. Una nave tira l’altra. E l’Italia lo sa bene.

- Massimiliano Latorre, uno dei due Marò detenuti a lungo in India, scrive un libro. E lo scrive insieme a Mario Capanna, ex leader dei Sessantottini. Mi chiedo perché, ma non è questo il punto. Ad essere atroce è il suo racconto: “Sono relegato in ufficio senza alcuna mansione effettiva, guardo il computer da mattina a sera. Io non mi lamento facilmente, ma la realtà è che non mi sento inutile: sono inutile". Mi domando: ma che Stato siamo diventati?

- Una portavoce della Commissione Ue la spara grossa. Prima afferma che “non si fanno differenze” tra navi Ong e altre, poi boicotta la linea italiana sul salvataggio ("deve esserci quali che siano le circostanze che conducono le persone a trovarsi in difficoltà”), infine rivendica di aver “messo sul piatto” il sistema di “solidarietà volontaria” per i ricollocamenti. “L’Italia è la prima beneficiaria”, dice facendo un po' la gradassa. Già, peccato che degli 8mila ricollocamenti promessi ne sono partiti solo 117. E questo su 90mila sbarcati, cioè meno di una goccia nel mare. Ormai è chiaro: ci pigliano per i fondelli.

- Partita da crepacuore dell’Italbasket. Orario improponibile (16.00), diretta ancor peggio sui Rai3 (intervista finale solo audio, niente immagini), però espressione perfetta del commentatore sul meno 1 della Georgia a 7 secondi dal termine: “Ragazzi, però così è dura: mi piglia un coccolone”.

- L’Italia va al mondiale di basket. Mammachegoduria!

- L’Italia va al mondiale, lo ripetiamo magari Google se ne accorge, ed è un risultato importante per lo sport e il basket. Eppure la Rai non riesce a dedicare neppure un minuto, dicasi uno, alla celebrazione del post partita (analisi, interviste, commento tecnico). Il motivo? Deve andare in onda “aspettando Geo”. “Aspettando”, manco il programma vero. E all’ingresso in studio per la diretta la conduttrice dice pure “abbiamo lasciato spazio allo sport”. Ma vi pare normale?

- Ho visto l’immagine di due presunti collaborazionisti russi legati a un palo a Kherson con di fronte ucraini che li deridono. Lo capisco, è la guerra: chi vince ha comunque subito delle perdite, e si vendica. E' nella natura delle cose. Quello che questa rubrica vuole però sottolineare è che deve pur esserci una differenza nello Stato di diritto: i reati, compreso il collaborazionismo col nemico, si puniscono ma dopo un regolare processo. Non ci si può abbandonare alla giustizia sommaria. Perché la storia insegna che poi di mezzo ci finisce pure gente innocente.

- Bella intervista di Djokovic alla Stampa, per almeno tre motivi. Primo, sul vaccino:Io mi sono espresso per la libertà di poter disporre del proprio corpo, e subito sono stato tacciato di essere un no-vax, cosa che non sono. Se non fai parte di un certo modo di pensare, diventi subito il cattivo. Non va bene”. Secondo, sul politically correct:Non è possibile piacere a tutti ma ormai il politicamente corretto ci costringe a rinunciare a esprimere con rispetto, senza odio, ma con libertà, le proprie idee. La libertà di parola per me oggi è solo un'illusione”. Terzo, sulla famiglia: lui, sportivo milionario, sta con sua moglie da quando ha 18 anni e metà dell’intervista è dedicata all’educazione dei figli. Magico il momento in cui dice:Scusate, ma a Torino in centro ci sono pochi giochi per bambini”. Intervista da incorniciare.

venerdì 11 novembre 2022

"È caduto nella sua stessa trappola". Le Figaro a gamba tesa contro Macron

@ - Emmanuel Macron e il suo governo hanno messo un piede in fallo con la gestione della nave Ocean Viking. L'attacco scomposto all'Italia, che su 4 navi ne ha prese in carico 3, è stato un autogol clamoroso per l'ex enfant prodige della politica, che ha mandato avanti il suo ministro dell'Interno a fare la voce grossa contro l'Italia, minacciando ripercussioni contro il nostro Paese. Gli attacchi a Macron arrivano soprattutto dall'interno e non è solo l'opposizione a criticare il modo il cui il presidente francese ha gestito la questione, perché uno degli attacchi più centrati è arrivato da Le Figaro, uno dei principali quotidiani transalpini.

"È caduto nella sua stessa trappola". 
Le Figaro a gamba tesa contro Macron© Fornito da Il Giornale

"Una politica pasticciata per affrontare l'immigrazione clandestina", si legge oggi in un editoriale dedicato alla vicenda dell'Ocean Viking dal titolo "Macron preso nella sua trappola". Le Figaro non usa troppi giri di parole per criticare il presidente francese: "A forza di dire o fare una cosa e il suo contrario. L'esecutivo è caduto nella sua stessa trappola. Come si può accusare di razzismo un deputato del Rassemblement National che si opponeva nell'emiciclo all'arrivo dell'Ocean Viking sulle nostre coste, quando una settimana dopo Emmanuel Macron e Gérald Darmanin cercano con ogni mezzo di respingere quella stessa nave?".

Questa assurda ipocrisia del governo di Emmanuel Macron è stata messa nero su bianco da Le Figaro, che ha evidenziato le contraddizioni di una politica che dice e fa tutto e il contrario di tutto. E questa non è l'unica contraddizione che Le Figarop contesta a Emmanuel Macron e al suo governo: "Come si può essere intransigenti con l'esecuzione degli obblighi di lasciare il territorio, auspicando al tempo stesso la facilitazione nella distribuzione di permessi di soggiorno per aiutare i settori di attività in difficoltà?".

Le note fatte da Le Figaro al presidente francese sembrano la perfetta esegesi de "Il re è nudo". Le evidenze di questa politica così contraddittoria sono sotto gli occhi di tutti da giorni ma finalmente anche dalla Francia qualcuno ha sollevato il velo sulle ipocrisie di una gestione che, purtroppo, è comune all'ideologia di sinistra, anche in Italia. La conclusione di Le Figaro è caustica: "Tutto questo non assomiglia né alla fermezza, né all'umanità, ma piuttosto a una politica pasticciata".

Così il governo stronca il Superbonus 110%: “Mai vista una misura che costasse così tanto a beneficio di così pochi”

@ - «Mai vista una misura che costasse così tanto a beneficio di così pochi». Con poche parole il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti stronca il Superbonus 110%, una delle misure bandiera del governo giallo rosso e in particolare del Movimento Cinque Stelle.

Superbonus casa© ANSA
Poche parola, ma già prima la premier Giorgia Meloni, nel corso della conferenza stampa che ha presentato il Dl Aiuti quater non aveva usato mezzi termini, parlando una di misura concepita in modo bizzarro. «Sul Superbonus – ha sottolineato la presidente del Consiglio – voglio dire che nasceva meritoriamente come misura per aiutare l'economia ma il modo in cui è stata realizzata ha creato molti problemi. Chi diceva che si poteva gratuitamente ristrutturare il proprio condomini ricordo che costava allo stato 60 miliardi, con un buco di 38, diciamo che il concetto di gratuità è bizzarro». L’aumento dei prezzi. Favorite le fasce medio alte Secondo il governo la misura del Superbonus al 110% che ha messo in moto il mercato dell’edilizia nel corso del dopo pandemia da Covid ha creato non poche storture. A cominciare da una bolla speculativa legata all’aumento dei prezzi delle materie prime. «Il Superbonus non ha funzionato – ha ancora sottolineato la premier – , la copertura ha creato una deresponsabilizzazione: non ci si è chiesti se il prezzo dei lavori era congruo e questo ha portato a un aumento dei prezzi delle materie prime. Inoltre il beneficio è andato prevalentemente a favore dei ceti medio-alti. Abbiamo deciso di correggere alcune distorsioni, per questo il bonus passa al 90%». Cessione dei crediti: non è un diritto L’altro capitolo, non di poco conto, è quello della cessione dei crediti e dei cassetti fiscali ormai pieni che sta mettendo in forte difficoltà moltissime famiglie e tantissime imprese. Già il governo precedente, con l’introduzione, nel novembre 2021 del decreto antifrode e con le modiche successive, aveva di fatto bloccato il passaggio legato alla cessione dei crediti. E questo vale, tuttora, anche per chi, ad esempio, ha usato lo strumento dello sconto in fattura. Non a caso è stato uno dei problemi individuati e affrontati nel nuovo dl aiuti approvato ieri dal Consiglio dei ministri: «Ci sono aziende che non riescono più a cederlo, Giorgetti ha lavorato per una soluzione perché è un tema molto sentito. Questo tema era necessario da affrontare nel minore tempo possibile ecco perché lo abbiamo messo nel decreto energia e non nella legge di bilancio» ha spiegato la premier nel corso della conferenza stampa. La ricetta del governo è quella di lavorare ad una via d’uscita, ma non sarà semplice. «Cercheremo di intervenire perché è un problema reale di molte imprese, rispetto allo stock esistente cercheremo e stiamo definendo una via di uscita rispetto alla situazione attuale» sottolinea Giorgetti. Il ministro ha però precisato che «la cessione del credito è una possibilità, non un diritto», e «tutti coloro che da ora ne vogliono usufruire hanno la certezza di poterli detrarre dai redditi ma non possono avere la certezza che si trovi una banca o istituzione che accetti i crediti». Come cambia il Superbonus E allora la misura che ha rilanciato l’edilizia nel corso degli ultimi due anni sarà rivista e cambierà faccia. Come? «Favorendo i redditi più bassi» ha sottolineato la premier. «C'è stato ampio dibattito sul superbonus. La misura continua per chi non può permettersi di sostenere quelle spese, è stata targettizzata per i redditi più bisognosi» sottolinea il ministro dell'Economia e si pensa a due passaggi: la necessità che si tratti di prima casa e che i redditi Isee siano inferiori a 15 mila euro.

Meloni: "Reazione aggressiva della Francia, non isolare l'Italia ma gli scafisti"

@ - Reazione di Parigi: "Con l'Italia si è rotta la fiducia"


Irrompe nella conferenza stampa a Palazzo Chigi indetta dalla premier Giorgia Meloni, dopo l'approvazione del nuovo decreto aiuti, la questione dei migranti.

Questa mattina la nave Ocean Viking è arrivata a Tolone.

Meloni, si è detta molto colpita dalla reazione aggressiva della Francia.
"Quando si parla di ritorsioni in un dinamica Ue qualcosa non funziona. Sono rimasta molto colpita dalla reazione aggressiva del governo francese, incomprensibile e ingiustificabile", ha sottolineato interpellata in conferenza stampa.

"La richiesta di isolamento dell'Italia tradisce una dinamica Ue curiosa. Si parla di solidarietà e condivisione...voglio sperare che non accada, non sarebbe intelligente" per un'Ue che deve avere "un suo standing", ha sottolineato Meloni, secondo la quale non bisogna isolare l'Italia ma gli scafisti. "Credo che valga la pena mettere insieme due numeri - ha aggiunto -: la nave Ocean Viking è la prima nave di una Ong che abbia mai attraccato in Francia con 230 migranti. Questo ha generato una reazione molto dura nei confronti dell'Italia che ha fatto entrare quasi 90mila emigranti" dall'inizio dell'anno (ndr). "Cosa fa arrabbiare- si è domandata Meloni ? -. Il fatto che l'Italia deve essere l'unico porto di sbarco per i migranti del Mediterraneo? Questo non c'è scritto in nessun accordo".

"Ora tre cose possiamo fare: possiamo decidere che siamo l'unico porto d'Europa ma non sono d'accordo, non ho avuto questo mandato dagli itaiani. Ipotesi due: non credo che si debba litigare ogni volta con Francia, Grecia, Spagna, Malta...Unica soluzione comune, e ne ho parlato con Macron, Germania e Ue, è la difesa dei confini esterni dell'Ue, bloccare le partenza, aprire hotspot. Abbiamo speso milioni di euro per aiutare la Turchia, ora serve una soluzione europea". "Io continuo a dare la mia disponibilità per incontrarci e per mettere sul tavolo le soluzioni perché io francamente non so quale siano. Noi non siamo più in grado di occuparcene ed abbiamo un mandato per occuparcene in modo diverso".

Immediata la reazione di Parigi
Con l'Italia si è rotta la fiducia: lo ha detto la segretaria di Stato francese agli Affari Ue Laurence Bonne a France Info. Boone ha ricordato che Roma "si era impegnata nel meccanismo di solidarietà Ue" e che "i trattati si applicano al di là della vita di un governo, altrimenti se dovessimo cambiare ogni volta le regole sarebbe insostenibile. Il governo italiano attuale - ha continuato - non ha rispettato il meccanismo per il quale si era impegnato e si è rotta la fiducia. Credo lo si possa dire, perché c'è stata una decisione unilaterale che ha messo vite in pericolo e che, del resto, non è conforme al diritto internazionale".

Il nuovo decreto aiuti
"La misura principale è sull'energia. Con il decreto energia stanziamo i primi 9,1 miliardi di euro destinati prevalentemente a dare immediata risposta a famiglie e imprese" per il caro bollette, attraverso la "proroga dei provvedimenti esistenti e con nuove norme". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in conferenza stampa parlando del Cdm di ieri. "Ci sono aiuti alle imprese per il caro bollette che riguardano la proroga del credito di imposta - ha aggiunto -. Poi per i consumi di energia fino al 31 marzo 2023 consentiamo una rateizzazione degli aumenti rispetto all'anno precedente per un minimo di 12 e un massimo di 36 rate e coperta da garanzia statale Sace". "C'è una norma che noi interpretiamo a sostegno del pagamento dei prezzi dell'energia e cioè l'estensione dei fringe benefit che il datore può aggiungere in busta paga che è esentasse e che è una sorta di tredicesima detassata per aiutare i lavoratori a pagare le bollette", ha aggiunto. Quanto al tetto a 5mila euro per i contanti, la premier ha sottolineato che è in linea con la media Ue e che "era in linea con il programma". "Sul Superbonus voglio dire che nasceva meritoriamente come misura per aiutare l'economia ma il modo in cui è stata realizzata ha creato molti problemi - ha affermato ancora la premier -. Chi diceva che si poteva gratuitamente ristrutturare il proprio condomini ricordo che costava allo stato 60 mld, con un buco di 38, diciamo che il concetto di gratuità è bizzarro". "Abbiamo introdotto un principio sui redditi medio bassi che saranno calcolati non in base al tradizionale Isee - ha detto - ma in base alla composizione del nucleo familiare, in questa norma c'è un primo accenno di quoziente familiare".

mercoledì 9 novembre 2022

Il nuovo governo del Kenya segnala l’intenzione di rinegoziare i prestiti cinesi

@ - Il nuovo governo keniota ha segnalato l’intenzione di rinegoziare il rimborso dei prestiti cinesi utilizzati per finanziare la ferrovia Mombasa-Nairobi. Foto: Xinhua


La nuova amministrazione del Kenya ha segnalato che intende rinegoziare i prestiti cinesi) per il debito che il Paese ha contratto per costruire un’importante ferrovia e cerca di estendere il periodo di rimborso fino a 50 anni.

Se così fosse, si tratterebbe di un’inversione di tendenza rispetto alla posizione assunta dal nuovo Presidente del Kenya, William Ruto, durante la sua campagna elettorale di quest’estate, che ha affermato che il Paese aveva la capacità di gestire la sua situazione debitoria e che la sua amministrazione non si sarebbe “avvicinata alla ristrutturazione del debito”.

Tuttavia, mercoledì, durante l’udienza di conferma, il Segretario designato ai Trasporti Kipchumba Murkomen ha dichiarato ai legislatori che, sebbene il Kenya, che sta affrontando una crisi del debito, non sia andato in default sui suoi prestiti, gli attuali termini di rimborso non erano favorevoli e il Paese era “soffocato dai prestiti”.

Il Kenya è ad alto rischio di sofferenza debitoria e la riduzione dell’onere del debito fa parte di un programma di 38 mesi sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale. La situazione è stata aggravata dagli effetti della pandemia di coronavirus e dal deprezzamento dello scellino keniota.

Murkomen ha detto che il Kenya chiederà un’estensione del periodo di rimborso, in particolare per i prestiti per la costruzione della Ferrovia a Scartamento Standard, che va dalla città portuale costiera di Mombasa alla capitale Nairobi, con un’aggiunta a Naivasha, una città nella Central Rift Valley.

Il progetto è stato finanziato e costruito dalla Cina come parte della sua Belt and Road Initiative ed è gestito dalla China Road and Bridge Corporation, di proprietà statale.

Murkomen ha detto che il Paese è disposto a continuare a pagare i prestiti, ma “dovremmo essere disposti, guidati dal Presidente, a rinegoziare la durata del prestito se riusciamo a spostarla anche a 50 anni”.

La precedente amministrazione di Uhuru Kenyatta ha preso “una decisione strategica” nel 2014 “per investire nelle infrastrutture e il Governo del Kenya paga entro 15-20 anni”, ha detto Murkomen, che è stato nominato dopo che Ruto è entrato in carica il mese scorso.

Ora siamo soffocati dai prestiti perché stiamo pagando 80 milioni di dollari all’anno ai finanziatori per l’SGR”.

L’amministrazione Kenyatta è accusata di aver contratto prestiti eccessivi per finanziare mega progetti, tra cui autostrade, porti e aeroporti. Il debito del Kenya ammontava a 70,8 miliardi di dollari a giugno, pari a due terzi del prodotto interno lordo del Kenya, secondo il Tesoro Nazionale. La Cina rappresenta un terzo del debito estero del Kenya.

Il Tesoro del Kenya prevede che il Paese spenderà circa 800 milioni di dollari nel prossimo anno finanziario per i rimborsi del debito alla Export-Import Bank of China, rispetto ai 351,7 milioni di dollari preventivati per quest’anno. I rimborsi alla Exim aumenteranno a 605,16 milioni di dollari l’anno prossimo, rispetto ai 174,98 milioni di dollari di quest’anno.

L’ambasciata cinese a Nairobi non ha risposto immediatamente alle richieste di commento sul debito e sulle questioni ferroviarie.

Nel 2014, il Kenya ha ottenuto due prestiti del valore di 3,2 miliardi di dollari – uno commerciale e l’altro concessionale, ciascuno per 1,6 miliardi di dollari – da Exim per costruire la fase Mombasa-Nairobi della Ferrovia a scartamento standard.

Il prestito commerciale di 20 anni ha un tasso di interesse di 360 punti base (o 3,6 percento) al di sopra del Libor – il tasso interbancario di Londra – più altre commissioni.

Il prestito agevolato ha un periodo di grazia di sette anni con un piano di rimborso di 20 anni al 2 percento annuo, più le commissioni.

Il prestito, tuttavia, non ha tenuto conto del deprezzamento dello scellino keniota. Nel 2014, il tasso di cambio era di circa 90 scellini per dollaro USA. Il tasso di cambio attuale è di 121 scellini per dollaro – il che significa che il Kenya sta spendendo circa un terzo in più per pagare il suo debito che, come la maggior parte dei prestiti cinesi, è denominato negli Stati Uniti.

Il Kenya ha anche preso in prestito 1,5 miliardi di dollari dalla Cina per estendere la ferrovia da Nairobi a Naivasha. Tuttavia, tale estensione presenta un altro problema: il piano prevedeva di estendere ulteriormente la linea fino a Malaba, al confine con l’Uganda, ma Pechino ha richiesto uno studio di fattibilità prima di sbloccare i fondi.

Murkomen ha detto che l’amministrazione Kenyatta ha sbagliato a contrarre debiti a breve termine per finanziare progetti a lungo termine; la ferrovia, ad esempio, deve ancora realizzare un profitto. “Diventa impossibile essere in grado di pagare quel prestito con le entrate che provengono dalle ferrovie”, ha detto. “Anche tra 50 anni, non sarà mai in pareggio”.

Kenyatta aveva cercato di garantire alle ferrovie alcune entrate, richiedendo agli importatori di trasportare il loro carico attraverso i treni. Quando il Presidente Ruto ha assunto il potere a settembre, ha rimosso questo requisito – e la ferrovia ora deve competere con i camionisti per i clienti. Allo stesso tempo, i terminal container di Nairobi e Naivasha mancavano di connettività all’ultimo miglio, costringendo gli importatori a pagare di più per spostare il loro carico.

Un rapporto di Oxford Economics Africa ha rilevato che “la rinegoziazione dei termini del prestito del progetto può essere politicamente dolorosa, ma un’insolvenza sarebbe molto peggiore per il Kenya”.

Inoltre, durante la campagna elettorale, Ruto aveva promesso di rendere pubblici tutti i contratti governativi con la Cina. Ha anche minacciato di espellere i cittadini stranieri, compresi i cinesi, che lavorano illegalmente nel Paese.

Se queste ultime dichiarazioni dovessero concretizzarsi, il Kenya farebbe dei passi per inacidire una relazione strategicamente importante: la Cina è il maggior creditore estero della nazione”, ha affermato Shani Smit, economista di Oxford Economics Africa.

Un inasprimento del rapporto con la Cina significherebbe che il Kenya dovrà intensificare il suo gioco in termini di riforme strutturali, soprattutto perché la nazione dovrà assicurarsi finanziamenti occidentali per colmare il potenziale vuoto di finanziamento lasciato dal gigante asiatico. Anche la ristrutturazione dei prestiti per i progetti sarà più impegnativa se la relazione del Kenya con la Cina è compromessa”.