sabato 28 febbraio 2026

Guerra Iran, attaccata una scuola femminile a sud: 51 morti e 48 feriti per «mano di Usa e Israele»

 @Guerra Iran, attaccata una scuola femminile a sud: 51 morti e 48 feriti per «mano di Usa e Israele»

Guerra Iran, attaccata una scuola femminile a Sud: 40 morti e 48 feriti
per «mano di Usa e Israele»© Ansa

Attacco in una scuola: sono 51 - al momento - le vittime di un attacco condotto da Stati Uniti e Israele nel sud dell'Iran, che avrebbe colpito una scuola femminile a Minab. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Fars, secondo cui altre 48 persone sono rimaste ferite.

Le reazioni
L'Idf rende noto con un post su X di aver colpito centinaia di obiettivi nell'ovest dell'Iran. L'ufficio stampa dell'esercito ha postato le immagini di alcuni raid. Dura condanna poi della Russia agli attacchi americani e israeliani contro l'Iran. In una nota, il ministero degli Esteri di Mosca li definisce un'«avventura pericolosa» che minaccia la regione di una «catastrofe» e mira a 'distruggere' il governo iraniano perché si è rifiutato di sottomettersi al loro «diktat». “Washington e Tel Aviv hanno nuovamente intrapreso un'avventura pericolosa che sta rapidamente avvicinando la regione a una catastrofe umanitaria, economica e, non da escludere, radiologica”, ha accusato il ministero. “Le intenzioni degli aggressori sono chiare e dichiarate apertamente: distruggere l'ordine costituzionale e il governo di uno Stato che non gradiscono e che ha rifiutato di sottomettersi al diktat della forza e all'egemonismo”, ha aggiunto.

Iran, Usa e Israele attaccano: quali sono i motivi. Il nucleare, la strategia e il fattore Trump: il piano

@ Per capire come siamo finiti in questa spirale di fuoco, bisogna guardare ai tre motivi reali che hanno spinto Washington e Tel Aviv a premere il grilletto.

Iran, Usa e Israele attaccano: quali sono i motivi. Il nucleare, la strategia e il fattore Trump: il piano

L'alba di oggi, 28 febbraio 2026, ha segnato l'inizio di una nuova, spaventosa fase del conflitto in Medio Oriente. Israele e Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco coordinato su diverse città iraniane, tra cui la capitale Teheran. Non è un’operazione simbolica: i missili hanno colpito obiettivi strategici vicino agli uffici della Guida Suprema Khamenei e al palazzo presidenziale, mentre altre esplosioni sono state segnalate a Isfahan e Karaj.

Ma per capire come siamo finiti in questa spirale di fuoco proprio in questo sabato mattina, bisogna guardare ai tre motivi reali che hanno spinto Washington e Tel Aviv a premere il grilletto.

La «linea rossa»
Il motivo principale è tecnico ma vitale. Israele ha sempre detto che non avrebbe mai permesso all'Iran di avere l'arma nucleare. Negli ultimi mesi, però, Teheran ha accelerato l'arricchimento dell'uranio a livelli che permetterebbero di costruire una bomba in tempi brevissimi. Dopo il fallimento dei negoziati di Ginevra di pochi giorni fa, gli Stati Uniti e Israele hanno deciso che la via diplomatica era morta. L’obiettivo dei raid di oggi è distruggere i laboratori e le fabbriche prima che l'Iran diventi una potenza nucleare intoccabile.

Il «cerchio di fuoco»
Da anni l'Iran finanzia e arma gruppi in Libano, Yemen, Iraq e Siria. Israele si sente letteralmente circondato da milizie che rispondono agli ordini di Teheran.

Dopo anni passati a colpire queste milizie ai confini, Israele ha cambiato strategia: oggi ha deciso di colpire direttamente la "centrale operativa", ovvero il governo iraniano. L'idea è semplice: per fermare i droni e i missili che arrivano dai paesi vicini, bisogna colpire chi li fabbrica e li spedisce.

Il «Fattore Trump»
Il governo iraniano sta attraversando il suo momento più difficile. All'interno del Paese, la popolazione è stremata dalla povertà e dalle violente repressioni delle proteste di gennaio. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha deciso di sfruttare questo momento di massima fragilità. Invece di cercare un compromesso, ha puntato sulla "massima pressione" militare, convinto che il regime iraniano oggi sia troppo debole per reggere un conflitto diretto e che questo attacco possa addirittura portare al crollo del governo attuale.

Cosa succede adesso?
Mentre a Teheran si alzano colonne di fumo, in Israele sono già suonate le sirene d'allarme. Il governo israeliano ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, aspettandosi una pioggia di missili e droni come risposta immediata da parte dei Pasdaran.

Siamo davanti a un bivio: o l'Iran accetta la sconfitta militare e torna a trattare a condizioni durissime, o decide di rispondere con tutto quello che ha. In questo secondo caso, la guerra si allungherebbe a tutta la regione, con conseguenze pesantissime anche per noi, a partire dal blocco delle rotte del petrolio e dall'aumento immediato dei prezzi dell'energia.

lunedì 23 febbraio 2026

Messico, ucciso «el Mencho»: ricercato numero uno tra i narcos. Disordini nel Paese: attaccato l'aeroporto di Guadalajara, sparatorie e blocchi stradali

 @A capo del cartello criminale di Jalisco, era ricercato anche dalla giustizia degli Stati Uniti. Sino a ora sono 26 i morti negli scontri


Le forze di sicurezza del Messico hanno annunciato l'uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, detto «El Mencho», 59enne fondatore e leader del Cartel Jalisco Nueva Generacion (Cjng), la banda criminale più temuta del Paese. Era il narcotrafficante più ricercato del Messico, e del mondo.

Il blitz ha fatto scoppiare scontri violentissimi tra bande di narcos e forze di polizia. In diversi stati si segnalano incendi, blocchi strali e fughe di civili in preda al panico. Auto date alle fiamme e messe di traverso per ostruire le strade in almeno otto diversi Stati (Jalisco, Michoacán, Colima, Guerrero, Aguascalientes, Guanajuato, Nayarit, Zacatecas e Tamaulipas), stop ai trasporti pubblici in alcune aree dello Stato di Jalisco e ospiti invitati a non lasciare gli alberghi.

I morti, negli scontri, sono stati almeno 26. Tra le vittime civili figurano una donna al terzo mese di gravidanza e 17 agenti delle forze dell'ordine: quindici membri della Guardia Nazionale, un agente della Procura e una guardia carceraria. Sul fronte criminale si registrano otto decessi. Le forze dell'ordine hanno inoltre arrestato 27 persone: undici per gli episodi di violenza e 14 per i saccheggi ai danni di attività commerciali e istituti di credito.

L'uccisione costituisce un grande successo della strategia della presidente Claudia Sheinbaum e del suo segretario per la Sicurezza Omar García Harfuch. E potrebbe allentare la pressione sul Messico da parte di Donald Trump, la cui amministrazione aveva messo una taglia da 15 milioni di dollari sulla cattura di Oseguera. Il presidente americano aveva infatti minacciato più volte di intervenire militarmente sul suolo messicano contro i narcotrafficanti, ma Sheinbaum aveva fermamente respinto le sue «profferte».

Figlio di contadini emigrati in California e con un passato in polizia, «El Mencho» (il cui soprannome è un diminutivo di Nemesio, ma può anche essere tradotto come «il Grezzo», visto che quella parola, in alcune aree dell’America Latina, indica chi ha cattivo gusto e modi poco raffinati), guidava il cartello Jalisco Nueva Generación, che è dedito all’esportazione negli Stati Uniti di metanfetamine, cocaina e fentanyl nonché all’estorsione ed è noto per la sfacciataggine con cui attacca le forze di polizia e la violenza con cui terrorizza intere comunità.

Dopo l’arresto dei leader del cartello di Sinaloa Joaquin «El Chapo» Guzmán e Ismael «Mayo» Zambada, ora ospiti a tempo indeterminato delle carceri statunitensi, «El Mencho», di cui non si conoscevano foto recenti, era il narcotrafficante più temuto del Messico.

La sua eliminazione avvenuta a Tapalpa nel «suo» Stato di Jalisco (anche grazie a informazioni ricevute da Washington) rischia quindi di innescare una violentissima guerra di potere tra i narcos.

Non potrebbe esserci un momento più delicato: già ieri, alcuni atti di rappresaglia da parte dei cartelli, come ad esempio la creazione di blocchi stradali con veicoli in fiamme, hanno coinvolto anche Guadalajara, che è una delle città che quest’estate ospiteranno alcune partite dei Mondiali di calcio.

Brian McKnight, dirigente della Dea americana, aveva definito Cervantes il nuovo «nemico pubblico numero uno», in grado di controllare l'80% della droga che arriva in una città come Chicago e di un terzo dell'intero import di stupefacenti negli Stati Uniti (cocaina, metanfetamina, fentanyl). El Mencho è uno spietato killer miliardario che, secondo McKnight, è a capo del cartello messicano, scissosi dal gruppo di Sinaloa di El Chapo, ha stabilito rotte di narcotraffico in sei continenti e ora ha una roccaforte a Chicago, affermano gli investigatori della DEA.

La testata «El Universal» afferma che gli Usa hanno contribuito al blitz condotto con il sostegno dell'aviazione. Questo dettaglio non è stato confermato ma Washington si è congratulata per l'operazione. L'agenzia Reuters afferma che gli Usa avrebbero fornito un supporto in termini di intelligence. L'aeronautica militare messicana ha bombardato i convogli dei criminali.

La presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha invitato la popolazione a mantenere la calma: «Il Ministero della Difesa Nazionale ha riferito in merito all'operazione condotta questa mattina dalle forze federali, che ha causato diversi posti di blocco e altri incidenti. C'è pieno coordinamento con i governi di tutti gli stati; dobbiamo rimanere informati e mantenere la calma» scrive su X. «Il mio riconoscimento all'Esercito, alla Guardia Nazionale, alle Forze Armate e al Gabinetto di Sicurezza. Lavoriamo ogni giorno per la pace, la sicurezza, la giustizia e il benessere del Messico»

giovedì 12 febbraio 2026

Migranti, approvato il disegno di legge: blocco navale, multe e uso dei telefoni limitato per chi sta nei Centri

 @ Il provvedimento passa l'esame dl consiglio dei ministri e prevede anche l'espulsione degli stranieri condannati a pene restrittive


Blocco navale, espulsioni, regole per i centri di permanenza: è stato approvato in consiglio dei ministri il disegno di legge che cambia le regole per i flussi migratori. «Oggi il Governo ha approvato un provvedimento molto significativo per rafforzare il contrasto all’immigrazione illegale di massa e ai trafficanti di esseri umani» ha commentato in serata con un video sui social Giorgia Meloni. Ecco quali sono le novità principali contenute nel testo.

Il blocco navale
Secondo l'articolo 10 del provvedimento «nei casi di minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l'attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell'interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l'adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Le multe
In caso di violazione del blocco navale «salvo che il fatto costituisca reato, si applica al trasgressore la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 10 mila a euro 50 mila. In caso di reiterazione della violazione commessa con l'utilizzo della medesima imbarcazione, «si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell'imbarcazione e l'organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare. Si ha reiterazione nel caso di nuova violazione, commessa con l'utilizzo della medesima imbarcazione, contestata anche solo a uno degli autori o degli obbligati in solido nei cui confronti, nel quinquennio precedente, è stata accertata, con provvedimento esecutivo, una precedente violazione delle disposizioni del presente articolo, salvo che tale autore o obbligato in solido provi che la condotta illecita è avvenuta contro la sua volontà, manifestata attraverso comportamenti idonei, specificamente volti a impedirne il compimento».

Niente telefoni
Nuove regole anche per chi trova nei Cpr: «Al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate», allo straniero trattenuto «non è consentita la libera detenzione, all'interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell'interessato per il periodo strettamente necessario per l'utilizzo». Lo prevede una norma contenuta nell'articolo 17 della bozza di disegno di legge.

Le espulsioni
Il giudice «ordina l'espulsione dello straniero ovvero l'allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea sia condannato ad una pena restrittiva della libertà personale per violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, con circostanze aggravanti».

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martedì 13 gennaio 2026

“Mi tiravano su per le manette e mi buttavano a terra”: reso disabile dalle torture nelle carceri israeliane

 @Ha un sorriso fragile, testimone della tenerezza di vivere o forse dall'essere ancora in vita. Il corpo di Mohammed Nasim Abulaz, 24 anni, viene trasportato dalla madre sulla sua sedia a rotelle nella stanza. Entra in soggiorno, dove un cartellone di buon compleanno colorato spezza la rigorosa eleganza dei divani.

“Mi tiravano su per le manette e mi buttavano a terra”: reso disabile
 dalle torture nelle carceri israeliane
Mohammed sorride, di nuovo, e con delicatezza inizia a raccontare. "Sedici, due, duemilaventiquattro. Era venerdì il giorno in cui mi hanno preso", dice, tirando su con fatica la mano sinistra di cui ha perso quasi completamente il controllo, "stavo tornando da Nablus e mi hanno fermato al posto di blocco. Mi hanno fatto scendere dalla macchina. C'erano altri tre ragazzi con me, li hanno lasciati andare e hanno preso me".

Iniziano spesso così le storie dei prigionieri palestinesi: rubati alla loro stessa vita in un giorno qualunque, in un momento qualunque, con una ragione qualunque. Spesso senza alcuna ragione. È il caso di Mohammed che resterà per 22 mesi in detenzione amministrativa, senza accusa né processo, all’interno delle carceri israeliane.

"Mi hanno portato per un mese al centro di detenzione militare di Asyon. Poi mi hanno trasferito a Ofer per l'interrogatorio. Da Ofer mi hanno portato nel Negev e nel Negev mi è successa questa cosa", continua indicando quel corpo non più suo, completamente paralizzato dal busto in giù. "Stavo tornando dalla visita con l'avvocato e mentre mi trasferivano mi hanno colpito sulla schiena. Ero bendato, con le mani legate dietro e i piedi incatenati. Mi facevano camminare con la schiena piegata. Uno ha usato dei guanti con del metallo dentro. Mi ha dato un colpo solo, ma io ero debole, non avevo difese. Il colpo è arrivato al midollo spinale, spaccandomi la colonna vertebrale e lesionando per sempre il midollo".

I militari israeliani lo riportano in cella, così com’è, con il corpo rannicchiato e la schiena spezzata. Dentro quella cella Mohammed rimane per un mese, senza avere neanche un antidolorifico. "Sono stato lì dentro un mese intero senza che facessero nulla, nonostante il dolore. Piano piano ho iniziato a perdere la sensibilità, non riuscivo più a camminare. Loro dicevano che stavo scherzando, che facevo finta. Dopo quel mese, per due settimane mi hanno fatto scendere ogni mattina in clinica sulla sedia a rotelle. A volte mi picchiavano, a volte no. Mi facevano l'esame del sangue e delle urine e dicevano: ‘Non hai niente', e mi riportavano indietro. Mi alzavano dalle manette, con mani e piedi legati, e mi buttavano a terra o dalle scale".

Nel Negev Mohammed resta detenuto per undici mesi. Da agosto 2024 a fine giugno 2025. "Una mattina mi sono svegliato e non sentivo più la mano sinistra. Si apriva e si chiudeva in modo involontario. In clinica dicevano che non era niente. Due giorni dopo, mi sono svegliato e non sentivo più nulla dalla vita in giù. Nessuna sensazione, nessun movimento delle gambe. Dato che non riuscivo a urinare, mi hanno messo un catetere interno, e solo il giorno dopo mi hanno trasferito d'urgenza in ospedale".

Dopo undici mesi Mohammed non ha altra scelta che fidarsi dei suoi carnefici: "Mi hanno detto: ‘O fai l'operazione o muori o rimani paralizzato'". Intanto Mira, la madre, è a casa sua, a Ramallah, e non sa niente. Ha scoperto per caso dove fosse stato portato il figlio grazie a un altro prigioniero che era stato rilasciato e le ha detto dove si trovava Mohammed.

"Hanno fatto l'operazione senza chiedere il permesso a nessuno. Non potevamo comunicare con la famiglia, nessuno sapeva niente. Poi mi hanno spostato a Ramla. Ramla è un ospedale e un carcere insieme. Nessun altro carcere accetta uno sulla sedia a rotelle, per questo mi hanno portato lì. Ci sono rimasto quattro mesi. Mi davano solo antidolorifici, le medicine erano così di bassa qualità che i detenuti le scioglievano e le usavano come colla. Spesso le guardie carcerarie mi spezzavano le pillole e me ne lanciavano metà per terra. Io dovevo prenderla da li”.

Mohammed vede di nuovo la luce del sole il 23 ottobre 2025. Il momento in cui Mira è l’unica a riconoscere il corpo del figlio ridotto in quel modo, con 53 chili in meno rispetto all’ultima volta che lo aveva visto, 22 mesi prima, quel venerdì.

Ora Mohamed soffre di una paralisi della parte inferiore del corpo e ha una debolezza funzionale alla mano sinistra. Non può più fare niente da solo, e probabilmente non potrà mai più. Ha un catetere interno che la madre svuota con cura quattro volte al giorno.

Ma il calvario di Mohammed non è un episodio isolato, è il prodotto di un sistema carcerario che, pur essendo già durissimo prima del 7 ottobre 2023, da quel giorno ha subito una mutazione definitiva. Secondo il Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), oltre 9.200 palestinesi vivono oggi in condizioni che ammontano sistematicamente alla tortura. "Tutti i cosiddetti prigionieri di sicurezza soffrono di pessime politiche nutrizionali, celle sovraffollate e isolamento totale dal mondo esterno, inclusa l'impossibilità di ricevere visite della Croce Rossa", spiega Noam Gelman Hofstadter del PCATI. In questo perimetro di oblio, la figura del medico militare si staglia tra le ombre più inquietanti. Se Mohammed è oggi bloccato dentro il suo corpo è anche a causa dei medici che lo visitavano in clinica. "È una complicità sistematica", denuncia Hofstadter, "sappiamo che nei centri di detenzione i medici di solito non firmano mai con i loro nomi la documentazione. I reclami non vengono presi sul serio e c'è una politica che impedisce ai prigionieri di essere visitati in strutture civili esterne".

Ma se per i residenti della Cisgiordania come Mohammed lo strumento repressivo principale resta la detenzione amministrativa, per i palestinesi di Gaza il quadro è ancora più estremo. La Legge sulla carcerazione dei combattenti illegali, da poco estesa fino a fine marzo 2026, ha creato per i prigionieri gazawi una categoria di "non-persone": né civili né combattenti, privati delle tutele del diritto internazionale umanitario. Questa legge stabilisce fondamentalmente uno status giuridico dei prigionieri, dei detenuti, che è diverso da quello di un civile o di un combattente, le due categorie riconosciute dal diritto internazionale. È stata istituita per permettere allo Stato di arrestare e detenere persone senza essere obbligato a rispettare i diritti previsti dal diritto internazionale umanitario o dalla normale procedura penale. Quindi da un lato non sono considerati civili, e dall'altro non sono considerati combattenti. Questa legge permette allo Stato di trattenere oggi oltre 1.200 persone in un limbo dove l'incontro con un avvocato può essere negato per settimane e il controllo giudiziario è quasi inesistente. "Le norme di deroga dei diritti e la detenzione amministrativa sembrano destinate a restare a tempo indeterminato", avverte il Comitato.

Al vertice di questa piramide di violenza si colloca la discussione sulla pena di morte. Da mesi alla Knesset, il parlamento israeliano, si lavora per rendere la morte una politica ufficiale per i cosiddetti Mechabel "terroristi", eliminando ogni discrezionalità per i giudici. Eppure, la morte è già una realtà nelle carceri israeliane: dal 7 ottobre, circa 100 prigionieri sono deceduti sotto custodia israeliana. "La norma del disprezzo per la vita dei prigionieri palestinesi è già, in una certa misura, stabilita", commenta Hofstadter.

Oggi il militare israeliano che ha tirato quel pugno non è stato individuato, né denunciato. Continua a marciare tra le celle, protetto da un sistema che – tra medici complici e leggi di emergenza bellica perenni – ha trasformato la tortura in una norma burocratica. Mohammed, invece, è qui, in questo soggiorno di Ramallah, prigioniero di una sedia a rotelle.

Sognava di diventare dottore, di sanare le ferite degli altri. Oggi, il suo corpo paralizzato è la cicatrice più profonda di una terra dove la giustizia non esiste. "Desidero solo tornare a camminare", conclude mentre con la stessa delicatezza con cui aveva iniziato mostra una sua vecchia foto: sorride, in piedi, in un giorno qualunque, in un momento qualunque.

giovedì 1 gennaio 2026

La linea Trump: “Zelensky è un idiota, la Russia è invincibile

@Un anno di tentativi americani di porre fine al conflitto in Ucraina - Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la posizione degli Stati Uniti sulla guerra tra Russia e Ucraina ha seguito una traiettoria irregolare, segnata da ripensamenti e svolte improvvise.

La linea Trump: “Zelensky è un idiota, la Russia è invincibile”

È quanto emerge da una ricostruzione del New York Times, che ripercorre decisioni, dichiarazioni e dinamiche interne all’amministrazione, restituendo l’immagine di una strategia tutt’altro che semplice e legata agli sviluppi sul campo.

Il presidente è passato dall’esaltazione della forza militare russa alla critica della leadership ucraina, alternando aperture al dialogo con Mosca a blocchi sugli aiuti militari per Kiev e nuove ipotesi di sanzioni. Un andamento ondivago che contrasta con le promesse fatte prima della vittoria elettorale del novembre 2024, quando Trump aveva moltiplicato gli annunci (83 in totale, ricorda il NYT) garantendo una soluzione immediata del conflitto: “La farò finire in 24 ore”, aveva infatti assicurato.

Lo scontro con Kellogg
Secondo il quotidiano americano, questa oscillazione riflette una visione personale fortemente influenzata dal rapporto che Trump intrattiene con Vladimir Putin. Il presidente avrebbe infatti manifestato ammirazione per la parata militare sulla Piazza Rossa, arrivando a dichiarare che “l’esercito russo è invincibile”, e rivendicando un legame privilegiato con il Cremlino dicendo al generale Keith Kellogg, allora inviato speciale per l’Ucraina: “La Russia è mia, non tua”.

Proprio Kellogg, noto per il suo sostegno a Kiev, sarebbe entrato più volte in rotta di collisione con il presidente. Uno scontro emblematico nasce da una discussione sul ruolo del leader ucraino. “Quindi tu definisci Zelensky assediato e coraggioso?”, avrebbe chiesto Trump.

Alla risposta di Kellogg (“Lo è. E’ una lotta esistenziale per l’Ucraina. Quand’è stata l’ultima volta che un presidente americano ha affrontato una situazione del genere? Con Abraham Lincoln?”) il presidente avrebbe reagito con durezza, liquidando il suo collaboratore con un secco: “È un idiota”.

Quel confronto segna una svolta interna. Kellogg viene estromesso dal dossier ucraino e sostituito da Steve Witkoff, figura considerata più allineata alla visione del presidente. Da quel momento, l’amministrazione intensifica i contatti diplomatici nel tentativo di costruire un piano di pace, senza però chiarire fino in fondo quale sia la direzione definitiva della Casa Bianca.

Il risultato, conclude il New York Times, è una politica estera fatta di accelerazioni e brusche frenate, dove le convinzioni personali del presidente sembrano pesare più di una strategia coerente e condivisa.

mercoledì 31 dicembre 2025

domenica 21 dicembre 2025

Violenza per arrivare al morto. Esplode la rabbia dei poliziotti dopo gli scontri di Torino

 @Poliziotti ancora bersaglio degli antagonisti violenti, che oggi sono scesi in piazza contro il sequestro dello stabile occupato da 29 anni da Askatasuna. I feriti sono almeno 9 e il numero è destinato a salire nelle prossime ore, quando gli agenti si faranno refertare per le botte subite durante gli scontri.

"Violenza per arrivare al morto". Esplode la rabbia dei poliziotti dopo gli scontri di Torino

Molti di loro sono stati colpiti dagli oggetti lanciati in occasione delle tensioni, alcuni sono stati raggiunti al viso da schegge di vetro a seguito del lancio di bottiglie. Ed è normale che la rabbia monti all'ennesima manifestazione in cui i violenti li usano come bersaglio.

"Si è combattuto una guerriglia contro un’organizzazione armata e violenta che non vuole sapere delle regole democratiche", ha dichiarato il segretario del sindacato Fsp di Polizia di Torino, Luca Pantanella, "ancora una volta i poliziotti hanno messo a rischio la propria vita per difendere i valori democratici contro il male assoluto rappresentato oggi da Askatasuna e da tutti questi pseudo rivoluzionari che ogni giorno forti di una copertura politica si divertono a distruggere indisturbati la nostra amata città". Quanto visto oggi ha segnato un altro passo in avanti in una continua escalation, come ha sottolineato Pantanella, perché "i Poliziotti sono stati bersagliati da una violenza mai registrata per quasi ad arrivare a fare il morto e ottenendo sette (almeno nove, ndr) feriti". È la stessa rabbia di Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il quale ribadisce che "le manifestazioni che si preannunciano violente devono essere vietate e impedite". La conta dei feriti e dei danni dopo ogni manifestazione, sottolinea Paoloni, "dove partecipano gruppi antagonisti è inaccettabile. Si fermino questi episodi di violenza prima che sia troppo tardi e accada l’irreparabile".

Quanto visto oggi a Torino, fa eco Domenico Pianese, segretario del Sindacato di Polizia Coisp, è la "pretesa di imporre l’illegalità come metodo politico e di dichiarare guerra allo Stato. Gli scontri, i cassonetti in fiamme, gli oggetti lanciati contro la Polizia e le scene di guerriglia urbana dimostrano che chi parla di repressione sta in realtà legittimando un sistema che usa la violenza per difendere un’occupazione abusiva". Quanto accaduto oggi nel capoluogo piemontese, "è un messaggio chiaro: lo Stato democratico non accetta che la violenza antagonista diventi una forma di rappresentazione politica. E chi continua a giustificarla dovrà assumersi la responsabilità morale di ciò che accade in piazza". Pianese ha anche espresso "pieno sostegno all’azione dello Stato, così come condividiamo e apprezziamo la linea del ministro Piantedosi: avanti con gli sgomberi, senza distinzioni ideologiche e senza zone franche". Da parte di Pantanella c'è la richiesta che "questi criminali vengano puniti severamente, che siano pene severe e da monito visto l’istigazione all’odio ed alla disobbedienza, la banda armata e l’insurrezione contro lo Stato, tutto ciò che oggi è stato rappresentato a Torino" perché "ora più che mai bisogna decidere da che parte stare".

venerdì 12 dicembre 2025

La Nobel per la pace Narges Mohammadi è stata arrestata in Iran

 @ - La vincitrice del Premio Nobel per la Pace iraniana Narges Mohammadi e diversi altri attivisti sono stati arrestati oggi durante una cerimonia commemorativa nella città nord-orientale di Mashhad. Lo rendono noto i gruppi per i diritti umani iraniani, citati da Iran International.

La Nobel per la Pace Narges Mohammadi è stata arrestata in Iran© Provided by ANSA

Mohammadi, che sta scontando una pena detentiva complessiva di 13 anni e nove mesi per accuse di sicurezza nazionale, è in congedo per motivi di salute dal carcere di Evin a Teheran. Ha affermato che non tornerà volontariamente e che qualsiasi nuovo arresto costituirebbe un atto di disobbedienza civile.

La Fondazione Narges Mohammadi, si legge ancora su Iran International, ha dichiarato che Mohammadi è stata arrestata oggi mentre partecipava alla cerimonia di lutto del settimo giorno per Khosrow Alikordi, un importante avvocato per i diritti umani la cui recente morte ha suscitato l'indignazione dell'opinione pubblica. La fondazione ha affermato che l'arresto è stato eseguito durante l'evento da agenti di sicurezza e di polizia.

La fondazione ha aggiunto che anche gli attivisti Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi, Alieh Motalebzadeh e molti altri sono stati arrestati durante la cerimonia.

Mohammadi, una dei più importanti difensori dei diritti umani in Iran, ha ripetutamente affermato di essere sottoposta a gravi minacce da parte delle agenzie di sicurezza iraniane. Ad agosto aveva dichiarato alla rivista tedesca 'Der Spiegel' che agenti dell'intelligence le avevano rivolto minacce di morte dirette e indirette.

Il presidente del Comitato norvegese per il Nobel aveva affermato all'epoca che Mohammadi aveva avvertito che la sua vita era in pericolo, citando quelle che lei aveva descritto come minacce di "eliminazione fisica" da parte di agenti statali.

Mohammadi ha accusato le autorità iraniane di aver intensificato la pressione sulla società civile dopo il cessate il fuoco di giugno con Israele, affermando che la repressione di attivisti, giornalisti e critici si era intensificata. I gruppi per i diritti umani affermano che l'Iran rimane uno degli ambienti più restrittivi al mondo per la libertà di espressione, con attivisti frequentemente detenuti, processati e incarcerati.

giovedì 11 dicembre 2025

USA, media: "Nuova strategia Trump prevede allontanamento Italia da UE"

 @Nella versione estesa della nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti studiata dall'amministrazione Trump - non pubblicata dalla Casa Bianca ma visionata dalla rivista Defense One - l’Italia, insieme ad Austria, Polonia e Ungheria, viene indicata tra i Paesi con cui Washington dovrebbe "collaborare maggiormente" con l’obiettivo di "allontanarli" dall’Unione Europea.

Usa, media: "Nuova strategia Trump prevede allontanamento Italia da Ue"

Al fine di "rendere l'Europa di nuovo grande", il documento suggerisce inoltre che gli Stati Uniti dovrebbero sostenere "partiti, movimenti e figure culturali" favorevoli alla sovranità nazionale e alla difesa dei "modi di vita europei tradizionali", a condizione che rimangano filoamericani.

Intanto l'offensiva di Trump contro la "decadenza" dell'attuale leadership europea provoca reazioni diverse tra partiti dell'estrema destra, quei "partiti europei patriottici", incoraggiati, recita la Strategia di Sicurezza Nazionale, a promuovere da "alleati politici in Europa" un "revival dello spirito". Un sostegno che la tedesca 'Alternativa per la Germania' (Afd) ha accolto con entusiasmo, considerandolo un potente aiuto verso una legittimazione che metta fine al suo ostracismo politico.

Molto più cauto Rassemblement National, sia per motivi politici, e in ultima analisi sovranisti, ma anche per la grande impopolarità di Trump tra l'elettorato francese, sottolinea Politico che analizza le posizioni dei due partiti di estrema destra al momento in testa ai sondaggi in Germania e Francia.

Il documento di 33 pagine elaborato dal presidenteTrump e reso noto dalla Casa Bianca contiene parole brutali nei confronti dell'Europa, vista come una civiltà in declino.

"L’amministrazione Trump - si legge -si trova in disaccordo con funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche sul conflitto" in Ucraina, "radicate in governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi democratici di base sopprimendo l’opposizione". "Una grande maggioranza europea desidera la pace, ma tale desiderio non si traduce in politiche, in larga parte a causa della sovversione dei processi democratici da parte di quei governi", prosegue il testo, che sottolinea come questo sia "strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli Stati europei non possono riformarsi se restano intrappolati in crisi politiche".

La strategia, che pone l'enfasi sul rischio di declino della civiltà europea ed esorta le singole nazioni a resistere all'influenza dell'Ue, delinea come "interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una cessazione delle ostilità rapida in Ucraina, per stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione indesiderate del conflitto, ristabilire la stabilità strategica con la Russia e consentire la ricostruzione postbellica dell’Ucraina, affinché sopravviva come Stato vitale".

Sul versante europeo, la Casa Bianca spiega che le nazioni hanno perso fiducia a causa del declino, pur godendo di un "notevole vantaggio di potenza rispetto alla Russia in quasi tutte le misure, tranne che per le armi nucleari. A seguito della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono oggi fortemente deteriorate e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale. Gestire i rapporti europei con la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico statunitense, sia per ristabilire condizioni di stabilità strategica attraverso la massa continentale eurasiatica, sia per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei".

La strategia spiega anche che la guerra in Ucraina ha avuto "l’effetto perverso di aumentare la dipendenza esterna dell’Europa, in particolare della Germania. Oggi le aziende chimiche tedesche costruiscono alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo in Cina, utilizzando gas russo che non possono ottenere in patria. Eppure, l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti", continua il documento, sottolineando che il commercio transatlantico "è ancora uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana".

"Coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle singole nazioni europee": questo uno degli obiettivi fondamentali delineati dalla nuova Strategia di sicurezza nazionale Usa. Secondo il testo, le "questioni più gravi che l’Europa deve affrontare includono le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e generando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità e fiducia nazionali".

Nel testo, Washington avverte che "se le tendenze attuali continueranno, il continente sarà irriconoscibile in vent’anni o meno", e "non è dunque affatto certo che alcuni Paesi europei manterranno economie e forze armate abbastanza solide da restare alleati affidabili". Molte di questi Stati-nazioni, che rimangono "l'unità politica fondamentale del mondo", al momento stanno intensificando gli sforzi che contraddistinguono il loro percorso attuale, rileva la strategia: "Vogliamo che l’Europa rimanga europea, che ritrovi la fiducia nella propria civiltà e abbandoni l’attenzione fallimentare alla soffocante regolamentazione", si legge nel documento.

Il documento evidenzia anche come i funzionari Usa siano "abituati a considerare i problemi europei in termini di carenze di spesa militare e stagnazione economica. In parte è vero, ma i problemi reali dell’Europa sono ancora più profondi. L’Europa continentale ha visto la propria quota del Pil globale diminuire, dal 25% nel 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di regolamentazioni nazionali e transnazionali che minano la creatività e l’operosità. Ma questo declino economico è oscurato dalla prospettiva, ancora più seria, di una cancellazione della civiltà". Altrove, nella sezione che riguarda l'Ucraina, il documento parla anche di "sovversione dei processi democratici" da parte dei governi europei.

"Eppure, l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti", continua il documento, sottolineando che il commercio transatlantico "è ancora uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana", i settori industriali europei "restano tra i più solidi al mondo" e il continente ospiti "ricerche scientifiche d’avanguardia e istituzioni culturali di livello mondiale. Non possiamo permetterci di abbandonare l’Europa: farlo sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia". La diplomazia americana deve quindi "continuare a difendere la vera democrazia, la libertà di espressione e la celebrazione senza complessi del carattere e della storia delle singole nazioni europee. L’America incoraggia i propri alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei è motivo di grande ottimismo".

"Il nostro obiettivo è aiutare l’Europa a correggere la propria traiettoria attuale. Avremo bisogno di un’Europa forte per competere con successo e collaborare con noi nel prevenire che qualsiasi avversario domini il continente europeo", continua il testo, specificando che gli Stati Uniti rimangono "comprensibilmente legati sentimentalmente al continente europeo, e naturalmente alla Gran Bretagna e all’Irlanda. Il carattere di questi Paesi è anche strategicamente importante, perché contiamo su alleati creativi, capaci, fiduciosi e democratici per creare condizioni di stabilità e sicurezza. Vogliamo collaborare con Paesi allineati che desiderano ristabilire la loro antica grandezza".