giovedì 16 maggio 2024

Minimo storico nascite in 2023, lavoratori dipendenti nuovi poveri: l'Italia secondo l'Istat

@ - Il rapporto annuale dell'Istituto. Povertà ai massimi dagli ultimi 10 anni. Con Reddito cittadinanza 'salvate' più di 400.000 famiglie

Famiglia a passeggio - (Fotogramma/Ipa)

Poche nascite, povertà assoluta che sale con i lavoratori dipendenti che sono i nuovi poveri, giovani che fumano e bevono meno mentre aumenta però l'eccesso di peso. E' quanto emerge dal rapporto annuale dell'Istat.

''Il 2023 ha fatto registrare l’ennesimo minimo storico in termini di nascite. Nonostante una riduzione dell’8 per cento dei decessi rispetto al 2022, il saldo naturale della popolazione resta fortemente negativo. Negli ultimi anni si è, inoltre, ridotto l’effetto positivo che la popolazione straniera ha esercitato sulle nascite a partire dai primi anni Duemila''.

La diminuzione delle nascite è legata a quello della fecondità: il numero medio di figli per donna scende da 1,24 nel 2022 a 1,20 nel 2023, avvicinandosi al minimo storico di 1,19 figli registrato nel 1995. La fecondità delle italiane è pari a 1,18 figli in media per donna (2022), stesso valore dell’anno precedente; quello delle straniere arriva a 1,86 (era 1,87 nel 2021).

L'Istituto osserva che gli attuali giovani "hanno transizioni sempre più protratte verso l’età adulta". Nel 2022, il 67,4 per cento dei 18-34enni vive in famiglia (59,7 per cento nel 2002), con valori intorno al 75 per cento in Campania e Puglia. Si posticipano anche la nuzialità e la procreazione. Nel 2022, l’età media al (primo) matrimonio è di 36,5 anni per lo sposo (31,7 nel 2002) e 33,6 per la sposa (28,9 nel 2002); quella della prima procreazione per le donne è salita a 31,6 anni, contro 29,7 nel 2002.

In Italia mancano 200.000 bambini perché 30 anni fa non sono nati i potenziali 'genitori'. ''Il consistente calo delle nascite degli anni più recenti ha radici profonde, ed è dovuto alle scelte di genitorialità (meno figli e sempre più tardi) da parte delle coppie italiane di oggi e di quelle di ieri'', rileva ancora l'Istat spiegando che la decisione di fare meno figli, 30 anni fa, oggi ha portato a un minor numero di potenziali genitori. A questo si aggiunge ovviamente le scelte delle famiglie di oggi, in linea con quelle di ieri. Inoltre, negli ultimi anni si è ridotto anche il contributo alle nascite da parte dei cittadini stranieri, che aveva prodotto una ripresa della natalità a partire dai primi anni Duemila.

Lavoratori dipendenti i nuovi poveri
Nel 2023 peggiorano gli indicatori di povertà assoluta, che ha colpito il 9,8% degli individui e l'8,5% delle famiglie. ''Si raggiungono così livelli mai toccati negli ultimi 10 anni, per un totale di 2 milioni 235 mila famiglie e di 5 milioni 752 mila individui in povertà''. ''L’incremento di povertà assoluta ha riguardato principalmente le fasce di popolazione in età lavorativa e i loro figli. Il reddito da lavoro, in particolare quello da lavoro dipendente, ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie dal disagio economico''. Gli indicatori di povertà negli ultimi 10 anni mostrano una ''convergenza territoriale tra le ripartizioni, ma verso una situazione di peggioramento'', aggiunge l'Istituto.

Nell’arco del decennio considerato, l’incidenza della povertà assoluta a livello familiare è salita dal 6,2 all’8,5 per cento, e quella individuale dal 6,9 al 9,8 per cento. Rispetto al 2014 sono aumentate di 683 mila unità le famiglie in povertà (erano 1 milione e 552 mila) e di circa 1,6 milioni gli individui in povertà (erano 4 milioni e 149 mila). L’incidenza di povertà assoluta familiare è più bassa nel Centro (6,8 per cento) e nel Nord (8,0 per cento sia il Nord-ovest sia il Nord-est), e più alta nel Sud (10,2 per cento) e nelle Isole (10,3 per cento). Lo stesso accade per l’incidenza individuale: 8,0 per cento nel Centro, 8,7 nel Nord-est, 9,2 nel Nord-ovest e 12,1 per cento sia nel Sud sia nelle Isole.

Tra il 2014 e il 2023, l’incidenza familiare aumenta molto nel Nord (nel Nord-ovest, dal 4,6 all’8 per cento; nel Nord-est, dal 3,6 all’8 per cento), sale in maniera più moderata nel Centro (dal 5,5 al 6,8 per cento) e nel Sud (dal 9,1 al 10,2 per cento) e rimane pressoché stabile nelle Isole (dal 10,6 al 10,3 per cento). L’incidenza individuale sale nel Nord-ovest dal 5,9 al 9,2 per cento; nel Nord-est da 4,5 a 8,7; nel Centro da 5,7 a 8,0; nel Sud da 8,9 a 12,1 e nelle Isole da 11,8 a 12,1. Tra il 2014 e il 2023 si registra quindi una convergenza territoriale tra le ripartizioni, ma verso una situazione di peggioramento. Si dimezza, infatti, lo scarto massimo tra le incidenze massime e minime.

Con Reddito cittadinanza 'salvate' più di 400.000 famiglie
Tra il 2020 e il 2022 l’erogazione del Reddito di cittadinanza ha permesso di uscire dalla povertà a 404 mila famiglie nel 2020, 484 mila nel 2021 e 451 mila nel 2022. Per quanto riguarda gli individui, l’uscita dalla povertà ha riguardato 876 mila persone nel 2020 e oltre un milione nel 2021 e nel 2022. Senza il rdc, l’incidenza di povertà assoluta familiare nel 2022 sarebbe stata superiore di 3,8 e 3,9 punti percentuali rispettivamente nel Sud e nelle Isole.

Tra le famiglie in affitto, l’incidenza di povertà sarebbe stata 5 punti percentuali superiore. Tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, l’incidenza avrebbe raggiunto il 36,2 per cento nel 2022, 13,8 punti percentuali in più. L’erogazione del Rdc ha portato il poverty gap a una riduzione da 9,1 a 5,2 miliardi nel 2020, da 9,5 a 5,2 miliardi nel 2021, e da 9,8 a 6,2 miliardi nel 2022.

I giovani italiani
I giovani, tra 16 e 24 anni, negli ultimi 20 anni hanno ridotto il consumo di bevande alcoliche e l'abitudine al fumo ma aumenta l'eccesso di peso. Secondo il rapporto annuale dell'Istat l’eccesso di peso è passato dal 10,6 per cento del 2003 al 15,6 per cento del 2023, con un incremento più marcato a partire dal 2017. Tra il 2003 e il 2023 si riduce tra i giovani il consumo giornaliero di bevande alcoliche (dall’11,2 per cento al 4,8 per cento) ma si osserva l’aumento del consumo occasionale (dal 56,3 per cento al 59,1 per cento) e di quello fuori pasto (dal 35,5 per cento al 39,7 per cento).

Anche l’abitudine al fumo si riduce tra i 16 e i 24 anni (dal 24,2 per cento del 2003 al 19,9 per cento del 2023), ma si registra un incremento di nuove tipologie di consumo di tabacco e nicotina. La sigaretta elettronica è passata dallo 0,8 per cento del 2014 all’8,6 per cento nel 2023. Il tabacco riscaldato non bruciato, monitorato a partire dal 2021, è passato dal 4,6 per cento all’8,4 per cento.

Negli ultimi venti anni aumenta la pratica sportiva tra i giovani (dal 54,2 per cento del 2003 al 57,7 per cento del 2023). Parallelamente, si è osservato un lieve aumento dell’attività fisica (dal 18,7 per cento al 20,6 per cento). Queste dinamiche si riflettono in una riduzione della sedentarietà tra i giovani (dal 26,6 per cento del 2003 al 21,7 del 2023). Nel 2023 oltre la metà dei giovani di 16-24 anni esprime un voto tra 8 e 10 per la propria vita. Le dimensioni con i livelli di soddisfazione più elevata sono il tempo libero e la salute, ambiti in cui è massima la differenza con il resto della popolazione. Quanto alla soddisfazione economica, nel 2023 4 ragazzi su 10 di 16-24 anni si dichiarano poco o per niente soddisfatti.

martedì 14 maggio 2024

Europee, Tarquinio: basta armi all’Ucraina

- Il progetto di integrazione europea ci ha regalato 70 anni di pace. Quindi è giusto procedere in questa sfida. Dobbiamo essere grati alla capacità di uomini visionari di essere riusciti a creare un tale processo dalle ceneri di un’Europa.


Il futuro è nella continuazione di questo percorso, la direzione federale è quella giusta”, lo ha detto Marco Tarquinio, intervenuto a “The Watcher Poll” il format di The Watcher Post dedicato alle elezioni europee. “Le armi hanno solo aumentato la drammaticità della guerra in Ucraina. Siamo ancora allo stesso punto in cui ci trovavamo quando era iniziato un tentativo di riappacificazione, con la differenza che nel frattempo l’Ucraina è un paese distrutto e ci sono stati moltissimi morti. Si sarebbero potuti evitare. Abbiamo una corresponsabilità in tutto questo. L’Unione europea deve essere promotrice del dialogo con tutte le parti coinvolte”. E ha concluso: I flussi migratori sono importanti per economia europea. Vanno tutelati e valorizzati, tra queste persone ci sono risorse strategiche. Invece di bloccare questo inevitabile processo, pensiamo a investire in formazione, lavoriamo perché tutto sia alla luce del sole e utile al sistema. È giusto, ed è anche utile per i Paesi europei”.

sabato 11 maggio 2024

Il caso della chiesa del Cristo Salvatore in Chora convertita in moschea: “L’Islam è superiore”

@ - Un altro “santo graal” del movimento islamista in Turchia, dopo quello di Santa Sofia, è stato inaugurato al culto islamico con la benedizione di Erdogan in una solenne cerimonia a cui ha preso parte, seppure virtualmente, e trasmessa dalla televisione nazionale.

chiesa di Cristo Salvatore a Chora© Fornito da Il Riformista

Un altro “santo graal” del movimento islamista in Turchia, dopo quello di Santa Sofia, è stato inaugurato al culto islamico con la benedizione di Erdogan in una solenne cerimonia a cui ha preso parte, seppure virtualmente, e trasmessa dalla televisione nazionale. Da lunedì 6 maggio la chiesa del Cristo Salvatore in Chora a Istanbul, un altro gioiello dell’arte sacra bizantina, è stato aperto ufficialmente al culto islamico.

Le immagini proibite
Le immagini proibite di Gesù e della Vergine Maria e gli splendidi mosaici sono ora coperti da pannelli appositamente costruiti così come è coperto interamente il pavimento in marmo colorato da un tappeto sul quale file di fedeli inginocchiati gridando “Allahu Akbar”, durante le preghiere inaugurali a Chora, suggellando così la conversione in moschea della splendida chiesa del Cristo Salvatore sorta nel V secolo nel quartiere Fatih di Istanbul. Conversione già precedentemente decretata il 21 agosto 2020 dal presidente della Repubblica che aveva confermato la sentenza del Consiglio di Stato del 19 novembre 2019 con la quale si annullava la decisione del 1934 che stabiliva la trasformazione in museo della Basilica bizantina di Santa Sofia e di diverse altre, convertite in moschea dopo la Conquista di Costantinopoli, e quella del 1958 che trasformò anche la chiesa del Santo Salvatore in museo.

Il governo greco e il maggior partito d’opposizione Syriza hanno definito una “provocazione” la conversione in moschea di quest’altra cattedrale bizantina, patrimonio dell’Unesco, considerata uno dei più importanti esempi di architettura bizantina sacra ancora esistenti. Conversione che avviene oltretutto in vista della storica visita in Turchia del primo ministro Kyriakos Mitsotakis di lunedì 13 maggio. Una delle “mele rosse” di islamisti politici, nazionalisti anche laici e filo-ottomani è la trasformazione di tutte le chiese bizantine di Istanbul in moschee, come se di moschee non ve ne fossero abbastanza: circa 85mila in tutta la Turchia, tra queste oltre 17mila costruite durante i 22 anni del governo Ak Parti ed Erdogan è il paladino di queste conversioni.

Le origini
Nel 1511 il gran visir Atik Ali Pascià iniziò i lavori di conversione al culto islamico aggiungendo un minareto. Le decorazioni interne furono ricoperte da uno strato di intonaco, ma per fortuna il sultano Bayezid II non ordinò la distruzione dei mosaici. Fu l’American Byzantine Institute che nel 1948 scoprì i mosaici del Cristo Salvatore in Chora, dopo aver scoperto negli anni ’30 quelli della Basilica di Santa Sofia. La politica di trasformare le chiese bizantine/museo in moschee è in atto da diversi anni in Turchia. Nei primi del 2010 anche le antiche chiese bizantine di Trabzon e Iznik furono convertite in moschee dalle autorità turche.

La mentalità “fatih”, cioè della “conquista”, glorificata dai sultani ottomani, in particolare da Mehmed II che strappò Istanbul ai cristiani nel 1453, è diventata centrale per i musulmani turchi che cercano di ricostruire un’identità in un mondo urbanizzato e high-tech. Il mito della conquista si è via via radicato tra i conservatori nazionalisti e islamisti a partire dalla dissoluzione dell’Impero ottomano, ha raggiunto il picco sotto i 22 anni di governo dell’AK Parti ed è alimentato e sfruttato politicamente da Erdogan e dal suo Partito della giustizia e dello sviluppo per accrescere il consenso, attraverso una propaganda asfissiante e anche con un flusso costante di serie televisive che ritraggono turchi musulmani che picchiano i loro “nemici cristiani” in scene intrise di sangue.

Il messaggio di fondo
Il messaggio di fondo è lo stesso dalla nascita dell’Islam: “l’Islam è superiore a tutte le altre religioni” e questa convinzione rafforza le politiche pan-islamiste, revansciste e suprematiste che non solo mettono a rischio il sacro patrimonio delle minoranze religiose turche, ma minacciano anche le loro vite rendendole potenziali bersagli di crimini d’odio, come è avvenuto con l’omicidio del giornalista armeno-turco Hrant Dink nel 2007. La conversione del tesoro architettonico di Istanbul simbolo della cristianità è un potente atto simbolico, così come lo fu quella storica di Ataturk, nel 1934, che decise di secolarizzare gli edifici religiosi bizantini trasformandoli in museo in segno di apertura verso la comunità occidentale e della volontà di tranquillizzarla circa il fatto che non sarebbero state cancellate le storiche impronte della presenza della cultura cristiana e bizantina nel paese, in segno di grande distensione per facilitare l’accettazione della nascente repubblica di Turchia da parte dei paesi occidentali.

Erdogan scalda i cuori dei suoi sostenitori con il mito della “Mela Rossa” (Kizil Elma), appellativo dato dagli Ottomani alla città di Costantinopoli nel tentativo di riscattare il risentimento conservatore/islamista che cova tra i partiti di estrema destra fin dalla morte di Ataturk, che considerano il suo processo di secolarizzazione come un tradimento storico dell’identità musulmana della nazione. E, nel tentativo di placare la crescente rabbia interna della componente più radicale dell’Islam politico che ha accusato il governo di essersi allontanato dai sentimenti islamici del suo elettorato, di aver abbracciato una politica troppo “liberale” e di non aver reciso ogni legame con lo Stato ebraico a causa del conflitto a Gaza.

domenica 5 maggio 2024

'Gli Usa hanno perso l'egemonia nel mondo. In Ucraina e a Gaza l'Ue utilizza due pesi e due misure': lo dice Borrell, capo della diplomazia europea

@ - Nel mondo di oggi “vediamo più scontro e meno cooperazione. Più polarità e meno multilateralismo. Il sistema internazionale a cui eravamo abituati dopo la Guerra Fredda non esiste più. Nell’ultimo decennio, l’America ha perso il suo status di egemone indiscutibile. E l’ordine multilaterale post-1945 sta perdendo terreno”.


Non sono le parole del presidente cinese Xi Jinping, il primo ad auspicare la nascita di un nuovo ordine mondiale multipolare. Non sono nemmeno quelle di Vladimir Putin, suo “amico”, ma soprattutto colui che, invadendo l’Ucraina, si è esposto in prima persona proprio per togliere a Washington lo scettro di grande potenza mondiale. A rilasciare queste dichiarazioni di fronte agli studenti di Oxford è invece il capo della diplomazia europea, colui che, insieme ai leader dei 27 Stati membri, detta la linea dell’Ue in politica estera: l’Alto rappresentante (Pesc) Josep Borrell.

È vero che tra circa un mese l’Europa andrà a elezioni, con anche la composizione della Commissione che verrà totalmente stravolta, ma anche per questo le posizioni espresse da Borrell, che parla sempre da mr Pesc in carica, possono essere considerate più ‘sincere’ e libere dalle attenzioni e dalle cautele che si richiedono ai diplomatici. Se così fosse, indicano però che anche tra i principali alleati storici degli Stati Uniti un cambio di equilibri nella politica internazionale è considerato già in essere e inevitabile. “La Cina – ha spiegato Borrell – è assurta allo status di superpotenza, rivaleggiando con gli Stati Uniti e l’Europa non solo nel settore manifatturiero, ma anche nella potenza militare e nella costruzione delle tecnologie che modellano il nostro futuro. E ‘l’amicizia senza limiti’ con la Russia segnala un crescente allineamento dei regimi autoritari. Allo stesso tempo, le potenze medie come l’India, il Brasile, l’Arabia Saudita, il Sudafrica o la Turchia stanno emergendo come attori importanti sulla scena globale. Hanno poche caratteristiche in comune, a parte il desiderio di uno status maggiore e di una voce più forte nel mondo, oltre a maggiori benefici a favore del proprio sviluppo. Per raggiungere questo obiettivo, stanno massimizzando la loro autonomia, bilanciando le loro scommesse e non prendendo posizione”.

Un fattore, oltre all’ascesa economica di molti dei Paesi citati, è anche la perdita di credibilità internazionale del cosiddetto blocco Occidentale. Le numerose guerre, le promesse mancate e, sottolinea Borrell, il doppiopesismo nel rapportarsi ai grandi temi internazionali hanno creato sfiducia nei Paesi che, anni fa, guardavano agli Stati Uniti e all’Europa come a modelli da seguire. Per riuscire a riunire il mondo attorno ai “valori e principi” iscritti nella Carta delle Nazioni Unite, ha spiegato Borrell, “dobbiamo dimostrare che noi europei li rispettiamo sempre e ovunque. Lo stiamo facendo? Non nella misura in cui dovremmo. E per l’Europa questo è un problema. Ovunque vada, mi trovo a confrontarmi con l’accusa di usare due pesi e due misure. La gente non ha dimenticato la guerra in Iraq, anche se alcuni importanti Stati membri dell’Ue non vi hanno partecipato. Ma alcuni hanno partecipato con molto entusiasmo e altri si sono ritirati rapidamente. Quello che sta accadendo ora a Gaza ha dato un’immagine dell’Europa che molti semplicemente non capiscono. Hanno visto la nostra risolutezza in Ucraina e si interrogano sul modo in cui tratteremo la Palestina. La percezione è che diamo più valore alla vita dei civili in Ucraina che a Gaza, dove più di 34mila persone sono morte, la maggior parte delle altre sono sfollate e i bambini muoiono di fame. E la percezione è che ci importi meno se le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vengono violate da Israele, come accade ripetutamente quando vengono costruiti insediamenti e i palestinesi vengono costretti a lasciare le loro terre, con un livello di violenza crescente, rispetto a quando il diritto internazionale viene violato dalla Russia”.

Questo non vuol dire che si debba avere un atteggiamento meno rigoroso con Mosca. Tutt’altro. Borrell, fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, è stato tra i più fermi sostenitori della strategia della fermezza nei confronti di Vladimir Putin, ma nel suo discorso sottolinea come lo stesso pugno di ferro non sia stato usato, ad esempio, contro Netanyahu e il suo governo per il massacro che stanno conducendo a Gaza. A riprova della sua posizione ci sono le sue parole che, anche in questo suo discorso a Oxford, sottolineano come “la Russia di Vladimir Putin rappresenta una minaccia esistenziale per tutti noi. Se Putin avrà successo in Ucraina, non si fermerà qui. Questo è ora anche il pensiero del presidente francese Emmanuel Macron che inizialmente aveva avvertito che non bisognava umiliare la Russia“, ha poi aggiunto dichiarandosi implicitamente a favore delle posizioni espresse recentemente dal capo dell’Eliseo, secondo il quale non è da escludersi l’invio di truppe europee in Ucraina per combattere contro l’armata di Putin. L’atteggiamento rigido che, a suo dire, sarebbe necessario, non è possibile però a causa dell’unanimità richiesta in sede di Consiglio Ue. E a tal proposito, Borrell punta il dito contro l’Ungheria e la strategia dei veti di Viktor Orban:Sapete quanto me che ci sono Stati membri dell’Ue che ancora non condividono questa valutazione. E, in un’Unione governata all’unanimità, le nostre politiche nei confronti della Russia sono sempre minacciate da un unico veto, come ha dimostrato Viktor Orban ritardando il nostro ultimo pacchetto di aiuti all’Ucraina. Negli Stati Uniti, invece, la polarizzazione politica ha ritardato di sei mesi il pacchetto di assistenza militare”.

sabato 4 maggio 2024

Haaretz: “Hamas ha accettato l’accordo per un cessate il fuoco a Gaza”. Ma Benny Gantz frena: “Nessuna risposta dagli islamisti”

@ - Nonostante Israele non perda l’occasione di ricordare che, in caso di accordo, l’offensiva di terra su Rafah è solo rimandata, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz Hamas ha accettato le condizioni poste da Tel Aviv e dai mediatori per arrivare a un cessate il fuoco a Gaza.


La notizia arriva in un momento in cui le speranze di un’intesa stavano di nuovo scemando, dopo che funzionari israeliani avevano fatto sapere che l’obiettivo finale dello ‘Stato ebraico‘ rimaneva quello di invadere la città all’estremo sud della Striscia per eliminare definitivamente i vertici del partito armato palestinese. “Contrariamente a quanto riportato, Israele non accetterà in nessun caso la fine della guerra come parte di un accordo per il rilascio dei nostri ostaggi – aveva detto la fonte al Times of Israel – Come deciso dai vertici politici, l’Idf entrerà a Rafah e distruggerà i rimanenti battaglioni di Hamas lì con o senza una tregua temporanea per consentire il rilascio dei nostri ostaggi”. Non è un caso, quindi, che contemporaneamente all’indiscrezione di Haaretz il membro del gabinetto di guerra, Benny Gantz, abbia suggerito a tutti di “attendere aggiornamenti ufficiali, che stiano calmi e non cadano nell’isteria”.

La notizia diffusa da Haaretz, però, ridà attendibilità alle indiscrezioni pubblicate dai media egiziani sui “progressi” nei colloqui. “Ci sono progressi significativi” nei negoziati sulla proposta di cessate il fuoco e liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas a Gaza, con la garanzia degli Stati Uniti di un completo ritiro delle forze dello ‘Stato ebraico’ dalla Striscia, avevano fatto sapere sabato mattina alcuni media egiziani e israeliani secondo i quali i mediatori hanno “raggiunto una formula concordata sulla maggior parte dei punti controversi”. Ricostruzione che era stata prontamente smentita dal funzionario sentito dal Times of Israel e che Haaretz, invece, rilancia: da quanto si legge, Hamas ha ricevuto la garanzia dagli ufficiali americani che Israele lascerà la Striscia.

Secondo l’israeliana Channel 12, la prima fase dell’accordo prevede il rilascio degli ostaggi in cambio di garanzie Usa su un completo ritiro di Israele da Gaza in 124 giorni: assicurazioni che sono arrivate ai rappresentanti del partito armato tramite i mediatori egiziani e qatarini. L’accordo dovrebbe prevedere la promessa, sostenuta dagli Stati Uniti, che Israele non avrebbe avviato la prevista operazione a Rafah. Nello specifico, durante la prima fase – di durata fino a quaranta giorni – 33 ostaggi ancora a Gaza sarebbero stati rilasciati e l’esercito israeliano si sarebbe dovuto ritirare da parte della Striscia. Nella seconda fase, che si estenderebbe fino a 42 giorni, verrebbero rilasciati tutti gli altri ostaggi ancora in vita e le parti si accorderebbero sulle condizioni di un ritorno alla calma a Gaza. Durerebbe 42 giorni anche la terza e ultima fase, dedicata alla consegna dei corpi senza vita. Nel quadro dell’intesa è previsto inoltre il rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi.

venerdì 3 maggio 2024

Covid, il vaccino anti-covid non era uguale per tutti: lo studio che rivela le reazioni al virus

@ - La risposta al vaccino contro Covid-19 non è univoca ma individuale, influenzata dalle caratteristiche genetiche di ognuno. 

Covid, il vaccino anti-covid non era uguale per tutti: 
lo studio che rivela le reazioni al virus© Ansa
Lo rivela uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Fondazione Irccs Istituto neurologico «Carlo Besta» (Fincb), dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, dell'azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza che, guidati dall'Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb), ha unito le proprie forze per studiare le basi genetiche delle differenze interindividuali nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech).

Lo studio ha mostrato come alcuni soggetti con determinate varianti genetiche nei geni del complesso maggiore di istocompatibilità (proprietà delle cellule di un tessuto di essere riconosciute come proprie da parte dell'organismo e non essere quindi eliminate dal sistema immunitario), coinvolto nei principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l'antigene del coronavirus Sars-CoV-2. Lo studio è disponibile in open access su “Communications Medicine”.

I ricercatori hanno valutando la correlazione tra milioni di varianti genetiche germinali e i livelli anticorpali nel siero di soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla vaccinazione. Infatti, sin dall'inizio della campagna vaccinale si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti dai soggetti vaccinati. «Come per la maggior parte dei farmaci, così anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale», spiega Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, che ha guidato la ricerca.

«Il nostro studio ha coinvolto 1.351 soggetti, (operatori sanitari vaccinati nei primi mesi del 2021, nei tre centri ospedalieri coinvolti nello studio) ai quali è stato prelevato un campione di sangue per l'estrazione del Dna e di siero per la misurazione degli anticorpi anti-Sars-CoV-2 dopo un mese dalla somministrazione della seconda dose del vaccino Pfizer-Biontech».

«Con le analisi statistiche effettuate abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali - prosegue Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb - In questa specifica regione genomica sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria. Questi geni sono molto variabili ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune combinazioni erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi dal punto di vista genetico le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».

«I modelli matematici usati e le analisi statistiche effettuate per arrivare a questi risultati sono molto complessi perché complessa è l'interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino. L'expertise maturata negli studi genetici in molti anni di ricerca condotta a Casa Sollievo della Sofferenza ci ha permesso di gestire tale complessità nei dati, contribuendo a giungere a questi importanti risultati», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa Sollievo della Sofferenza.

«L'identificazione di specifici alleli Hla che conferiscono una predisposizione ad un'alta o bassa produzione di anticorpi dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid ci può permettere ora di differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell'ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica», afferma Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della Fondazione Irccs Casa Sollievo della Sofferenza. La ricerca è stata finanziata dell'Istituto Buddista italiano Soka Gakkai.

martedì 30 aprile 2024

L'energia atomica made in Russia in Africa, la nuova influenza russa nel continente africano

 @ - L'energia atomica made in Russia in Africa, la nuova influenza russa nel continente africano

L'espansione dell'influenza russa nel settore energetico in Africa attraverso accordi
 per la costruzione di centrali nucleari.

Russia e Rosatom in Africa
La Russia, attraverso la sua azienda statale di energia nucleare Rosatom, sta siglando accordi con vari paesi africani per la costruzione di centrali nucleari. Alcuni degli accordi includono il progetto di una centrale nucleare galleggiante in Sud Africa, un'importante collaborazione con l'Algeria per la tecnologia nucleare nel settore medico e l'avvio della costruzione di una centrale nucleare in Burkina Faso. Inoltre, la Russia ha stabilito contatti con altri paesi africani come Mali, Burundi, Nigeria, Tanzania, Rwanda e Zimbabwe.

Rischi dell'influenza russa
L'influenza russa suscita preoccupazioni principlaymente per due aspetti. Innanzitutto, l'aspetto politico, in quanto un'ampia presenza russa nel settore energetico può portare a una maggiore influenza politica della Russia nei paesi che hanno siglato accordi con Rosatom. In secondo luogo, c'è il rischio legato alla dipendenza da tecnologia russa per infrastrutture critiche come le centrali nucleari. Questa dipendenza può esporre i paesi africani a potenziali pressioni politiche o economiche da parte della Russia.

Considerazioni sui rischi della collaborazione energetica con la Russia
Le implicazioni di una collaborazione energetica con la Russia devono essere valutate attentamente. Anche se l'energia atomica può essere un'importante fonte di energia pulita e affidabile, la dipendenza dalla tecnologia russa può comportare rischi significativi per la sicurezza e per l'indipendenza energetica dei paesi africani. Inoltre, l'influenza politica della Russia potrebbe generare complicazioni nelle dinamiche geopolitiche regionali.
Altre alternative

Al fine di mitigare i rischi legati alla dipendenza dalla tecnologia russa, i paesi africani potrebbero considerare alternative come l'investimento in energie rinnovabili o cercare collaborazioni con altri partner internazionali nel settore dell'energia nucleare.

Link per ulteriori approfondimenti:






In conclusione, mentre la collaborazione con la Russia nel settore nucleare potrebbe portare a benefici economici e energetici, è essenziale valutare attentamente i rischi connessi e considerare alternative per garantire una gestione sostenibile e sicura delle risorse energetiche in Africa.

Cristiano Volpi

La newsletter di Africa24.it

giovedì 25 aprile 2024

DALLA VALLE DEL TEVERE VERSO ROMA - IL CAMMINO di SANTA SILVIA


                               Ponzano Romano - La Valle del Tevere

 "Religiosi e Laici chiamati a camminare insieme con e per le Istituzioni"……….

 OGGI NELL’80° ANNIVERSARIO DALLA SOTTOSCRIZIONE DEL “CODICE di CAMALDOLI”, PUBBLICHIAMO NELL’ALLEGATO “A”, LA SINTESI DELLA PROPOSTA CONGIUNTA DELLE SEGUENTI COMUNITA’ RELIGIOSE DEL I° Municipio di Roma: BENEDETTINI, PASSIONISTI E SALESIANI DEL COLLE CELIO, PER LA PROMOZIONE E LO SVILUPPO DEL PROGETTO RIFERITO AL “CAMMINO DI SANTA SILVIA(madre di Papa Gregorio Magno), AVENTE PER OBIETTIVO ISTITUZIONALE LA CREAZIONE E LA CONDIVISIONE DI: “UN MODELLO FORMATIVO OCCUPAZIONALE Patrimoniale Ambientale Territoriale REPLICABILE”, QUALE COLLEGAMENTO DELLA “VALLE DEL TEVERE AL PARCO ARCHEOLOGICO RELIGIOSO DEL CELIO IN ROMA”.

 A FRONTE DELLE SEGUENTI DOMANDE SU UN FATTO ED UN ARGOMENTO CHE HA CONDIZIONATO IL NOSTRO PASSATO:

Quali furono le principali premesse, motivazioni, condizioni ed obiettivi nel luglio del 1943 per la promozione del CODICE DI CAMALDOLI tra le parti religiose, laiche, sociali e politiche per il futuro italiano per la preparazione e stesura del quale parteciparono un gruppo di intellettuali di diverse discipline e provenienze, accomunati da una profonda fede cattolica e da un forte impegno civile.

SUL CODICE DI CAMALDOLI OGGI OTTENIAMO LE SEGUENTI RISPOSTE, PER LA VALUTAZIONE DELLE PREMESSE, MOTIVAZIONI, CONDIZIONI ED OBIETTIVI RAGGIUNTI:

Il Codice di Camaldoli, redatto nel luglio del 1943 da un gruppo di intellettuali cattolici, rappresenta un documento programmatico di grande rilevanza storica per il futuro dell'Italia. Per comprendere a fondo le sue origini e il suo impatto, è necessario approfondire le premesse, le motivazioni, le condizioni e gli obiettivi che ne hanno favorito la stesura.

Premesse e Motivazioni:

  • Crisi del Fascismo e Secondo Conflitto Mondiale: Il Codice di Camaldoli nasce in un contesto storico segnato dalla caduta del regime fascista e dall'orrore della Seconda Guerra Mondiale. L'Italia si trovava ad affrontare una profonda crisi morale, politica, sociale ed economica, necessitando di una nuova visione per il futuro.
  • Dottrina Sociale Cattolica: I principi ispiratori del Codice affondano le loro radici nella Dottrina Sociale Cattolica, sviluppatasi nel corso del XIX e XX secolo. Essa offriva un'alternativa al capitalismo liberista e al collettivismo statale, proponendo un modello di società basato sulla giustizia sociale, la solidarietà e la sussidiarietà.
  • Ricerca di un'unità nazionale: Tra i promotori del Codice vi era il desiderio di superare le divisioni ideologiche e sociali che avevano lacerato l'Italia durante il fascismo e la guerra. Si auspicava la costruzione di una nuova comunità nazionale fondata su valori condivisi e sul rispetto reciproco.

Condizioni e Obiettivi:

  • Segretezza e Incertezza del Periodo: Il Codice di Camaldoli fu elaborato in gran segreto, a causa del clima repressivo imposto dalla Repubblica Sociale Italiana. I suoi redattori dovettero operare con cautela, consapevoli dei rischi a cui si esponevano.
  • Riflessione sul futuro dell'Italia: Nonostante le difficoltà, il gruppo di Camaldoli si impegnò in una profonda riflessione sul futuro dell'Italia. Il Codice rappresenta il tentativo di delineare un modello di società più giusta, libera e prospera, basato sui principi cristiani e capace di rispondere alle esigenze del tempo.
  • Influenza sulla Costituzione Italiana: Il Codice di Camaldoli ebbe un'influenza significativa sulla stesura della Costituzione Italiana del 1947. Diversi principi e valori espressi nel Codice si ritrovarono poi nella Carta Costituzionale, contribuendo a definirne il carattere democratico e sociale.

I Collaboratori:

Il Codice di Camaldoli fu il frutto del lavoro di un gruppo di intellettuali di diverse discipline e provenienze, accomunati da una profonda fede cattolica e da un forte impegno civile. Tra i principali collaboratori ricordiamo:

·       Adriano Bernareggi, arcivescovo, docente di diritto ecclesiastico;

·       Vittorino Veronese, segretario generale dell'Istituto cattolico attività sociali (Icas);

·       Sergio Paronetto, economista;

·       Pasquale Saraceno, economista;

·       Ezio Vanoni, economista e tributarista;

·       Mario Ferrari Aggradi, economista;

·       Guido Gonella, giornalista;

·       Giuseppe Capograssi, docente di filosofia del diritto a Napoli;

·       Gesualdo Nosengo (1906-1968), educatore e pedagogista;

·       Ferruccio Pergolesi, docente di diritto costituzionale a Bologna;

·       Paolo Emilio Taviani, docente di demografia a Genova;

·       Vittore Branca, filologo e critico letterario;

·       Giorgio La Pira, docente di diritto romano a Firenze;

·       Aldo Moro, giurista;

·       Giulio Andreotti, giornalista;

·       Giuseppe Medici, docente di economia e di politica agraria a Torino

martedì 16 aprile 2024

Piano Mattei, una piattaforma di dialogo e ascolto

@ - La lettura dei commenti a proposito del Piano Mattei presentato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del Vertice Italia-Africa mi induce ad alcune riflessioni. Parto da un presupposto: il Piano non è stato presentato come un insieme di progetti e programmi ma piuttosto come una “piattaforma” fatta per ricevere le indicazioni di priorità che i Paesi africani formuleranno. Una piattaforma di dialogo e di ascolto per la futura cooperazione italiana.

di: Paolo Sannella | 2 Aprile 2024

Se questa mia lettura delle parole della presidente Meloni è corretta, non bisognerebbe stupirsi del fatto che il Piano non enumera progetti nuovi da sviluppare (anche se ricorda quelli già in corso e che certamente non saranno abbandonati). Il Piano introduce piuttosto un cambiamento, una vera rivoluzione, non soltanto nel modus operandi della cooperazione internazionale allo sviluppo ma nei rapporti politici, culturali ed economici dell’Italia con l’Africa. Una interpretazione, la mia, che mi sembra confortata dalla notizia dell’incontro della presidente Meloni con gli ambasciatori africani accreditati in Italia proprio per recepire indicazioni e suggerimenti e per segnalare allo stesso tempo le nostre priorità e osservazioni. Una modalità dialogante per costruire insieme strategie e iniziative. Altrettanto importante notare che la presentazione del programma italiano sia avvenuta in presenza delle istituzioni europee rappresentate dai tre massimi dirigenti, quasi a voler dire che il Piano Mattei costituisce il contributo politico e metodologico italiano che sollecita allo stesso tempo la collaborazione e l’impegno europeo per la sua realizzazione.

A quanti che come me hanno vissuto per molti anni esperienze molteplici di cooperazione, operando sul campo in Africa e nei diversi centri decisionali romani, non sfuggiva l’insoddisfazione di molti interlocutori africani per l’approccio adottato per i nostri progetti di cooperazione. Da un lato, riconoscevamo la necessità di agire in “partenariato” attuando sempre e soltanto interventi promossi e richiesti dai “beneficiari”, dall’altro prestavamo poca attenzione alle esigenze locali intese nel modo più ampio e comprensivo. Si dava spesso l’impressione di leggere con difficoltà i bisogni locali effettivi e di incontrare ancora maggiori difficoltà a rispettare quanto suggerito dalle culture e dalle identità locali. In occasione di un memorabile incontro all’Università di Pavia numerosi anni fa, il professor Calchi Novati ricordò l’obiettiva limitazione dell’applicazione del concetto di “partenariatoin un rapporto che vede contrapposti – a parte ogni altro diverso atteggiamento – chi ha a chi non ha, chi dà a colui che riceve. Il tutto condito assai spesso dall’atteggiamento di chi veste i panni del primo della classe chiamato a dar lezione agli altri.

La proposta del governo italiano sembra voler modificare questa situazione. Se restano liberi gli operatori privati di offrire agli acquirenti locali le loro merci o i loro servizi come credono, la richiesta di interventi di sviluppo (quali ad esempio quelli per la creazione e la gestione delle infrastrutture di trasporto e di comunicazione, quelli per investimenti nei settori dell’energia, dell’acqua e dell’ambiente, così come quelli nel campo della formazione e della ricerca) dovrebbe essere formulata in sintonia, aderenza e conformità alle esigenze locali e alle loro culture e priorità. In attesa che tutto questo avvenga, il Piano resta vuoto ma pronto ad affermare nuove e più avanzate e genuine collaborazioni.

Il problema è passare dalle parole ai fatti, dalla enunciazione di principi alla loro applicazione pratica. Non dovremo – mi sembra voglia dire la presidente Meloni – andare in Africa con il paniere pieno dei nostri progetti ma con l’atteggiamento di chi vuol capire e sa ascoltare. Soltanto dopo questa fase di attenzione potremo insieme scegliere le soluzioni adatte a rispondere ai loro bisogni utilizzando le nostre risorse più adatte.

Se passiamo dal campo della cooperazione allo sviluppo a quello della collaborazione politica e culturale, il passaggio che ci viene suggerito mi sembra ancora più significativo e interessante: non le nostre verità e i nostri valori, ma quelli che meglio si adattano alla reciproca comprensione e alla comune ricerca degli strumenti per l’attuazione di una fruttuosa e pacifica convivenza. Ed è forse questo il contributo che il nostro Paese sembra voler dare anche in occasione dei lavori del prossimo G7 a conduzione italiana nel cui programma figura l’esigenza imprescindibile di nuove forme di collaborazione con i Paesi del continente africano.