lunedì 13 aprile 2026

Trattative in stallo. Nello Stretto di Hormuz "traffico nuovamente bloccato". Trump contro il Papa

@Il blocco navale statunitense nel Golfo Persico è "illegale" e costituisce un atto di "pirateria". Lo ha affermato l'esercito iraniano e avverte che nessun porto del Golfo sarà al sicuro se il proprio verrà minacciato.

Libano, 12.04.2026 Teheran: blocco navale Usa è un "atto di pirateria"

Media, Regno Unito non aderirà al blocco Usa dei porti iraniani

Secondo quanto appreso dalla Bbc, il Regno Unito non sarà coinvolto nell'applicazione del blocco militare statunitense contro l'Iran. Le navi e i soldati della marina britannica non saranno impiegati per bloccare i porti iraniani, mentre i dragamine e le capacità anti-drone del Regno Unito continueranno a operare nella regione. Un portavoce del governo britannico ha affermato: "Continuiamo a sostenere la libertà di navigazione e l'apertura dello Stretto di Hormuz, che è urgentemente necessaria per sostenere l'economia globale e il costo della vita nel nostro Paese".

Vescovi Usa: da Trump parole denigratorie, Papa Leone non è un suo rivale

I vescovi statunitensi reagiscono all'attacco di Donald Trump a Papa Leone XIV definendo "denigratorie" le parole con cui il Presidente ha apostrofato il Pontefice in un post su Truth. "Sono profondamente addolorato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre" ha scritto l'arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, in una nota "Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico. E' il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime".

Messaggio di Trump su Truth con accuse a Papa Leone

Il presidente americano Donald Trump ha affermato di non essere "un grande fan" di papa Leone XIV, che il giorno prima aveva pronunciato un discorso molto duro contro la guerra, e si è lanciato in una violenta invettiva contro di lui sui social network. "Non sono un grande fan di papa Leone. È una persona molto liberale ed è un uomo che non crede nella lotta contro la criminalità", ha dichiarato Trump ai giornalisti alla base militare di Andrews, nel Maryland. Ha accusato il pontefice di "giocare con un Paese che vuole dotarsi dell'arma nucleare", riferendosi all'Iran. Poco dopo, il presidente americano ha pubblicato un lungo messaggio sul suo social Truth, accusando Leone XIV di sostenere il programma di armamento nucleare iraniano, di essersi opposto all'operazione militare americana in Venezuela a gennaio e di incontrare simpatizzanti dell'ex presidente democratico Barack Obama, tra le altre cose.

Trump ha accompagnato il suo messaggio con un'immagine generata dall'intelligenza artificiale in cui lo si vede, con una toga bianca e rossa, mentre posa la mano sulla fronte di un malato su un letto d'ospedale, circondato da persone in preghiera, con sullo sfondo la bandiera americana, la Statua della Libertà, aerei da caccia, aquile e altre figure nel cielo.

In una delle sue critiche più dure ai conflitti che infiammano il pianeta, in particolare in Medio Oriente, Leone XIV aveva dichiarato che serve la fede "per affrontare insieme questo momento drammatico della Storia". "Basta con l'idolatria dell'io e del denaro! Basta con le dimostrazioni di forza! Basta guerre! La vera forza si manifesta nel servire la vita", aveva affermato il papa americano durante una veglia di preghiera per la pace nella basilica di San Pietro a Roma. "Cari fratelli e sorelle, esistono certamente responsabilità imprescindibili che spettano ai leader delle nazioni.

A loro gridiamo: fermatevi! È tempo di fare la pace! Sedetevi al tavolo del dialogo e della mediazione, e non a quello dove si pianifica il riarmo e si decidono azioni mortali!", aveva aggiunto. Come già fatto in passato, non ha citato alcun responsabile politico per nome né indicato un Paese in particolare. Dalla sua elezione nel maggio 2025, Leone XIV, nato a Chicago, ha assunto una posizione chiara contro alcune decisioni dell'amministrazione Trump, pur mantenendo aperti i canali di comunicazione.

Ghalibaf: presto gli Usa rimpiangeranno i 4-5 dollari a gallone
"Godetevi gli attuali prezzi alla pompa. Con il cosiddetto 'blocco', presto rimpiangerete i 4-5 dollari al gallone". Lo ha scritto su X il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf reagendo all'ordine del presidente statunitense Donald Trump di imporre un blocco navale nello Stretto di Hormuz, dopo il fallimento dei colloqui per il cessate il fuoco con l'Iran a Islamabad.


Prezzo del petrolio sale ancora, Wti supera 104 dollari
Prezzo del petrolio in deciso aumento questa mattina sui mercati delle materie prime: il Wti con consegna a maggio passa di mano a 104,57 dollari con un avanzamento dell'8,28% mentre il Brent con consegna a giugno è scambiato a 102,03 dollari con una crescita del 7,12%.

Trump: blocco Usa dei porti iraniani da oggi alle 10 (alle 16 ora italiana)
"Gli Stati Uniti bloccheranno le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle ore 10 (ora della costa orientale)", ovvero le 16 in Italia. Lo ha annunciato in un post sul social Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Trump: "Non mi importa se Teheran torna al tavolo dei negoziati"
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di non preoccuparsi se l'Iran tornerà o meno al tavolo dei negoziati con gli Stati Uniti, dopo che i colloqui in Pakistan non hanno portato a un accordo. "Non mi importa se tornano o no. Se non tornano, per me va bene", ha detto Trump ai giornalisti alla Joint Base Andrews, nel Maryland, al suo ritorno dalla Florida. L'esercito statunitense è pronto a far rispettare un blocco dei porti iraniani da oggi, a partire dalle 16 ora italiana.

Trump, aviatori salvati da F-15 abbattuto "stanno bene"
I due aviatori statunitensi salvati dopo l'abbattimento dell'F-15 in Iran, "stanno molto bene" e che gli Stati Uniti sono "molto orgogliosi di loro". Lo ha detto Donald Trump parlando ai giornalisti alla Joint Base Andrews in Maryland, dopo il suo ritorno dalla Florida. I due militari sono stati recuperati dopo che il loro F-15E Strike Eagle era stato abbattuto il 3 aprile. Il pilota era stato ritrovato rapidamente, mentre l'altro membro dell'equipaggio era stato salvato dopo aver trascorso più di un giorno nascosto in Iran.

Libano, media: quattro morti in raid israeliani nel sud
È di quattro morti - compresa una bambina - il bilancio di un raid israeliano nel sud del Libano. Lo riporta Al Jazeera, aggiungendo che le vittime appartengono tutte alla stessa famiglia. Gli attacchi, in particolare, hanno preso di mira le località di Nabatieh e di Mayfadoun.

Media, Lloyd's: traffico in stretto Hormuz nuovamente bloccato
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si e' nuovamente fermato dopo l'annuncio del blocco navale da parte degli Stati Uniti, arrivato in seguito al fallimento dei negoziati con l'Iran. Lo scrive Lloyd's, media specializzato nel settore navale. Prima dell'annuncio, i flussi di navigazione proseguivano a livelli ridotti, con un lieve aumento delle petroliere in transito nel fine settimana mentre alcune compagnie tentavano di far uscire le navi dal Golfo approfittando della fragile tregua.

Dopo l'escalation, tuttavia, i movimenti risultano sospesi e almeno due imbarcazioni che stavano lasciando l'area hanno invertito la rotta. Parallelamente, le forze armate statunitensi hanno avviato operazioni per la rimozione delle mine posizionate nello stretto. Secondo il Comando Centrale, due navi da guerra americane hanno attraversato l'area per la prima volta dall'inizio del conflitto nell'ambito di missioni di sminamento.

Trump contro papa Leone: "Un debole, è in Vaticano perché ci sono io"
Donald Trump spara a zero su papa Leone, il primo pontefice americano nella storia della Chiesa cattolica. Un attacco senza precedenti, che segna una rottura inimmaginabile tra la Casa Bianca e il Vaticano.

In un lungo e durissimo post su Truth, mentre era ancora sull'Air Force One di ritorno dalla Florida, il presidente americano ha definito Leone un "debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera". "Parla della paura nei confronti dell'amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il Covid, quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose", ha incalzato il tycoon, riferendosi alle recenti dichiarazioni del pontefice che ha condannato la guerra durante una speciale veglia di preghiera nella basilica vaticana di San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo colloqui di pace, poi falliti, in Pakistan.

"Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente MAGA. Lui ha capito tutto", ha insistito Trump, accusando papa Leone di "ritenere accettabile che l'Iran possieda l'arma nucleare". "Non voglio un papa che trovi terribile il fatto che l'America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e che, ancor peggio, stava svuotando le proprie carceri riversando nel nostro Paese assassini, spacciatori e criminali violenti", ha attaccato ancora il tycoon. "E non voglio un papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia".

Il presidente americano ha perfino rivendicato il merito dell'elezione di Louis Prevost a pontefice: "Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano". "Purtroppo", ha proseguito Trump, "l'atteggiamento di Leone, troppo debole sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra, uno di coloro che avrebbero voluto vedere arrestati fedeli e membri del clero". "Leone", ha insistito il presidente americano "dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull'essere un grande papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!", ha concluso Trump.

Trump conferma: "Blocco navale nei porti iraniani dalle 16 italiane"
Il cessate il fuoco in Iran "sta reggendo bene". Lo ha detto Donald Trump parlando con i giornalisti al suo rientro a Washington. Il presidente ha confermato quanto annunciato dal comando centrale americano che il blocco navale nei porti iraniani entrerà in vigore domani alle 10:00, le 16 in Italia, e che "ci sono molte navi dirette verso il nostro Paese per fare rifornimento di petrolio".

Comando centrale Usa: “Autorizzeremo il passaggio di Hormuz alle navi da porti non iraniani"
Dopo avere annunciato il blocco dei porti iraniani da domani, il Comando centrale americano (Centcom) ha precisato che il passaggio dello stretto di Hormuz sarà autorizzato alle navi da e per porti non iraniani.

Il Regno Unito non sarà coinvolto in un eventuale blocco di Hormuz
Il Regno Unito non sarà coinvolto in un eventuale blocco di Hormuz. Lo riporta Sky News Uk citando un portavoce del governo. "Continuiamo a sostenere la libertà di navigazione e l'apertura dello Stretto di Hormuz, urgentemente necessaria per sostenere l'economia globale e il costo della vita in patria. Lo Stretto di Hormuz non deve essere soggetto a pedaggi", ha detto il portavoce. "Stiamo lavorando con urgenza con la Francia e altri partner per formare un'ampia coalizione a tutela della libertà di navigazione". Trump aveva dichiarato che Londra avrebbe inviato dragamine per contribuire alle operazioni di bonifica dello stretto.

Trump ad un incontro di arti marziali mentre il negoziato fallisce
Donald Trump ha trascorso le ore decisive del negoziato in Pakistan insieme al suo segretario di Stato, Marco Rubio, ma non nella Situation Room della Casa Bianca bensi' a un incontro di arti marziali estreme. Alle 21 si sabato sera, nel pieno della trattativa condotta a Islamabad dal suo vice JD Vance, il presidente e' stato accolto da un'ovazione del pubblico al Kaseya Center di Miami, sulle note di una canzone di Kid Rock. Con lui diversi familiari, il capo della Ultimate Fighting Championship organizzatrice del combattimento, Dana White, suo sostenitore della prima ora, e il rapper Vanilla Ice.

La Casa Bianca ha in programma di ospitare un evento con veri combattenti UFC il prossimo 14 giugno, per l'80mo compleanno del presidente. Trump ha stretto le mani a diversi tifosi e ha seguito con passione i combattimenti: non e' sembrato preoccupato dei negoziati in corso a 13mila chilometri di distanza, anche se a un centro punto Rubio gli ha mostrato qualcosa dal suo cellulare, forse proprio quando Vance ha annunciato il fallimento della trattativa.

Carri armati israeliani speronano mezzi italiani di Unifil due volte, nessun ferito
In due occasioni soldati delle Forze israeliane hanno speronato veicoli italiani dell'Unifil con un carro armato Merkava, in un caso causando danni significativi.

I soldati avevano bloccato una strada a Bayada utilizzata per accedere alle posizioni dell'Unifil.

Trump avverte la Cina, dazi al 50% se forniscono armi a Teheran
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito che la sua minaccia di imporre dazi del 50% sulle merci provenienti dai paesi che hanno venduto armi all'Iran era rivolta alla Cina. Trump ha dichiarato a 'Sunday Morning Futures' di Fox News di aver ricevuto segnalazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all'Iran missili antiaerei "a spalla". Ha minimizzato la possibilità che la Cina fornisca armi a Teheran, ma ha affermato che, qualora ciò accadesse, le loro merci sarebbero soggette a dazi.

"Dubito che lo farebbero, perché ho un rapporto con loro e penso che non lo farebbero, ma forse all'inizio ne hanno fatto un piccolo accenno", ha detto Trump. "Ma se li cogliamo sul fatto, si prendono un dazio del 50%".

Teheran; "Falso che colloqui con Usa siano falliti sul nucleare"
In risposta alle dichiarazioni di funzionari statunitensi, tra cui il presidente Donald Trump, secondo cui i colloqui di Islamabad sarebbero falliti a causa del rifiuto dell'Iran di impegnarsi ad abbandonare la strada verso l'arma nucleare, un funzionario iraniano ha affermato: "È falso. La posizione dell'Iran è chiara. L'Iran non mira ad acquisire armi nucleari, ma ha il diritto all'energia nucleare per scopi pacifici. Questo diritto è innegabile e deve essere riconosciuto".

Trump torna a minacciare raid contro obiettivi civili in Iran
Donald Trump torna a minacciare raid contro obiettivi civili in Iran, citando in particolare impianti per la desalinizzazione dell'acqua. "Abbiamo essenzialmente cancellato l'intero paese. L'unica cosa davvero rimasta è la loro acqua. Colpirla sarebbe devastante", ha spiegato in una intervista a Fox News. L'Iran ha ancora "alcune fabbriche per la produzione di missili. Sappiamo di tutte. E abbiamo anche altre cose".

Media: Iran schiera forze speciali della Marina sulla costa sud
I media statali iraniani hanno affermato che il Paese ha schierato forze speciali della Marina lungo la sua costa meridionale, segnalando i preparativi per una potenziale invasione terrestre da parte delle forze statunitensi, dopo il fallimento dei colloqui di pace in Pakistan. Lo riferisce il Wall Street Journal, secondo cui l'agenzia di stampa statale iraniana Student News Network ha pubblicato immagini di soldati in mimetica schierati vicino a una costa sabbiosa per "contrastare qualsiasi possibile infiltrazione nemica nel territorio del Paese".

Washington ha ordinato l'invio di migliaia di Marines e paracadutisti in Medio Oriente, con ulteriori dispiegamenti previsti dopo l'inizio del cessate il fuoco di due settimane con l'Iran. Sebbene il presidente Trump non abbia dichiarato di voler inviare truppe di terra, questi dispiegamenti darebbero agli Stati Uniti maggiori opzioni per assalti o incursioni terrestri e hanno innescato i preparativi in Iran, che nelle ultime settimane ha rafforzato le difese aeree, posizionato mine e allestito bunker sulle isole lungo la sua costa.

Nuova Flotilla salpa da Barcellona per Gaza
Dopo la partenza della 'Flotilla' da Barcellona alla fine dello scorso agosto, una nuova flottiglia solidale salpa questa domenica dal porto della capitale catalana con l'obiettivo di attraversare il Mediterraneo e aggirare il blocco israeliano per raggiungere Gaza. La seconda spedizione della Global Sumud Flotilla arriva in un momento di accresciute tensioni diplomatiche tra Spagna e Israele, sullo sfondo dell'attacco israeliano al Libano, che ha causato oltre 2.000 morti dal 2 marzo, e del fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra che ha travolto il Medioriente. La nuova missione a Gaza si propone di superare i numeri della precedente, i cui membri furono intercettati dai soldati israeliani in alto mare e arrestati prima di essere deportati. Al loro ritorno nei rispettivi paesi, denunciarono maltrattamenti nelle carceri israeliane. La nuova flottiglia parte da Barcellona con circa 40 imbarcazioni e spera che altre si uniscano al viaggio, arrivando a contare circa 70 navi e circa 1.000 attivisti provenienti da diversi paesi. L'equipaggio comprende medici, insegnanti e "costruttori ecologici" che desiderano partecipare alla ricostruzione della Striscia di Gaza e che chiedono che i palestinesi assumano un ruolo guida dopo la distruzione causata dall'invasione. La spedizione precedente aveva riunito circa cinquanta navi e cinquecento persone.

In due settimane 1,3 miliardi di dollari di danni climatici da guerra in Iran - lo studio
Soltanto nelle prime due settimane, la guerra in Iran ha inquinato come un milione di automobili a benzina e provocato danni climatici superiori a 1,3 miliardi di dollari. Sono i dati emersi da un'analisi della Queen Mary University di Londra, della Lancaster University e del Climate and Community Institute.

Tra il 28 febbraio e il 14 marzo, sono state generate oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2): più di quante ne produca l'Islanda in un intero anno.

Se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi per un anno, spiega lo studio, l'inquinamento prodotto peserebbe come un'economia ad alta intensità di combustibili fossili come il Kuwait, oppure come gli 84 Paesi con le emissioni più basse messe insieme: 131 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente.

Teheran spera di ripristinare le infrastrutture di raffinazione entro due mesi
L'Iran si sta impegnando per ripristinare le sue infrastrutture di raffinazione e distribuzione danneggiate, riportandole a circa il 70-80% della capacità preesistente nei prossimi due mesi. Lo ha dichiarato il viceministro del Petrolio, Mohammad Sadegh Azimifar, come riporta Al Jazeera. Parlando all'agenzia di stampa Snn, Azimifar ha affermato che le raffinerie, le condotte di trasmissione, i depositi di petrolio e gli impianti di rifornimento per aerei iraniani sono stati "ripetutamente attaccati in tutte le parti del Paese". Sono state dispiegate squadre per rimuovere i detriti e sostituire le attrezzature danneggiate, anche presso una raffineria sull'isola di Lavan, ha aggiunto Azimifar. I funzionari prevedono di riavviare le operazioni in una parte della raffineria entro i prossimi 10 giorni.

Ghalibaf: "Gli Usa non hanno conquistato la nostra fiducia"
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che la delegazione americana "non è riuscita a conquistare la fiducia della delegazione iraniana" nei negoziati tenuti a Islamabad, nel corso dei quali Teheran ha avanzato "iniziative lungimiranti". "Prima dei negoziati, avevo sottolineato che abbiamo la necessaria buona fede e volontà, ma a causa delle esperienze delle due guerre precedenti, non abbiamo fiducia nella controparte. I miei colleghi della delegazione iraniana Minaab168 hanno proposto iniziative lungimiranti, ma la controparte non è riuscita a conquistare la fiducia della delegazione iraniana in questo ciclo di negoziati", ha scritto su X il capo della delegazione.

"Prima dei colloqui ho sottolineato che abbiamo la necessaria buona volontà e determinazione, ma a causa della nostra esperienza nelle due guerre precedenti con gli Stati Uniti, non abbiamo fiducia in quel Paese", ha aggiunto il presidente del Parlamento. "Crediamo nella diplomazia, oltre che nella lotta militare per i diritti dell'Iran, e non smetteremo di impegnarci per consolidare i risultati ottenuti negli ultimi 40 giorni di guerra", ha ribadito Ghalibaf che ha inoltre elogiato gli sforzi del Pakistan per facilitare i colloqui.

Media: "Hormuz, uranio e asset congelati sono stati i nodi della trattativa"
La riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino di quasi 900 libbre (408 kg) di uranio altamente arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di asset congelati all'estero sono stati i punti critici che hanno fatto deragliare la trattativa tra Iran e Usa. Lo scrive il New York Times che cita due funzionari iraniani a conoscenza dei colloqui.

Gli Stati Uniti avevano chiesto all'Iran di riaprire immediatamente lo Stretto a tutto il traffico marittimo, ma l'Iran si è rifiutato di rinunciare alla sua influenza, affermando che lo avrebbe fatto solo dopo un accordo di pace definitivo. L'Iran ha anche chiesto un risarcimento per i danni causati da sei settimane di raid aerei e lo sblocco delle entrate petrolifere congelate in Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania per la ricostruzione, ma gli americani hanno respinto le richieste. Un altro punto di contesa è stata la richiesta del presidente Trump che l'Iran consegnasse o vendesse l'intero stock di uranio arricchito. L'Iran ha presentato una controproposta, ma le parti non sono riuscite a raggiungere un compromesso.

Media, nuovi raid israeliani nel sud del Libano, almeno 11 morti
Almeno 11 persone sono rimaste uccise da nuovi raid israeliani nel sud del Libano, cinque delle quali nella località di Qana e altre sei Maaroub, dove è stata presa di mira un'intera famiglia: lo riporta l'agenzia libanese Nna. La stessa fonte aggiunge che ci sono stati attacchi anche in altre località del Libano meridionale e che, oltre ai morti, si contano pure diversi feriti.

Iran, oltre 2.000 bambini feriti dagli attacchi Usa-Israele
Jafar Miadfar, capo del dipartimento di emergenza iraniano, ha dichiarato che circa 2.115 bambini sono rimasti feriti dagli attacchi israelo-americani contro l'Iran. Ha riferito all'agenzia di stampa Mehr che 124 di queste vittime hanno meno di cinque anni e 24 meno di due. Altre 5.000 persone ferite sono donne.

Libano: Beirut, oltre 2.000 persone uccise in attacchi Israele dal 2 marzo. I bambini sono 165
Il ministero della Salute libanese afferma che almeno 2.020 persone sono state uccise e altre 6.436 ferite negli attacchi israeliani a partire dal 2 marzo. Lo riporta Al Jazeera. Tra le vittime figurano 165 bambini, 248 donne e 85 operatori sanitari. Il ministero ha inoltre dichiarato che le forze israeliane hanno ucciso 97 persone e ne hanno ferite altre 133 nella giornata di sabato.

Ministro Esteri Pakistan a Iran e Usa: "Rispettare tregua"
Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha ribadito che Washington e Teheran devono rispettare l'accordo di cessate il fuoco, dopo che colloqui tra le due parti per porre fine alla guerra in Medio Oriente si sono conclusi senza un accordo. "E' fondamentale che le parti continuino a rispettare il proprio impegno al cessate il fuoco", ha detto Dar, il cui governo ha moderato i colloqui e ha svolto il ruolo di mediatore. "Il Pakistan ha svolto e continuera' a svolgere il proprio ruolo per favorire il coinvolgimento e dialogo tra la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti d'America nei giorni a venire", ha aggiunto in una breve dichiarazione diffusa dai media statali. "Era evidente fin dall'inizio che non dovevamo aspettarci di raggiungere un accordo in una unica sessione di negoziati. Nessuno se lo aspettava".

Il portavoce di Teheran elenca i nodi del confronto: dallo stretto di Hormuz ai risarcimenti di guerra, difesa degli interessi nazionali con ogni mezzo

Il portavoce del ministero degli Affari esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha tracciato un bilancio dei temi affrontati durante l'intensa maratona diplomatica di Islamabad. Nelle ultime 24 ore, le discussioni si sono concentrate sui pilastri fondamentali del conflitto e della stabilità regionale, toccando dossier estremamente sensibili: la sicurezza nello stretto di Hormuz, il programma nucleare, la richiesta di risarcimenti di guerra, la revoca delle sanzioni economiche e la cessazione definitiva delle ostilità in Iran e nell'intera regione.

Nonostante la complessità del negoziato, Baqaei ha ribadito la ferma posizione di Teheran: il Paese è "determinato a ricorrere a tutti i mezzi", citando esplicitamente la diplomazia come strumento primario, ma non esclusivo, per "tutelare e salvaguardare gli interessi nazionali". Le parole del portavoce confermano che, sebbene il dialogo resti aperto, l'Iran non è disposto a cedere sui punti ritenuti vitali per la propria sovranità e sicurezza.

Negoziati a Islamabad: Vance annuncia il mancato accordo con l'Iran
Si concludono senza una firma i delicati colloqui di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Lo ha annunciato ufficialmente il vicepresidente americano JD Vance, al termine di una maratona diplomatica durata 21 ore. “Abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani, e questa è la buona notizia», ha dichiarato Vance, precisando però subito dopo che «la cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo”.

Il vicepresidente ha poi rivolto un monito a Teheran, sottolineando come l'esito negativo del vertice rappresenti, a suo avviso, «una cattiva notizia per l'Iran molto più che per gli Stati Uniti d'America». Nonostante l'intensità del confronto, le posizioni tra le due potenze rimangono dunque distanti sui punti chiave del negoziato.

venerdì 3 aprile 2026

Fascicolo sanitario elettronico, le nuove regole dal 31 marzo: cosa cambia per medici e cittadini

 @Dal 31 marzo il Fascicolo sanitario elettronico entra nella sua fase più concreta. Non più una sperimentazione, ma, piuttosto, l'inizio dell'ultimo passaggio operativo che dovrebbe portare il sistema a regime entro giugno. 

Fascicolo Sanitario Elettronico, le nuove regole dal 31 marzo: 
cosa cambia per medici e cittadini

Da quella data, infatti, tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private, convenzionate e non, insieme agli specialisti, dovranno adeguarsi a un modello unico di trasmissione dei dati. Il risultato atteso sarebbe semplice solo in apparenza: costruire una sanità digitale davvero nazionale, in cui le informazioni seguono il paziente e non restano bloccate tra uffici, regioni o sistemi incompatibili.

Cos'è il fascicolo sanitario elettronico e come funziona per medici e cittadini

Per capire cosa cambia bisogna partire dall'inizio. Il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) è, in sostanza, una raccolta digitale che accompagna ogni cittadino per tutta la vita. Dentro ci finiscono referti, analisi, diagnosi, ricoveri, prescrizioni: insomma tutto ciò che racconta la storia clinica di una persona. Non vuole essere solo un archivio. L'obiettivo è trasformarlo in uno strumento attivo di cura, capace di mettere insieme informazioni prodotte da medici diversi, in luoghi diversi, anche a distanza di anni. Un unico punto di accesso, quindi, per consultare e condividere dati sanitari, evitando dispersioni e ricostruzioni frammentarie della storia clinica.

Chi può accedere e come funziona il consenso

L'accesso al Fascicolo avviene tramite identità digitale, Spid, Carta d'identità elettronica o tessera sanitaria, e da lì è possibile decidere:
  1. chi può consultare i dati
  2. quali documenti rendere visibili;
modificare o revocare il consenso in qualsiasi momento.

Un punto importante da ricordare: negare l'accesso non incide sul diritto alle cure. Le prestazioni sanitarie restano sempre garantite.

Cosa cambia dal 31 marzo: le nuove regole del Fascicolo Sanitario Elettronico

La vera svolta riguarda le regole operative. Entro fine marzo, tutte le strutture sanitarie devono adottare un formato standard per caricare documenti e referti. Questo significa due cose molto concrete:
  1. i dati dovranno essere inseriti in tempi rapidi, pochi giorni dopo la prestazione;
  2. i sistemi dovranno “parlare la stessa lingua”, rendendo i documenti leggibili ovunque.
Non solo. Anche i professionisti privati, finora spesso fuori dal sistema, saranno obbligati a partecipare. Per farlo dovranno dotarsi di strumenti compatibili e firma digitale. È questo il passaggio che trasforma il Fascicolo da progetto disomogeneo a infrastruttura nazionale.

Il nodo centrale: il "profilo sanitario sintetico"

Tra le novità più rilevanti c'è il cosiddetto Patient Summary, una sorta di carta d'identità sanitaria. Si tratta di un documento essenziale, compilato dal medico di base, che riassume le informazioni più importanti: patologie, allergie, terapie in corso, condizioni rilevanti. Ma la sua funzione è soprattutto nelle emergenze: in pronto soccorso, anche senza consenso esplicito, i medici potranno consultarlo per intervenire rapidamente. Sapere, ad esempio, se un paziente è cardiopatico o allergico a un farmaco può fare la differenza tra un intervento corretto e uno rischioso.

Cosa cambia per medici e sistema sanitario

Per i cittadini, come detto, il Fascicolo diventa un archivio personale sempre accessibile. Per i professionisti sanitari, invece, il vantaggio principale è l'accesso alla storia clinica completa del paziente, un fattore che consente diagnosi più rapide, terapie più mirate e meno esami inutili. In situazioni urgenti, soprattutto, può ridurre drasticamente i tempi decisionali. Ma il sistema punterebbe anche a un altro obiettivo, e cioè quello di superare le differenze tra regioni. Con dati interoperabili, un medico può infatti consultare le informazioni di un paziente indipendentemente da dove siano state generate.

martedì 24 marzo 2026

Accordo storico UE-Australia: dazi, agricoltura e materie prime

 @ Dopo anni di acceso negoziato, iniziato nel 2018, l’Unione europea e l’Australia hanno concluso un ampio ventaglio di accordi in campo commerciale, militare e tecnologico


BRUXELLES – Dopo anni di acceso negoziato, iniziato nel 2018, l’Unione europea e l’Australia hanno concluso martedì 24 marzo un ampio ventaglio di accordi, in campo commerciale, militare e tecnologico. L’annuncio è giunto durante un viaggio della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a Canberra. L’intesa rappresenta un nuovo tassello nella diversificazione commerciale europea in un momento di crescente protezionismo da parte americana e cinese.

«L’Unione europea e l’Australia possono essere geograficamente distanti, ma non potremmo essere più vicini nella nostra visione del mondo – ha detto la signora von der Leyen -. Grazie a questi nuovi partenariati in materia di sicurezza e difesa, nonché di commercio, ci stiamo avvicinando ancora di più. Questi accordi creano strutture durature, basate sulla fiducia per sostenere la pace e la sicurezza, nonché promuovere la prosperità attraverso un commercio basato su regole certe».

Come detto, l’accordo di libero scambio giunge dopo anni di negoziato. Il compromesso ha riguardato in primo luogo l’agricoltura, un settore tradizionalmente sensibile. Secondo le prime informazioni provenienti della Commissione europea, l’intesa eliminerà i dazi doganali sulle principali esportazioni europee, quali i formaggi, i preparati a base di carne, il vino e lo spumante, alcuni tipi di frutta e verdura, compresi i preparati, il cioccolato e i dolciumi a base di zucchero.

Viceversa, per i settori agricoli sensibili, come le carni bovine, ovine e caprine, lo zucchero, alcuni prodotti lattiero-caseari e il riso, l’accordo con il partner dell’India-Pacifico consentirà importazioni a dazio zero o ridotto dall’Australia solo in quantità limitate, attraverso contingenti tariffari attentamente calibrati, ha precisato la Commissione europea in un comunicato. In passato l’intesa era fallita all’ultimo istante proprio per via di incomprensioni sull’agricoltura.

Memore delle difficoltà a far approvare l’intesa recente con il Mercosur, la cui applicazione provvisoria inizierà il 1° maggio, Bruxelles ha voluto ulteriormente tutelare i prodotti agricoli europei con speciali salvaguardie nel caso di un forte e improvviso aumento di prodotti australiani. Inoltre, lo stesso accordo tutelerà 165 indicazioni geografiche relative a prodotti agricoli e alimentari. L’intesa deve ora essere approvata dal Consiglio e dal Parlamento.

L’accordo raggiunto a Canberra contiene anche una parte dedicata alla sicurezza e alla collaborazione militare, come è ormai tradizione da qualche anno a questa parte, in un contesto internazionale particolarmente incerto – accordi simili sono stati firmati col Giappone e la Corea del Sud. Infine, l’intesa contiene un capitolo riservato alle materie prime. Il trattato faciliterà l’accesso all’alluminio, al litio e al manganese, tutte materie prime di cui è riccamente provvisto il sottosuolo australiano.

Dal canto suo, il premier australiano Anthony Albanese ha dichiarato che l’eliminazione di quasi tutti i dazi all’importazione da parte europea dei minerali critici australiani contribuirà a stabilizzare le catene di approvvigionamento globali. «Sia per l’Europa che per l’Australia, gestire correttamente i rapporti con la Cina è un imperativo strategico, ed è per questo che dare vita alla nostra partnership sui minerali critici sarà cruciale per il nostro successo», ha aggiunto la signora von der Leyen.

giovedì 5 marzo 2026

Piano Mattei, il sondaggio svela le crepe di un successo geopolitico

@ - Nei giorni in cui si è svolto il secondo vertice Italia-Africa, due anni dopo il lancio del Piano Mattei, con i primi progetti in fase di avvio e un quadro politico ormai delineato, abbiamo chiesto l’opinione dei lettori su questa importante iniziativa dell’Italia in materia di cooperazione internazionale. Al sondaggio hanno risposto 563 lettori tra operatori di ONG, funzionari, analisti e professionisti del settore.


I risultati raccolti dipingono un ritratto con molte ombre e poche luci: se questa iniziativa ha alzato il profilo dell'Italia nel continente Africano e a livello globale, nella percezione della base operativa, inciampa su trasparenza, governance e fedeltà ai principi della legge 125/2014. Non si tratta più di scetticismo iniziale, come emerso dal nostro primo survey del gennaio 2024, ma di una critica più matura, che si fonda sulla percezione di un'implementazione verticistica e lontana dalle esigenze delle comunità locali e dei gruppi più vulnerabili.
Partiamo dai numeri

Solo il 12% degli intervistati valuta il Piano complessivamente positivo, contro un 53% negativo e un 35% che ammette di non avere elementi sufficienti per giudicare – un segnale di opacità che torneremo a esplorare più avanti. Ancora più netta la divaricazione sulla coerenza con la legge 125/2014: il 67% giudica il piano "poco" aderente, solo il 3% lo ritiene "molto" in linea. E il sistema della cooperazione italiana nel suo complesso? Il 44% lo vede indebolito dal Piano Mattei, mentre il 19% parla di rafforzamento e il 36% di stallo. Il coinvolgimento di ONG, società civile e attori locali africani? Solo l’8% rileva un miglioramento, il 78% ritiene che non ci sia stato nessun progresso rispetto alla fase iniziale. Dati che, letti nel suo insieme, rivelano una frattura profonda tra la retorica delle istituzioni e la realtà operativa percepita dagli addetti ai lavori.

Il questionario ci restituisce anche alcuni segnali di apprezzamento, che meritano attenzione. La maggiore centralità politica dell'Africa nell'agenda italiana convince il 54% dei rispondenti – un punto di forza innegabile, che proietta il nostro Paese come interlocutore credibile in un continente strategico per energia, migrazioni e sicurezza. Il 24% riconosce la capacità di mobilitare risorse finanziarie e costruire partenariati multilaterali, mentre il 15% intravede un tentativo autentico di cooperazione "tra pari". Su quest’ultimo punto però la stragrande maggioranza dei rispondenti vedono un’ambizione che resta sulla carta: il 69% dicono che non è stata costruita realmente una relazione tra pari con i paesi partner dell’Africa e il 60% non vede nel Piano Mattei un modello innovativo di partenariato con l’Africa.
Il tallone d’Achille della trasparenza

Ma il giudizio più impietoso che emerge dalle risposte riguarda il capitolo trasparenza: il 78% denuncia scarsa chiarezza su criteri di selezione progetti, allocazione fondi e risultati raggiunti, con un rating medio di trasparenza complessiva che si ferma a 1,5 su 5. Un'opacità che non solo frena il dibattito pubblico, ma rischia di alimentare sospetti di clientelismo o strumentalizzazione delle priorità geopolitiche (energia, migrazioni) a scapito degli SDGs – tesi sostenuta dal 51%.
Un successo geopolitico più che una buona pratica di cooperazione

I dati raccolti non devono però restare cifre astratte: raccontano di un Piano che, pur elevando il dibattito sull’Africa e lo standing del nostro paese a livello geopolitico, fatica a radicarsi nel tessuto della cooperazione allo sviluppo. Se confrontiamo questi dati con quelli registrati due anni fa vediamo che allora prevaleva un cauto ottimismo mentre oggi, con risorse mobilitate e una forte campagna comunicativa del governo, emerge delusione per un'implementazione che privilegia gli annunci rispetto ai cantieri e al coinvolgimento di un intero sistema. L'enfasi su grandi imprese e interessi nazionali, senza robusti meccanismi di accountability, sta erodendo la credibilità del Piano Mattei tra gli altri attori del sistema della cooperazione italiana che si sentono marginalizzati e non adeguatamente riconosciuti e coinvolti.
Un vademecum per migliorare il Piano

Le proposte emerse dalle risposte aperte del questionario (oltre 200 contributi) possono essere un vademecum prezioso per chi guida questa iniziativa. Più trasparenza: piattaforme digitali multilingue per monitorare progressi, budget dettagliati, cronoprogrammi e indicatori misurabili (es. ettari coltivabili, MW rinnovabili, persone formate).
Inclusività al centro: tavoli di co-progettazione multi-attore, leadership rafforzata dell’AICS, coinvolgimento della diaspora africana come "ponte culturale" tra PMI italiane e africane, consultazioni multi-stakeholder.
Coerenza sistemica: separare il filone commercio/imprese del Piano Mattei dal quello cooperazione/umanitario, allineamento alle politiche UE, meccanismi per rilevare i bisogni locali evitando le lobby e le élite locali.

Frasi emblematiche di alcuni lettori: "Dagli annunci ai cantieri, con controlli indipendenti" (esperto ONG); "Rimettere al centro le persone e misurare gli impatti sugli SDGs" (funzionario pubblico); "Diaspora e PMI per un’occupazione diffusa" (manager); “Dimenticatevi la cooperazione, qui c’è solo diplomazia economica” (analista); “Altro che sistema, quel poco che si era riusciti a consolidare il Piano Mattei lo sta distruggendo, vedi il conflitto tra MAECI e AICS” (cooperante espatriato).

Se oggi il Piano può essere descritto come un successo a livello politico, diplomatico e comunicativo, il sondaggio tra gli addetti ai lavori rivela che dietro ai grandi eventi, alle coreografie accurate e alle imponenti missioni all’estero, si cela un importante malcontento fomentato dalla mancata trasparenza del Piano Mattei, dall’esclusione dell’expertise della società civile e dalla scarsa coerenza con l’impianto della cooperazione italiana come descritta dalla legge 125/2014.

sabato 28 febbraio 2026

Guerra Iran, attaccata una scuola femminile a sud: 51 morti e 48 feriti per «mano di Usa e Israele»

 @Guerra Iran, attaccata una scuola femminile a sud: 51 morti e 48 feriti per «mano di Usa e Israele»

Guerra Iran, attaccata una scuola femminile a Sud: 40 morti e 48 feriti
per «mano di Usa e Israele»© Ansa

Attacco in una scuola: sono 51 - al momento - le vittime di un attacco condotto da Stati Uniti e Israele nel sud dell'Iran, che avrebbe colpito una scuola femminile a Minab. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Fars, secondo cui altre 48 persone sono rimaste ferite.

Le reazioni
L'Idf rende noto con un post su X di aver colpito centinaia di obiettivi nell'ovest dell'Iran. L'ufficio stampa dell'esercito ha postato le immagini di alcuni raid. Dura condanna poi della Russia agli attacchi americani e israeliani contro l'Iran. In una nota, il ministero degli Esteri di Mosca li definisce un'«avventura pericolosa» che minaccia la regione di una «catastrofe» e mira a 'distruggere' il governo iraniano perché si è rifiutato di sottomettersi al loro «diktat». “Washington e Tel Aviv hanno nuovamente intrapreso un'avventura pericolosa che sta rapidamente avvicinando la regione a una catastrofe umanitaria, economica e, non da escludere, radiologica”, ha accusato il ministero. “Le intenzioni degli aggressori sono chiare e dichiarate apertamente: distruggere l'ordine costituzionale e il governo di uno Stato che non gradiscono e che ha rifiutato di sottomettersi al diktat della forza e all'egemonismo”, ha aggiunto.

Iran, Usa e Israele attaccano: quali sono i motivi. Il nucleare, la strategia e il fattore Trump: il piano

@ Per capire come siamo finiti in questa spirale di fuoco, bisogna guardare ai tre motivi reali che hanno spinto Washington e Tel Aviv a premere il grilletto.

Iran, Usa e Israele attaccano: quali sono i motivi. Il nucleare, la strategia e il fattore Trump: il piano

L'alba di oggi, 28 febbraio 2026, ha segnato l'inizio di una nuova, spaventosa fase del conflitto in Medio Oriente. Israele e Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco coordinato su diverse città iraniane, tra cui la capitale Teheran. Non è un’operazione simbolica: i missili hanno colpito obiettivi strategici vicino agli uffici della Guida Suprema Khamenei e al palazzo presidenziale, mentre altre esplosioni sono state segnalate a Isfahan e Karaj.

Ma per capire come siamo finiti in questa spirale di fuoco proprio in questo sabato mattina, bisogna guardare ai tre motivi reali che hanno spinto Washington e Tel Aviv a premere il grilletto.

La «linea rossa»
Il motivo principale è tecnico ma vitale. Israele ha sempre detto che non avrebbe mai permesso all'Iran di avere l'arma nucleare. Negli ultimi mesi, però, Teheran ha accelerato l'arricchimento dell'uranio a livelli che permetterebbero di costruire una bomba in tempi brevissimi. Dopo il fallimento dei negoziati di Ginevra di pochi giorni fa, gli Stati Uniti e Israele hanno deciso che la via diplomatica era morta. L’obiettivo dei raid di oggi è distruggere i laboratori e le fabbriche prima che l'Iran diventi una potenza nucleare intoccabile.

Il «cerchio di fuoco»
Da anni l'Iran finanzia e arma gruppi in Libano, Yemen, Iraq e Siria. Israele si sente letteralmente circondato da milizie che rispondono agli ordini di Teheran.

Dopo anni passati a colpire queste milizie ai confini, Israele ha cambiato strategia: oggi ha deciso di colpire direttamente la "centrale operativa", ovvero il governo iraniano. L'idea è semplice: per fermare i droni e i missili che arrivano dai paesi vicini, bisogna colpire chi li fabbrica e li spedisce.

Il «Fattore Trump»
Il governo iraniano sta attraversando il suo momento più difficile. All'interno del Paese, la popolazione è stremata dalla povertà e dalle violente repressioni delle proteste di gennaio. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha deciso di sfruttare questo momento di massima fragilità. Invece di cercare un compromesso, ha puntato sulla "massima pressione" militare, convinto che il regime iraniano oggi sia troppo debole per reggere un conflitto diretto e che questo attacco possa addirittura portare al crollo del governo attuale.

Cosa succede adesso?
Mentre a Teheran si alzano colonne di fumo, in Israele sono già suonate le sirene d'allarme. Il governo israeliano ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, aspettandosi una pioggia di missili e droni come risposta immediata da parte dei Pasdaran.

Siamo davanti a un bivio: o l'Iran accetta la sconfitta militare e torna a trattare a condizioni durissime, o decide di rispondere con tutto quello che ha. In questo secondo caso, la guerra si allungherebbe a tutta la regione, con conseguenze pesantissime anche per noi, a partire dal blocco delle rotte del petrolio e dall'aumento immediato dei prezzi dell'energia.

lunedì 23 febbraio 2026

Messico, ucciso «el Mencho»: ricercato numero uno tra i narcos. Disordini nel Paese: attaccato l'aeroporto di Guadalajara, sparatorie e blocchi stradali

 @A capo del cartello criminale di Jalisco, era ricercato anche dalla giustizia degli Stati Uniti. Sino a ora sono 26 i morti negli scontri


Le forze di sicurezza del Messico hanno annunciato l'uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, detto «El Mencho», 59enne fondatore e leader del Cartel Jalisco Nueva Generacion (Cjng), la banda criminale più temuta del Paese. Era il narcotrafficante più ricercato del Messico, e del mondo.

Il blitz ha fatto scoppiare scontri violentissimi tra bande di narcos e forze di polizia. In diversi stati si segnalano incendi, blocchi strali e fughe di civili in preda al panico. Auto date alle fiamme e messe di traverso per ostruire le strade in almeno otto diversi Stati (Jalisco, Michoacán, Colima, Guerrero, Aguascalientes, Guanajuato, Nayarit, Zacatecas e Tamaulipas), stop ai trasporti pubblici in alcune aree dello Stato di Jalisco e ospiti invitati a non lasciare gli alberghi.

I morti, negli scontri, sono stati almeno 26. Tra le vittime civili figurano una donna al terzo mese di gravidanza e 17 agenti delle forze dell'ordine: quindici membri della Guardia Nazionale, un agente della Procura e una guardia carceraria. Sul fronte criminale si registrano otto decessi. Le forze dell'ordine hanno inoltre arrestato 27 persone: undici per gli episodi di violenza e 14 per i saccheggi ai danni di attività commerciali e istituti di credito.

L'uccisione costituisce un grande successo della strategia della presidente Claudia Sheinbaum e del suo segretario per la Sicurezza Omar García Harfuch. E potrebbe allentare la pressione sul Messico da parte di Donald Trump, la cui amministrazione aveva messo una taglia da 15 milioni di dollari sulla cattura di Oseguera. Il presidente americano aveva infatti minacciato più volte di intervenire militarmente sul suolo messicano contro i narcotrafficanti, ma Sheinbaum aveva fermamente respinto le sue «profferte».

Figlio di contadini emigrati in California e con un passato in polizia, «El Mencho» (il cui soprannome è un diminutivo di Nemesio, ma può anche essere tradotto come «il Grezzo», visto che quella parola, in alcune aree dell’America Latina, indica chi ha cattivo gusto e modi poco raffinati), guidava il cartello Jalisco Nueva Generación, che è dedito all’esportazione negli Stati Uniti di metanfetamine, cocaina e fentanyl nonché all’estorsione ed è noto per la sfacciataggine con cui attacca le forze di polizia e la violenza con cui terrorizza intere comunità.

Dopo l’arresto dei leader del cartello di Sinaloa Joaquin «El Chapo» Guzmán e Ismael «Mayo» Zambada, ora ospiti a tempo indeterminato delle carceri statunitensi, «El Mencho», di cui non si conoscevano foto recenti, era il narcotrafficante più temuto del Messico.

La sua eliminazione avvenuta a Tapalpa nel «suo» Stato di Jalisco (anche grazie a informazioni ricevute da Washington) rischia quindi di innescare una violentissima guerra di potere tra i narcos.

Non potrebbe esserci un momento più delicato: già ieri, alcuni atti di rappresaglia da parte dei cartelli, come ad esempio la creazione di blocchi stradali con veicoli in fiamme, hanno coinvolto anche Guadalajara, che è una delle città che quest’estate ospiteranno alcune partite dei Mondiali di calcio.

Brian McKnight, dirigente della Dea americana, aveva definito Cervantes il nuovo «nemico pubblico numero uno», in grado di controllare l'80% della droga che arriva in una città come Chicago e di un terzo dell'intero import di stupefacenti negli Stati Uniti (cocaina, metanfetamina, fentanyl). El Mencho è uno spietato killer miliardario che, secondo McKnight, è a capo del cartello messicano, scissosi dal gruppo di Sinaloa di El Chapo, ha stabilito rotte di narcotraffico in sei continenti e ora ha una roccaforte a Chicago, affermano gli investigatori della DEA.

La testata «El Universal» afferma che gli Usa hanno contribuito al blitz condotto con il sostegno dell'aviazione. Questo dettaglio non è stato confermato ma Washington si è congratulata per l'operazione. L'agenzia Reuters afferma che gli Usa avrebbero fornito un supporto in termini di intelligence. L'aeronautica militare messicana ha bombardato i convogli dei criminali.

La presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha invitato la popolazione a mantenere la calma: «Il Ministero della Difesa Nazionale ha riferito in merito all'operazione condotta questa mattina dalle forze federali, che ha causato diversi posti di blocco e altri incidenti. C'è pieno coordinamento con i governi di tutti gli stati; dobbiamo rimanere informati e mantenere la calma» scrive su X. «Il mio riconoscimento all'Esercito, alla Guardia Nazionale, alle Forze Armate e al Gabinetto di Sicurezza. Lavoriamo ogni giorno per la pace, la sicurezza, la giustizia e il benessere del Messico»

giovedì 12 febbraio 2026

Migranti, approvato il disegno di legge: blocco navale, multe e uso dei telefoni limitato per chi sta nei Centri

 @ Il provvedimento passa l'esame dl consiglio dei ministri e prevede anche l'espulsione degli stranieri condannati a pene restrittive


Blocco navale, espulsioni, regole per i centri di permanenza: è stato approvato in consiglio dei ministri il disegno di legge che cambia le regole per i flussi migratori. «Oggi il Governo ha approvato un provvedimento molto significativo per rafforzare il contrasto all’immigrazione illegale di massa e ai trafficanti di esseri umani» ha commentato in serata con un video sui social Giorgia Meloni. Ecco quali sono le novità principali contenute nel testo.

Il blocco navale
Secondo l'articolo 10 del provvedimento «nei casi di minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l'attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell'interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l'adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Le multe
In caso di violazione del blocco navale «salvo che il fatto costituisca reato, si applica al trasgressore la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 10 mila a euro 50 mila. In caso di reiterazione della violazione commessa con l'utilizzo della medesima imbarcazione, «si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell'imbarcazione e l'organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare. Si ha reiterazione nel caso di nuova violazione, commessa con l'utilizzo della medesima imbarcazione, contestata anche solo a uno degli autori o degli obbligati in solido nei cui confronti, nel quinquennio precedente, è stata accertata, con provvedimento esecutivo, una precedente violazione delle disposizioni del presente articolo, salvo che tale autore o obbligato in solido provi che la condotta illecita è avvenuta contro la sua volontà, manifestata attraverso comportamenti idonei, specificamente volti a impedirne il compimento».

Niente telefoni
Nuove regole anche per chi trova nei Cpr: «Al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate», allo straniero trattenuto «non è consentita la libera detenzione, all'interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell'interessato per il periodo strettamente necessario per l'utilizzo». Lo prevede una norma contenuta nell'articolo 17 della bozza di disegno di legge.

Le espulsioni
Il giudice «ordina l'espulsione dello straniero ovvero l'allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea sia condannato ad una pena restrittiva della libertà personale per violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, con circostanze aggravanti».

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martedì 13 gennaio 2026

“Mi tiravano su per le manette e mi buttavano a terra”: reso disabile dalle torture nelle carceri israeliane

 @Ha un sorriso fragile, testimone della tenerezza di vivere o forse dall'essere ancora in vita. Il corpo di Mohammed Nasim Abulaz, 24 anni, viene trasportato dalla madre sulla sua sedia a rotelle nella stanza. Entra in soggiorno, dove un cartellone di buon compleanno colorato spezza la rigorosa eleganza dei divani.

“Mi tiravano su per le manette e mi buttavano a terra”: reso disabile
 dalle torture nelle carceri israeliane
Mohammed sorride, di nuovo, e con delicatezza inizia a raccontare. "Sedici, due, duemilaventiquattro. Era venerdì il giorno in cui mi hanno preso", dice, tirando su con fatica la mano sinistra di cui ha perso quasi completamente il controllo, "stavo tornando da Nablus e mi hanno fermato al posto di blocco. Mi hanno fatto scendere dalla macchina. C'erano altri tre ragazzi con me, li hanno lasciati andare e hanno preso me".

Iniziano spesso così le storie dei prigionieri palestinesi: rubati alla loro stessa vita in un giorno qualunque, in un momento qualunque, con una ragione qualunque. Spesso senza alcuna ragione. È il caso di Mohammed che resterà per 22 mesi in detenzione amministrativa, senza accusa né processo, all’interno delle carceri israeliane.

"Mi hanno portato per un mese al centro di detenzione militare di Asyon. Poi mi hanno trasferito a Ofer per l'interrogatorio. Da Ofer mi hanno portato nel Negev e nel Negev mi è successa questa cosa", continua indicando quel corpo non più suo, completamente paralizzato dal busto in giù. "Stavo tornando dalla visita con l'avvocato e mentre mi trasferivano mi hanno colpito sulla schiena. Ero bendato, con le mani legate dietro e i piedi incatenati. Mi facevano camminare con la schiena piegata. Uno ha usato dei guanti con del metallo dentro. Mi ha dato un colpo solo, ma io ero debole, non avevo difese. Il colpo è arrivato al midollo spinale, spaccandomi la colonna vertebrale e lesionando per sempre il midollo".

I militari israeliani lo riportano in cella, così com’è, con il corpo rannicchiato e la schiena spezzata. Dentro quella cella Mohammed rimane per un mese, senza avere neanche un antidolorifico. "Sono stato lì dentro un mese intero senza che facessero nulla, nonostante il dolore. Piano piano ho iniziato a perdere la sensibilità, non riuscivo più a camminare. Loro dicevano che stavo scherzando, che facevo finta. Dopo quel mese, per due settimane mi hanno fatto scendere ogni mattina in clinica sulla sedia a rotelle. A volte mi picchiavano, a volte no. Mi facevano l'esame del sangue e delle urine e dicevano: ‘Non hai niente', e mi riportavano indietro. Mi alzavano dalle manette, con mani e piedi legati, e mi buttavano a terra o dalle scale".

Nel Negev Mohammed resta detenuto per undici mesi. Da agosto 2024 a fine giugno 2025. "Una mattina mi sono svegliato e non sentivo più la mano sinistra. Si apriva e si chiudeva in modo involontario. In clinica dicevano che non era niente. Due giorni dopo, mi sono svegliato e non sentivo più nulla dalla vita in giù. Nessuna sensazione, nessun movimento delle gambe. Dato che non riuscivo a urinare, mi hanno messo un catetere interno, e solo il giorno dopo mi hanno trasferito d'urgenza in ospedale".

Dopo undici mesi Mohammed non ha altra scelta che fidarsi dei suoi carnefici: "Mi hanno detto: ‘O fai l'operazione o muori o rimani paralizzato'". Intanto Mira, la madre, è a casa sua, a Ramallah, e non sa niente. Ha scoperto per caso dove fosse stato portato il figlio grazie a un altro prigioniero che era stato rilasciato e le ha detto dove si trovava Mohammed.

"Hanno fatto l'operazione senza chiedere il permesso a nessuno. Non potevamo comunicare con la famiglia, nessuno sapeva niente. Poi mi hanno spostato a Ramla. Ramla è un ospedale e un carcere insieme. Nessun altro carcere accetta uno sulla sedia a rotelle, per questo mi hanno portato lì. Ci sono rimasto quattro mesi. Mi davano solo antidolorifici, le medicine erano così di bassa qualità che i detenuti le scioglievano e le usavano come colla. Spesso le guardie carcerarie mi spezzavano le pillole e me ne lanciavano metà per terra. Io dovevo prenderla da li”.

Mohammed vede di nuovo la luce del sole il 23 ottobre 2025. Il momento in cui Mira è l’unica a riconoscere il corpo del figlio ridotto in quel modo, con 53 chili in meno rispetto all’ultima volta che lo aveva visto, 22 mesi prima, quel venerdì.

Ora Mohamed soffre di una paralisi della parte inferiore del corpo e ha una debolezza funzionale alla mano sinistra. Non può più fare niente da solo, e probabilmente non potrà mai più. Ha un catetere interno che la madre svuota con cura quattro volte al giorno.

Ma il calvario di Mohammed non è un episodio isolato, è il prodotto di un sistema carcerario che, pur essendo già durissimo prima del 7 ottobre 2023, da quel giorno ha subito una mutazione definitiva. Secondo il Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), oltre 9.200 palestinesi vivono oggi in condizioni che ammontano sistematicamente alla tortura. "Tutti i cosiddetti prigionieri di sicurezza soffrono di pessime politiche nutrizionali, celle sovraffollate e isolamento totale dal mondo esterno, inclusa l'impossibilità di ricevere visite della Croce Rossa", spiega Noam Gelman Hofstadter del PCATI. In questo perimetro di oblio, la figura del medico militare si staglia tra le ombre più inquietanti. Se Mohammed è oggi bloccato dentro il suo corpo è anche a causa dei medici che lo visitavano in clinica. "È una complicità sistematica", denuncia Hofstadter, "sappiamo che nei centri di detenzione i medici di solito non firmano mai con i loro nomi la documentazione. I reclami non vengono presi sul serio e c'è una politica che impedisce ai prigionieri di essere visitati in strutture civili esterne".

Ma se per i residenti della Cisgiordania come Mohammed lo strumento repressivo principale resta la detenzione amministrativa, per i palestinesi di Gaza il quadro è ancora più estremo. La Legge sulla carcerazione dei combattenti illegali, da poco estesa fino a fine marzo 2026, ha creato per i prigionieri gazawi una categoria di "non-persone": né civili né combattenti, privati delle tutele del diritto internazionale umanitario. Questa legge stabilisce fondamentalmente uno status giuridico dei prigionieri, dei detenuti, che è diverso da quello di un civile o di un combattente, le due categorie riconosciute dal diritto internazionale. È stata istituita per permettere allo Stato di arrestare e detenere persone senza essere obbligato a rispettare i diritti previsti dal diritto internazionale umanitario o dalla normale procedura penale. Quindi da un lato non sono considerati civili, e dall'altro non sono considerati combattenti. Questa legge permette allo Stato di trattenere oggi oltre 1.200 persone in un limbo dove l'incontro con un avvocato può essere negato per settimane e il controllo giudiziario è quasi inesistente. "Le norme di deroga dei diritti e la detenzione amministrativa sembrano destinate a restare a tempo indeterminato", avverte il Comitato.

Al vertice di questa piramide di violenza si colloca la discussione sulla pena di morte. Da mesi alla Knesset, il parlamento israeliano, si lavora per rendere la morte una politica ufficiale per i cosiddetti Mechabel "terroristi", eliminando ogni discrezionalità per i giudici. Eppure, la morte è già una realtà nelle carceri israeliane: dal 7 ottobre, circa 100 prigionieri sono deceduti sotto custodia israeliana. "La norma del disprezzo per la vita dei prigionieri palestinesi è già, in una certa misura, stabilita", commenta Hofstadter.

Oggi il militare israeliano che ha tirato quel pugno non è stato individuato, né denunciato. Continua a marciare tra le celle, protetto da un sistema che – tra medici complici e leggi di emergenza bellica perenni – ha trasformato la tortura in una norma burocratica. Mohammed, invece, è qui, in questo soggiorno di Ramallah, prigioniero di una sedia a rotelle.

Sognava di diventare dottore, di sanare le ferite degli altri. Oggi, il suo corpo paralizzato è la cicatrice più profonda di una terra dove la giustizia non esiste. "Desidero solo tornare a camminare", conclude mentre con la stessa delicatezza con cui aveva iniziato mostra una sua vecchia foto: sorride, in piedi, in un giorno qualunque, in un momento qualunque.