sabato 24 settembre 2022

Cosa conta di questa campagna elettorale, e cosa conterà dopo

Che sia stata la campagna elettorale più brutta di sempre lo si dice a ogni campagna elettorale, almeno da un po’ di tempo a questa parte, no? È realistico pensare che lo si dirà di nuovo alla prossima, e con questo provare qualche sollievo rispetto a questa: che ha un pregio, in questi giorni. È finita.
A concorrere a questa valutazione negativa ci sono in effetti alcuni fattori: la debole qualità del dibattito e dei contenuti, la scarsa attenzione a temi globali e nazionali davvero importanti e complessi a favore di polemiche spesso capricciose e infantili, l’impegno dedicato a screditare gli avversari più di frequente che a promuovere se stessi, l’impressione che l’elettorato sia percepito a torto o a ragione: nessuna delle due sarebbe una buona notizia come orientato da dinamiche e considerazioni superficiali, egoiste e immature a loro volta, la narrazione mediatica che – a torto o a ragione, poco conta – ha tolto valore e senso al procedimento democratico e alla riservatezza del voto insistendo sulla scontatezza del risultato più che su ogni altra cosa.

Il Post ha cercato – e continuerà a farlo nelle prossime giornate campali e in quelle che verrannodi fare la sola cosa utile per arginare queste derive che considera disgraziate e per aggregare più persone possibili intorno a un modello diverso: dare informazioni accurate e chiare, spiegare, permettere di andare a votare senza scivolare nell’imbuto degli approcci elencati sopra, aggrappandosi alle pareti di un giudizio sulle cose e sulle prospettive, basato su un’idea di paese migliore e più sereno e non su egoismi sventati e ignoranza identitaria. Non abbiamo indicato più chiaramente quali partiti possano dare garanzie di rappresentare questa alternativa perché non li abbiamo trovati, ma questo non significa che non ci siano sulle schede nomi di persone serie e di buone intenzioni che ancora credono in un’idea letteralmente progressista del futuro, e non solo difensiva o combattiva, o peggio ancora retrograda. Quelle persone ci sono, se ci si informa e si applicano criteri ragionevoli: se si vota pensando a tutti e non solo a se stessi, considerando il voto uno strumento prezioso verso un’idea di futuro comune e non un modo di essere contenti o depressi a casa propria, come dopo la fine di una partita in tv.

Ma la cosa più promettente che abbiamo cercato di fare – tutti quanti – è di aggregare, rassicurandoci gli uni e le une con gli altri e le altre, chi questa idea del futuro e del paese possibile la condivida e la arricchisca, tra mille sfumature e visioni accessorie: quelle si conciliano, se siamo d’accordo sul metodo e sulla direzione. Verranno tempi migliori, e verranno per merito delle persone di buona volontà che si saranno informate bene e avranno provato a capire meglio le cose, e saranno tempi migliori anche per tutti gli altri: quello che chiamiamo, appunto, un paese. “Grande” non sappiamo, ma forse non ha importanza: più unito, più aperto, più solidale e giusto, più fiero dei progressi civili, culturali e scientifici della sua modernità e desideroso di aggiungerne, che nostalgico delle inciviltà del suo passato e più chiuso. Più fiducioso che spaventato. Ce ne sono tante, di persone di buona volontà, tra chi va a votare; e ce ne sono anche tra i candidati e le candidate: informarsi meglio, informare meglio, conoscere, serve ad aumentare le possibilità che si incontrino. Domani, e tutti i giorni che verranno.

"BUON VOTO ... per una ...
Italia MIGLIORE"
a voi tutti
!!!!! Giovani, Meno Giovani e Anziani "

Il folle appello alla guerra santa

@ - Quello della Russia è sempre più un viaggio a ritroso, fuori dal tempo, come un'ossessione, con l'idea di rifiutare qualsiasi traccia di Occidente.

Il folle appello alla guerra santa© Fornito da Il Giornale

Non c'è solo l'Ucraina in gioco in questa folle storia. Kiev semmai è il simbolo di un tradimento, di un'eresia, di un varco che apre le porte alle contaminazioni della liberal democrazia. È per questo che tutto rischia di diventare ancora più complicato, al di là della propaganda del Cremlino, dei referendum farsa, degli alibi di un'aggressione che Putin non ha il coraggio neppure di chiamare con il suo vero nome. C'è un solco che ormai divide senza futuro l'Europa dalla Russia, l'Ovest dall'Est, la stessa idea del cristianesimo. Nulla, davvero, sarà mai più come prima. Le parole di Kirill, primo del suo nome, patriarca di tutte le Russie e presunto faro della Chiesa ortodossa, sono di fatto un appello alla guerra santa. «Andate coraggiosamente ad adempiere al vostro dovere militare. Ricordate che, se morirete per il vostro paese, sarete con Dio nel suo regno, nella gloria e la vita eterna». È la promessa del paradiso conquistato con le armi e con il sangue. È il segno che il regime autoritario di Mosca sta abbracciando il totalitarismo, in una metamorfosi che assomiglia a una fuga verso il nulla. Non è il ritorno al sacro, ma uno spettacolo che sotto il nome di Dio nasconde una sfacciata e grottesca professione di fede verso il nichilismo. È una tragedia che si presenta in televisione con il volto della farsa. I più assennati se ne stanno andando, fuggono dall'assurdo, altri non ne hanno la forza o le possibilità, molti si preparano a resistere e combattere contro la maledizione di uno zar riemerso dalle pieghe del tempo, ma c'è anche una Russia profonda che ascolta e ci crede. È lì che Putin affonda le radici del suo potere. È quel continente oscure che rende ancora reali il suo potere e le sue menzogne.

Non c'è purtroppo neppure da stupirsi. Vladimir Michajlovic Gundjaev, nome secolare del patriarca, si è mosso quasi sempre in simbiosi con l'altro Vladimir. Si conoscono dai tempi del Kgb e le loro carriere sono il frutto di una rete di relazioni che all'inizio lì a messi lì come teste di legno per accorgersi poi, troppo tardi, che stavano seduti su troni difficili da scalfire. Kirill, come Putin, ha dialogato a lungo con l'Occidente, con la Chiesa di Roma, ricordando a tutti che suo nonno, sacerdote, fu prigioniero del gulag delle isole di Solovki. La famiglia Gundjaev conosce il terrore, ma non è bastato. Il sedicesimo patriarca di Mosca ha benedetto la guerra e ha definito «forze del male» chiunque provasse a opporsi a Putin. Non è più in grado di evitare lo scisma, con gli ortodossi ucraini che non possono certo riconoscersi nella fede di Kirill. Epifanio, metropolita di Kiev, chiede da tempo sanzioni per il patriarca di Mosca. «Kirill è la voce del Cremlino, uno degli oligarchi. L'Occidente impone sanzioni a tutte queste categorie di persone per influenzare e contrastare la politica aggressiva del Cremlino. Kirill è identico a tutti i propagandisti, oligarchi e funzionari già sanzionati, l'unica differenza è il vestito: lui indossa abiti religiosi». Non certo poveri. Kirill, proprio come gli oligarchi, conosce il sapore della ricchezza.

venerdì 23 settembre 2022

Russia, mobilitati anche gli over 50: panico e code ai confini del Paese

@ - Famiglie in ansia: i coscritti potrebbero arrivare a un milione. Aumentano le fughe all’estero. E la Germania apre le porte ai disertori


«Come stiamo? Ha presente il Sole di Mosca?». La risposta di Dmitry Oreshkin, scienziato politico di notevole popolarità fino a quando nel 2014 osò criticare la strategia del Cremlino sull’Ucraina, necessita di una spiegazione.

Appena dodici giorni fa. La capitale celebrava la sua festa, mentre a Kharkiv le truppe russe fuggivano abbandonando le loro posizioni, con una ritirata così veloce da non poter passare sotto silenzio. Vladimir Putin sceglieva invece di inaugurare con parole piene d’orgoglio la nuova attrazione locale, una grande ruota panoramica alta 140 metri che con i suoi raggi doveva illuminare il VDNKH, un parco tematico costruito nel 1935 per illustrare i grandi successi raggiunti dall’Unione Sovietica, oggi un’area in via di recupero. «Un’opera unica, che non ha eguali in Europa e nel mondo». Poche ore dopo, il Sole di Mosca si bloccava per un’avaria. È rimasta chiusa per quattro giorni, poi ha riaperto per due, infine ha chiuso nuovamente per manutenzione.

«Alla popolazione è stato detto che eravamo forti e che dovevamo essere orgogliosi di noi stessi», spiega il professore, titolare di una rubrica molto seguita sul sito di Radio Echo fino alla sua chiusura. «All’improvviso scopriamo invece che non funziona nulla, e che le parole di Vladimir Putin degli ultimi sei mesi erano un bluff. Comprese quelle del suo ultimo discorso, perché la mobilitazione parziale è come una gravidanza parziale: non esiste. La gente lo capirà presto. E comincerà a non credergli più. Il vero pericolo che corre il Cremlino non è la protesta, ma la sfiducia collettiva».

La domanda
Eppure, sembra che non sia cambiato niente. A cominciare dal nome. Ieri Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino nonché voce del presidente, a precisa domanda di una giornalista inglese del Telegraph ha risposto che neppure adesso è possibile chiamarla guerra, rimane ancora una Operazione militare speciale. E come al solito l’Ucraina sta diventando «uno Stato totalitario nazista» secondo il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Avanti così, seguendo un copione prestabilito, e intanto mezza Russia e il mondo intero si chiedono cosa sarà mai questa mobilitazione.
Citando fonti dell’amministrazione del Cremlino, l’edizione europea di Novaya Gazeta ha rivelato che all’inizio l’intero testo sulla chiamata alle armi doveva essere secretato, seguendo così la volontà del ministero della Difesa. Ma poi è stato deciso di applicare l’omissis solo al settimo dei dieci articoli di cui si compone il provvedimento, quello che stabilisce il numero delle persone da mandare al fronte. Dovevano essere trecentomila, si arriverà al milione di civili arruolati, secondo il giornale fondato dal premio Nobel per la pace Dmitry Muratov. Una versione che Peskov ha liquidato come «menzogna totale».

La parte in chiaro del decreto avvalora comunque la tesi di una mobilitazione ben poco parziale. Gli unici esentati sono i dipendenti del comparto bellico, i non idonei per motivi di salute, le persone con familiari disabili a carico, i padri con almeno quattro figli a carico di età inferiore ai sedici anni. Ma ieri sono arrivate alcune correzioni dal ministero della Difesa. Rimarranno a casa anche gli studenti universitari a tempo pieno, una postilla che asciuga di molto un potenziale bacino di protesta, ed è stata smentita la voce che i nuovi coscritti perderanno il posto di lavoro. Confermata invece la decisione di notificare l’ordine di leva agli oltre mille manifestanti arrestati durante i cortei spontanei di mercoledì. Il movimento giovanile democratico Vesna parla di ritorsione e intimidazione. Peskov sostiene che si tratta di una misura legale, come al solito.

Il conto alla rovescia
Abbas Gallyamov, che fu uno dei primi speechwriter di Putin, è convinto che sia ormai cominciato il conto alla rovescia. «Per la maggior parte del pubblico, la mobilitazione è ancora un concetto astratto. Cominceranno a capire quando i loro cari avranno ricevuto la chiamata, e quando alcuni di loro torneranno in patria nelle bare. I soldati uccisi finora non hanno suscitato emozione, perché erano militari di professione. Ma le future morti dei mobilitati saranno vissute come una terribile ingiustizia. Persone che lo Stato ha tolto alla vita normale e ha mandato al macello. Le conseguenze si vedranno più avanti. E saranno devastanti per il Cremlino».

Forse sono queste le ragioni per cui Putin si era finora mostrato riluttante al coinvolgimento dei civili, arrivando a escludere qualsiasi forma di mobilitazione. Lo aveva fatto lo scorso 8 marzo, quando cominciava a essere chiaro che l’Operazione militare speciale non sarebbe stata una passeggiata, nel suo secondo discorso alla nazione. «Capisco i vostri timori per le persone amate, ma vi assicuro che non verranno chiamate».

Le province remote
Le prime notizie che arrivano dalle province più remote riferiscono di convocazioni inviate a persone sopra i cinquant’anni di età, dettaglio anagrafico che, se confermato, allargherebbe la platea dei coscritti ben oltre le trecentomila unità. Dice Oreshkin che ben presto inizierà un sabotaggio di massa. «Ormai è chiaro che il Sole di Mosca non funziona. E la gente vuole solo scendere dalla ruota, come già stiamo cominciando a vedere».

L’incertezza produce paura e code ai confini. Sono quasi cinquemila le persone rifugiate in Finlandia. Gli ingressi giornalieri dalla Russia in Armenia sono triplicati.

La Germania si è detta pronta ad accogliere eventuali disertori. In soli due giorni, sono già stati attaccati a colpi di molotov tre centri di arruolamento militare. Vesna ha convocato per sabato manifestazioni nelle principali città. Finiranno con la consueta caccia all’uomo. Ma questa volta potrebbero anche essere un inizio.

Berlusconi: «Putin voleva sostituire Zelensky con un governo di persone perbene»

@ - “Putin è caduto in una situazione veramente difficile e drammatica". Dico che è caduto perché è stata una missione delle due Repubbliche filorusse del Donbass che è andata a Mosca a parlare con tutti quanti, con le radio, la stampa, le tv, la gente del partito e i ministri del partito, poi sono andati da lui in delegazione e gli hanno detto 'Zelensky ha aumentato gli attacchi delle sue forze sui nostri confini, siamo ormai arrivati a 16mila morti, per favore difendeteci perché se non lo fai tu non sappiamo dove potremo arrivare'. E Putin è stato spinto dalla popolazione russa, dal suo partito, dai suoi ministri a inventarsi questa operazione speciale, così era stata chiamata agli inizi, per cui le truppe russe dovevano entrare in Ucraina e in una settimana raggiungere Kiev, sostituire con un governo di persone perbene il governo di Zelensky, e in un'altra settimana tornare indietro. Invece hanno trovato una resistenza imprevista e imprevedibile da parte delle truppe ucraine che poi sono state anche foraggiate con armi di tutti i tipi da parte dell'Occidente”. Lo ha detto il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nell'intervista a 'Porta a Porta' su Rai1 del 22 settembre. Quelle di Berlusconi su Putin “son parole scandalose e gravissime. Mi chiedo e chiedo a Meloni se le condivide e se gli italiani possano condividerle” ha dichiarato il segretario del Pd, Enrico Letta.

Per approfondire:

mercoledì 21 settembre 2022

"Minacce nucleari spericolate": Biden tuona contro l'escalation di Putin

@ - Intervenendo all'assemblea generale dell'Onu Joe Biden ha puntato il dito contro Mosca: "La Russia ha vergognosamente violato i principi base della carta dell'Onu invadendo l'Ucraina"


"Abbiamo un membro permanente del Consiglio di sicurezza e ha invaso un suo vicino con l'obiettivo di toglierlo dalla mappa. Oggi il presidente russo Putin ha inviato altre minacce. Il Cremlino sta organizzando un referendum farsa, che è una enorme violazione" al diritto internazionale. Nel suo intervento alla 77esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, Joe Biden ha risposto così a Vladimir Putin, dopo il doppio annuncio del capo del Cremlino sullo svolgimento dei referendum di annessione nelle regioni conquistate dall'esercito russo e sulla mobilitazione parziale che si terrà in Russia in relazione alla guerra in Ucraina.

La risposta di Biden
C'era attesa per l'intervento di Biden. Anche perché, nei giorni scorsi, il leader democratico aveva lanciato un chiaro avvertimento al suo omologo russo sull'utilizzo delle armi atomiche. In tutta risposta, Putin ha replicato usando parole minacciose: "Alcuni eminenti figure della Nato hanno parlato della possibilità di utilizzare contro la Russia armi di distruzione di massa. A loro ricordo quanto segue: anche il nostro Paese possiede queste armi". Ebbene, Biden ha definito queste parole "minacce nucleari spericolate e irresponsabili" perché "una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere mai lanciata".

Non solo: l'inquilino della Casa Bianca ha rincarato la dose definendo "referendum farsa" i referendum del Cremlino nel Donbass. "La Russia ha vergognosamente violato i principi base della carta dell'Onu invadendo l'Ucraina", ha tuonato Biden, aggiungendo che quella in corso è "una guerra per eliminare il diritto dell'Ucraina di esistere come Stato e degli ucraini di esistere come popolo". Gli Stati Uniti, ha quindi affermato Biden, "chiedono la pace immediata", e che si trovino "accordi che tutti accettiamo". In tali accordi non può tuttavia trovare spazio "l'acquisizione della terra di un altro Paese".

"Aumentare membri Consiglio sicurezza Onu"
Biden ha invocato l'allargamento del Consiglio delle Nazioni Unite, con l'obiettivo di "rispettare i principi" fondanti la nascita dell'Onu. Il presidente Usa ha poi tracciato una linea rossa: "I membri permanenti del Consiglio di sicurezza devono astenersi dall'usare il veto, a parte casi veramente eccezionali". Ricordiamo che il Consiglio è composto da cinque membri permanenti (Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e dieci membri non permanenti eletti in rappresentanza dei Paesi membri delle Nazioni Unite.

Se un Paese può "perseguire ambizioni imperiali senza conseguenze", questo "mette a rischio tutto ciò per cui lottano le Nazioni Unite. Noi stiamo con l'Ucraina, punto. Non abbiamo esitato, abbiamo scelto la libertà, la sovranità, i principi della Carta delle Nazioni Unite", ha proseguito ancora Biden.
Il discorso del presidente Usa era atteso intorno alle 16:30. C'è stato un ritardo di circa mezz'ora. "Stiamo riscrivendo il discorso all'ultimo momento, dopo l'inquietante annuncio del presidente russo", hanno fatto sapere fonti della Casa Bianca citate da Politico.

Capitolo crisi alimentare. Biden ha nuovamente puntato il dito contro Mosca: "La Russia racconta frottole sulla crisi alimentare: le sanzioni le permettono esplicitamente di esportare le derrate alimentari. È Mosca che sta provocando la crisi alimentare e deve risolverla". "Le nostre sanzioni hanno esplicitamente permesso l'esportazione di cibo e fertilizzanti" per evitare una crisi alimentare mondiale, ha chiosato il leader statunitense.

Ad Amsterdam scattano fibrillazione per il nuovo corso bellico e speculazioni annesse

@ - Come era purtroppo prevedibile il discorso di Vladimir Putin sulla mobilitazione della Russia contro l’Occidente fa volare il prezzo del gas che schizza ad oltre 200 euro a Mwh. Il dato crudo è che ad Amsterdam, appena sono rimbalzate in occidente le parole del leader del Cremlino sono scattate fibrillazione per il nuovo corso bellico e speculazioni annesse, magari le seconde più ancora delle prime.

Il discorso di Putin va volare il prezzo del gas: oltre 200 euro a Mwh© Facebook

Il discorso di Putin fa volare il prezzo del gas
Sta di fatto che le parole di Vladimir Putin sono state più che sufficienti a far impennare nuovamente il prezzo del gas. Ecco i numeri ufficiali, con il metano che come spiega Open “ha sfondato oggi la quota dei 200 euro al Mwh dopo che nei giorni scorsi il suo costo aveva subito un calo che rifletteva una ritrovata relativa fiducia dei mercati”.

Un rialzo del 6,04% in pochissime ore
E i dati tecnici sono in linea: al Ttf, il mercato del gas di Amsterdam dove le compravendite sono termometro mondiale e tariffario del prodotto, il prezzo del megwattora ha toccato i 206 euro nei contratti scambiati in apertura. Si è trattato di un rialzo del 6,04% rispetto a ieri. Ovvio che quell’impennata è stata diretta conseguenza del discorso alla nazione di Putin, non fosse altro per il fatto che lo “zar” ha firmato il decreto per la mobilitazione militare parziale mentre prima la guerra era stata affidata per lo più a truppe straniere sodali e mercenari.

martedì 20 settembre 2022

Senza servizi e spopolati: dote di 2,1 miliardi in 5 anni per salvare 3.800 Comuni

di Carmine Fotina per:
il Sole 24 ORE – Morning 24

18 settembre 2022


La mappa Istat dei centri più lontani da ospedali, licei e ferrovie. Un numero di anziani doppio rispetto ai giovani aggrava l'invecchiamento. Per rilanciarli 2,1 miliardi

Sono di scarso appeal, perfino quando ne discutono i ministri. Per qualcuno sono solo una passione degli statistici o una questione da geografi. Ma le «aree interne», l’insieme dei Comuni più lontani dai servizi essenziali, sono in gran parte responsabili del declino demografico del Paese, del suo invecchiamento, e frenano la riduzione dei divari territoriali perché piccoli centri urbani spopolati, dove più intenso è il fenomeno della nuova migrazione dei giovani, si allontano sempre di più dal baricentro economico e industriale.

L’Istat ha aggiornato la mappa dei Comuni che rientrano nella definizione e che possono essere di conseguenza selezionati per beneficiare delle politiche e dei fondi previsti sia dal nuovo Accordo di partenariato 2021-2027 sulla politica di coesione sia dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ed emerge un quadro preoccupante, perché il tessuto si sgrana sempre di più, proprio nella fase storica in cui le fragilità demografiche del Paese ne mettono più a rischio gli sviluppi socio-economici.




IL DIVARIO

Il 59% della superficie italiana è occupato da aree interne, dove risiedono poco più di 13,1 milioni di persone, il 23% della popolazione residente. Si tratta in tutto di 3.834 Comuni (il 48,5% del totale italiano), classificati come intermedi, periferici o ultraperiferici in base alla distanza, misurata in tempi medi di percorrenza stradale, dai Comuni-polo o poli intercomunali più vicini in grado di offrire simultaneamente servizi di base nella salute (un ospedale sede di Dipartimento di emergenza e urgenza di I livello), istruzione (almeno un liceo classico o scientifico e almeno uno fra istituto tecnico e istituto professionale) e mobilità (una stazione ferroviaria almeno di categoria “silver”, cioè medio-piccola). Il Mezzogiorno, dove il 65% dei Comuni rientra nella platea, è l’epicentro simbolico di questo distacco dai servizi essenziali, ma non esaurisce il fenomeno anzi, nel complesso, il 55,2% delle aree interne si trova al Centro-Nord, prevalentemente in zone montuose e rurali.

Nel confronto con la precedente mappatura, che era stata alla base della Strategia nazionale per le aree interne (Snai) varata con i fondi di coesione 2014-2020, risalta la drastica diminuzione dei Comuni-polo, passati da 339 a 241, soprattutto per la chiusura di strutture ospedaliere, ma contemporaneamente aumenta il numero di persone che si sposta dalle aree più marginali e isolate per avvicinarsi ai centri in grado di offrire maggiori servizi. L’indice migratorio è in costante ascesa dal momento che aumenta la tendenza ad abbandonare i luoghi di residenza quanto più si è distanti da un centro di servizi e quasi 190 i Comuni sono diventati fortemente “espulsivi”.

È in queste retrovie che l’Italia sta costruendo buona parte della sua crisi demografica, perché qui il calo della popolazione per nati-mortalità ha raggiunto nel 2019 il 7,4% a fronte del 3,6% nazionale e perché l’età media di chi resta si alza sempre di più. L’indice di vecchiaia, calcolato come rapporto tra la popolazione residente con almeno 65 anni e quella nella fascia di età 0-14 anni, ha raggiunto in Italia la ragguardevole quota di 182,6, media però tra il 178,8 dei Comuni-polo e il 196,1 delle aree interne. Nei Comuni periferici e ultraperiferici la popolazione anziana residente è addirittura superiore al doppio di quella giovane e gli over 64 arrivano al 25,7% dei residenti. Le previsioni a 10 anni rafforzano la tendenza e i Comuni marginali perderanno un ulteriore 4,2% degli abitanti a fronte del 2,2% nazionale.

Tra i 3.834 Comuni censiti si dovrà rapidamente stabilire quali, sulla base di una serie di criteri e su proposta delle Regioni, entreranno negli accordi di programma quadro da finanziare con i nuovi fondi. L’attuazione è stata fin qui il punto debole (debolissimo) della Strategia nazionale delle aree interne. La Snai nasce come politica sperimentale nel 2013, le prime strategie d’area vengono però approvate solo nel 2016. Per firmare i 72 accordi di programma, che devono concretizzare le singole strategie, ci sono voluti cinque anni. Ora le Regioni, insieme all’Agenzia per la coesione territoriale, sono impegnate nella perimetrazione delle nuove aree (con relativi accordi quadro) che beneficeranno delle risorse 2021-2027 e del Pnrr ma il processo per concludere le istruttorie si sta rivelando ancora una volta complesso e farraginoso.

Non sono ammesse ad ogni modo eccessive illusioni. Il Pnrr stanzia 500 milioni per il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture. Ci sono poi 350 milioni, di cui 300 del Piano nazionale complementare e 50 della legge di bilancio , mirati alle strade. E 100 milioni per le farmacie nei centri con meno di 3mila abitanti. Nel complesso, includendo le risorse del Fondo sviluppo e coesione, il governo stima che nei prossimi cinque anni si potrebbe costruire una dote di 2,1 miliardi. Ma lo stesso Pnrr, negli allegati in cui fissa gli obiettivi, stima che un miglioramento dei servizi nelle aree interne, con oltre 13 milioni di persone, richiede un impegno finanziario di 250 euro per abitante, in pratica 3,3 miliardi di euro, uno in più di quelli che nelle più floride aspettative dovrebbero essere effettivamente disponibili.

domenica 18 settembre 2022

Putin balla da solo: perché lo zar esce a mani vuote dal vertice di Samarcanda

@ - A chiudere la difficile settimana di Vladimir Putin sono arrivate le parole del presidente americano Joe Biden, che lo ha messo in guardia dall’usare armi chimiche o nucleari sul fronte ucraino: «Non farlo, non farlo - ha detto nel corso di un’intervista ieri alla Cbs immaginando di rivolgerglisi direttamente -. Se lo facessi il volto della guerra cambierebbe». Il presidente americano non è entrato nei dettagli di quale potrebbe essere la risposta degli Stati Uniti qualora l’eventualità nucleare si presentasse, ma ha assicurato: «Sarebbe consequenziale». Per non parlare del fatto che una decisione del genere renderebbe Putin e la Russia «ancora più paria nel mondo». Poiché il Pentagono non ha al momento individuato elementi che facciano pensare a un’evoluzione nucleare del conflitto – al massimo l’ipotesi circolata in ambienti militari è quella di un possibile ricorso ad atomiche tattiche a corto raggio le parole di Biden vanno in realtà a siglare lo stato delle cose sul terreno di guerra. Da giugno infatti, con la decisione di inviare a Kiev sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità e di potenziare l’addestramento sull’utilizzo della nuova strumentazione, l’asse dei combattimenti si è decisamente spostato a favore della parte ucraina. E questo ha provocato un effetto domino sulla situazione di isolamento politico della Russia, che è andato in scena, platealmente, al summit di Samarcanda del 15 e 16 settembre. Qui i giganti asiatici presenti – in particolare Cina e India - non si sono spesi a sostegno di Vladimir Putin nella maniera in cui lui si aspettava, e malgrado il servizio stampa ufficiale russo abbia minimizzato le divergenze, la missione di recupero consensi non può dirsi riuscita. Tra i dettagli trapelati al termine del summit, ci sono le attese a cui il presidente russo è stato sottoposto prima dell’inizio dei vari incontri bilaterali. Finiti i tempi in cui gli era concesso di presentarsi con almeno quarantacinque minuti di ritardo o di far attendere i suoi ospiti in estenuanti anticamere. Stavolta gli scatti impietosi del cerimoniale uzbeco, che ha organizzato il summit, lo hanno ritratto da solo, di fronte a una sedia vuota, in attesa che i leader di Kazakhstan, Uzbekistan e Tagikistan arrivassero per stringerli la mano. Le repubbliche dell’Asia Centrale sono quelle che hanno espresso maggiori preoccupazioni alla Cina per le conseguenze della guerra in Ucraina: temono di essere le vittime successive delle manie imperialiste del Cremlino e non si sentono più sicure nelle loro politiche di difesa e di controllo del territorio. Anche Erdogan lo ha fatto aspettare per diversi minuti, e anche con la Turchia i rapporti si sono raffreddati a causa delle tensioni nel Caucaso meridionale. L’attacco dell’Azerbaijan all’Armenia non si sarebbe probabilmente verificato in presenza di una Russia non indebolita sul fronte ucraino che fosse stata in grado di vigilare sulla sicurezza di Erevan. Erdogan non ha fatto mistero delle divergenze che si sono registrate anche sulla questione di Cipro Nord e sul rifornimento di fertilizzanti e derrate alimentari dall’Ucraina, che si ripercuotono su tutti i commerci del Mar Nero. Ma gli imbarazzi maggiori si sono registrati con India e Cina, che sono tra l’altro divise su diversi dossier - dal controllo delle sfere d’influenza n Asia Centrale a quelle dell’Indo-Pacifico - ma che si sono trovate in sintonia proprio nella valutazione della guerra in Ucraina: «Non è questo il tempo di fare la guerra», ha detto Modi; «Capisco le preoccupazioni della Cina», è stato costretto a rispondere Putin a Xi di fronte ai ragionamenti del cinese sull’importanza di un mondo pacificato. Il ritorno a Mosca è dunque avvenuto sotto il segno di una grande debolezza, e il rischio adesso per lui è che si verifichi anche un drastico crollo del consenso interno. Nella stampa indipendente e nei canali Telegram più frequentati si cominciano ad accumulare meme e video che ridicolizzano la solitudine del presidente russo. E si cominciano a leggere sempre più articoli che si interrogano sulle modalità di un impeachment del presidente. Citatissimi gli esempi che tra il 1993 e il 1999 tentarono di rimuovere Boris Eltsin. Ma fallirono tutti.

Una riflessione… a mia Madre e a mia Moglie


… da mia madre ho imparato ad amare “una donna”, da mia moglie ho imparato ad amare “una donna che genera la vita”. Nella vita ho capito quanto è importante per un uomo essere un padre amato dalla compagna di una vita.

… a mia Madre e a mia Moglie

sabato 17 settembre 2022

Ognuno pensa a sé. La Francia toglie la luce all'Italia: "Per due anni niente elettricità"

@ - La Francia è da sempre il parente ricco in materia energetica, è un forte importatore di energia grazie alle tante centrali nucleari che producono sul territorio. Dopo il fermo di 32 dei 56 reattori nucleari nazionali, sottoposti a controlli e manutenzioni che si prevede dimezzino la produzione, da Parigi è arrivata una comunicazione all'Italia.

Lo scenario, scrive la Repubblica, sarebbe contenuto in una comunicazione diramata da Edf, colosso dell’energia francese, ai gestori della rete italiana, fino al Ministero della Transazione ecologica. Fonti del Mite fanno sapere che "la comunicazione è stata ricevuta" e che "il problema era già noto da mesi". I fornitori francesi avrebbero prospettato uno stop biennale al dispacciamento di energia, con tutte le conseguenze sulla stabilità della rete e sul mix degli approvvigionamenti, che andrà rivisto. Il gruppo di controllo attivo tra esponenti del Mite e di Terna, gestore della rete di alta tensione italiana, potrebbe cercare tra le pieghe delle recenti iniziative di risparmio e aumento delle importazioni di gas le risorse per fare fronte all’eventualità.

Un trattamento ben diverso da quello più solidaristico che Parigi si è impegnata a mantenere con Berlino: "Stiamo per finalizzare gli allacciamenti per poter consegnare gas alla Germania se c’è bisogno di solidarietà - ha commentato un raggiante Emmanuel Macron -. E la Germania si metterà in condizione di produrre più elettricità e fornirla ai francesi in caso di situazioni di picco della domanda".

Potrebbero esserci ricadute anche sul gas naturale, la materia prima con cui si produce oltre metà dell’energia elettrica italiana: nel senso che ne servirà di più, o peggio servirà più carbone, per pompare sulle centrali termoelettriche chiamate a colmare il deficit francese. Dietro le quinte si teme, tra l’altro, che anche Svizzera, Austria e Slovenia, i Paesi da cui arriva la parte “non francese” dei 43 Twh di energia importati l’anno scorso, possano privilegiare nella crisi le forniture nazionali. Tra l’altro la Svizzera (da cui passa anche elettricità prodotta in Francia) e l’Austria hanno seri problemi finanziari con i loro venditori pubblici di energia, sussidiati con liquidità per una decina di miliardi di euro. In base ai dati mensili diffusi da Terna, la diminuzione delle vendite estere all’Italia potrebbe essere, peraltro, già in atto: i consumi di agosto hanno visto l’import subire un taglio del 21%.

mercoledì 14 settembre 2022

Scontri fra Armenia e Azerbaigian, oltre cento morti: cosa sta succedendo

@ - Si infiamma il conflitto tra Armenia e Azerbaigian, da decenni opposti l'una all'altro per il controllo del Nagorno-Karabakh. 

Scontri fra Armenia e Azerbaigian, oltre cento morti: cosa sta succedendo© IPA

Gli scontri armati al confine tra i due Paesi, aggravatisi negli ultimi giorni, hanno provocato la morte di oltre cento soldati. I bombardamenti erano stati interrotti martedì mattina, anche se non completamente, dopo l'intervento di mediazione della Russia per concordare un cessate il fuoco. Per contrastare l'offensiva di Baku e "ristabilire l'integrità territoriale", Erevan ha chiesto l'intervento militare del Csto, l'Organizzazione del trattato di sicurezza collettivo a guida russa.

Il Caucaso torna a ribollire e a far tremare mezzo mondo per la sua presenza turbolenta ed esplosiva di diversi territori separatisti, centro dei disegni geopolitici di grandi potenze come Russia, Turchia e Stati Uniti. Il Nagorno-Karabakh è uno di questi territori, interno all'Azerbaigian dove la maggioranza della popolazione è però armena.

Gli azeri colpiscono auto dei servizi russi - Il ministero della Difesa armeno ha accusato le forze dell'Azerbaigian di avere aperto il fuoco su un'auto dei servizi di sicurezza russi Fsb nella zona degli scontri di frontiera. Il veicolo stava svolgendo una "missione umanitaria", secondo la stessa fonte, citata dall'agenzia russa Tass. La Russia finora non ha fornito alcuna notizia sull'accaduto.

I perché del conflitto - La tensione fra i due Paesi era salita già nelle scorse settimane, con le accuse di Mosca all'Azerbaigian di aver violato la tregua nel Nagorno-Karabakh (mediato nel novembre del 2020 proprio dai russi) e la dichiarata volontà azera di aumentare le forniture di gas verso i Paesi vicini e l'Europa, minacciando così la preminenza energetica del Cremlino nell'area. La ripresa del conflitto nella zona contesa è però determinata anche da fattori prettamente militari, riguardanti la guerra in Ucraina. Senza dimenticare il "grande quadro", che vede l'Armenia protetta dalla grande sorella maggiore russa.

L'offensiva dell'Azerbaigian - In contesa armata pressoché perenne dal novembre 2020, Armenia e Azerbaigian hanno conferito una decisa svolta tattica e di potenza offensiva alla guerra dal 13 settembre. Le Forze armate azere hanno deciso di fare sul serio, penetrando con molte truppe fin dentro il territorio armeno e infliggendo notevoli perdite agli avversari. L'obiettivo di Baku è di aprire un varco terrestre verso la regione autonoma del Nahçıvan, separata dal resto del territorio azero dalla provincia armena di Syunik. Dopo la parziale conquista azera del Nagorno-Karabakh, è questo il nuovo pomo della discordia lanciato sul tavolo del banchetto caucasico, sempre più centro nevralgico globale assieme all'Ucraina.

Perché ora? - Ma perché l'Azerbaigian ha deciso proprio ora per l'inasprimento del conflitto contro l'Armenia? Il motivo principale è evidente: approfittare delle estreme difficoltà della Russia, travolta dalla controffensiva ucraina nell'oblast di Kharkiv e pertanto non in grado d'intervenire con efficacia nel Caucaso. A bloccare un possibile aiuto militare russo in favore degli armeni è anche la volontà di Putin di non volersi inimicare la Turchia di Erdogan, alleata dell'Azerbaigian. Quest'ultimo ha seguito in un certo senso il modello turco in Siria, creando una zona di sicurezza sul solo nemico.

Il conflitto per il Nagorno-Karabakh - Armenia e Azerbaigian avevano concordato la tregua a novembre 2020, dopo una guerra durata sei settimane. Guerra che ha visto prevalere Baku, con Erevan costretta a fare pesanti concessioni territoriali. E che ha visto la Russia scendere in campo per mediare tra i due contendenti e dislocare a tal scopo migliaia di soldati nel Nagorno-Karabakh, tuttora sul luogo, col compito ufficiale per mantenere la pace. I nuovi sconti sono avvenuti non propriamente all'interno territorio conteso, per quanto non lontano da lì. Armenia e Azerbaigian si rimbalzano le accuse su chi ha fatto la prima mossa per la ripresa della guerra.

Cos'è il Nagorno-Karabakh - Il Nagorno-Karabakh è una zona montuosa dell'Azerbaigian, Paese a maggioranza musulmana, popolata in grande maggioranza da cittadini armeni e fedeli cristiani. Il territorio si è autoproclamato indipendente nel 1991, dopo il crollo dell'Urss, senza però ottenere alcun riconoscimento a livello internazionale. Questa mossa è alla base della contesa armata fra i due Stati, inaugurata dal primo conflitto azero-armeno tra il 1992 e il 1994. Nel Nagorno-Karabakh e al confine fra i due Paesi gli scontri e le scaramucce non si sono praticamente mai fermati, fino alla ripresa della guerra vera e propria di due anni fa.

Il ruolo della Russia - Oltre a essere un alleato storico dell'Armenia, uno dei sei membri dell'alleanza militare del Csto, la Russia intrattiene però rapporti anche con l'Azerbaijan. Quest'ultimo è infatti un importante fornitore di materie prime, oltre a coltivare legami culturali con Mosca. Un esempio su tutti: nel 2001 a Baku è stato eretto un monumento ad Aleksandr Puskin, in occasione del decimo anniversario dell'indipendenza dell'Azerbaigian. Entrambi gli Stati caucasici sono stati parte dell'Unione Sovietica.

Erdogan: inaccettabili violazioni da parte dell'Armenia - Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che l'Armenia ha violato, in modo "inaccettabile", accordi presi con l'Azerbaigian dopo il conflitto del 2020. "La situazione attuale è il risultato di violazioni da parte dell'Armenia degli accordi raggiunti dopo la guerra che è stata vinta dall'Azerbaigian, lo riteniamo inaccettabile", ha affermato il presidente turco, come riporta l'agenzia Anadolu, commentando gli scontri in corso da due giorni tra le forze di Baku e Yerevan. "Il mondo intero sappia che, come sempre, stiamo dalla parte dei nostri fratelli dell'Azerbaigian", ha dichiarato Erdogan aggiungendo che "questa situazione avrà ovviamente conseguenze per l'Armenia che non solo non si attiene alle condizioni degli accordi firmati ma costantemente mostra un atteggiamento aggressivo".

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Dopo le rivelazioni dell’ex ambasciatore Usa della Nato la leader di Fratelli d’Italia smentisce

@ - Fondi russi ai partiti stranieri, Giorgia Meloni netta: “Dibattiti su cose che non esistono”.


Dopo le rivelazioni dell’ex ambasciatore Usa della Nato la leader di Fratelli d’Italia smentisce ogni legame con la Mosca di Putin e le notizie che includerebbero il suo partito nel novero dei beneficiari dei circa 300 milioni di finanziamenti da parte del Cremlino a forze politiche estere. Meloni ha replicato all’intervista rilasciata dall’ex ambasciatore Usa Volker a La Repubblica ed ha contestato il titolo “L’ambasciatore punta il dito contro Fratelli d’Italia e Lega”.

Volker: “Porsi domande sui finanziamenti di FdI”
Volker parla delle forze politiche italiane con questi termini:La Lega è in circolazione da parecchio tempo ed era noto che riflettesse le prospettive russe. FdI è una formazione più recente, anche se erede di altri partiti, ed è cresciuta in maniera straordinaria nell’ultimo anno. Ciò obbliga a porsi domande su quali sono le fonti dei loro finanziamenti, delle posizioni prese e dell’aumento della popolarità”. E a Radio24 Meloni commenta così:C’è un titolo questa mattina che riguarda Fratelli d’Italia, titolo de La Repubblica, che allude a cose che poi non ci sono nell’intervista. Siccome è tutto verificabile quali sono le nostre fonti di finanziamento, non mi sembra un buon modo di fare giornalismo né di fare l’ambasciatore, lanciare accuse dicendo poi che non ci sono le prove“.

Meloni: “Dibattiti su cose che non esistono”
E ancora:O ci forniscono le prove, o dovremo querelarli per diffamazione quando si dichiara una cosa dicendo di non avere prove, ci si assume la responsabilità. Ci portino le prove. Ma siccome so che le prove non ci sono perché Fratelli d’Italia non prende soldi da stranieri, credo che la querela sia inevitabile“. E dopo la lettura del commento del numero uno del Copasir Urso che pure smentisce Meloni ha chiosato:Facciamo un sacco di dibattiti su cose che non esistono”.

Ucciso il leader Al Qaeda Al-Zawahiri

@ - A Kabul sarà difficile seppellire Ayman Al-Zawahiri e anche fargli un semplice funerale.

Ucciso il leader Al Qaeda Al-Zawahiri© Fornito da Italpress

Il missile lanciato da un drone dell’intelligence americana lo ha centrato in pieno e letteralmente disintegrato. Il fu Zawahiri era affacciato al balcone della villa messagli a disposizione dal governo talebano nella zona residenziale della capitale Afghana. Occhiali e barba bianca, una laurea da chirurgo, "da macellaio” precisano alla Casa Bianca, i media lo indicavano da oltre 20 anni come il vice di Osama bin Laden, ma in realtà sono stati il cervello e le mani insanguinate del 71enne egiziano emiro reggente di Al Qaeda guidare operativamente il movimento terroristico diventato sinistramente famoso in tutto il mondo per l’attacco alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Bin Laden era la guida carismatica, e soprattutto il finanziatore saudita, Al-Zawahiri era la mente e lo stratega del network del terrore che ha resuscitato il mostro dormiente del fondamentalismo islamico. Braccato da anni dai satelliti e dai droni dei servizi segreti e delle forze armate degli Stati Uniti, secondo alcune ipotesi l’ultimo capo di Al Qaeda ormai troppo ingombrante perfino per i talebani e non più in grado di fronteggiare la feroce concorrenza terroristica dell’Isis, potrebbe essere stato “consegnato” agli americani in maniera da chiudere indirettamente la storica “pratica” dei seguaci di Bin Laden. Così Washington può affermare che anche il secondo organizzatore della strage delle Twin Towers, dopo Osama Bin Laden, è stato punito e giustizia è stata fatta. Ed i talebani potranno far finta di protestare e continuare a inveire contro i nemici americani. Certo é infatti che nel quartiere di Shirpur, nel centro di Kabul, l’area dove sorge la villa abitata da Al-Zawahiri fa parte di un vasto comprensorio residenziale di proprietà del ministero della Difesa afghano, ed é riservato esclusivamente agli alti funzionari del regime. Il drone killer guidato da remoto da oltre i confini dell’Afghanistan ha compiuto un’operazione chirurgica e disintegrato il successore di Bin Laden sorpreso in un attimo di solitario relax sulla veranda balcone, senza provocare feriti fra i familiari che si trovavano nelle stanze interne. Oltre a rendere giustizia alle migliaia di vittime dell’attentato dell’11 settembre, il successo del blitz americano evidenzia due aspetti: uno geo politico e l’altro strategico, ma destinato a rimanere ancora segreto. Il primo aspetto conferma che il Presidente Joe Biden non aveva torto quando, dopo aver constatato la corruzione e l’incapacità degli afghani a difendere se stessi, per evitare l’inutile stillicidio di vittime americane, ha deciso di abbandonare Kabul ed istaurare precisi accordi con i talebani. Il lato segreto, riguarda invece l'esponenziale sviluppo integrato della tecnologia militare degli Stati Uniti, che come dimostrano in parallelo gli effetti strategici della crescente capacità difensiva ed ora anche offensiva dell’Ucraina nel fronteggiare la feroce invasione della Russia di Putin, non solo è in grado di intervenire in ogni angolo del pianeta ma, soprattutto riesce a centrare obiettivi individuali senza provocare danni collaterali. “La vera vittoria è la vittoria sull’aggressore, una vittoria che rispetti l’umanità del nemico rendendo così inutile un ulteriore conflitto”, sostiene non a caso Sun Tzu considerato, assieme a von Clausewitz, il massimo teorico della strategia militare. 

"Da aprire solo nel 2085": spunta il biglietto segreto della Regina

@ - La regina Elisabetta avrebbe scritto di suo pugno una lettera, il cui contenuto sarebbe top secret forse persino per i suoi collaboratori più stretti.


Purtroppo molti di noi non vivranno abbastanza a lungo per sapere cosa c’è scritto (a meno di qualche soluzione scientifica che ci doni l’immortalità), visto che il biglietto sarà aperto nel 2085.

Il biglietto postumo
La notizia era già trapelata a margine del Giubileo di Platino per i 70 anni di regno di Sua Maestà Elisabetta II, lo scorso giugno, ma è tornata a fare rumore subito dopo la morte dell’eccezionale sovrana britannica. Durante il restauro del Queen Victoria Building a Sydney, nel 1986, la Regina scrisse a mano una lettera misteriosa, poi sigillata e fatta recapitare all’allora sindaco della città australiana, Douglas William Sutherland con una richiesta ben precisa: aprire e, quindi, rendere pubblico il contenuto del biglietto “affidato ai cittadini di Sydney in un giorno adatto a vostra scelta dell’anno 2085 d.C.”.

Della lettera segreta si conosce solo l’intestazione:Giusto e Onorevole Lord Mayor di Sydney, Australia”. Nient’altro. Sembra che nessuno sappia perché e cosa la sovrana abbia scritto alla città australiana. Non è chiaro neppure il motivo di tanta riservatezza, che non fa altro se non stimolare la fantasia e rendere l’enigma ancora più interessante. Il biglietto sarebbe custodito in un caveau di un edificio storico della città.

99 anni dopo
Per quale motivo la regina Elisabetta ha voluto che il suo messaggio venisse aperto esattamente 99 anni dopo che era stato scritto? E perché lo ha scritto proprio in concomitanza del restauro di un edificio intitolato alla sua illustre antenata e destinato a Sydney, in quell'Australia che ha visitato 16 volte, l'ultima nel 2011? Chissà quali pensieri hanno attraversato la sua mente mentre redigeva il testo e come ha immaginato il nostro pianeta e l'umanità nel futuro. Di supposizioni se ne potrebbero fare diverse, ma nessuna avrebbe basi solide per sopravvivere. I Windsor sono abituati a ragionare con grande lungimiranza e in termini di decenni, se non secoli.

Di certo nel 2085 la regina Elisabetta sarà ancora ricordata e amata (almeno speriamo, a meno di un imbarbarimento mondiale o di una regressione stile Eloi de “La Macchina del Tempo” di Wells). Sarà un personaggio storico che molti uomini e le donne del 2085 non avranno vissuto come noi oggi. Molto probabilmente l’apertura della lettera sarà un momento toccante, un salto nel passato che metterà tante persone di fronte a ciò che il mondo è stato e a ciò che sarà diventato nel 2085. Chissà cosa ha scritto Sua Maestà, come si è posta nei confronti degli uomini di domani.

Era una donna proiettata verso il domani, tenace anche nei momenti più duri (indimenticabile la frase “torneremo a incontrarci”, pronunciata nel discorso del 5 aprile 2020, in piena pandemia). Se è vero che la vera immortalità sta nelle cose che facciamo e lasciamo al mondo, allora la Regina è davvero “eterna”: nel 2085 sarà come se fosse ancora qui, in un certo senso tornerà a “vivere” attraverso la scrittura, che rimane anche quando le parole se ne vanno via.

martedì 13 settembre 2022

Bertolini: “La controffensiva di Kharkiv non può essere replicata”

@ - La doccia fredda del generale Bertolini: "La controffensiva di Kharkiv non può essere replicata e si Zelensky non tratta rischia una escalation di Mosca"" .


Parola di Bertolini:La controffensiva di Karkhiv non può essere replicata“, il generale ex comandante della Folgore spiega che le sorti della guerra in Ucraina non sono affatto ribaltate e che ha giocato e giovato a Kiev un errore russo di intelligence.

Secondo quanto riferito all’Agi dall’ex comandante del Comando operativo interforze la controffensiva ucraina nella regione di Kharkiv sarebbe frutto di un errore dell’intelligence russa.

“La controffensiva di Kharkiv non può essere replicata”
Ma soprattutto quella propulsione tattica non cambia in modo significativo le sorti del conflitto in Ucraina. Piuttosto, a parere di Bertolini che è coautore con Giuseppe Ghini di “Guerra e pace ai tempi di Putin”, riapre uno spiraglio negoziale.

Spiraglio che conviene cogliere. Per Bertolini insomma deve essere Volodymyr Zelensky a sfruttare questo successo tattico ma non sul campo, bensì per sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di maggiore forza. Ma se le cose non andassero così c’è il rischio di una escalation del Cremlino e Kiev sarebbe nei guai.

Non cambierà l’andamento della guerra

Bertolini lo ha detto chiaramente: Sicuramente c’è stato un errore di intelligence, un obiettivo errore di valutazione. In guerre come questa si avanza e si indietreggia a seconda dei rapporti di forza, che in questo caso sono stati molto favorevoli agli ucraini”. E ancora: Fa pensare che, nonostante tutte le quinte colonne che hanno in Ucraina, i russi non siano riusciti a vedere i rischi di un’offensiva che stava montando”. Poi la chiosa:Non credo però che quanto accaduto possa cambiare nei fondamentali l’andamento della guerra. Gli ucraini senza dubbio hanno dato una dimostrazione di valore e anche di capacità di pianificazione e di intelligence”.