domenica 16 agosto 2026

La 'Mano morta', l'arma nucleare russa in grado di distruggere gli Stati Uniti in mezz'ora Storia di thedailydigest.com

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Una nuova legge

La grave minaccia

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In un panorama internazionale costellato da conflitti persistenti, si evidenzia la grave minaccia rappresentata dagli arsenali nucleari. Queste nazioni, dotate di tali armamenti, detengono il potenziale per annientare l'intero pianeta in caso di utilizzo.


L'arma definitiva

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È il caso della Russia, che ha l'asso nella manica nel caso in cui Vladimir Putin o la leadership militare russa cadano in combattimento: stiamo parlando della 'Dead Hand', ovvero la "Mano Morta", l'arma definitiva.

 

Possibile attivazione automatica

Possibile attivazione automatica

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"Dead Hand" è un meccanismo automatizzato di difesa e contrattacco che potrebbe attivare un attacco nucleare, anche senza che i suoi leader siano al comando della nazione.


Una vera leggenda

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Per decenni 'Dead Hand' si è mossa tra leggenda, speculazione e realtà, ma media come 'Militarny' assicurano che questo sistema è stato sviluppato durante la Guerra Fredda sotto il nome di 'Perimetro' e che è rimasto il più vicino possibile al segreto a causa delle conseguenze devastanti che potrebbe avere sull’intero pianeta.

Conseguenze devastanti

Conseguenze devastanti

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Nel caso qualcuno dubitasse dell’esistenza di questo sistema devastante, Sergei Karakaev, comandante delle forze missilistiche strategiche russe, lo ha confermato nel 2011 in dichiarazioni al quotidiano Komsomolskaya. "La Russia potrebbe distruggere gli Stati Uniti in meno di 30 minuti."

La chiave è nei sensori

La chiave è nei sensori

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E come verrebbe lanciato "Dead Hand" se i leader russi venissero annientati nel mezzo della guerra? Come riporta 'Military', questo sistema dispone di molteplici sensori sparsi su tutto il territorio russo che misurano variabili come la radiazione, la pressione atmosferica e l'attività sismica.

Risposta automatica

Risposta automatica

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In caso di attacco nucleare contro la Russia, se non ci fosse alcuna risposta umana, il sistema presumerebbe che i leader russi siano morti e entrerebbe in azione. Naturalmente, ci sarebbe sempre la possibilità che un operatore attivi 'Dead Hand' dal bunker sotterraneo segreto in cui si è rifugiato.

Dall'opzione remota alla realtà plausibile

Dall'opzione remota alla realtà plausibile

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Per anni l’attivazione di questo sistema è stata impensabile, ma l’escalation del conflitto tra Ucraina e Russia e il coinvolgimento di altri stati e organizzazioni fanno sì che questa attivazione aumenti significativamente le possibilità che diventi realtà.

 


6.000 testate nucleari

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Sebbene molte informazioni su "Dead Hand" siano riservate, è noto che l'attivazione comporterebbe il lancio di missili su tutto il territorio russo, compreso l'Artico. Oggi si stima che la Russia disponga di circa 6.000 testate nucleari e oltre 500 piattaforme di lancio.

 

Dov'è il centro di controllo?

Dov'è il centro di controllo?

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Alcuni rapporti di intelligence suggeriscono che il punto di controllo di questo sistema sarebbe situato a Kosvinsky Kamen, un complesso sotterraneo segreto situato nell'ambiente degli Urali e protetto da centinaia di metri di granito.

E se lo attivassero?

E se lo attivassero?

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Ed è così che "Dead Hand" è passato dall'essere una leggenda metropolitana a una pericolosa realtà. Se Vladimir Putin decidesse di attivare quest’arma apocalittica o se cadesse, il danno alla Terra e ai suoi abitanti sarebbe irreversibile.

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Disidratazione: i sintomi che indicano che stai bevendo troppo poco

 @ - Ci sono consigli che valgono per tutte le stagioni, e in alcune anche di più. Per esempio, bere acqua è un suggerimento che sentiamo spesso, ma in estate trova decisamente il suo picco. I benefici di una corretta idratazione, infatti, ci sono sempre, e quando fa caldo sono ancora più marcati.

Sete, urine scure, stanchezza sono i sintomi più comuni. Come accorgersene e come capire se alcuni tuoi cali di performance sono legati alla cattiva idratazione© Anastasiia Sienotova - Getty Images

Proprio per questo, è necessario avere ben chiaro cosa sia la disidratazione e i suoi sintomi, oltre a come possa avere conseguenze negative sul nostro benessere psicofisico, e a tratti anche sulla nostra performance atletica. A spiegarlo nel dettaglio è stato uno studio pubblicato sulla rivista settoriale ‘Sport Medicine’, dal titolo Recommendations for Optimizing Research Regarding the Effects of Dehydration on Athletic Performance.
La definizione di disidratazione
Lo studio condotto dai ricercatori Ruben Francisco, Lawrence Armstrong e Analiza Silva, parte dall’inesistenza sostanziale di una definizione univoca di disidratazione.

Nella tradizione, a questo concetto viene associato una perdita eccessiva di liquidi corporei, e quindi di acqua. Nell’accezione più moderna, l’attenzione viene allargata anche al comparto fluido interessato, con specifico riferimento allo spazio extracellulare. Si arriva quindi ai concetti di disidratazione ipotonica (perdita maggiore di sodio e sali minerali rispetto all’acqua), isotonica (perdita in egual misura) e ipertonica (quando si perde più acqua che sali). Al di là queste definizioni specifiche, una distinzione più condivisa, riportata anche dallo studio che stiamo analizzando, separa il termine disidratazione, inteso come processo in cui vi è una perdita corporea di liquidi, da ipoidratazione, uno stato di vero e proprio deficit idrico - a volte definita anche "disidratazione a basso apporto". Se la definizione del termine ha creato tra gli studiosi alcune “battaglie”gnoseologiche, sui sintomi della disidratazione c’è da sempre stata maggiore uniformità.

I sintomi della disidratazione
L’intensità dei sintomi dipendono da quanto divario ci sia tra l’acqua assunta e quella dispersa dal nostro organismo.

Dai segnali più lievi, e forse evidenti, come la sete e la bocca asciutta, fino a difficoltà cognitive, in attività che richiedono una certa dose di concentrazione. Senza dimenticare i possibili, fastidiosi, imprevisti relativi alle urine. Proprio il colore delle nostre urine può darci informazioni in merito alla nostra idratazione, se sia corretta o meno. Dal giallo paglierino, sintomo di una dose soddisfacente di acqua in corpo, ad un colore che aumenta di intensità in caso di qualche disvalore. Fino ad un colorito più scuro, spesso segno di un organismo in fase di disidratazione.

Su questo, come vedremo tra poco anche sul tema dell’allenamento, lo studio condotto da Lawrence, Silva e Francisco, rivela l’impossibilità di un test diagnostico perfetto. Nel caso specifico, infatti, sul colore delle urine agiscono anche altri aspetti, oltre alla disidratazione, come l’alimentazione nel suo complesso, l’assunzione di farmaci e/o vitamine, e perfino l’orario della giornata in cui è stato raccolto un certo campione.

La disidratazione peggiora la performance sportiva? Cosa dice lo studio
Nello studio ‘Recommendations for Optimizing Research Regarding the Effects of Dehydration on Athletic Performance’, uno spazio importante è dedicato anche all’allenamento. Cercando di approfondire al meglio il legame tra una corretta idratazione e una buona performance, gli esperti sono arrivati a considerazioni interessanti. Se da un lato, infatti, ci sono alcuni dati pressoché evidenti, su altri aspetti invece il racconto fatto in questa ricerca non è tranchant.

Il dato evidente toccato anche in questa sede è che la disidratazione possa compromettere la prestazione, specie se parliamo di sport di endurance. Quando le perdite di liquidi superano il 2% infatti, le performance di resistenza vengono quasi irrimediabilmente segnate. Silva, Francisco e Lawrence invece non escludono, ma non sanciscono neanche in modo netto, altri scenari di défaillance fisica, come per esempio i crampi. Questo perché, come cita il loro studio pubblicato sulla rivista ‘Sport Medicine’, rimane una variabilità metodologica troppo marcata le pubblicazioni passate, complici fattori biologici, comportamentali e ambientali.

Un aspetto su cui però anche questo studio non passa oltre è come la disidratazione aumenti il rischio di affaticamento, di cefalea, e che possa ridurre la capacità di dissipare il calore. Scenari che già da soli possono far capire l’importanza di mantenere, soprattutto in questa calda estate 2026, la massima attenzione sulla propria idratazione.

lunedì 3 agosto 2026

Troppo buonismo, un tempo combattevamo le invasioni

@ Le immagini di Ceuta interrogano anche la Chiesa sulle molteplici sfaccettature del fenomeno migratorio. La difesa della vita umana e il rispetto per le vittime accomuna tutti, ma di fronte a flussi così eccezionali la linea delle porte aperte non è monolitica.

“Troppo buonismo, un tempo combattevamo le invasioni”

Esistono, infatti, vescovi che parlano apertamente del pericolo che queste migrazioni di massa possano diventare una sorta di «cavallo di Troia» per l’islamismo radicale in Europa. Uno di loro è monsignor Marian Eleganti.

Eccellenza, cosa ha provato di fronte alle immagini della Spagna?

«Provo un senso di disagio. Ci vuole molta ingenuità o un semplice rifiuto ideologico della realtà per non rendersi conto che questa ondata di immigrazione rappresenterà un problema irrisolvibile per le nostre società post-cristiane».

Teme che episodi simili, con questi numeri, possano favorire un rafforzamento dell’islamismo nei Paesi europei?

«I musulmani devoti, quanto più rigorosi sono nella fede, tanto più formano società parallele, non hanno alcun rispetto per le società in cui si insediano, per poi, secondo i precetti della loro religione, conquistarle in un processo storico lento ma tenace. È incredibile che nel Medioevo e nella prima età moderna l’Occidente cristiano si sia difeso dall’aggressione islamica in battaglie famose, e che questo stesso Occidente stia scivolando verso la propria rovina come fosse su una sabbia mobile. La migrazione è una delle cause principali di tutto ciò».

È possibile che tra le frange più estremiste possa esserci anche un senso di rivalsa contro l’Occidente per queste sconfitte del passato?

«È certo che i musulmani a differenza della maggioranza delle nostre società non le hanno dimenticate. In molti musulmani è presente anche un profondo senso di arroganza e un sentimento di superiorità morale nei confronti della decadenza dell’Occidente che sembra legittimare ai loro occhi la tendenza all’espansione e all’aggressività».

Il cardinale Giacomo Biffi parlò di «approccio realisticamente differenziato» per l’accoglienza di migranti cristiani e islamici. Era un discorso discriminatorio, come molti dissero?

«Aveva assolutamente ragione. Tutti i profeti finiscono nella cisterna, proprio come il profeta Geremia. Ma la storia dimostra che avevano ragione».

Spesso la Chiesa ha ricordato il «diritto a non emigrare». Nel caso di Ceuta, però, i migranti sono arrivati dal Marocco, dove non c’è guerra né instabilità. Come spiegarlo?

«Credo che, per quanto riguarda la tendenza all’espansione dell’Islam, ci siano dei meccanismi ben definiti. È una cosa di cui si parla apertamente. I nostri Paesi hanno il diritto di limitare l’immigrazione se non vogliono perdere la propria identità e generare problemi sociali legati alla mancata integrazione di tale portata da non poterli più risolvere».

Crede che l’Europa abbia sottovalutato finora il pericolo del radicamento di un islamismo estremo tramite questi flussi?

«Molti sottovalutano il pericolo con un ingenuo buonismo. Altri vi si alleano con l’obiettivo comune di smantellare l’Occidente cristiano per costruirci sopra il loro mondo migliore. Ma non ne verrà fuori nulla di buono. Non è allontanandosi da Dio che si raggiungerà un paradiso migliore di quello perduto».

venerdì 24 luglio 2026

I Cavalieri più temuti del Medioevo

 

I cavalieri più temuti del Medioevo

I cavalieri più temuti del Medioevo

I cavalieri più temuti del Medioevo

I cavalieri sono stati gli ultimi protettori medievali dell'Europa. Servivano secondo un codice d'onore e combattevano per difendere ed espandere il territorio in nome della religione e dei loro re e regine. Ma chi erano davvero i guerrieri più temuti del vecchio continente durante il Medioevo? Molti di questi coraggiosi combattenti hanno lasciato il segno nella storia, e in questa galleria ricordiamo alcuni dei cavalieri più feroci del Medioevo. Scorri la galleria per sapere tutto su di loro.

Roberto il Guiscardo (c.1005-1085)

Roberto il Guiscardo (c.1005-1085)

Roberto il Guiscardo era un cavaliere della Normandia che combatté duramente contro gli arabi e i bizantini durante la conquista dell'Italia meridionale e della Sicilia.



Roberto il Guiscardo

Il Guiscardo sconfisse l'esercito dell'imperatore bizantino Alessio I Comneno. Il Guiscardo divenne duca, ma morì di tifo mentre si recava a Costantinopoli.

Guglielmo di Poitiers (1020-1090)

Guglielmo di Poitiers (1020-1090)

Guglielmo di Poitiers era un sacerdote, studioso e cavaliere della Normandia. Poitiers era il cappellano di Guglielmo il Conquistatore durante la conquista normanna del 1066. I suoi resoconti della battaglia di Hastings sono uno dei documenti storici più importanti dell'epoca.

El Cid (1043-1099)

Rodrigo Díaz de Vivar, meglio conosciuto come "El Cid", è senza dubbio il più famoso cavaliere spagnolo. A soli 22 anni, El Cid divenne re Ferdinando I di Castiglia e comandante di Leon. El Cid, tuttavia, a un certo punto fu esiliato e continuò a servire un re moresco.

El Cid (1043-1099)

Ma forse l'apice della sua carriera fu la presa di Taifa di Valencia dai Mori durante la Reconquista, dopo essere stato richiamato dal re Alfonso VI. El Cid rimane un eroe popolare in Spagna ancora oggi.



Hugues de Payens (1070–1136)

Hugues de Payens fu uno dei fondatori dei Cavalieri Templari e servì come primo Gran Maestro dell'Ordine. Ha anche co-creato la Regola latina, il codice di comportamento per i Cavalieri Templari.

Hugues de Payens (1070–1136)

Hugues de Payens (1070–1136)

I Cavalieri Templari erano uno degli ordini militari più abili al mondo. Si ritiene che Hugues de Payens abbia combattuto nella prima crociata.



Guglielmo il Maresciallo, I conte di Pembroke (c. 1146–1219)

Guglielmo il Maresciallo, I conte di Pembroke era un soldato anglo-normanno che servì cinque re inglesi per tutta la vita. È anche uno dei giostranti di maggior successo della storia, con più di 500 colpi al suo attivo.

Guglielmo il Maresciallo, I conte di Pembroke (c. 1146–1219)

Guglielmo il Maresciallo, I conte di Pembroke (c. 1146–1219)

Si ritiene inoltre che sia stato il modello storico di Sir Lancillotto, il grande compagno immaginario di Re Artù.

Guido di Lusignano (c. 1150–1194)

Guido di Lusignano (c. 1150–1194)

Guido di Lusignano era un cavaliere francese che raggiunse posizioni di prestigio. Ha sposato la sorella del re Baldovino IV di Gerusalemme, Sibilla, diventando lui stesso re di Gerusalemme, e successivamente re di Cipro.

Riccardo Cuor di Leone (1157–1199)

Riccardo Cuor di Leone (1157–1199)

Il re Riccardo I d'Inghilterra era noto per il suo coraggio, che gli valse il soprannome di "Cuor di leone". Un combattente nel cuore, Riccardo I guidò la Terza Crociata, che portò alla cattura di Messina e Cipro.

Riccardo Cuor di Leone (1157–1199)

Riccardo Cuor di Leone (1157–1199)

Feroce guerriero che ha trascorso la maggior parte del suo tempo in lotta, difendendo il territorio, si dice che Riccardo abbia trascorso meno di sei mesi del suo regno in Inghilterra dopo essere diventato re.

Ulrich von Liechtenstein (c. 1200–275)

Ulrich von Liechtenstein (c. 1200–275)

Ulrich von Liechtenstein era un poeta e cavaliere tedesco. Ha scritto molto sulla cavalleria e su come i cavalieri potessero condurre vite più onorevoli e virtuose.

Ulrich von Liechtenstein (c. 1200–275)

Ulrich von Liechtenstein (c. 1200–275)

Ulrich von Liechtenstein fu nominato cavaliere nel 1223 e le sue opere rimangono importanti resoconti storici dell'epoca.

William Wallace (c. 1270-1305)

William Wallace (c. 1270-1305)

Il leggendario eroe scozzese ha guadagnato una popolarità ancora più ampia dopo il film di Mel Gibson del 1995, "Braveheart". Wallace è stato uno dei leader più iconici della prima guerra di indipendenza scozzese.

William Wallace (c. 1270-1305)

William Wallace (c. 1270-1305)

William Wallace ha combattuto ferocemente gli inglesi per molti anni, inclusa la leggendaria battaglia di Stirling Bridge, dove hanno vinto gli scozzesi. William Wallace fu infine catturato, processato e ucciso dagli inglesi nel 1305.

James Douglas, Signore di Douglas (c. 1286–1330)

James Douglas, Signore di Douglas (c. 1286–1330)

Sir James Douglas, noto anche come "Black Douglas", ha svolto un ruolo chiave nell'emancipazione della Scozia dall'Inghilterra durante la fine del XIII secolo.

James Douglas, Signore di Douglas (c. 1286–1330)

James Douglas, Signore di Douglas (c. 1286–1330)

Come Wallace, anche lui è stato un comandante durante le guerre di indipendenza scozzese. James Douglas (qui raffigurato con il re di Scozia Robert the Bruce) è noto per aver vinto contro gli inglesi nella battaglia di Bannockburn nel 1314.

Goffredo di Charny (c. 1306–1356)

Goffredo di Charny (c. 1306–1356)

Goffredo di Charny era un cavaliere francese che combatté per il suo paese nella guerra dei cent'anni. Si dice che sia anche il primo ad aver messo per la prima volta su carta il codice della cavalleria, nel suo "Il libro della cavalleria", a metà del XIV secolo.

Goffredo di Charny (c. 1306–1356)

Goffredo di Charny (c. 1306–1356)

Cavaliere coraggioso e orgoglioso, era noto per aver portato in battaglia la bandiera del re (nella foto a sinistra, durante la battaglia di Calais).

Bertrand du Guesclin (c. 1320–1380)

Bertrand du Guesclin (c. 1320–1380)

Bertrand du Guesclin, noto anche come "L'Aquila di Bretagna", è stato un iconico cavaliere che ha combattuto per la Francia nella guerra dei cent'anni.

Bertrand du Guesclin (c. 1320–1380)

Bertrand du Guesclin (c. 1320–1380)

La leggenda narra che una volta, essendo troppo impegnato a combattere, non si accorse che il suo esercito si era arreso. Bertrand du Guesclin fu infine nominato Connestabile di Francia, la seconda posizione più alta sotto la regalità.

Edoardo il Principe Nero (1330–1376)

Edoardo il Principe Nero (1330–1376)

Edoardo di Woodstock, meglio conosciuto come il "Principe Nero" (per via della sua armatura), era figlio del re Edoardo III d'Inghilterra, ma morì prima di salire al trono.

Edoardo il Principe Nero (1330–1376)

Edoardo il Principe Nero (1330–1376)

Figura importante nella guerra dei cent'anni, il Principe Nero non era solo un impressionante cavaliere, ma anche un modello di cavalleria. Edoardo di Woodstock passò alla storia per essere stato uno dei membri fondatori dell'Ordine della Giarrettiera.

Henry Percy (1364–1403)

Henry Percy (1364–1403)

Sir Henry Percy, meglio conosciuto come "Hotspur", era un cavaliere inglese che combatté in diverse campagne militari contro scozzesi e francesi.

Henry Percy (1364–1403)

Henry Percy (1364–1403)

Il soprannome "Hotspur" gli è stato dato dagli scozzesi per la sua velocità e prontezza in battaglia. Henry Percy morì nella battaglia di Shrewsbury nel 1403.

Jean II le Maingre (1366–1421)

Jean II le Maingre (1366–1421)

Jean II le Maingre, noto anche come "Boucicaut", era un cavaliere francese. Maingre in seguito divenne un maresciallo di Francia e combatté in Libano e in Spagna.

Jean II le Maingre (1366–1421)

Jean II le Maingre (1366–1421)

Jean II le Maingre fondò anche l'Emprise de l'Escu vert à la Dame Blanche ("Ordine dello scudo verde con la dama bianca"), che proteggeva tutte le parenti (comprese le vedove) dei cavalieri mentre erano in campagna militare.

Giovanna d'Arco (c. 1412–1431)

Giovanna d'Arco (c. 1412–1431)

Giovanna d'Arco era un'adolescente che decise di salvare la Francia dagli inglesi. Senza alcuna conoscenza militare, convinse un piccolo gruppo di soldati a unirsi a lei e ottenne il permesso reale di marciare verso Orleans e liberare la città dagli inglesi.

Giovanna d'Arco (c. 1412–1431)

Giovanna d'Arco (c. 1412–1431)

Giovanna d'Arco era un cavaliere nel cuore, e in effetti ha lasciato il segno nella storia della Francia, di cui è una santa patrona.

Götz von Berlichingen (1480–1562)

Götz von Berlichingen (1480–1562)

Gottfried "Götz" von Berlichingen era un cavaliere tedesco del Sacro Romano Impero. 

Götz von Berlichingen (1480–1562)

Götz von Berlichingen (1480–1562)

Götz von Berlichingen ha avuto una lunga carriera militare, combattendo in campagne militari per 47 anni!

Fonti: (Working the Flame) (World History Encyclopedia) (TheCollector) (History Hit)

sabato 11 luglio 2026

Sanità in Italia: la classifica delle regioni dove ci si cura meglio (e quale arranca)

 @ -  È il Veneto la Regione che ha la sanità migliore in Italia. Il Ministero della Salute ha reso noti i dati definitivi del Nuovo sistema di garanzia (Nsg) relativi al 2024, lo strumento ufficiale che monitora l’adempimento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) nelle diverse regioni italiane.


Sanità in Italia: la classifica delle regioni dove ci si cura meglio (e quale arranca)© Starbene

In questo modo emerge una fotografia dettagliata dello stato di salute della sanità italiana. La valutazione assegna i punteggi alle performance regionali dividendo le prestazioni in tre macroaree fondamentali: prevenzione collettiva, assistenza distrettuale (la medicina di prossimità e il territorio) e assistenza ospedaliera.

Il quadro generale mostra un Servizio Sanitario Nazionale in parziale ripresa. Rispetto alle otto Regioni rimandate, nel monitoraggio precedente, le insufficienze si riducono a tre. Crescono in modo diffuso i servizi territoriali e le attività di prevenzione, mentre si registra una lieve flessione nell’efficienza ospedaliera nazionale che, pur rimanendo sopra la soglia minima di sufficienza (fissata a 60 punti per macroarea), risente della forte pressione sui reparti.

Le Regioni sul podio della sanità italiana
Al vertice della classifica troviamo, come è ormai consueto, il Centro-Nord, caratterizzato da una forte integrazione tra centralità ospedaliera e presidi territoriali. Il Veneto si attesta saldamente al comando della classifica nazionale, sfiorando l’eccellenza assoluta.

Immediatamente dietro si posiziona l’Emilia Romagna, incalzata a pochissima distanza dalla Toscana. Queste tre Regioni guidano il Paese dimostrando una forte omogeneità di rendimento nella prevenzione, nell’assistenza distrettuale e in quella ospedaliera.

Tra le posizioni di testa si mette in evidenza anche il Piemonte, che conquista il quarto posto assoluto, tallonato dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Lombardia. Quest’ultima fa registrare un recupero significativo recuperando due posizioni rispetto all’anno precedente e mostrando segnali di deciso miglioramento soprattutto sul piano della riorganizzazione delle cure primarie e della deospedalizzazione.

Chi sale e chi scende: i promossi
Lo scenario tracciato dal Ministero mostra l’efficacia delle riforme locali della sanità.

La sorpresa principale è l’Abruzzo. La Regione ha raggiunto la piena adempienza in tutte e tre le aree analizzate, cioè prevenzione collettiva, assistenza distrettuale (la medicina di prossimità e il territorio) e assistenza ospedaliera, mettendo a segno un recupero straordinario rispetto ai dati passati. La prevenzione abruzzese è cresciuta di ben 29 punti, mentre l’assistenza distrettuale ha registrato un incremento di 26 punti.

Buone notizie giungono anche da Valle d’Aosta, Campania e Puglia che, pur con punteggi complessivi inferiori rispetto ai colossi del Nord, mostrano trend di crescita costanti nell’assistenza distrettuale.

I rimandati e chi arranca
Sul versante opposto, sono tre i territori che non riescono a superare la soglia della sufficienza in almeno una delle tre macroaree.

La Provincia autonoma di Bolzano mostra un deficit strutturale nell’area della prevenzione collettiva e sanità pubblica. La Sicilia, pur registrando piccoli progressi, rimane sotto la soglia minima nella prevenzione (screening, campagne vaccinali). La Calabria si conferma maglia nera d’Italia, occupando l’ultimo posto della classifica generale. La carenza più grave risiede nell’assistenza distrettuale e territoriale, segno di una medicina di prossimità che non riesce a fare da filtro ai bisogni dei cittadini.

In generale il Centro-Sud, pur mostrando segnali di reazione (con la Puglia che entra nella top 10 e la Campania in leggero recupero), sconta ancora un divario evidente nei confronti del Nord, in particolare sulla gestione delle cronicità e sui servizi territoriali.

Nuovi indicatori: l’equità sociale
Il Nuovo Sistema di Garanzia si è arricchito con l’introduzione di tre nuovi parametri che non misurano più soltanto i volumi lordi delle attività erogate, ma la qualità e l’impatto sulla vita dei cittadini.

Tra questi spicca l’indicatore di equità, strutturato per misurare la percentuale di cittadini che rinunciano alle prestazioni sanitarie a causa di problemi economici o di inappropriatezza organizzativa (come le liste d’attesa bloccate). Gli altri due parametri monitorano l’aderenza terapeutica ai beta-bloccanti per i pazienti con scompenso cardiaco e l’efficienza della rete dei donatori di organi in morte encefalica.

La vera sfida della sanità italiana si è definitivamente spostata dagli ospedali ai territori. L’attuazione delle riforme per la medicina di prossimità (Case della Comunità e assistenza domiciliare) rimangono le uniche armi per azzerare le disuguaglianze di accesso alle cure che ancora penalizzano i cittadini in base alla propria regione di residenza.

Turismo sanitario in Italia e all’estero
Sono dieci gli ospedali italiani che, concentrati nelle grandi città del Centro e del Nord, accolgono circa il 25% dei pazienti che migrano per curarsi. Tra le aree specialistiche a maggiore attrazione troviamo quella oncologica (soprattutto nei centri di Milano e Aviano), ortopedico-traumatologica (Bologna) e pediatrica (Roma e Genova).

Le motivazioni che più spingono a spostarsi sono le liste d’attesa troppo lunghe o l’accesso a cure che non sono disponibili nel proprio territorio. Inoltre, nonostante la riconosciuta qualità della medicina nel nostro Paese, in molti sembrano prediligere le cure all’estero. Tra il 2023 e il 2024 circa 270mila italiani hanno scelto di recarsi oltre confine per curarsi o sottoporsi a intervento chirurgico.

Ma i rischi non mancano. Gran parte degli specialisti sostengono che spesso i pazienti sono attirati dai bassi costi che talvolta significano anche minore qualità. Poi, in caso di complicanze, la lontananza dalla residenza rende l’intervento un problema.

giovedì 9 luglio 2026

Trump e la lista degli alleati cattivi, la tensione al massimo e poi l'autocelebrazione: «Ora tutti mi amano»

 @ - Dopo le critiche, The Donald parla di riunificazione straordinaria. «La Spagna è senza speranza, l'Italia ha sbagliato, gli altri hanno avuto un brutto momento»


I capi di Stato e di governo hanno parlato pochi minuti a testa, nell’unica seduta plenaria del summit Nato di Ankara. Ma devono essere bastati per convincere Donald Trump di essere stato capace di trasformare il più insidioso vertice degli ultimi anni in «un grande successo». Personale, naturalmente.

Il presidente americano ha intossicato l’evento per circa 24 ore, dal momento del suo arrivo, martedì pomeriggio, fino alla conferenza stampa, iniziata, con oltre due ore di ritardo, nella serata di ieri.

Si era presentato con la lista degli alleati europei che non lo hanno aiutato nella guerra contro l’Iran: Spagna, Italia, Francia, Germania e anche il Regno Unito. Ma alla fine ha cambiato completamente tono, davanti all’auditorium stipato dai giornalisti, seduti anche sui gradini: «Peccato che non vi hanno fatto vedere che cosa è successo in quella stanza. Si poteva respirare amore, amore e rispetto per il nostro Paese. Non voglio indicare me stesso, ma dicevano “ti amiamo, ti vogliamo bene”. Non so, è strano sentire quelle parole da persone adulte, forse stavano cercando di fare colpo su di me, e in un certo senso ci sono riusciti, perché in quella stanza c’era un’unità straordinaria».

Rispondendo a una domanda specifica sul ruolo dei Paesi europei nel conflitto con Teheran ha aggiunto: «La Spagna è stata pessima, ma l’Italia è stata buona, e quasi tutti i Paesi sono stati buoni. Hanno solo avuto un brutto momento. Non ci hanno aiutato. Non avevamo bisogno di aiuto. Ognuno di quei Paesi ci ama e si ama a vicenda. È stata una riunificazione straordinaria».

Poche ore prima, però, seduto accanto a Mark Rutte, il segretario generale della Nato, Trump non aveva fatto prigionieri. L’Italia? «Ha fatto molto male a negarci l’uso delle basi militari». La Spagna? «Un caso senza speranza, un pessimo alleato, molto ostile, non voglio avere più rapporti con loro, le nostre relazioni commerciali sono finite». La Groenlandia? «È molto importante per gli Stati Uniti, ma non lo è per la Danimarca. Quando la Danimarca fu invasa in un giorno da Hitler ci siamo occupati noi della Groenlandia, poi l’abbiamo restituita stupidamente. Non avremmo dovuto farlo (alla fine della Seconda guerra mondiale, ndr), perché siamo noi ad averne bisogno. Ne abbiamo bisogno per la protezione del mondo, non solo degli Stati Uniti». La Nato? «Abbiamo speso più di mille miliardi in dieci anni per difendere i Paesi Nato dalla Russia e adesso, in cambio, siamo trattati ingiustamente. Sono molto arrabbiato con la Nato, abbiamo pagato troppo».

Con queste premesse, il summit sembrava destinato a una conclusione rovinosa. Ma, evidentemente, pure ad Ankara il presidente americano ha adottato il suo schema più collaudato: aumentare al massimo la tensione per ottenere il più possibile dagli interlocutori.

In questo caso, Rutte aveva preparato diligentemente il terreno, presentando agli americani un aumento generalizzato degli investimenti militari nel biennio 2025-2026. Lo stesso Trump ha osservato che anche «i pochi Paesi» più lontani dall’obiettivo di una spesa pari al 3,5% del Pil, e tra questi c’è l’Italia, «si stanno muovendo, erano all’1% e adesso sono al 2% e andranno oltre e penso lo faranno molto velocemente».

Oltre alle cifre, contano gli affari. Rutte ha illustrato una serie di accordi con le industrie militari, per un valore di circa 50 miliardi di dollari. Trump è sicuro di fare il pieno: «Gli europei compreranno gran parte delle armi negli Usa e questo significherà più posti di lavoro per le nostre aziende che dovranno accelerare al massimo la produzione».

Il presidente Usa ne elenca tre: «Lockheed Martin, Raytheon, Boeing». Gli «articoli» più richiesti «e di gran lunga i migliori al mondo», sono «le batterie dei Patriot e i missili Tomahawk». «Amore» a parte, non c’è niente più del business capace di mettere Trump di buon umore.