domenica 17 ottobre 2021

L’uccisione del deputato britannico David Amess è un atto di terrorismo

@ Lo ha detto la polizia, secondo cui la ragione dell'attacco potrebbe essere legata all'estremismo islamico. La polizia britannica ha annunciato che l’assassinio del deputato conservatore David Amess, accoltellato venerdì pomeriggio a un incontro con gli elettori, è stato un atto di terrorismo, probabilmente legato all’estremismo islamico.

Amess, che aveva 69 anni ed era deputato del Partito Conservatore britannico, è morto dopo essere stato accoltellato più volte durante un incontro con i suoi elettori in una chiesa metodista di Leigh-on-Sea, in Essex, nel sud-est dell’Inghilterra. Subito dopo l’assassinio la polizia ha arrestato un uomo di 25 anni con cittadinanza britannica.

Qualche ora dopo, con un comunicato ufficiale, la polizia ha annunciato che l’attacco era stato dichiarato formalmente come un atto di terrorismo. Secondo le prime indagini l’uomo avrebbe avuto «un possibile movente legato all’estremismo islamico».

Secondo fonti del Guardian, le generalità dell’uomo corrisponderebbero a quelle di una persona che era già stata segnalata al programma “Prevent”, istituito dal governo britannico per tenere sotto controllo le persone a rischio di radicalizzazione.

Secondo il Telegraph, che ha ricostruito le dinamiche dell’attacco, la persona che ha ucciso Amess si trovava assieme ad altri all’interno della chiesa metodista di Leigh-on-Sea ad aspettare l’arrivo del deputato per il suo incontro periodico con gli elettori del luogo. In parlamento, i deputati sono protetti da polizia armata, ma per partecipare all’incontro di Leigh-on-Sea era sufficiente lasciare il proprio nome e cognome agli addetti. Fuori dalla porta della chiesa c’era un cartello con scritto «Qui sono tutti benvenuti».

Quando Amess è entrato nella chiesa, l’uomo si è fatto avanti e l’ha accoltellato. La polizia e diverse ambulanze sono arrivate quasi immediatamente. Amess è stato soccorso, ma è morto sul posto. Sempre secondo il Telegraph, l’uomo che l’aveva accoltellato non avrebbe tentato di fuggire, e avrebbe atteso l’arrivo della polizia, lasciandosi arrestare.

Dopo l’arresto la polizia ha fatto perquisizioni in due edifici a Londra (che è piuttosto vicina alla località dove Amess è stato ucciso) ma in seguito ha comunicato che ritiene che l’uomo abbia agito da solo, e che non ci siano altri sospetti. Amess era entrato nel parlamento britannico nel 1983 e rappresentava il collegio elettorale di Southend West dal 1997.

Parlando dell’attacco ad Amess, alcuni giornali hanno ricordato la parlamentare britannica laburista Jo Cox, che il 16 giugno del 2016 fu uccisa da un uomo che l’aveva aggredita in strada nel nord dell’Inghilterra, sparandole e ferendola ripetutamente con un coltello. L’uomo, il 52enne britannico Thomas Miar, era stato arrestato poco dopo.

Usa, il fenomeno delle “grandi dimissioni”: in agosto 4,3 milioni di lavoratori hanno lasciato il posto. La causa più frequente è il burnout

@ - Sommando anche luglio si arriva a 8,3 milioni. Il fenomeno travalica i settori - dai servizi di alloggio e ristorazione a commercio, sanità e servizi professionali - ma anche i confini americani: numeri record sono stati registrati anche in Germania e nel Regno Unito. Stando all'indagine "The great resignation update", il 28% se ne va anche senza avere alternative. In questo l’impatto del lavoro sulla salute mentale viene indicato come motivazione con una probabilità 1,7 volte maggiore della media.


Quasi il 3% di tutta la forza lavoro americana – 4,3 milioni di persone – ha lasciato il proprio impiego nel solo mese di agosto. Sommando anche luglio si arriva a 8,3 milioni. È il dato choc che arriva dagli Usa, dove le “Grandi Dimissioni” (Great Resignation o Big Quit) rappresentano un trend che non smette di crescere. Non una tendenza isolata, ma un fenomeno che travalica i settori e i confini americani, e che mette in difficoltà un numero sempre maggiore di aziende alla ricerca di lavoratori qualificati: numeri record sono stati registrati anche in Germania e nel Regno Unito.

Nel solo mese di agosto, secondo gli ultimi dati rilasciati dal Dipartimento del Lavoro, il 2,9% dei lavoratori hanno dato le dimissioni. Si tratta del valore più alto registrato dall’indagine “Job Openings and Labor Turnover Survey” dal dicembre del 2000, oltre 20 anni fa. Le dimissioni, ad agosto, sono cresciute di 242mila unità rispetto a luglio, quando avevano già rappresentato il 2,7% del totale. In particolare, si sono registrati 892mila abbandoni nel settore dei servizi di alloggio e ristorazione (+157mila rispetto a luglio), 721mila dimissioni nel commercio al dettaglio e 155mila nell’ingrosso (rispettivamente in crescita di 39mila e 26mila unità), altre 579mila persone hanno lasciato i loro impieghi nella sanità e nell’educazione. Mentre si sono contati oltre 700mila abbandoni nei servizi professionali e di business e 300mila nel manifatturiero.

Le cosiddette “Grandi Dimissioni” rappresentano infatti un fenomeno che riguarda colletti bianchi, grigi e blu, e per questo sia le grandi banche d’affari di Wall Street come Bank of America, Goldman Sachs e Morgan Stanley, sia le grandi catene della ristorazione e i retailer come McDonald’s, Chipotle e Costco hanno aumentato i salari minimi e quelli dei neo-assunti. Secondo l’indagine “Future of Work” di PricewaterhouseCoopers, che ha intervistato più di 1000 dipendenti full-time e part-time negli Usa e 752 dirigenti aziendali, oltre 6 lavoratori su 10 sono alla ricerca di un nuovo impiego, quasi il doppio rispetto al 36% registrato a maggio dalla stessa indagine. L’88% dei dirigenti aziendali conferma indirettamente la tendenza a una mobilità record dei lavoratori, affermando di vedere in azienda un ricambio di personale superiore alla norma. E le aziende, almeno in teoria, si sono poste il problema: oltre la metà (55%) dei dirigenti intervistati ha affermato che il supporto ai lavoratori vittima di burnout sarebbe stato un fattore molto importante per affrontare l’anno in corso.

In pratica, però, la distanza sembrerebbe non essere stata colmata, come dimostra il “The Great Resignation Update” pubblicato dalla società hr-tech Limeade, la quale ha intervistato 1.000 lavoratori statunitensi a tempo pieno che hanno iniziato un nuovo lavoro nel 2021, in aziende con più di 500 persone e nel nuovo impiego da almeno tre mesi. Il 40% degli intervistati ha indicato il burnout quale motivo di dimissioni nel precedente impiego e il 28% lo ha lasciato anche senza avere alternative in programma, soprattutto nei settori della salute, della ristorazione e dell’ospitalità. Il 34% ha lasciato per cambiamenti organizzativi, mentre il 20% ha indicato quale motivo delle proprie dimissioni la mancanza di flessibilità, la poca considerazione in azienda e le discriminazioni. Coloro che sono andati via senza avere già un altro lavoro hanno indicato come motivo principale per licenziarsi proprio l’impatto del lavoro sulla salute mentale con una probabilità 1,7 volte maggiore della media.

Il fenomeno travalica i settori, ma anche i confini degli Stati Uniti. Nel Regno Unito i posti di lavoro disponibili hanno raggiunto il livello record di 1,1 milioni tra luglio e settembre, il valore più alto dal 2001 secondo i dati di ottobre dell’Office for National Statistics. L’aumento maggiore è stato registrato nel commercio al dettaglio e nella riparazione di auto e moto, ma tutti i settori hanno visto una crescita senza precedenti di posti di lavoro disponibili. Una difficoltà a trovare lavoratori a cui ha senz’altro contribuito la Brexit in alcuni contesti, ad esempio nell’ospitalità come sottolineato dalle analisi dell’Ufficio Nazionale di Statistica, ma è guidata da un trend ormai globale. Anche in Germania, infatti, sempre più aziende lamentano la mancanza di lavori qualificati. A luglio era il 34,6% delle imprese intervistate, secondo un’indagine trimestrale dell’Istituto Ifo. Un valore in netta crescita dal 23,6% di aprile, e il secondo più alto mai registrato. “Con l’economia in ripresa dopo l’allentamento delle restrizioni pandemiche, le aziende hanno difficoltà a trovare personale qualificato”, ha detto l’economista di Ifo, Klaus Wohlrabe. Nella vendita al dettaglio, il numero di aziende che hanno riscontrato carenza di personale è quasi raddoppiato, dal 15,7% di aprile al 30,6% di luglio, mentre nel commercio all’ingrosso si è passati dal 16,1 al 24,7%: nessuno dei due settori ha mai visto una percentuale così alta. Lo stesso è accaduto nel settore manifatturiero, dove a luglio il 27,6% delle aziende ha segnalato una carenza di lavoratori qualificati, rispetto al 19,4% di aprile. Nel settore dei servizi le attività più colpite sono le agenzie di collocamento (75,4%), hotel e altre strutture ricettive (56%) e gli spedizionieri (54,6%).

LEGGI ANCHE



sabato 16 ottobre 2021

Cgil, la manifestazione di oggi a Roma. Landini: "In piazza per difendere la democrazia". Applausi per Liliana Segre

@ - "Questa non è una manifestazione di parte ma difende i diritti di tutti" ribadisce il segretario rispondendo alla Lega. In corteo anche Letta, Zingaretti, Camusso e Don Ciotti. Poi arriva anche Gualtieri.

"In piazza per difendere la democrazia, per dire che c'e' bisogno di fare delle riforme vere, di progettare un futuro che applichi i principi fondamentali della nostra Costituzione". Con queste parole Maurizio Landini ha dato in via alla manifestazione dei sindacati e delle forze politiche di centrosinistra, scesi in piazza oggi a Roma con lo slogan "Mai piu' fascismi". "L'attacco al sindacato, alla Cgil, e' un attacco alla dignita' di tutto il paese. Siamo qui per difendere ed estendere la democrazia nel nostro paese e in Europa", aggiunge il segretario generale della Cgil. In piazza con lui Susanna Camusso, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e poco dopo il segretario del Pd, Enrico Letta e il candidato sindaco per il centrosinistra, Roberto Gualtieri.

Un manifestazione di parte? "No, questa è una manifestazione che difende la democrazia di tutti. Questo è il tema". Ribadisce Landini, rispondendo alle parole del segretario della Lega, Matteo Salvini. "L'attacco alla Cgil, l'attacco al sindacato è in realtà un attacco alla dignità del lavoro di tutto il Paese. E noi siamo qui non per difendere qualcuno ma per difendere la democrazia e per estenderla".


Dopo aver percorso in discesa via Merulana e poi viale Manzoni e via Emanuele Filiberto, il corteo, aperto dai “Sector sonero” un gruppo di ballo Colombiano, alle 13.30 è arrivato in piazza San Giovanni. Davanti a tutti, cordonato, il servizio d’ordine composto dagli operai della Fiom.

Tanti anche i dem romani. Gli assessori regionali Alessio D’Amato (Sanita’) e Paolo Orneli (Commercio), le capogruppo in Regione Lazio Marta Bonafoni (civica Zingaretti) e Marta Leonori (Pd). Mentre il Segretario generale Cisl Luigi Sbarra ricorda “Gli ultimi attacchi vergognosi” subiti dalla senatrice Liliana Segre: la piazza applaude convinta. “Si proceda immediatamente allo scioglimento delle organizzazioni neofasciste - insiste Sbarra - L’arco costituzionale sia unito in questa determinazione, un passo diverso, anche se sappiamo che altri cercheranno di portare avanti posizioni simili”.

I neo consiglieri comunali eletti con oltre 7mila preferenze ciascuni Maurizio Veloccia e Sabrina Alfonsi, la candidata dem al muncipio I Lorenza Bonaccorsi, il vicepresidente del municipio VIII Leslie Capone. “E’ una bellissima piazza ispirata dai principi costituzionali e che guarda al futuro del Paese e di Roma”. Al centro della piazza anche Don Ciotti.

Dalla pancia del corteo si levano vecchi slogan di lotta. “Ora e’ sempre resistenza” e ancora “Fascisti carogne” e poi Bella Ciao che hanno avvolto i palazzi dell’Esquilino.

“Noi con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile del 1945” recita che il grande stendardo esposto al centro del corteo della Cgil che e’ partito alle 12.30 da piazza dell’Esquilino alla volta di San Giovanni.

Le note di Francesco De Gregori, diffuse dagli altoparlanti, risuonano da questa mattina in piazza San Giovanni, sorvegliata dall’alto già dal mattino dell’elicottero della questura. La piazza convocata dalla Cgil per rispondere all’attacco neofascista di sabato scorso inizia a riempirsi.

Con centinaia di persone già assiepate sotto al palco, mentre le delegazioni da tutta Italia stanno raggiungendo la sede della Cgil di Roma e Lazio in via Buonarroti, all’Esquilino, da dove partira’un corteo che raggiugnerà San Giovanni. In piazza sono attese oltre 50mila persone. Gli accessi sono vigilati da servizio d’ordine del sindacato. Polizia e carabinieri sorvegliano tutto il quadrante in maniera capillare per bloccare ogni possibile intrusione No Pass.

In mattinata una decina di scettici del certificato vaccinale si aggiravano intorno a palazzo Chigi: troppo pochi per impensierire le forze dell’ordine. E alle 18 è in programma Lazio-Inter all’Olimpico con i cancelli aperti dalle 15.30.

sabato 9 ottobre 2021

Xi: 'Taiwan sarà riunificata a Cina,no interferenze esterne'

@ - 'Chi vuole tradire e separare Paese sarà giudicato dalla storia'.


Taiwan è "una questione interna alla Cina e non ammette interferenze esterne". Il presidente Xi Jinping, alle celebrazioni per i 110 anni dalla Rivoluzione del 1911, ha affermato che la questione è nata dalla debolezza e dal caos della nazione cinese.

"Il secessionismo di Taiwan è il più grande ostacolo alla riunificazione nazionale, una seria minaccia al ringiovanimento nazionale. Chiunque voglia tradire e separare il Paese sarà giudicato dalla storia e non farà una buona fine", ha aggiunto Xi, assicurando con toni perentori che "la riunificazione completa del nostro Paese ci sarà e potrà essere realizzata".

La soluzione di Taiwan "è determinata dalla tendenza generale della storia cinese, ma, cosa più importante, è la volontà comune di tutto il popolo cinese. La riunificazione nazionale con mezzi pacifici serve al meglio gli interessi della nazione cinese nel suo insieme, compresi i connazionali di Taiwan", ha detto Xi. "I compatrioti su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan dovrebbero stare dalla parte giusta della storia e unire le mani per ottenere la completa riunificazione della Cina e il ringiovanimento della nazione cinese", ma coloro che dimenticano la loro eredità, "tradiscono la loro madrepatria e cercano di dividere il paese, non avranno una buona fine", ha proseguito Xi, aggiungendo che saranno disprezzati dalla gente e condannati dalla storia. "Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la volontà e la capacità del popolo cinese nel salvaguardare la sovranità e l'integrità territoriale", ha messo in guardia il presidente.

lunedì 4 ottobre 2021

Pandora Papers, ecco i tesori nei paradisi fiscali di 35 capi di Stato e di governo e migliaia di vip

@ - Dodici milioni di documenti riservatissimi smascherano le offshore di politici, stelle dello sport e spettacolo, generali e big degli affari. Dal re di Giordania al presidente ucraino, dal ministro olandese ai dittatori africani, da Julio Iglesias a Claudia Schiffer. Cinque anni dopo i Panama Papers, L'Espresso pubblica in esclusiva per l'Italia i risultati della nuova inchiesta globale del consorzio Icij con oltre 600 giornalisti di 150 testate internazionali.


Cinque anni dopo i Panama Papers, una nuova inchiesta giornalistica internazionale ancora più ampia svela le ricchezze nascoste nei paradisi fiscali da migliaia di potenti di tutto il mondo. Ci sono 35 capi di Stato o di governo. Più di 300 politici di oltre novanta nazioni: ministri, leader di partito, parlamentari. Insieme a generali, capi dei servizi segreti, manager pubblici e privati, banchieri, industriali. Le nuove carte, chiamate Pandora Papers, documentano una miriade di affari ricchissimi con i nomi dei beneficiari, finora tenuti segreti. L’elenco degli azionisti schermati dal velo delle società offshore comprende il premier della Repubblica Ceca, il ministro olandese dell’Economia, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, il Re di Giordania e presidenti in carica di Paesi come Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador. Nella lista spiccano i nomi di molte celebrità dello sport, della moda e dello spettacolo. Ma ci sono anche criminali. Ex terroristi. Bancarottieri. Trafficanti di droga. E boss mafiosi, anche italiani, con i loro tesorieri.

Migliaia di personaggi diversi per origini e storie personali, legati tra loro da un unico filo rosso: sono tutti clienti di 14 riservatissimi studi internazionali che fabbricano “offshore”. Cioè società collocate in giurisdizioni estere dove non esistono le tasse. E i titolari possono restare anonimi. Invisibili. E occultare le loro ricchezze al fisco, alla giustizia, agli elettori, a tutti gli altri cittadini. Che quindi sono costretti a pagare anche per questi privilegiati i costi di sanità, sicurezza, scuole, strade, ferrovie, acquedotti e tutti i servizi essenziali finanziati dagli stati nazionali con le entrate fiscali. I danni per la società civile causati dal proliferare di questi rifugi offshore sono ancora aumentati in questi tempi di pandemia, che ha innescato una crisi economica senza precedenti, moltiplicando le spese dello Stato per la sanità e per aiutare i più deboli.

L’inchiesta, coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), si chiama Pandora Papers perché scoperchia un vaso di veleni di portata mondiale. Più di 11,9 milioni di documenti con i nomi di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, fino a ieri sconosciuti. Dietro le carte intestate ai fiduciari, emergono per la prima volta investimenti e patrimoni esteri di politici europei e sudamericani, dittatori africani, ministri asiatici, sceicchi arabi. Le casseforti segrete di 46 oligarchi russi. Le offshore che azzerano le tasse a una super casta di oltre 130 multi-miliardari americani, indiani, messicani e di altre nazioni. I risultati dell’inchiesta, durata quasi due anni, sono il frutto del lavoro collettivo di oltre 600 giornalisti di 150 testate internazionali, tra cui l’Espresso in esclusiva per l’Italia. Dal Washington Post a Le Monde, dalla Bbc a El Pais, dai siti russi ai quotidiani sudamericani, indiani, australiani e africani, dall’Espresso alle tv svedesi e tedesche, i giornalisti di 117 nazioni diverse si sono impegnati a lavorare insieme, a scambiarsi ogni giorno notizie e documenti, fotografie e contatti, su una piattaforma informatica messa a punto dal consorzio. E a pubblicare i risultati dell’inchiesta nello stesso momento, all’unisono, a partire dalle 18.30 di oggi, domenica 3 ottobre. «Pandora Papers è la più grande inchiesta collettiva nella storia del giornalismo», scrive Icij nell’articolo di presentazione.

I Pandora Papers documentano, tra mille altre storie mai raccontate prima d’ora, che il Re della Giordania, Abdullah II, ha acquistato ville e terreni negli Stati Uniti e a Londra, per oltre 100 milioni di euro, tramite offshore personali, mentre il suo governo riceveva miliardi dagli Usa per combattere il terrorismo ed evitare una rivoluzione araba in un paese alleato. Alle domande del consorzio, il Re della Giordania, attraverso un portavoce, ha risposto che lui, come sovrano, non paga le tasse. E i suoi investimenti esteri non sono stati dichiarati per ragioni di sicurezza e privacy.

In Europa, il premier ceco Andrej Babis, che guida un governo populista di destra, ha usato società-schermo delle Isole Vergini Britanniche, nel 2009, per acquistare una villa da 22 milioni in Costa Azzurra. E non ha mai dichiarato quella proprietà estera alle autorità del suo Paese. Dove nel 2017 ha vinto le elezioni promettendo di combattere la corruzione e i privilegi delle élite.

In Olanda, il ministro dell’Economia, Wopke Hoekstra, cristiano-democratico, che ha spesso attaccato l’Italia in nome del rigore finanziario, è entrato nel 2009 in una offshore controllata da una cordata di ex manager di un colosso bancario di Amsterdam, Abn-Amro. Ed è così diventato uno degli azionisti anonimi di una nota compagnia di safari in Africa. È rimasto nella offshore anche dopo l’elezione a senatore. E non ha mai dichiarato il suo investimento estero.

In Ucraina, il capo dello Stato, Volodimyr Zelensky, ex comico portato al successo da uno show televisivo, ha posseduto segretamente per anni, tramite una società offshore, un’azienda di produzione e distribuzione di film e programmi tv. Nel marzo 2019, un mese prima del voto, ha ceduto le sue azioni a un amico, Sergiy Shefir, che dopo il successo elettorale è stato nominato da Zelensky primo consigliere pubblico della presidenza ucraina. Il 22 settembre scorso Shefir è sfuggito a un misterioso tentativo di omicidio: un commando armato ha ferito il suo autista.

A Cipro, lo studio Anastasiades & Partners ha aiutato diversi oligarchi di Mosca, come rivela la corrispondenza interna, a creare nuove offshore per sfuggire alle sanzioni internazionali. In Russia l’affare più sorprendente riguarda però Svetlana Krivonogikh, indicata dalla stampa indipendente come ex fidanzata e madre di una figlia non riconosciuta da Vladimir Putin. I Pandora Papers rivelano che l’amica del presidente è la beneficiaria di una società offshore costituita nel 2003, esattamente un mese dopo la nascita della bambina, che ha comprato per 3 milioni e 600 mila dollari una residenza affacciata sul mare nel Principato di Monaco. Un affare gestito dagli stessi fiduciari che lavorano tuttora per gli oligarchi più vicini al presidente Putin. All’epoca del presunto flirt Svetlana lavorava come addetta alle pulizie in un hotel. Oggi ha un patrimonio personale di oltre 100 milioni.

I Panama Papers, l’inchiesta giornalistica che nel 2016 svelò per la prima volta i segreti delle offshore, si fondava sui documenti riservati di uno studio legale, Mossack Fonseca. I Pandora Papers provengono da 14 società internazionali, con basi da Dubai a Singapore, da Cipro alle Isole Vergini Britanniche, dal Belize alle Seychelles, fino alla stessa Panama City, dove questa volta la fuga di notizie riguarda lo studio Alemán, Cordero, Galindo & Lee (Alcogal), che ha tra i fondatori un ex ambasciatore panamense negli Stati Uniti. I documenti ottenuti dal consorzio Icij coprono 25 anni di operazioni offshore, dal 1996 fino al 2020, ma le prime carte risalgono al 1970. Ognuno dei 14 “offshore provider” ha una costellazione di uffici e filiali in decine di paradisi fiscali, che funzionano come fabbriche di società anonime, messe a disposizione di banche, consulenti fiscali e studi legali di fama internazionale, che procurano ricchi clienti da tutto il mondo.

Tra le tante celebrità sedotte dalle offshore compaiono la super modella tedesca Claudia Schiffer, registrata con il cognome della madre, star della musica come Shakira e Elton John, big internazionali del calcio, motociclismo e altri sport come il cricket. Il cantante spagnolo Julio Iglesias, 78 anni, è schedato come beneficiario di almeno venti società delle Isole Vergini Britanniche. Tesorerie caraibiche con tassazione zero, utilizzate da Iglesias, in particolare, per acquistare ville e terreni in Florida, a nord di Miami, nell’esclusiva isola privata di Indian Creek, protetta da bunker di guardie armate, per un valore dichiarato di 111 milioni di dollari.

Come Mossack Fonseca a Panama, molte delle 14 società internazionali di gestione fiduciaria delle ricchezze dei vip hanno legami strettissimi con il potere politico, che decide le leggi fiscali, e con le autorità di controllo, che dovrebbero indagare anche su richiesta di magistrati stranieri. In Belize, un paradiso offshore che offre garanzie di totale anonimato, e per questo risulta frequentato da pericolosi criminali e grandi riciclatori di denaro sporco, le due agenzie fiduciarie più importanti sono state create dall’ex procuratore generale nazionale. A Cipro il primo offshore provider è lo studio di consulenze legali e fiscali fondato dall’attuale Presidente della Repubblica, Nicos Anastasiades, e oggi gestito dalle sue due figlie.

Ma con i soldi, gli amici in paradiso si trovano anche vicino all’Italia. I Pandora Papers mostrano che un boss della camorra, Raffaele Amato, ha utilizzato una compagnia di fiduciari con base a Montecarlo per schermare la proprietà di una società-cassaforte inglese, che ha comprato terreni e immobili in Spagna. Amato è stato il capo degli «scissionisti», l’alleanza di clan camorristi che fu al centro della sanguinaria guerra di mafia che ha ispirato il libro e la serie televisiva Gomorra. Arrestato nel 2009 dopo anni di latitanza proprio in Spagna ed estradato in Italia, il boss Amato sta scontando una condanna definitiva a vent’anni di reclusione. I suoi fiduciari di Montecarlo, contattati più volte dal consorzio Icij, non hanno risposto alle nostre domande e richieste di chiarimenti.

I Pandora Papers portano alla luce anche molti nuovi documenti su società offshore, intestate ad altri cittadini italiani, che erano menzionate, senza tutti i particolari che emergono ora, in varie indagini giudiziarie o fiscali. Ad esempio, l’ex nazifascista Delfo Zorzi, intercettato dalla polizia italiana nel 1997 mentre era latitante, utilizzava per le comunicazioni più riservate un telefonino intestato alla filiale svizzera di una misteriosa società offshore. La sua esistenza e le sue attività in Italia, dove Zorzi controllava segretamente catene di negozi e aziende di abbigliamento, fu svelata da un’inchiesta giornalistica dell’Espresso firmata da Alessandro Gilioli. I Pandora Papers ora documentano che Zorzi era cliente della Fidinam, una società fiduciaria svizzera controllata da prestigiosi avvocati ed ex magistrati, che aveva registrato quel cliente con il suo nuovo nome giapponese, Hagen Roi, ottenuto a Tokyo dove vive dagli anni ’70. Processato e condannato in primo grado per la strage di Piazza Fontana, Zorzi è stato assolto in appello e la Cassazione ha confermato in via definitiva la sua innocenza. Nel suo curriculum giudiziario compare solo una vecchia condanna definitiva dopo un arresto in Veneto nel 1968 per armi ed esplosivi.

Dai Pandora Papers emergono anche le società estere che sono finite al centro delle indagini del fisco spagnolo su Carlo Ancelotti, l’ex calciatore che adesso allena il Real Madrid, dopo anni di successi in Italia e all’estero. Ancelotti non ha risposto alle domande inviate dall’Espresso, da El Pais e dal consorzio Icij. Silenzio totale anche da Zorzi-Hagen.

Nella montagna di documenti dei Pandora Papers ci sono molti altri nomi italiani, finora mai emersi: celebrità del calcio, moda e spettacolo, politici e loro familiari, evasori fiscali con i loro consulenti, mafiosi con i loro tesorieri. Le loro avventure nello spazio offshore verranno raccontate in esclusiva dall’Espresso a partire da venerdì prossimo (nell’edizione digitale accessibile da questo sito per gli abbonati) e nel numero su carta in edicola con Repubblica da domenica 10 ottobre.

Marea nera in California, rischio disastro ecologico

@- Un guasto a un oleodotto a largo della costa della contea di Orange ha riversato in mare 126mila galloni di petrolio.


Una marea nera sta preoccupando la California, dopo che un guasto a un oleodotto ha riversato almeno 126mila galloni di petrolio nel Pacifico al largo della costa della contea di Orange, creando una chiazza di petrolio di 13 miglia quadrate. Lo scrive il New York Times segnalando come pesci e uccelli morti si siano arenati in alcune zone, mentre sono in atti sforzi per cercare di contenere la chiazza di petrolio che si estende da Huntington Beach a Newport Beach. Secondo funzionari locali, la perdita si è verificata a tre miglia al largo della costa di Newport Beach per un guasto in un oleodotto collegato a una piattaforma petrolifera offshore chiamata Elly, gestita da Beta Offshore.

La Guardia Costiera degli Stati Uniti ha spiegato che gli equipaggi hanno "recuperato" circa 3.150 galloni di petrolio. Quattordici barche sono state coinvolte nelle operazioni di pulizia ed è stata creata una barriera galleggiante che aiuta a contenere il petrolio. Chiuse le spiagge di Huntington Beach, dove è stato cancellato il terzo giorno dell'annuale Pacific Airshow. Solo il giorno prima circa 1,5 milioni di persone si erano radunate sul lungomare per guardare i Blue Angels e i Thunderbirds. Il sindaco Kim Carr di Huntington Beach ha dichiarato in una conferenza stampa che la fuoriuscita è stata "una delle situazioni più devastanti che la nostra comunità ha affrontato negli ultimi decenni".

domenica 3 ottobre 2021

Lampedusa sotto attacco, raffica di barchini in poche ore: immigrati, le cifre impressionanti dello sbarco

@ - Una raffica di barchini, uno sbarco multiplo che si è abbattuto su Lampedusa oggi, domenica 3 ottobre.


Le cifre sono impressionanti: in tutti sono arrivati circa 400 immigrati a bordo di 14 differenti barchini. Una sorta di attacco coordinato, durato dal cuore della notte alle prime ore del mattino. Uno sbarco di proporzioni enormi che getta altre pesantissime ombre sulla gestione dell'emergenza da parte del ministro Luciana Lamorgese.

Nel dettaglio, i barchini avevano da un minimo di 15 a un massimo di 95 persone a bordo. Tutti gli immigrati, dopo un primo triage sanitario effettuato direttamente in banchina, sono stati trasferiti all'hotspot di contrada Imbriacola dove sono ora presenti oltre 700 persone.

E ancora, si apprende che 15 tunisini, fra cui una donna e 4 minori, sono stati bloccati dai finanzieri a molo Madonnina. Gli ultimi in ordine di tempo a sbarcare, questa volta a molo Favarolo, sono invece stati 82 provenienti da Bangladesh, Sudan ed Egitto. Il gruppo, partito due giorni fa da Zuwara, in Libia, è stato rintracciato e soccorso dalla motovedetta Cp 319 della Guardia costiera.

Ovviamente le cifre dello sbarco dilatano i tempi: non sarà breve la trafila per sottoporre tutti gli sbarcati a tampone rapido per la diagnosi del Covid-19. Al termine delle procedure di pre-identificazione, così come disposto dalla prefettura di Agrigento e dal Viminale, inizieranno i nuovi trasferimenti e gli immigrati verranno imbarcate sulle navi-quarantena dove trascorreranno il periodo previsto per legge.

sabato 2 ottobre 2021

Incursione record di 38 aerei cinesi nello spazio aereo di Taiwan

@ - Una dimostrazione di forza dopo l’accusa al Regno Unito di aver inviato una nave da guerra nello stretto di Taiwan con "disegni sinistri”

38 aerei cinesi sono entrati, tra ieri e oggi, nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan. Lo ha annunciato Taipei. Un numero record che arriva, pochi giorni dopo, che Pechino aveva accusato il Regno Unito di aver inviato una nave da guerra nello stretto di Taiwan con "disegni sinistri". La presenza nella sua zona di identificazione della difesa aerea di 22 velivoli da combattimento, due bombardieri e un aereo da guerra antisommergibile aveva portato ieri le forze militari di Taiwan a far decollare i propri caccia per intimare l'ordine di andarsene, ha detto il ministero della difesa. Nella notte tra ieri e oggi un secondo gruppo di 13 aerei è entrato poi nell'area, secondo il dicastero. La Cina ritiene Taipei una provincia ribelle, destinata a essere riunificata anche con l'uso della forza se necessario: da anni, dalla salita al potere della presidente Tsai Ing-wen, ha intensificato la pressione militare e politica al fine di costringere l'isola ad accettare la sovranità cinese. Taiwan, al contrario, ha rafforzato la sua convinzione di essere un Paese indipendente, libero e democratico.



martedì 28 settembre 2021

Perché Draghi non ha paura

@ - Mario Draghi non è spaventato per il dopo Merkel. Non si è messo a fare i conti per decifrare come sarà il nuovo governo tedesco. È tutto abbastanza chiaro e neppure il profilo di Christian Lindner, leader dei Liberali e severo sui debiti degli altri Paesi europei, lo preoccupa. Se sarà lui, come si sussurra, il ministro delle Finanze, si troverà un modo per andare d'accordo. A chi gli chiede come vede i rapporti di forza nell'Unione sorride e chiede: «Dove sta Francoforte?». La risposta è che si trova in Germania e serve a ricordare che i tedeschi li conosce bene e loro sanno chi è lui. Non si aspetta sorprese. C'è stima e fiducia e conosce le parole per parlare senza inganni sul futuro dell'Europa.


L'addio di Angela Merkel alla politica fa uscire di scena un personaggio carismatico che ha pesato sulle scelte di questi decenni e rende il panorama più povero, ma lascia anche un vuoto di leadership da riempire e i prossimi due anni saranno fondamentali per definire il ruolo dell'Italia su questo palcoscenico. Draghi in questi mesi ha messo sul piatto la sua storia e il suo carisma, qualcosa nella percezione degli altri è cambiato, ora si presenta con qualcosa in più: i numeri. La crescita economica italiana è superiore alle attese e ha spiazzato Germania e Francia. La strategia del governo è trovare un'intesa con Berlino e Parigi su come affrontare il dopo pandemia. È chiaro, per Draghi, che ci si trova di fronte a scenari e equilibri diversi rispetto al 2019. Il mondo non può essere più lo stesso e non si può continuare a pensare come se nulla fosse successo. Il virus ha cambiato i paradigmi. L'idea di tornare ai vecchi criteri che segnavano il patto di stabilità è impraticabile. Non ci sono le condizioni economiche, sociali e politiche. Draghi pensa a un'Europa più federale. Lo ha detto subito, già nel suo primo discorso in Parlamento: «L'Ue va rinforzata approvando un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione». È un salto di visione che il capo del governo italiano si aspetta anche dalla Germania ed è convinto che ci sarà. Non stanno lì le sue preoccupazioni.

Semmai c'è da guardare con attenzione quello che sta accadendo in Francia. È da Parigi che possono arrivare le insidie. Nella primavera del 2022 si voterà per scegliere il nuovo inquilino dell'Eliseo. Questo significa una campagna elettorale dove si sprecheranno illusioni e promesse. Ci saranno mesi e mesi di incertezza e instabilità e con una Francia poco attenta ai destini dell'Europa. È da lì, più che da Berlino, che Draghi teme sorprese.

Canada, minatori intrappolati a 1200 metri di profondità: corsa contro il tempo

@ - Corsa contro il tempo, in Canada, per mettere in salvo i minatori intrappolati da oltre 24 ore a Sudbury (Ontario). Dei 39 rimasti bloccati a causa di un'incidente avvenuto domenica pomeriggio, quattro sono stati recuperati dai soccorritori. Le operazioni di recupero sono ancora in corso, 35 lavoratori restano al buio, alcuni di loro sono fermi a 1.200 metri di profondità.

La dinamica
L'incidente si è verificato nel pomeriggio di domenica e ha coinvolto l'ascensore che conduce accesso principale alla miniera di Totten, impedendo la risalita dei lavoratori. La società proprietaria della cava, la brasiliano Vale, ha dichiarato che al momento non si registra nessun ferito: tutti e trentanove sarebbero illesi. All'alba ora italiana "le squadre di soccorso hanno raggiunto i minatori", comunica la Vale, "e stanno iniziando a "spostarli tramite un sistema di scale di uscita secondario". Ai lavoratori - che si trovano tra 900 e 1.200 metri sotto il livello di ingresso - è stato portato cibo e acqua.

"Nessuno era a bordo del sistema di trasporto principale quando si è verificato l'incidente", ha detto a Radio Canada la portavoce della compagnia, Danica Pagnutti, spiegando a grandi linee la dinamica dell'incidente: un pezzo di equipaggiamento pesante si sarebbe scontrato con l'ascensore del sistema di trasporto principale.

Sulla vicenda è intervenuto anche il premier dell'Ontario, Doug Ford: "Comprendiamo che questo salvataggio richiederà del tempo e siamo molto sollevati di sapere che i minatori sono attualmente illesi", ha twittato. A quanto si apprende, alcuni riusciranno a risalire in superficie autonomamente, mentre i più anziani e provati verranno messi in salvo con l'utilizzo di corde. I minatori erano scesi nel sottosuolo Interrotte da domenica le operazione di estrazione a Totten, miniera chiusa nel 1972 e riaperta nel 2014. A Totten vengono estratti nickel, rame e altri preziosi metalli.

"I talebani? Hanno ragione". Gli islamici assolvono i terroristi in tv

@ - L'inviata di Striscia la Notizia chiede agli islamici di Milano di prendere le distanze dai fondamentalisti tornati al potere in Afghanistan. La reazione è sconvolgente: alcuni di loro giustificano i talebani.


I talebani? "Secondo me hanno ragione". Anzi, di più. "Sono proprio bravi". L'altra faccia dell’Islam di casa nostra, quella più inquietante e problematica, si è disvelata in tv davanti ad una semplice domanda: "Vuole prendere posizione contro il fondamentalismo?". Lo schiacciante interrogativo, posto dall'inviata di Striscia la Notizia Rajae Bezzaz ad alcuni intervistati di cultura musulmana, ha riservato più di qualche amara sorpresa. In un servizio trasmesso ieri sera, la reporter del programma di Canale5 aveva cercato di capire cosa pensassero gli islamici di Milano dei talebani tornati al potere in Afghanistan. L'esito dell’esperimento è stato però piuttosto sconvolgente.

Aggirandosi per le strade del capoluogo lombardo, l'inviata di Striscia aveva chiesto ad alcuni musulmani di scagliare simbolicamente una ciabatta contro il cartonato di un talebano armato. Un gesto quasi goliardico ma allo stesso tempo dal fortissimo significato culturale. Eppure, di fronte alla facile possibilità di prendere le distanze dagli estremisti, la maggior parte degli intervistati si è rifiutata di esprimere il dissenso. Anzi, alla visione della sagoma del talebano, uno degli interpellati ha usato toni assolutori: "È vero, è un terrorista… ma in fondo è sempre un musulmano". Un altro, invece, ha addirittura esclamato: "Secondo me ha ragione".

A quel punto, a nulla è valso il tentativo dell’inviata Rajae di spiegare che i talebani avessero sottomesso le donne imponendo loro il velo integrale. "Mi sembra giusto, per il musulmano è sempre giusto il burka!", ha ribattuto un intervistato. E un altro ancora, indicando il cartonato dell’islamista armato, ha osservato: "Lui è bravo". Voci e testimonianze raccolte in pieno giorno per le vie di Milano e non in un sobborgo di Kabul.

Fortunatamente, davanti alle telecamere di Striscia sono apparse anche alcune donne che – se pur in netta minoranza – hanno avuto il coraggio di abbattere il simbolico bersaglio. Il loro comportamento ha però scatenato anche reazioni sconsiderate proprio all'interno della comunità islamica. Ad un tratto, infatti, un musulmano ha dapprima inveito contro la coraggiosa Rajae, che non si è lasciata intimidire. Poi sono scattate le minacce nei confronti di una madre che aveva "osato" protestare contro l'oppressione del regime di Kabul verso le donne e le bambine. "Tu sei una gran put…! Hai colpito quell’immagine e non ne conosci il valore", ha esclamato l'individuo riferendosi all'effige del talebano. In tv, l'allarmante istantanea di un'integrazione in alcuni casi lontana, se non addirittura impossibile.

venerdì 24 settembre 2021

Afghanistan, talebani: "Esecuzioni e amputazioni per sicurezza"

@ - "Nessuno ci dirà quali devono essere le nostre leggi"
Esecuzioni e amputazioni per i ladri saranno presto all'ordine del giorno nell'Afghanistan oggi controllato dai talebani. Lo ha annunciato uno dei fondatori del movimento islamista, Noorduddine Turabi, che fu il famigerato ministro per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio durante la prima esperienza di governo dei talebani negli anni Novanta.

"Il taglio delle mani è estremamente necessario per la sicurezza", ha detto Turabi in un'intervista al'Ap ripresa dal Washington Post, aggiungendo che i nuovi padroni dell'Afghanistan stanno decidendo se eseguire queste punizioni in pubblico come facevano una volta, spesso davanti a folle negli stadi. "Nessuno ci dirà quali devono essere le nostre leggi", ha detto l'ex ministro, che ora dirige le carceri.

Nel corso dell'intervista, rilasciata a una giornalista, Turabi - che ha perso un occhio e una gamba nella guerra con i sovietici e che come altri ministri è sotto sanzioni Usa - ha spiegato che il nuovo governo talebano permetterà l'uso di tv, cellulari e media. "Questa è la necessità della gente e siamo seri su ciò - ha concluso - Ora sappiamo che invece di raggiungere solo centinaia di persone, possiamo raggiungere milioni".

Intanto, in un'intervista a Sputnik, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, indicato come vice ministro dell'Informazione del "governo provvisorio", ha affermato che "gli Stati Uniti hanno lanciato più di un attacco equivoco che ha portato alla morte di civili, distrutto strutture sanitarie e provocato danni a case e moschee. Chiederemo risarcimenti".

Mujahid ha ricordato la morte di dieci civili, compresi sette bambini, in un raid americano durante gli ultimi giorni di evacuazioni da Kabul, prima del ritiro delle forze Usa e Nato. Il generale Kenneth McKenzie, a capo del Comando centrale Usa, ha riconosciuto che il raid era "stato deciso in base alla convinzione che avrebbe impedito una minaccia imminente contro le nostre forze e le persone che cercavano di essere evacuate attraverso l'aeroporto ma è stato un errore".

Washington, "in quei giorni, con il suo intervento nella zona dell'aeroporto e a Kabul in generale, ha provocato la morte di civili, donne e bambini compresi", ha affermato, parlando di un crimine "contro l'umanità" e chiedendo "giustizia". "Lo denunceremo all'Onu e - ha aggiunto - presso altri organismi".

lunedì 20 settembre 2021

Pnrr, le 42 riforme che l’Italia deve approvare in 100 giorni per ricevere i fondi europei

@ - Potrebbe riunirsi già questa settimana per la prima volta — o comunque non molto più tardi — la cabina di regia politica per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. 

Gli addetti ai lavori lo chiamano Pnrr, quasi tutti gli altri lo chiamano Recovery. Eppure nella conversazione nazionale quel progetto da 191,5 miliardi di fondi europei e 528 precondizioni è quasi sparito, quasi che il grosso fosse negoziare l’accordo a Bruxelles e farsi approvare il mezzo migliaio di pagine del progetto iniziale. Quasi che l’intendance suivra, la parte esecutiva, sia destinata a fare il suo corso quasi in automatico. Senza troppi sforzi né patemi.

Le scadenze del 2021
Che in questi giorni si stia preparando la prima riunione della cabina di regia politica — guidata dal premier Mario Draghi, con il ministro dell’Economia Daniele Franco, quelli della Transizione ecologica e dell’Innovazione tecnologica Roberto Cingolani e Vittorio Colao e forse altri — dimostra che naturalmente non è così. Non può esserlo, data la densità dell’agenda. Non solo da oggi al 2026, anche da oggi alla fine dell’anno. Per poter presentare il primo rendiconto e ricevere dunque i sostanziosi versamenti della prima parte del 2022, in poco più di tre mesi all’Italia restano da soddisfare 42 delle 51 condizioni previste per quest’anno. È un’ampia gamma di misure, in gran parte normative, che include delicati passaggi parlamentari sulla legge delega di riforma della giustizia; una controversa revisione delle politiche attive del lavoro; una importante legge quadro sulle disabilità e una riforma universitaria. Argomenti sui quali, fuori dalle stanze di governo, quasi nessuno nel Paese si sta interrogando. In più ci sarà la legge delega sul fisco che Palazzo Chigi spera di approvare in settimana (forse diluendo o rinviando la parte controversa della revisione al rialzo delle valutazioni catastali) e il varo in Consiglio dei ministri della legge annuale di concorrenza, in questo caso dopo il secondo turno delle elezioni amministrative di ottobre.

La corsa dei 100 giorni
I prossimi mesi saranno senza sosta. Giorgio Musso dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, autore della migliore sintesi dell’agenda dei prossimi mesi, stima che le 42 condizioni da presentare a Bruxelles entro cento giorni sono quasi il doppio del numero medio per trimestre previsto dal Recovery dal 2022 in avanti. Solo alcune delle 42 sono misure semplici o burocratiche. Da notare tra l’altro come Bruxelles abbia ricordato in questi mesi un dettaglio passato, anch’esso inosservato in Italia: affrontare una riforma su un certo tema potrebbe non bastare, se poi nel provvedimento mancano alcuni degli elementi rilevanti concordati con la Commissione Ue. Bruxelles potrebbe evitare di vidimare la rendicontazione del semestre, impedendo la successiva richiesta di fondi. Quindi il riesame avverrebbe solo dopo altri sei mesi, con il rischio di generare ritardi sostanziali. Dunque l’organizzazione del lavoro nel governo conterà e sarà decisivo prevenire conflitti di competenze fra i molti centri di coordinamento del piano.

La governance
Sulla carta il rischio di attriti esiste. Al dipartimento della Funzione pubblica c’è l’Ufficio semplificazioni, che deve occuparsi di questa materia per tutti i progetti del Pnrr e per seicento procedimenti definiti “complessi”. Al Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio è stata formata una nuova, parallela Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione, sempre ai fini del Pnrr. Al ministero dell’Economia, che è il capofila di tutto il progetto e titolare dei rapporti con Bruxelles, coesistono poi due diverse strutture di coordinamento. C’è un Ufficio centrale affidato a Carmine Di Nuzzo, che ha un ruolo cardine e si concentrerà in particolare sulla rendicontazione dei fondi. Però esiste anche un’unità di missione formata durante il precedente governo e mai sciolta, che dovrebbe curare gli indicatori relativi al Recovery. Infine c’è la segretaria tecnica della Cabina di regia a Palazzo Chigi, con funzioni di indirizzo, coordinamento e impulso, e naturalmente il Dipartimento politiche economiche della presidenza. Insomma i protagonisti di questa complessa governance dovranno dedicare molta cura nell’evitare sovrapposizioni.

Parlamento senza soste
Anche perché l’agenda sarà senza sosta. Per il parlamento lo sarà per ora soprattutto sul fronte della giustizia, perché le relative leggi delega di riforma non sono chiuse. Sul penale c’è stata l’approvazione della Camera, ma non ancora del Senato, mentre sul civile entrambe le aule devono dare il loro via libera — con possibili battaglie in commissione — in vista dei decreti legislativi e attuativi per definire il contenuto specifico della riforma rispettivamente entro la fine del 2022 e la metà del 2023 (in sovrapposizione con la campagna per le elezioni politiche). Resta poi da capire un punto importante della riforma delle politiche attive prevista entro l’anno, con un budget di cinque miliardi di euro: la nuova Garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) prevede solo nuove assunzioni nei centri per l’impiego o un ripensamento di fondo di questa galassia di uffici che negli anni scorsi non ha funzionato?

La riforma universitaria
Per l’università è attesa una revisione delle classi di laurea, delle lauree abilitanti e dei dottorati. Infine arriverà la prova del nove per i tribunali e la pubblica amministrazione. Oggi scade il bando per i primi 500 laureati che dovrebbero lavorare ai progetti del Pnrr. Fra una settimana quello per l’assunzione triennale della prima infornata di ottomila collaboratori nell’Ufficio del processo: per loro esiste il rischio (teorico) di interruzione del contratto di lavoro, se l’Italia negli anni prossimi non centrasse gli obiettivi di accorciamento dei tempi della giustizia e Bruxelles fermasse i fondi. Il livello di adesione ai bandi sarà un primo segnale per capire se il Recovery decolla.

sabato 18 settembre 2021

Un successo dell’amministrazione Biden che in pochi hanno notato: il grafico della settimana

@ - Grazie ad una serie di misure, ha rilevato la Columbia University, l’amministrazione Biden è riuscita a ridurre drasticamente la percentuale di bambini che vivono in povertà.


L’enfasi con cui a luglio il presidente USA Joe Biden ha annunciato l’obiettivo del “maggior calo annuo della povertà infantile nella storia degli Stati Uniti”, ha fatto storcere il naso a più di un commentatore.

Ma le recenti indicazioni, fornite dal “Center on Poverty & Social Policy” della Columbia University, dimostrano che il Presidente USA potrebbe aver fatto bene i calcoli.

Povertà infantile USA: le cause del calo
In condizioni normali, il tasso di povertà infantile negli USA è particolarmente elevato (16-20%) se confrontato con quello degli altri Paesi sviluppati.

In rapporto al PIL, generalmente la spesa dell’amministrazione USA destinata ai benefit per famiglie e bambini si attesta allo 0,6%, meno di un terzo rispetto al 2,1 della media Ocse.

A causa della pandemia, sono state però varate una serie di misure, tra cui:
  1. i salvataggi delle attività economiche;
  2. gli assegni distribuiti a gran parte delle famiglie;
  3. l’incremento dei sussidi di disoccupazione;
  4. l’aumento, e la corresponsione mensile, dei crediti d’imposta per i figli.
Con questi provvedimenti, il tasso di bambini che negli USA vivono in povertà è sceso drasticamente anche perché, come evidenziato dai numeri del Census Bureau, i nuovi fondi sono stati utilizzati in consumi, e non per pagare bollette o estinguere prestiti.


Percentuale di popolazione in povertà divisa per fasce di età.
Fonte: Center on Poverty & Social Policy della Columbia University

-25% in un mese, -40% in un anno

Secondo i numeri elaborati dalla Columbia University, a luglio il tasso di povertà tra i bambini statunitensi si è attestato all’11,9%, contro il 15,8% di giugno. A livello percentuale si tratta di un rosso di quasi 25 punti mentre in termini assoluti è stato rilevato un calo di 3 milioni di unità.

Nel confronto con un anno fa, quando la povertà infantile si attestava al 20,2%, è stata registrata una contrazione di oltre 40 punti percentuali (-41%).

Nel caso in cui venissero risolte le criticità tecniche che hanno impedito di distribuire i benefit ad alcune categorie di contribuenti, i ricercatori della Columbia stimano che il tasso di povertà tra i bambini USA potrebbe presto scendere sotto quota 10%, la metà rispetto ai livelli considerati normali.

Prezzi gas alle stelle in Europa: quanto c’entra la Russia?

@ - La crisi europea dei prezzi del gas continua e agita i Governi: quale pesa sta avendo la Russia - fornitrice importante per l’UE - nell’impennata dei costi? L’Europa vuole chiarimenti, i motivi.


L’Europa pressata da prezzi del gas incontenibili e da record comincia a dubitare del ruolo della Russia.

Mosca è un fornitore cruciale dell’energia europea con la sua Gazprom: sta davvero manipolando il mercato, favorendo l’attuale impennata dei prezzi?

In sede comunitaria si esige chiarezza. Un gruppo di legislatori di diversi gruppi politici nel Parlamento europeo ha invitato la Commissione UE a indagare sul ruolo di Gazprom.

La crisi dell’offerta ha scosso il costo dell’energia in Europa, riducendo i profitti di alcuni dei colossi industriali del continente e minacciando di far deragliare la ripresa economica della regione. I prezzi del gas sono più che triplicati quest’anno e potrebbero continuare a salire secondo l’AIE.

Cosa c’entra la Russia con i costi del gas alle stelle?

Gas impazzito in Europa: colpa della Russia?

La posizione della Russia come fornitore affidabile di gas in Europa è sul banco degli imputati.

I prezzi record nel Regno Unito e nell’UE hanno attirato l’attenzione sulla riduzione delle forniture di gas naturale dalla Russia quest’estate, lasciando molti dubbi sul fatto che Mosca abbia attuato una politica di mercato leale.

L’obiettivo, secondo la teoria, sarebbe quello di aumentare i costi a un livello tale che la Germania affretti l’approvazione del controverso gasdotto Nord Stream 2, la cui costruzione, ora completata, è stata colpita dalle sanzioni statunitensi e dall’opposizione dei Paesi dell’Est Europa.

Intanto, il 17 settembre 40 membri del Parlamento europeo, in gran parte dalla Polonia e dagli Stati baltici, hanno chiesto un’indagine su Gazprom, azienda controllata dallo Stato.

L’accusa è che le forniture all’Europa nord-occidentale dalla Russia sono state, in media, inferiori quest’anno rispetto a prima della pandemia.

Inoltre, Gazprom ha ripetutamente rifiutato di mettere all’asta qualsiasi fornitura di gas supplementare nel mercato spot attraverso i gasdotti che passano attraverso l’Ucraina.

La società ha riconosciuto che sta riempiendo lo stoccaggio domestico a un ritmo più elevato rispetto agli anni 
precedenti, suggerendo che potrebbe esserci
 meno gas disponibile da inviare. E l’ad Miller
 ha anche sottolineato che i prezzi potrebbero
 ancora aumentare.

Gazprom e i fattori che spingono il gas
Secondo l’analisi di David Sheppard su FT, la prova più evidente che Gazprom sta giocando un gioco pericoloso con il mercato può essere trovata nei dati sullo storage europeo.

Nonostante lo stoccaggio totale sia inferiore al normale, le società energetiche europee sono ampiamente riuscite a reintegrare le scorte presso le strutture che controllano a un livello ragionevole. La maggior parte dello stoccaggio in Europa che non è stato riempito è in realtà controllato dalla stessa Gazprom.

Il mercato del gas, quindi, continuerà a essere teso. I fattori di incertezza che si aggiungono sono la maggiore domanda in Asia - con più paesi che cercano di sostituire almeno parte del carbone per avere una combustione più pulita - e possibili inverni rigidi.

LEGGI ANCHE: