mercoledì 26 gennaio 2022

Kate Middleton ruba il posto ad Andrea, sudditi sconvolti: mai capitato in 300 anni

@ - Kate Middleton ruba il posto ad Andrea di York, i sudditi sono sconvolti. Non succedeva una cosa del genere da 300 anni. Ecco che cosa sta accadendo a palazzo reale. Incredibile.

Kate Middleton ruba il posto ad Andrea di York

Andrea Mountbatten-Windsor è il terzogenito della Regina Elisabetta, nonché duca di York. Il principe inglese è nono nella linea di successione al trono britannico. Tra i pargoli della regina Elisabetta, è stato quello che ha provocato più problemi alla famiglia reale.

Andrea di York – LettoQuotidiano.it

Da sempre ribelle e poco incline a seguire il protocollo reale, si è ritrovato spesso nei guai. Purtroppo, a causa sua, la vergogna e lo scandalo si sono abbattute sui membri della Royal Family.

Andrea è stato accusato di violenza sessuale ai danni di una diciassettenne, episodio questo accaduto nel 2001 ma ancora oggetto di indagini giudiziali, dato che il principe dovrà prossimamente recarsi a New York per affrontare un lungo processo. Insieme poi a Epstein, ha messo in piedi un traffico di prostituzione che coinvolgeva giovani donne di età compresa tra i 13 e i 17 anni. A causa di tutte queste illegalità e barbarie umane, Andrea di York rischia non solo di perdere il titolo regale di duca ma molto di più. Ecco che cosa c’entra Kate in tutta questa situazione.

Kate Middleton, tensioni con Andrea di York – LettoQuotidiano.it

I sudditi sconvolti dalla decisione della sovrana
Andrea di York ha gettato vergogna e infamia sulla famiglia reale tanto che la madre, la regina Elisabetta, ha deciso di ritirare al suo terzogenito gli onori militari privandolo di questa importante e regale responsabilità.

Sapete chi prenderà il posto di Andrea di York? Probabilmente Kate Middleton. Secondo quanto riportato dai media inglesi e internazionali, la duchessa di Cambridge sarebbe, per i Granatieri, la candidata perfetta per sostituire il duca di York nel ruolo di colonnello.

Se così dovesse essere, si tratterebbe di un evento straordinario: Kate sarebbe la prima donna ad assumere una posizione del genere, per elezione, dopo 366 anni. Il Daily Mail afferma che i sudditi sarebbero felici di vedere la Middleton come nuovo colonnello inglese.

Kate Middleton con i Granatieri – LettoQuotidiano.it

Per il momento, questa responsabilità è nelle mani di Elisabetta che ha assunto tutti gli oneri fino ad ora in capo a suo figlio Andrea. Il duca di York, intanto, nei prossimi giorni dovrà recarsi a New York per sostenere un processo civile e rispondere alle accuse di violenza sessuale nei confronti di Virginia Giuffre, violentata dal duca di York all’età di 17 anni.

domenica 23 gennaio 2022

Chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica? Tutti i nomi del Toto-Quirinale

@La partita al momento sembra più quella tra Draghi e un Mattarella bis, ma non mancano i nomi a sorpresa.


La vorrei abbracciare e baciare Presidente, rimanga qualche anno in più. Fino alla prossima Mostra, anzi fino ai Mondiali in Qatar, visto che porta fortuna”. Così Roberto Benigni, ricevendo il Leone d’oro alla carriera nella serata inaugurale della 78ma Mostra del Cinema di Venezia, si è rivolto a Sergio Mattarella. L’attore e regista Premio Oscar non è l’unico a spingere per un Mattarella bis. Ma dopo il no del Presidente della Repubblica al secondo mandato, la corsa al Quirinale appare quanto mai incerta. Chi sarà il suo successore?

Chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica?

Il semestre bianco è aperto. Eletto nel 2015, Mattarella va a naturale scadenza di mandato. La prossima elezione sarà nel gennaio del 2022: si voterà sempre in Camera comune, con la maggioranza dei due terzi per i primi tre scrutini (segreti) e poi con maggioranza assoluta. Il toto-Quirinale è una partita soprattutto politica.

Il primo nome che viene fatto per la successione è quello dell’attuale premier, Mario Draghi. Europeista di ferro, stimatissimo a Bruxelles come Ciampi, Napolitano e Mattarella, l’ex Presidente della Banca centrale europea gode di stima unanime tra i partiti e di una vera e propria beatificazione (al limiti della santificazione) tra giornali, televisioni e siti web. L’economista sarebbe forse l’unico candidato a strappare l’elezione nei primi tre scrutini, considerando che il suo governo è sostenuto da tutto l’arco parlamentare, Fratelli d’Italia escluso.

Mario Draghi

Il segretario della Lega Matteo Salvini e il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, eminenza grigia del Carroccio “moderato”, sono i grandi fautori di Draghi Presidente. “È una delle personalità più adeguate, forse la più adeguata in assoluto: credo che prima o poi possa essere la destinazione giusta per lui”, ha dichiarato Giorgetti alla kermesse di Affaritaliani.

L’obiettivo della Lega, con Draghi al Quirinale, è andare alle elezioni, vincere a mani basse e formare un governo senza Pd e Movimento 5 Stelle. Con questa strategia, è difficile immaginare Silvio Berlusconi candidato Presidente della Repubblica a nome del centrodestra moderato e liberale. Anche se i fedelissimi dell’ex Cavaliere, da Elio Vito ad Anna Maria Bernini, pressano per questa soluzione.

Nel centrosinistra, invece, si spinge con tutta forza per il Mattarella bis per evitare l’ennesima batosta alle urne. Matteo Ricci, sindaco di Pesaro molto vicino al segretario Enrico Letta, è stato chiarissimo in merito.

Ho fiducia che le amministrative vadano bene per il centrosinistra. Un nostro buon risultato potrebbe fare cambiare strategia alla destra. Si potrebbe così creare un clima unitario grazie al quale ragionare sul Mattarella bis. Un Parlamento unito è la pre-condizione per la conferma di Mattarella al Colle”, ha spiegato Ricci.

Sergio Mattarella, fine mandato a gennaio 2022: una donna al Quirinale?

Gli altri nomi graditi al Pd sono i soliti e ormai stantii: Walter Veltroni, Romano Prodi, Giuliano Amato, Dario Franceschini, David Sassoli, Francesco Rutelli, Paolo Gentiloni, gli onnipresenti giuristi Sabino Cassese e Gustavo Zagrebelsky.

Chi rema contro, come di consueto, è Matteo Renzi. Il segretario di Italia Viva, da buon democristiano, ha fatto un nome a sorpresa: Pier Ferdinando Casini. “Ha le caratteristiche che lo rendono adatto al ruolo: è solido, saggio, europeista e filo-atlantico”, ha detto al quotidiano Libero. Senza dimenticare che Casini è stato Presidente della Camera dal 2001 al 2006 e nella corsa al Colle “gli ex presidenti di Camera o Senato sono tutti candidati naturali”.

Per il settennato 2022-2029, infine, c’è un’altra storica possibilità: avere la prima donna Presidente della Repubblica. Le proposte non mancano: Emma Bonino, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, l’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti, la Presidente della Rai Annamaria Tarantola. Su tutte, però, spicca Marta Cartabia: secondo un sondaggio dell’Istituto Noto per Qn, riportato da Termometro Politico, la terza scelta degli italiani, dietro Mattarella e Draghi, è proprio l’attuale ministra della Giustizia, già prima donna Presidente della Corte Costituzionale.

LA PLENARIA A STRASBURGO L’elezione di Metsola, le parole di Macron e la Ue sui Big Tech

@Alcune plenarie dell’Europarlamento scivolano senza troppo clamore nell’agenda comunitaria e nazionale. La sessione che si è chiusa il 20 gennaio Strasburgo non rientra, decisamente, fra quei casi.


Dopo l’omaggio a David Sassoli, la sede francese dell’Eurocamera ha assistito all’elezione della nuova presidente Roberta Metsola, al discorso inaugurale di Emmanuel Macron per il semestre francese alla guida della Ue e all’adozione della posizione del parlamento sul Digital Services Act, una dei pilastri del maxi-pacchetto regolatorio sul digitale avviato da Bruxelles. Tre tappe che scandiranno, per motivi diversi, il nuovo anno ai vertici comunitari.

Qui Strasburgo, 1: la presidenza di Metsola. La prima notizia, in ordine cronologico, è l’elezione di Roberta Metsola a presidente del Parlamento europeo. L’esponente maltese del Partito popolare europeo è stata eletta dall’Eurocamera con 418 voti a favore su 616 validi. È la terza donna a ricoprire la carica di presidente del Parlamento Ue dopo Simone Veil e Nicole Fontaine e la terza leader attualmente ai vertici di istituzioni europee, insieme Ursula von der Leyen (Commissione europea) e Christine Lagarde (Banca centrale europea).
Il suo insediamento è arrivato dopo gli scricchiolii dell’intesa fra Ppe, socialisti e liberali davanti a una candidata tanto apprezzata per il suo impegno anti-corruzione quanto criticata per le sue rigidità anti-abortiste. Fino alla vigilia si è temuto che la cosiddetta maggioranza Ursula, l’insieme delle forze europeiste, si incrinasse fra le defezioni di deputati dei Socialisti&Democratici e Renew Europe in favore della verde svedese Alice Bah Kuhnke. Il timore è rientrato con la maggioranza emersa in aula, anche se le polemiche non sembrano destinate a esaurirsi.

Qui Strasburgo, 2: la parola a Macron. È proprio davanti a Metsola che il presidente francese, Emmanuel Macron, ha tenuto il suo discorso inaugurale per la presidenza francese della Ue. Si era già parlato di una Blitzkgrieg, una guerra lampo che impegnerà l’inquilino dell’Eliseo a concentrare tutti i suoi obiettivi nell’agenda avviata da qui a giugno. Le parole all’assemblea di Strasburgo confermano l’approccio energico di Macron, scandito dal richiamo a tre «promesse» che dovrebbero guidare la sua leadership: democrazia, progresso, pace.
L’intervento ha toccato vari terreni, dalla proposta di includere protezione dell’ambiente e diritto all’aborto nella Carta fondamentale dei diritti Ue alla revisione del sistema Schengen, dallo scenario di un nuovo accordo con l’Africa a nuovi paletti al Regno Unito nelle pratiche di divorzio della Brexit. A far notizia, però, è stato soprattutto l’appello a un «nuovo ordine di sicurezza» che andrà negoziato con la Russia, sullo sfondo di un’Europa candidata a «potenza d’equilibrio» sullo scacchiere globale.
In termini più chiari, Macron ha auspicato che Bruxelles conduca un dialogo autonomo con Mosca rispetto alla Nato, incrinando l’unità invocata dagli Usa sulla crisi che sta surriscaldando gli animi in questi giorni: la possibile offensiva russa in Ucraina. La linea di Macron non stupisce, rispetto all’obiettivo di una Ue più «sovrana» e meno dipendente dai rapporti con le altre potenze, Usa inclusi. I suoi effetti si potranno valutare a breve.

Qui Strasburgo, 3: avanti con il Dsa (e il Dma). Sempre durante il suo discorso al Parlamento Ue, Macron ha definito il digitale come una delle due «sfide del secolo» insieme al cambiamento climatico. Un messaggio già recepito, da anni, dai vertici Ue e dalla stessa Eurocamera. Il Parlamento europeo ha adottato con una maggioranza di 530 voti favorevoli la sua posizione sul Digital Services Act, la proposta della Commissione di un nuovo impianto regolatorio sulle responsabilità delle piattaforme online.
L’Eurocamera ha irrigidito il testo iniziale dell’esecutivo, con emendamenti mirati a contrastare soluzioni di «targeting» pubblicitari basate su dati dei minori e informazioni sensibili, oltre all’aumento della trasparenza.
Il Dsa è la seconda “gamba” di un quadro di riforme che include anche il Digital Markets Act (Dma), già passato per il vaglio del Parlamento a dicembre. Il Dma si concentra sulle pratiche ritenute «anti-concorrenziali» nei grandi gruppi online, per tutelare i consumatori sul fronte della libertà di scelto e di una competizione effettiva fra le aziende che operano e macinano ricavi in Europa.

Le proposte dovranno essere negoziate fra lo stesso Parlamento e il Consiglio Ue, con l’ipotesi di andare in porto nel 2023. Non sarà facile, anche considerando la potenza di fuoco del lobbying dispiegato dai colossi digitali a Bruxelles. Ma non è la prima volta che le istituzioni Ue fronteggiano il settore, né tantomeno l’assedio dei gruppi di pressione. La guerra al «Wild west» digitale, come l’ha chiamato in un tweet il commissario Ue Thierry Breton, sta solo entrando in una nuova fase.

sabato 22 gennaio 2022

Le divisioni nella NATO che ingarbugliano ancora di più la situazione in Ucraina

@ - Alcune dichiarazioni controverse di Joe Biden ed Emmanuel Macron hanno fatto apparentemente un favore a Putin.
Venerdì a Ginevra, in Svizzera, Stati Uniti e Russia hanno tenuto nuovi colloqui sulla crisi in Ucraina, dove negli ultimi giorni è sembrata diventare sempre più concreta l’ipotesi di un’invasione russa. Si sono incontrati il segretario di Stato americano, Antony Blinken, e il ministro degli Esteri russi, Sergei Lavrov, senza però riuscire a trovare un accordo.

Le posizioni dei due governi sono rimaste lontanissime: il governo russo chiede infatti che la NATO ritiri le proprie truppe da Bulgaria, Romania e dagli altri stati ex comunisti dell’Europa orientale che si unirono alla NATO dopo il 1997, oltre alla rinuncia a far entrare nell’organizzazione l’Ucraina; mentre gli Stati Uniti chiedono il ritiro delle decine di migliaia di militari russi ammassati al confine orientale ucraino. Per ora le proposte sembrano essere considerate irricevibili da entrambe le parti.

Nonostante Stati Uniti e Russia abbiano promesso di non interrompere i colloqui, e di continuare a insistere per trovare un accordo, la situazione sembra sempre più preoccupante.

Negli ultimi giorni la Russia ha inviato nuove truppe e armamenti in Bielorussia, alleato russo e vicino dell’Ucraina, sostenendo che gli spostamenti fossero giustificati da un’esercitazione militare congiunta con l’esercito bielorusso. Allo stesso tempo gli Stati Uniti hanno autorizzato l’Estonia, la Lettonia e la Lituania a trasferire missili anti-aerei Stinger alle forze ucraine, e si sono intensificate le consegne di missili anti-carro Javelin dal Regno Unito all’Ucraina. Il presidente francese Emmanuel Macron ha inoltre detto di essere pronto a mandare soldati francesi in Romania, se la NATO dovesse decidere di rafforzare la sua presenza nel paese.

Capire cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni non è per nulla facile, e da settimane osservatori e analisti cercano di indovinare cosa voglia fare Putin. Quello che si sa è che l’espansione a est della NATO, organizzazione che all’inizio degli anni Novanta non includeva molti paesi dell’Europa orientale che oggi sono stati membri, è considerata una questione di enorme importanza per la Russia: una minaccia alla propria sicurezza nazionale, che va contrastata soprattutto evitando che il prossimo paese a farne parte sia l’Ucraina. I paesi NATO comunque hanno fatto capire piuttosto chiaramente che non ci sono progetti attivi di inclusione dell’Ucraina nell’alleanza.

La situazione si è ulteriormente complicata negli ultimi giorni a causa di alcune dichiarazioni di Macron e del presidente statunitense Joe Biden, che sono state percepite come dimostrazione della debolezza della NATO e interpretate come una vittoria per Putin.

La dichiarazione più controversa è stata quella di Biden, che mercoledì aveva detto che una «piccola incursione» della Russia in Ucraina avrebbe portato ad «avere litigi» con gli alleati europei sulla risposta da adottare.

La frase di Biden, nonostante sottolineasse una cosa che diversi diplomatici europei hanno giudicato «ovvia», aveva provocato un bel po’ di proteste. Molti governi, tra cui quello ucraino, si erano detti preoccupati del fatto che il presidente americano parlasse apertamente delle divisioni interne alla NATO, un tema da sempre sfruttato da Putin per indebolire i suoi avversari. Queste divisioni, hanno scritto Michael Crowley e Steven Erlanger sul New York Times, «potrebbero incoraggiare il leader russo a lanciare un attacco limitato ma comunque assai dannoso per l’Ucraina», senza subire grosse ritorsioni.

Diversi funzionari della NATO, tra cui il segretario generale Jens Stoltenberg, avevano in seguito minimizzato le differenze di vedute interne all’organizzazione e avevano rifiutato l’idea che Biden avesse dato una specie di «via libera» a Putin per attaccare l’Ucraina con forze ridotte.

Il giorno dopo Biden aveva cercato di rimediare, ripetendo che qualsiasi movimento di truppe russe al confine ucraino sarebbe stato considerato un’invasione, e aggiungendo di avere avvisato Putin che una nuova incursione in Ucraina avrebbe provocato «una risposta economica dura e coordinata» con gli alleati.

Oltre alle dichiarazioni controverse di Biden, mercoledì anche alcune frasi di Macron avevano provocato diverse agitazioni.

In un discorso di fronte al Parlamento Europeo, Macron aveva parlato della necessità europea di creare un sistema di sicurezza proprio, sganciato da quello della NATO: «Dobbiamo costruirlo tra noi europei, e dopo condividerlo con i nostri alleati all’interno della cornice della NATO». Nonostante non fosse certo la prima volta che si citava la possibilità di creare un sistema di difesa all’interno dell’Unione Europea, il giorno dopo funzionari del governo francese erano dovuti intervenire per sottolineare come Macron con le sue parole non avesse voluto minare l’unità della NATO.

Al di là delle intenzioni, comunque, il problema è che negli ultimi anni la risposta della NATO, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti di fronte all’aggressività russa era stata assai blanda, e la storia potrebbe ripetersi nuovamente.

Dopo l’annessione russa della Crimea, per esempio, l’Unione ci mise quasi un anno per adottare sanzioni davvero rilevanti ed efficaci contro il governo russo. Per moltissimo tempo, inoltre, il governo tedesco difese e sostenne senza esitazioni il progetto Nord Stream 2, il nuovo gasdotto costruito per portare il gas russo in Europa e che potrebbe aumentare ancora di più la dipendenza europea verso l’energia russa. Solo di recente il nuovo governo di Berlino ha legato le due questioni, sostenendo che i ritardi nell’attivazione del gasdotto, a cui sono assai contrari gli Stati Uniti, erano legati anche alla situazione in Ucraina.

Negli ultimi giorni i paesi membri della NATO hanno detto e ripetuto che un’eventuale invasione russa in Ucraina comporterebbe per la Russia «costi enormi», ma non hanno specificato esattamente cosa prevedano di fare a seconda dell’attacco. Pubblicamente hanno giustificato la loro decisione dicendo che fare discussioni aperte sulle “linee rosse” darebbe ulteriori strumenti a Putin per trovare il modo più efficace di attaccare l’Ucraina senza subire ritorsioni gravi. La preoccupazione però è che la mancanza di maggiore chiarezza dipenda effettivamente da divisioni profonde tra alleati membri della NATO.

Mustafà mutilato dalla guerra in Siria è in Italia col papà: «Adesso lui è figlio vostro»

@ - La gioia stampata sul volto, quella che - nonostante tutto - solo un bambino di cinque anni, che vede un contesto accogliente, le luci e tanta gente può mostrare. Ecco Mustafà al_Nazzal, il piccolo profugo siriano nato senza braccia e senza gambe per il gas nervino respirato dalla madre durante la guerra, al suo arrivo in Italia. E' in braccio al papà, Munzir, a cui una granata ha distrutto la gamba destra, che è stata amputata.


Mustafà, giunto a Fiumicino con un aereo di linea dalla Turchia, è con il papà, la mamma Zeynep e le due sorelline. Ad attenderli, scortati dalla Polizia fin dal momento dello sbarco, i delegati del Sipa (Siena International Photo Awards) e personale di Aeroporti di Roma.«La famiglia è commossa di tanta solidarietà - spiega Luca Venturi, anima del Sipa - e la madre appena sbarcata ci ha detto: «Adesso Mustafà è figlio vostro».

Ora si va a Siena, la famiglia avvierà la quarantena nell'appartamento messo a disposizione dalla Caritas Diocesana e poi, subito dopo, i primi accertamenti in vista della fase medica a Budrio. Lì, sia al papà che a Mustafà, saranno impiantate delle protesi che consentiranno condizioni di vita migliori.

Tutta questa gigantesca opera di solidarietà, con una raccolta fondi che ha portato sinora a racimolare circa 100mila euro per avviare il percorso, è stata possibile grazie ad una fotografia. Hardship of life, difficoltà della vita, fu infatti il titolo della foto scattata dal turco Mehmet Aslan e che ritraeva padre e figlio: si guardavano, sorridenti, nonostante tutto. Lui, appoggiato ad una stampella, a sollevare lui. Entrambi più forti del destino cinico che li aveva mutilati, ridotti come li ha ridotti, ma condannati ad una vita tra mille problemi. Quella foto - che aveva fatto il giro del mondo - vinse tre mesi fa il prestigioso premio Siena International Photo Awards (Sipa) 2021. Perché esprimeva, nonostante tutto, voglia di vivere nelle difficoltà. Non solo. Da quel momento, il manipolo di senesi tosti che lavorano al Sipa ha deciso di avviare questa gigantesca prova di solidarietà. E l'arrivo a Fiumicino della famiglia siriana, che sarà assistita da mediatori culturali ed interpreti, è il primo, concreto passo.

La fase della rieducazione, dopo il periodo di quarantena e i primi esami diagnostici a Siena, sarà oggetto dell’attività presso il Centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio, in provincia di Bologna, verso metà febbraio. «Il percorso - spiega l’ingegner Gregorio Teti, direttore dell’Area tecnica del Centro protesi Inail di Vigorso - inizierà con un esame in équipe multidisciplinare, in cui verrà elaborato sia per il papà sia per il bambino il progetto personalizzato e saranno scelti i dispositivi tecnici più idonei, i target specifici e i tempi di riabilitazione». Le due situazioni sono diverse e, di conseguenza, anche le esigenze: «Il papà ha un’amputazione da trauma: bisognerà ricostruire una memoria, è un approccio più semplice rispetto al bambino dove interveniamo su una malformazione congenita e quindi su un sistema che dovrà accettare la nuova condizione», osserva Teti.

L’intervento su Mustafà riguarderà prima gli arti superiori e, in seconda battuta, quelli inferiori. «Per gli arti superiori il percorso è un po’ più semplice rispetto alla protesizzazione degli arti inferiori, qui a prima vista mancherebbe proprio ogni articolazione».

venerdì 21 gennaio 2022

Colle, i partiti senza nomi scivolano verso Draghi. Mentre dall’estero il premier è sponsorizzato da media e finanza (e vede Elkann)

@ - Nello stallo generale degli schieramenti politici, chi continua a tessere la sua tela è l'ex presidente della Bce. Che oggi ha incassato il sostegno di Financial Times e New York Times. E che prepara la sua via d'uscita. E i leader al momento sembrano non avere alternativa d'azione.


Passa il tempo, il primo voto per il Colle si avvicina e i partiti senza candidati scivolano verso Mario Draghi. Il disegno del presidente del Consiglio di traslocare al Quirinale, di fronte allo stallo dei vari schieramenti, sembra sempre più possibile. Oggi l’ex presidente della Bce ha incassato l’esplicito sostegno del Financial Times: il giornale della finanza internazionale ha sancito che Draghi deve andare al Colle per “garantire le riforme”, con una vera e propria inversione a U rispetto a pochi mesi fa quando invece invocava la sua permanenza all’esecutivo. Una linea e toni simili a quelli usati poco prima anche dal New York Times. E poche volte gli endorsement di media e finanza internazionale hanno fatto più rumore, perché arrivati in uno scenario italiano bloccato che sembra incapace di trovare alternative. Intanto il premier, da Palazzo Chigi, anche oggi ha continuato le sue consultazioni e ha ricevuto il presidente di Stellantis John Elkann: è solo l’ultimo di una lunga serie di incontri quotidiani con esponenti politici e istituzionali (ha già visto Mattarella, Cartabia, Fico, Di Maio), per dare garanzie, mantenere contatti e studiare la sua via d’uscita. Insomma le intenzioni di Draghi ormai sono chiare e a lavorare per la sua riuscita sono ormai in tanti. In questo quadro il percorso dei partiti è sempre più in salita e la fotografia dell’ennesima giornata di avvicinamento al voto per il Quirinale immortala uno stallo generale: da una parte il centrodestra è impantanato con Silvio Berlusconi che si rifiuta di sciogliere la riserva e la coppia Matteo Salvini-Giorgia Meloni che cerca di non farsi schiacciare in una strategia già fallimentare. Dall’altra Giuseppe Conte ha cercato e cerca di resistere per evitare la resa nei gruppi M5s: anche per questo ha visto il leader del Carroccio e invocato un nome che unisca gli schieramenti. Un appello fatto anche da Enrico Letta a Radio Immagina: ma al di là degli appelli, nessuna via d’uscita concreta sembra al momento delinearsi all’orizzonte.

Draghi sponsorizzato dai media della finanza. E c’è chi ragiona già sul sostituto a Chigi – Le parole del Financial Times lasciano poco spazio ai dubbi: “La premiership riformista di Draghi si avvicina ora alla fine”. E i suoi trascorsi, gli incarichi ricoperti e “la capacità di esercitare influenza dietro le quinte”, fanno di Draghi un candidato impeccabile per la successione”. Nell’editoriale si fa riferimento naturalmente ai fondi del Pnrr e non è casuale: l’Ue ci guarda e non vuole che il premier esca di scena. Tanto basta per far pensare a più di un partito che si procede al trasloco al Quirinale. E i vari retroscena vanno oltre: ipotizzano già chi potrebbe sostituire Draghi a Palazzo Chigi. La proposta che circola è quella di lavorare a un pacchetto di legislatura che permetta all’esecutivo di non essere troppo terremotato dal trasferimento. Secondo l’agenzia Adnkronos, una delle soluzione più accreditate è quella che prevede un governo fotocopia, con un nuovo pilota, un tecnico, al posto di comando, ma con il grosso delle caselle ferme, al loro posto. “Se riapri la partita non chiudi più nulla, soprattutto c’è il rischio venga giù tutto”, ragionano la stesse fonti. Per questo, viene esclusa la possibilità che nel governo post Draghi -ammesso vadano così le cose- entrino i leader: “d’altronde – il ragionamento – il governo attuale ha già una forte impronta politica, per il Pd c’è Franceschini, per il M5s Di Maio, per la Lega Giorgetti, per Fi si passa da Gelmini a Brunetta, per Leu Roberto Speranza”. L’unica concessione -stando alle fonti che lavorano allo schema- un piccolo ‘rimpastino’, per dare al governo un’impronta politica più marcata. E così a rischiare, secondo sempre l’agenzia Adnkronos, sarebbero i cosiddetti tecnici, nello specifico Roberto Cingolani, Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Luciana Lamorgese, quest’ultima da sempre nel mirino della Lega a cui, tra l’altro, farebbe gola la casella del Viminale. Mentre la Transizione ecologica stuzzicherebbe la fantasia del M5s e l’Istruzione quella dei dem. Ma se i tecnici sono considerati più a rischio, continua ad essere quello del tecnico il profilo più accreditato a succedere a Draghi: la Guardasigilli Marta Cartabia o il super manager Vittorio Colao in testa. Quanto ai nuovi nomi che potrebbero entrare a far parte della squadra, quello che viene dato in arrivo è Antonio Tajani, tra i ‘desiderata’ che potrebbe avanzare Silvio Berlusconi.

Incontro tra Conte e Salvini: la difficile strada dell’intesa su un altro nome – L’incontro tra quelli che sono stati prima alleati e poi nemici giurati era atteso, ma oggi ha avuto un effetto soprattutto simbolico: ha dimostrato che il leader 5 stelle lavora anche sull’asse del centrodestra e non si è consegnato completamente al centrosinistra e soprattutto non ha già accettato la candidatura di Mario Draghi. Ma nonostante il faccia a faccia “cordiale”, i nomi alternativi sembra che siano rimasti fuori dalla discussione. E se i nomi in campo sono quelli circolati nelle ultime ore (da Moratti a Casellati) è molto complicato immaginare che possano scaldare il gruppo M5s, figuriamoci tutto l’asse del centrosinistra. Il primo a lanciare un segnale in realtà era stato proprio il leader dem Enrico Letta: intervistato su Radio Immagina intorno all’ora di pranzo, ha chiesto un nome “super partes” e parlato della necessità di un’intesa con il centrodestra. Ma prima di tutto deve saltare il nome di Berlusconi: finché rimane in campo, non è concepibile né possibile alcuna mediazione. In serata proprio il Pd ha fatto trapelare nervosismo per la ricerca di nomi alternativi che però siano legati alle destre: “L’aspettativa che si sta creando per l’annuncio dell’endorsement di Berlusconi su nomi di centrodestra”, hanno fatto sapere fonti del Nazareno, “non è una questione che ci riguarda. Riguarda forse il centrodestra, non noi. Siccome tutta l’ipotesi di assalto al Colle da parte del centrodestra è stata costruita sulla fake news che i numeri dessero loro un diritto di prelazione, noi ribadiamo l’indisponibilità a prestarci a questo gioco. Non voteremo un candidato di centrodestra. Voteremo un presidente super partes, come i numeri di questo Parlamento senza maggioranza impongono”.

Intanto Berlusconi è ancora in silenzio e non scioglierà la riserva fino a domenica – Ma il Cavaliere che fa? E’ ancora a Milano e si rifiuta di sciogliere la riserva sul suo futuro. Ad esprimere esattamente il clima che si respira in casa del centrodestra, ci ha pensato un fuorionda intercettato dall’agenzia Askanews tra Ignazio La Russa e Gianni Letta. I due si sono incrociati al termine della presentazione di un libro su Sergio Mattarella del fisico Angelo Gallippi e nel dialogo intercettato si sente chiaramente La Russa chiedere a Letta di intercedere perché Berlusconi convochi il vertice al più presto. “Ancora siamo che è convinto di..”, dice Letta lasciando intendere che il Cavaliere non vuole rassegnarsi. Ecco che allora, sollecitato da Salvini, Meloni e gli altri alleati, Berlusconi nel pomeriggio ha detto ai suoi che è pronto a sciogliere la riserva sul Colle entro domenica, ovvero prima che inizino le votazioni alla Camera, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella. “Ho detto a Letta che i leader della coalizione si devono vedere, se non oggi, domani, al massimo dopodomani, perché il tempo stringe e urge decidere cosa fare sul Colle prima delle votazioni”, ha detto La Russa all’agenzia Adnkronos. “E’ inevitabile che il vertice si svolga prima della fine della settimana. Spero sia calendarizzato nelle prossime ore, altrimenti lo chiederò ufficialmente”, aveva detto in mattinata proprio la leader di Fdi Giorgia Meloni. Rimasto ad Arcore Berlusconi, dunque, per ora si sarebbe preso una pausa di riflessione, interrompendo le telefonate a quattro mani con Vittorio Sgarbi. Oggi, assicurano, non ci sarebbe stato nessun contatto con Salvini e Meloni. Tutto è rinviato a dopodomani. Sembra tramontata definitivamente, quindi, l’operazione Scoiattolo, come lo stesso Sgarbi ha sentenziato:E’ finita esattamente con le ultime telefonate fatte venerdì scorso insieme a Silvio…”. Il deputato ha quindi dato un consiglio al presidente di Fi: “Può ancora essere protagonista se si ritira e dice per primo un nome alternativo per poterlo negoziare con gli alleati”. Il candidato che spiazzerebbe tutti ma li compatterebbe anche, per Sgarbi, è uno solo: “Se indica Draghi risolverebbe tutti i problemi”.

martedì 18 gennaio 2022

Roberta Metsola eletta nuova presidente dell'Europarlamento: "Onorerò David Sassoli"

@ - La popolare maltese è stata votata a stragrande maggioranza, e sarà la più giovane nella storia a guidare l'istituzione. Prende il posto del politico italiano scomparso pochi giorni fa. Con lei anche i conservatori dell'Ecr e della Lega. Nel suo discorso la minaccia della disinformazione che alimenta i nazionalismi. E, accusata di essere anti-abortista, dice: "Le mie posizioni sul tema saranno quelle dell'Aula"

giovedì 13 gennaio 2022

Pnrr, l’Italia supera il primo esame ma le vere riforme sono ancora lontane

@ - La Ue ha dato il via libera alla prima tranche da 24 miliardi perché sono stati raggiunte tutte le 51 condizioni previste. Si tratta però di “traguardi” di natura qualitativa, con pochi provvedimenti concreti che possano essere verificati.

L'Italia si è impegnata a spendere 222 miliardi del programma Next Generation EU, più di qualsiasi altro paese. Di questi, 123 miliardi verranno presi a prestito, tre volte il volume di prestiti richiesto da tutti gli altri paesi dell’Unione messi insieme. Ben 21 Paesi su 28, tra i quali la Spagna - che pure paga sui propri titoli di stato interessi molto più alti di quelli previsti dai prestiti comunitari - prenderanno solo le sovvenzioni del programma, cioè i soldi regalati dalla UE.

I 222 miliardi sono una somma enorme. Molti danno quasi per scontato, autoevidente che il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (Pnrr), che gestirà questa spesa, dovrà portare a un aumento duraturo del tasso di crescita dell’economia, facendoci uscire dalle secche della crescita (quasi) zero dell’ultimo ventennio. Ma non è affatto scontato: se spesa male questa montagna di miliardi potrebbe addirittura ostacolare la crescita. E spendere bene 222 miliardi aggiuntivi in poco tempo è difficilissimo.

Cosa è stato fatto in questo primo anno di vita del Pnrr per cominciare a vincere questa difficilissima scommessa? Secondo il Governo tutte le 51 le condizioni imposte dalla Commissione Ue entro il 2021 per erogare la prima tranche del progetto sono state soddisfatte e, in effetti, i primi 24 miliardi sono stati stanziati. Un passo salutato da molti con un entusiasmo pericoloso. Ben 50 di queste 51 condizioni erano di natura qualitativa, “traguardi” anziché “obiettivi” quantitativi verificabili sulla base di riscontri oggettivi. Inoltre, era davvero difficile pensare che la Commissione potesse bocciare subito il primo beneficiario del programma. L’approvazione della Commissione non è quindi un riscontro attendibile dei progressi compiuti nel 2021. Recentemente il governo ha trasmesso al Parlamento un resoconto di 100 pagine su quanto fatto sin qui.

Purtroppo la nota dominante del documento è la genericità.

Ad esempio, il traguardo numero 5, “hub del turismo digitale”, è stato raggiunto con la seguente annotazione: «sono state avviate numerose attività tecniche e un tavolo di lavoro interistituzionale in seno alla Conferenza delle Regioni, per il coordinamento degli stakeholder esterni finalizzato alla discussione dei principali temi che concorrono allo sviluppo delle politiche turistiche in chiave digitale. Inoltre, è in corso il consolidamento della partecipazione del Ministero del turismo al consorzio AI PACT (Artificial Intelligence for Public Administration Connected)”.


I punti 11, 12 e 13 riguardano la legislazione attuativa della riforma dei processi civile, penale e nel caso di crisi d’impresa. Ma dalla scheda predisposta dal Ministero della Giustizia si evince che nessun decreto attuativo delle leggi delega è stato ancora varato (sono stati solo «istituiti i gruppi di lavoro per la riforma del processo penale e sono in corso di costituzione quelli per la riforma del processo civile»). In realtà, ci dicono alcuni esperti in materia da noi consultati, nonostante la grande pubblicità di queste riforme non è affatto chiaro quanto effettivamente si accorceranno, in media, i tempi dei processi. Ed era questo il punto essenziale di queste riforme.

Sulle politiche attive del lavoro il documento scrive che «sono avanzati i lavori per la definizione del format del Piano di attuazione regionale, ossia la declinazione a livello territoriale del programma GOL. Sono avanzati anche i lavori dei sottogruppi tematici, in particolare quello per la definizione della profilazione e dell’assessment, nonché i lavori propedeutici all’aggiornamento dei costi standard».

E potremmo continuare. L’impressione è quella di un resoconto puramente formale, di affermazioni aventi lo scopo di barrare una casella, con ben pochi contenuti o provvedimenti concreti.

Ovviamente sarebbe ingiusto chiedere a un governo che deve gestire l’emergenza sanitaria di varare 50 riforme in meno di un anno. Contava, però attuare subito quei provvedimenti “abilitanti” che serviranno per rendere possibile l’attuazione del piano nei prossimi anni. Ma è proprio su questo terreno che si scontano i maggiori ritardi. Ne indichiamo due.

Molti progetti saranno gestiti dagli enti locali. Occorrono quindi stazioni appaltanti di dimensioni medio-grandi in grado di gestire progetti di grosse dimensioni, invece delle miriadi che esistono ora. Ma non ci risulta che siano state prese iniziative per ridurre il numero delle stazioni appaltanti, importante anche per ridurre i rischi di corruzione, né che siano stati fatti passi avanti nel costruire un sistema di rating dei fornitori (con relativa banca data per il monitoraggio sistematico della performance dei fornitori). Eppure bastava attuare la riforma del Codice degli Appalti del 2016.

Occorre poi dotare la PA di tecnici in grado di attuare e monitorare il piano. È positivo che si sia cominciato ad assumere. Ma, come messo in rilievo dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, lo si sta facendo riducendo la selettività dei concorsi (ad esempio con selezioni basate unicamente su colloqui a distanza senza chiarire peraltro come si sceglieranno i candidati da sottoporre a colloquio), piuttosto che adeguando le remunerazioni o prevedendo percorsi di carriera per attrarre un maggior numero (e una qualità più elevata) di partecipanti. Insomma, se vogliamo vincere la scommessa fatta dal nostro Governo conta non solo spendere in fretta, ma anche e soprattutto spendere bene. E su questo è importante tenere alta la guardia: da qui in poi conteranno i fatti, non le parole.

Morto Magawa, il roditore che ha salvato centinaia di vite dalle mine antiuomo

@ - Si chiamava Magawa il ratto gigante africano (Crycetomis gambianus) morto all’età di otto anni, dopo cinque di onorata “carriera” a scovare ordigni di ogni tipo in una terra martoriata come la Tanzania dove le vittime e i feriti dovuti alle esplosioni sono centinaia ogni anno.


Era in grado di sentire la presenza di esplosivi con il suo olfatto. In cinque anni ha scoperto centinaia di mine antiuomo, tanto che ha ricevuto una medaglia e il titolo di “HeroRAT”. Si chiamava Magawa il ratto gigante africano (Crycetomis gambianus) morto all’età di otto anni, dopo cinque di onorata “carriera” a scovare ordigni di ogni tipo in una terra martoriata come la Tanzania dove le vittime e i feriti dovuti alle esplosioni sono centinaia ogni anno.

Magawa era “in servizio” per conto della Ong belga Apopo i cui istruttori lo hanno preparato a scovare gli ordigni. Dopo un anno di addestramento era stato inviato in Cambogia dove aveva collaborato con gli sminatori per bonificare un’area di 141 mila metri quadrati infestata da mine antiuomo.

Con il suo fiuto, la sua piccola stazza e il poco peso, riusciva a passare sopra una mina senza che questa innescasse l’esplosione. Il suo lavoro era incredibile perché riusciva in soli 20 minuti a identificare la presenza di mine in un’area sulla quale una persona munita di metal-detector avrebbe impiegato da uno a quattro giorni.

Il 2020 è l’anno della gloria per Magawa, perché era stato insignito della Medaglia d’oro Pdsa, il massimo riconoscimento britannico per gli animali che, con il loro impegno, hanno contribuito a salvare o migliorare l’esistenza degli umani. Magawa è stato il primo ratto in assoluto a ricevere l’onorificenza in 77 anni di storia.

Dall’anno scorso, però, per Magawa il “lavoro” era diventato un po’ troppo impegnativo per la sua età e quindi si era ritirato nello scorso giugno. Ma, come riferito dall’associazione Apopo, fino all’ultimo aveva continuato a giocare e a mostrare interesse. Dalla scorsa settimana, invece, era caduto in una sorta di apatia, fino ad andarsene serenamente.

Un ratto "eroe", ma anche da compagnia

Il ratto gigante del Gambia o ratto gigante africano (Crycetomis gambianus) è diffuso in gran parte dell'Africa, dal Senegal al Kenya e dall'Angola al Mozambico. È un roditore notturno, tra i più grandi del mondo, molto somigliante ad un topo anche se non appartiene alla famiglia dei muridi.

Il nome scientifico Crycetomis si deve alla somiglianza anche con i criceti per via delle tasche guanciali in cui raccogliere il cibo, che condividono con loro, ma non sono nemmeno criceti. Il ratto gigante, quindi non è un topo, nè un criceto, ma appartiene a una famiglia diversa di roditori muridi endemica dell’Africa che si chiama Nesomydae.

Il suo habitat è abbastanza vasto perché riesce tranquillamente a vivere in diversi ecosistemi. E, infatti, si ritrova in gran parte dell'Africa, a diverse latitudini e altitudini. Ama le foreste e il sottobosco, dove costruisce la propria tana frequentemente nei termitai abbandonati. L'unica regione dell'Africa subsahariana da cui è assente sono le foreste del Congo, ma solo perché è stato vinto e respinto da un competitore più adatto, il ratto di Emin (Cricetomys emini).

È molto intelligente e ha un carattere mite e socievole che lo rende particolarmente adatto, soprattutto se addestrato fin da giovane età, come animale da compagnia. La Ong Apopo con sede in Belgio e in Tanzania conduce da anni un progetto di addestramento dei ratti giganti che sfrutta il loro olfatto per la ricerca di focolai di tubercolosi e di mine dati-uomo. Infatti, i ratti sono molto leggeri e non fanno esplodere le mine. Per questo prezioso contributo, i ratti giganti sono conosciuti anche come "HeroRATS" ("ratti eroi").

domenica 9 gennaio 2022

Scuola, Zaia a Draghi: “Con queste condizioni non siamo in grado di reggere”. Ma Bianchi: “Aumento di contagi? Con istituti chiusi”

@ - Pressing delle Regioni preoccupate dall'escalation dei casi sui territori. Ma il governo non sente ragioni: lunedì 10 si torna in classe. Per giustificare il mantenimento degli istituti aperti, con la curva dei positivi che impenna, Renzi propone di farci le visite mediche.



Il governo non sente ragioni sulla scuola: dei presidi, dei sindacati, delle Regioni. Alla vigilia della riapertura dopo le vacanze di Natale gli oltre 50mila istituti di tutta Italia ricominceranno a fare lezione come se nulla, tra il 22 dicembre ed oggi, fosse accaduto: cioè come se Omicron non avesse provocato un’impennata di contagi con moltiplicatore mai visto e non ci fossero già le proiezioni a dire che tra due o tre settimane il rischio è di una Dad di fatto per via di alunni positivi o in quarantena, prof positivi o in quarantena e in più con l’organizzazione in apnea per le assenze dei docenti non vaccinati, finora sospesi. Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia quasi scongiura l’esecutivo di provare ad ascoltare i governatori: “Se le condizioni per aprire rimangono queste – dice a Repubblica – non siamo in grado di reggere“. Se non si rinvia, aggiunge, “il risultato sarà che da lunedì avremo un sacco di classi in Dad, orari ridotti, ci trascineremo per una settimana e poi probabilmente si dovrà intervenire”. “Un rinvio di 15 giorni non vuol dire perdere il campionato”, prosegue. Ecco perché il governatore ha deciso di rivolgere “un ultimo appello al premier”. Da giorni Zaia chiede che il Cts si pronunci sulla riapertura delle scuole in questa situazione di evoluzione della pandemia, cosa che può accadere solo se lo chiede il governo. “Evitiamo di andare in ordine sparso, ma la comunità scientifica deve pronunciarsi” insiste oggi.

Da quell’orecchio, però, non ci sente il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che ancora nella serata di sabato, a SkyTg24, ha difeso la scelta di riaprire, peraltro sostenuto da tutto il governo (Brunetta al Corriere rivendica che “nessun Paese europeo ha deciso di chiudere le scuole”. “L’aumento dei contagi non è avvenuto nelle scuole ma quando gli istituti erano chiusi” dice il ministro Bianchi facendo la cronaca delle ultime due settimane che però è difficile collegare (o scollegare) alle scuole: dipende dall’evoluzione dei contagi che con Omicron ha trovato un accelerante in tutti i settori della società che tutti hanno imparato a conoscere.

Per Bianchi, comunque, “con il provvedimento approvato il 5 gennaio diamo la possibilità per una scuola in presenza, in una situazione controllata e regolata”, cioè il ricorso alla quarantena con situazioni diversificate per le elementari e per le medie e le superiori. Per il ministro “insistere sulla presenza è una misura sanitaria importante che permette ai ragazzi di essere in una situazione controllata”. Intanto l’ennesimo incontro di sabato con i sindacati non ha sciolto alcuna questione tra quelle sollevate dalle organizzazioni dei lavoratori che nei giorni scorsi avevano chiesto di far slittare il ritorno in classe di un paio di settimane in modo da rafforzare i dispositivi di sicurezza nelle scuole, magari a partire dalla fornitura di Ffp2 che al momento è a zero.

Tutte cose che bypassa il leader di Italia Viva Matteo Renzi. “Io sostengo al 100% la linea di Draghi sulle riaperture delle scuole – dice l’ex premier Matteo Renzi ad Avvenire – Quando c’è qualche problema la prima cosa che in tanti propongono di chiudere è la scuola. Ma è un errore clamoroso”. Renzi parla di una “cultura nichilista per cui i nostri figli possono andare in pizzeria o a sciare, giustamente, ma non a scuola. Io dico di più: teniamo aperte le scuole, contro la povertà educativa, ma anche come hub per mandare team medici a vaccinare dentro le scuole. Quando ero ragazzo, a scuola facevamo la visita medica. Sa quanti ragazzi, magari più poveri, non possono permettersi visite accurate? Investiamo in educazione e in sanità: non consideriamo la scuola come luogo per untori, ma al contrario trasformiamola in un presidio di salute e di libertà”. Nel frattempo però l’Iss chiede misure immediate per invertire la tendenza perché altrimenti gli ospedali si ritroveranno di nuovo in affanno (e in alcune zone d’Italia già lo sono). Per non parlare di ciò che è stato fatto per la sicurezza sanitaria a scuola nell’ultimo anno (poco o nulla), nemmeno con i rinforzi promessi dalla struttura commissariale per il tracciamento dei casi a scuola.

In questo contesto compie una curva anche l’opinione del consulente del commissario all’emergenza Francesco Paolo Figliuolo, cioè l’ex direttore dell’Ema Guido Rasi. Un paio di giorni fa, in tv, aveva detto “a titolo personale” che “due settimane di didattica a distanza sarebbero importanti” aggiungendo: “Immaginiamo tra una settimana cosa vedremo. Se non facciamo due settimane adesso dovremo fare una cosa frammentata per i prossimi tre mesi”. Oggi invece alla Stampa Rasi sostiene che “il contagio va veloce con crescenti ricoveri e morti, facendo apparire ogni nuova misura superata, ma nessuno ha la ricetta giusta”. “Il governo ha preso una decisione che mette al primo posto l’istruzione – aggiunge – Omicron si ferma solo chiudendo tutto, ma non è fattibile. Il tentativo del governo dunque è di mitigare il contagio per tenere aperte scuole e attività economiche”. Per non limitare l’attività, anche scolastica, per Rasi “l’unica è accelerare le terze dosi, che sono in aumento così come le prime, diffondere l’uso delle Ffp2 al chiuso e aumentare le distanze sui trasporti“.

Vale la pena ricordare di nuovo che le Ffp2 non sono obbligatorie in classe e che il governo fornisce agli istituti mascherine chirurgiche, peraltro quelle “a mutanda”, contestatissime da insegnanti e studenti. Mentre dall’altro lato non sfiora alcuna agenda pubblica il tema di abbassare la capienza sui mezzi di trasporto. Anzi, con i contagi in aumento è notizia di queste ore che sia le aziende di trasporto locale sia di quelle del settore su rotaia hanno intenzione di tagliare treni e corse per mancanza di addetti. La conseguenza è che i passeggeri si concentreranno sulle corse rimanenti.

lunedì 3 gennaio 2022

"Lo ha disonorato" la Regina Elisabetta scarica il figlio prediletto Andrea, sparisce il titolo di Duca di York?

@ - E' su un crinale a dir poco pericoloso la vicenda giudiziaria che ha travolto il principe Andrea, Duca di York, e di conseguenza toccato la Famiglia reale britannica.


Un giudice federale ha respinto sabato 1 gennaio la richiesta avanzata dal principe di bloccare la causa di risarcimento intentata da Virginia Roberts Giuffre nei suoi confronti con accusa di aver avuto rapporti sessuali con lei in tre diverse occasioni, quando la donna aveva 17 anni. Lo scandalo ruota intorno a quello di prostituzione minorile legato al gruppo delle ragazze di Jeffrey Epstein, il finanziere che due anni fa si è suicidato in una cella di New York dove era rinchiuso con l’accusa di aver abusato di decine di minorenni.

domenica 2 gennaio 2022

Nucleare tra le fonti green: la decisione dell’Unione Europea

@ - Nucleare e gas tra le fonti green. Sembra essere questa la decisione di Bruxelles, come emerge dalla bozza della tassonomia verde. Eppure su questa decisione l’UE si divide. Ecco cosa sta accadendo.


Via libera al nucleare e al gas come fonti green, utili per la transizione ecologica. È questo ciò che emerge dalla bozza della tassonomia che Bruxelles si accinge a sottoporre all’attenzione dei Governi e del Parlamento europeo. Una scelta che divide l’UE. La Francia continua il suo lavoro di pressione per l’inclusione dell’atomo, scettica invece la Germania che avvia lo spegnimento di tre centrali, dando l’addio definitivo all’energia nucleare.

Nucleare e gas tra le fonti green: la decisione di Bruxelles
Il lavoro di pressione della Francia paga. Alla fine il nucleare sarà incluso tra le fonti green indicate dalla Commissione UE, e per questo meritevole di ricevere un sostegno economico per ridurre le emissioni di CO2.

A presentare in anticipo la bozza della tassonomia di Bruxelles è stato il Financial Times. Una decisione che non desta troppo stupore, d’altronde era stata più volte rinviata, e preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però sembra che sia ufficiale.

Nucleare come fonte green: l’UE si divide
Nucleare e gas tra fonti green. Da mesi Bruxelles è oggetto di pressioni sia da parte dei Paesi che adoperano l’atomo, sia da quelli che lo stanno abbandonando. Tra i Paesi a trarne beneficio in primis si trova la Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia. Il Paese di Macron si trova a dover far fronte a un ingente programma di ammodernamento e manutenzione degli impianti, per garantirne la sicurezza: un piano che costerà almeno 50 miliardi di euro, stando a quanto riportato dall’Edf (Électricité de France).
Berlino rimane invece scettica, dando avvio al programma di spegnimento delle sue 6 centrali. Fino a oggi sono stati chiusi definitivamente tre impianti, uno a Schleswig-Holstein, un secondo in Bassa Sassonia e il terzo in Baviera. L’impianto di Grondhe (Bassa Sassonia) era in funzione da 36 anni e produceva circa 410 miliardi di chilowatt/ora, più di qualsiasi altra al mondo. Gli ultimi tre impianti in funzione si trovano in Baviera, Baden-Wuerttemberg e Bassa Sassonia.

Oltre al nucleare ritroviamo nella tassonomia verde anche il gas. A trarne vantaggio in questo caso è l’Italia, grande utilizzatrice di questo combustibile fossile. A questa notizia non poteva di certo rimanere fermo il leader della Lega, Matteo Salvini, che si è detto pronto con il suo partito a raccogliere le firme per un referendum.

Nucleare e gas come fonti green: quali sono i rischi?
I rischi del gas dal punto vista ambientale sono ben noti: inquinante minore rispetto al carbone e al petrolio, è comunque fonte di emissioni di CO2.

I rischi del nucleare sono invece legati allo smaltimento delle scorie e agli eventuali malfunzionamenti delle centrali.

Nucleare e Gas come fonti green ma solo a certe condizioni
Sì al nucleare ma solo a certe condizioni. È questo ciò che emerge dalla bozza visionata dal Financial Times. Infatti nel documento sulla tassonomia è stato specificato che l’energia nucleare potrebbe essere considerata una fonte sostenibile, solo e soltanto se i Paesi siano in grado di smaltire in piena sicurezza i rifiuti tossici, non causando “nessun danno significativo all’ambiente”.

Solo a queste condizioni la costruzione di nuove centrali nucleari sarà considerata green almeno fino al 2045. Altre condizioni sono previsti anche per il gas: la CO2 emessa non dovrà superare i 270grammi per chilowatt. Inoltre gli investimenti sul gas saranno erogati solo se rimpiazzeranno petrolio e carbone. Questa è la bozza, adesso manca solo il via libera della Commissione europea e dal Parlamento UE.

venerdì 31 dicembre 2021

Terre rare: cosa sono, dove si trovano, a cosa servono

@ - Le terre rare sono il carburante del futuro? Cosa sono questi elementi chimici sempre più ricercati dalle potenze economiche per l’industria green e non solo. Dove si trovano e chi le produce?


Cosa sono le terre rare? Questi elementi chimici finora poco conosciuti nel panorama delle materie prime e dei metalli, oggi risultano tra i più ambiti dalle potenze economiche globali.
Se è vero, infatti, che l’high-tech, la digitalizzazione e la transizione energetica guideranno la ricchezza, lo sviluppo industriale e l’egemonia mondiale dei prossimi decenni, allora il gruppo delle terre rare non potrà che giocare un ruolo da protagoniste.

Ricercate da USA e Unione Europea e finora controllate dalla Cina, grazie a un vantaggio geologico, produttivo e di know-how scientifico senza eguali, le terre rare saranno il combustibile della rivoluzione tech-green del nostro avvenire.

Vediamo cosa sono, dove si trovano, a cosa servono e perché giocano un ruolo di spicco nella transizione energetica.

Cosa sono le terre rare? La spiegazione
C’è chi le ha definite “l’oro del XXI secolo”, mentre nel settore estrattivo e minerario qualcuno le chiama “vitamine o spezie”.
A testimonianza della loro importanza strategica, si narra che lo stesso Deng Xiaoping, architetto dell’economia cinese, si fosse riferito a questi elementi con l’espressione: “Il Medio Oriente ha il petrolio, noi i metalli rari.”

Cosa si intende, quindi, quando si parla di terre rare? Nel dettaglio, questo è il nome collettivo con cui si indicano 17 elementi chimici presenti all’interno della famosa tavola periodica.
Per gli amanti della chimica: di questi 17 elementi ben 15 sono lantanoidi (gli elementi che hanno un numero atomico compreso tra 57 e 71), mentre i restanti due sono lo Scandio e l’Ittrio (rispettivamente numero atomico 21 e 39).

Esistono poi due diverse classificazioni per le terre rare: quelle leggere (LREE) e le forme pesanti (HREE), in base alle specifiche configurazioni di elettroni all’interno di ciascun atomo.

Le terre rare leggere (LREE) sono:
  • La – Lantanio
  • Ce – Cerio
  • Pr – Praseodimio
  • Nd – Neodimio
  • Sm – Samario
Le terre rare pesanti (HREE) sono:
  • Eu – Europio
  • Gd – Gadolinio
  • Tb – Terbio
  • Dy – Disprosio
  • Ho – Olmio
  • Er – Erbio
  • Tm – Tulio
  • Yb – Itterbio
  • Lu – Lutezio
  • Y – Ittrio
Non bisogna lasciarsi ingannare dall’aggettivo raro: tali elementi non sono affatto scarsi nel mondo e tale qualificazione non deriva, in effetti, dalla quantità sul pianeta.
La diffusione di alcuni dei 17 elementi è pari a quella del rame o del piombo. La rarità, quindi, è legata a un altro concetto, precisamente alla loro bassa concentrazione nei giacimenti minerari.
Nello stato naturale le terre rare non si trovano assolute, ma mischiate con altri minerali, solitamente in piccole quantità. Di conseguenza, estrarli è molto difficile e richiede un processo piuttosto complesso.

Partendo dall’estrazione o separazione da un amalgama di roccia e minerali, vengono poi a formarsi i metalli, combinati in leghe e magneti. Il tutto con un procedimento di lavorazione, raffinazione e purificazione dei metalli che consuma molto calore, richiede acido, e diverse migliaia di cicli.

Per esempio, per ottenere un chilo di vanadio bisogna purificare otto tonnellate e mezzo di roccia, che diventano 50 tonnellate per un chilo di gallio e addirittura 200 tonnellate per un chilo di lutezio.

Tutto questo significa rilasciare acqua radioattiva, gas di scarico e altri rifiuti tossici.

A cosa servono le terre rare?
Uno sguardo attento e approfondito sulle terre rare ci fa comprendere la loro preziosità per soddisfare le esigenze del nostro vivere quotidiano.

Questi elementi giocano un ruolo primario per indurire, alleggerire e aggiungere resistenza, leggerezza, proprietà magnetiche e conduttive alle leghe.

Con alcune terre rare i motori delle auto elettriche hanno prestazioni più efficienti. Inoltre, sono necessarie per il funzionamento delle turbine eoliche, degli smartphone, di strumenti medici e addirittura di alcuni tipi di missili.

L’europio per esempio è presente nelle lampadine led a basso consumo e l’erbio è essenziale per le applicazioni laser e nelle fibre ottiche.

La peculiarità principale delle terre rare risiede nel magnetismo resistente alle alte temperature: per questa ragione sono indispensabili nella produzione dei prodotti tecnologici, ma non solo.

Uno dei campi in cui è più richiesto l’utilizzo di queste materie prime è il settore militare, dove i 17 elementi terre sono indispensabili per la produzione delle cosiddette “armi a energia diretta”: una classe di armamenti che comprende numerosi dispositivi capaci di indirizzare sui bersagli svariate forme di energia non cinetica. In sostanza, queste apparecchiature inviano sul target da colpire radiazioni elettromagnetiche, onde acustiche, plasma a elevata energia o raggi laser.

Storicamente, inoltre, le terre rare sono essenziali per l’industria petrolchimica nella scomposizione di grandi molecole in idrocarburi più piccoli adatti all’uso nei combustibili.

Dove si trovano le terre rare?
Secondo l’United States Geological Survey, il Paese più ricco di queste risorse al mondo è la Cina. Il dragone, che possiede circa un terzo delle riserve mondiali ovvero il 40%, resta leader globale per possesso di terre rare.

Pechino è seguito da Vietnam e Brasile, Russia, India, Australia, Groenlandia e Stati Uniti. La Cina, però, vanta anche il controllo della produzione, grazie non solo alla presenza degli elementi nel suo territorio.

La leadership cinese si è costruita anche sulle leggi meno severe in tema di rispetto dell’ambiente sul capillare know-how.

Secondo l’autorevole Geological Society of London, in termini di percentuale nella crosta continentale terrestre, il cerio è il più abbondante, con 43 parti per milione (ppm), seguito da lantanio (20 ppm) e neodimio (20 ppm), mentre l’elemento delle terre rare più raro è il tulio (0,28 ppm), ad eccezione del promezio, praticamente assente a causa della sua radioattività. La loro abbondanza, dunque, è paragonabile ad altri elementi importanti come il litio (17 ppm), il rame (27 ppm), lo stagno (1,7 ppm) e l’uranio (1,3 ppm).

Chi produce terre rare?
La Cina negli anni si è garantita un sostanziale monopolio nella fornitura mondiale di Terre rare soprattutto per la capacità di produzione e raffinazione.

Bayan Obo, regione della Cina settentrionale, è il giacimento di terre rare più grande del mondo. Costituito da tre corpi minerari principali si estende in lunghezza per 18 km, Bayan Obo costituisce il 50% della produzione di terre rare cinesi. Altri depositi più piccoli si trovano nelle province Shandong, Sichuan, Jiangxi e Guangdong.

Pechino controlla il 60% di produzione mondiale di questi elementi e ben quattro quinti della raffinazione a livello globale. Anche se i minerali sono estratti negli Stati Uniti, quindi, per essere utilizzati necessitano di lavorazioni specifiche che è in grado di offrire solo il dragone.

Negli USA c’è la storica miniera californiana Mountain Pass, tornata a funzionare nel 2018 dopo varie vicende e stop. Nel 2020 ha prodotto circa il 16% dell’offerta mondiale di terre rare.

E l’Europa?Nella raffinazione dipendiamo per due terzi dalla Cina”, secondo Luca Franza, capo del programma su clima ed energia dello Iai.

Nello specifico, il nostro continente produce appena il 3% del totale mondiale di terre rare.

La transizione energetica e le terre rare
Il passaggio a un sistema energetico pulito è destinato a determinare un enorme aumento del fabbisogno di...minerali, il che significa che il settore energetico sta emergendo come una forza importante nei mercati minerari”: così spiega l’Agenzia Internazionale dell’Energia.
Tra queste risorse sempre più necessarie per la rivoluzione green ci sono anche le terre rare. Per queste esse sono diventate il contendere della guerra commerciale mai finita tra USA e Cina.
In uno scenario che soddisfa gli obiettivi dell’Accordo di Parigi la domanda totale degli elementi delle terre rare è destinata a crescere del 40% in appena 20 anni.
Non solo, le stime di Banca Mondiale parlano di un balzo del 500% entro il 2050 nella produzione di minerali e metalli. L’ONU stima che 3 miliardi di tonnellate totali, dei quali 600 milioni dovranno di metalli rari saranno necessari tra decenni.

La spinta alla transizione energetica sta mettendo in moto la corsa al carburante del futuro. Se la rivoluzione industriale è stata possibile grazie al carbone e l’industrializzazione USA e non solo del novecento ha visto il petrolio come motore, ora il futuro high-tech e green sarà alimentato anche dalle terre rare.

Da questi 17 elementi dipendono lo sviluppo delle nuove automobili elettriche e le tecnologie per produrre e sfruttare l’energia solare ed eolica.

Per esempio, le terre rare sono essenziali per realizzare turbine eoliche a trasmissione diretta, efficienti e di facile manutenzione per le installazioni offshore su larga scala.

Nel settore automotive, i motori con magneti permanenti da terre rare sono considerati la scelta preferita per i vetture elettriche.

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giovedì 30 dicembre 2021

La candidatura di Draghi delenda est: ricordiamo tutti cosa è successo alla Grecia?

@ - Com’è noto a tutti, anche al ministro Roberto Cingolani, Catone il Censore fu l’artefice dello scoppio della terza guerra punica. Nel 157 a.C., facendo parte della delegazione mandata a Cartagine per arbitrare tra i cartaginesi e il re di Numidia, maturò la profonda convinzione che la sicurezza di Roma dipendesse dalla distruzione totale di Cartagine. Da quel momento, ogni suo intervento in Senato terminava con queste parole: Ceterum censeo Carthaginem delendam esse (“Per il resto ritengo che Cartagine debba essere distrutta.”).


L’abate Lhomond, grammatico ed erudito francese del XVIII secolo, ci svela l’astuto stratagemma con cui il nostro riuscì a vincere la resistenza dei colleghi senatori a muovere guerra contro Cartagine. Portò alla curia un fico precoce e, scuotendo la toga, lo fece vedere a tutti. Ai senatori che ne ammiravano la bellezza, Catone chiese loro quando pensavano che fosse stato raccolto. I senatori affermarono che sembrava freschissimo. “Eppure sappiate che è stato colto tre giorni fa a Cartagine; ecco quanto siamo vicini al nemico”. Cartagine, infatti, era solo a tre giorni di navigazione da Roma. Quest’arringa inquietò i senatori, che si decisero a dichiarare guerra.

Se oggi ci fosse un odierno Catone (potrebbe forse essere il senatore Elio Lanutti?), in occasione della seduta comune per l’elezione del futuro inquilino del Quirinale, dovrebbe agitare nel drappeggio della toga una manciata di olive, nelle diverse varianti: Kalamata, Thasos, Chios, Pelion, Calcidica ecc. Poi, rivolgendosi ai colleghi, chiedere dove siano state raccolte. Sono tutte olive della vicina Grecia, la stessa Grecia affamata dalle ricette della troika (Bce, Fmi, Ue). E dovrebbe ricordare, all’illustre sinedrio, il ruolo della Bce. In particolare, ricordare la condotta di Mario Draghi, come nitidamente emerge dall’audio delle riunioni dell’Eurogruppo registrate dal ministro greco Yanis Varoufakis.

Nella riunione del 12 febbraio 2015, l’imperscrutabile ghigno draghesco svela il tratto feroce del capitalismo finanziario: in mancanza di riforme draconiane, la Bce avrebbe sospeso l’autorizzazione (waiver) con cui le banche greche ottenevano liquidità a tasso agevolato. Come ogni minaccia che si rispetti, c’è anche un ultimatum: il successivo 30 giugno. Il premier Tsipras, che non intende piegarsi al ricatto, forte di una tradizione democratica millenaria, il 27 giugno si appella al popolo indicendo un referendum consultivo. Il giorno dopo, il 28 giugno, la Bce chiude la linea di liquidità di emergenza e, conseguentemente, le banche greche serrano i battenti.

Ricordiamo tutti le lunghe file per ritirare pochi euro, con gli anziani in fila che svenivano in coda sotto il solleone del Peloponneso. I greci votano in maggioranza contro la ricetta della troika, ma Tsipras è obbligato ad arrendersi al potere finanziario, condannando il suo popolo ai tormenti dell’austerità. Varoufakis si dimette. Dei 241 miliardi concessi dalla Bce alla Grecia, 87 sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti alle banche straniere, 52 per il pagamento degli interessi sui debiti in scadenza. La sola Germania ottiene il pagamento di 1,3 miliardi di euro di soli interessi.

La morsa di Draghi è servita a onorare i crediti delle banche francesi e tedesche. Ma che sembianze aveva questa morsa? Le pensioni dei greci sono state ridotte 13 volte: dopo il 2011 sono state tagliate del 40% e nel 2019 di un ulteriore 18%. Nei primi due anni di austerità i suicidi sono aumentati del 35%, la spesa per la sanità è scesa dal 9,3% del Pil al 5%. I tagli alla sanità pubblica, sempre nei due anni successivi, hanno causato l’incremento del 43% della mortalità infantile e il 22% dei Greci ha rinunciato a curarsi per incapienza finanziaria. Per tutto questo, onorevoli colleghi, la candidatura di Draghi delenda est.

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