venerdì 22 gennaio 2021

Ior, Caloia condannato a 8 anni. Sentenza storica in Vaticano

@ - Per la prima volta viene inflitto il carcere per un reato finanziario, dopo decenni di scandali.


Il Tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone, affiancato da Venerando Marano e Carlo Bonzano, ha condannato l’ex presidente dello IOR Angelo Caloia (81 anni) in primo grado a 8 anni e 11 mesi di reclusione per i reati di riciclaggio e appropriazione indebita aggravata, e a pagare una multa di 12.500 euro; l’avvocato Gabriele Liuzzo (97 anni) a otto anni di carcere e Lamberto Liuzzo (55 anni ), figlio di Gabriele, a 5 anni e due mesi e al pagamento di una multa di 8mila euro; i tre imputati sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici vaticani.

Pesantissima anche la condanna economica. Il Tribunale ha disposto la confisca di circa 38 milioni di euro. 

Infine, gli imputati sono stati condannati al risarcimento dei danni nei confronti dello IOR e della sua controllata SGIR, costituiti parte civile, per una somma superiore a 20 milioni di euro. 

Sempre oggi, il Tribunale ha confermato in sede di appello l’applicazione della misura di prevenzione nei confronti di Liuzzo Gabriele, ordinando la confisca di circa 14 milioni di euro depositati presso lo IOR e già da tempo in sequestro, nonché di altri 11 milioni di euro circa, depositati presso banche svizzere. 

Il dibattimento, iniziato il 9 maggio 2018, ha riguarda la vendita a prezzi ribassati di quasi tutto il patrimonio immobiliare dell’Istituto per le Opere di Religione. Una svendita di cui gli imputati hanno beneficiato personalmente. La ricostruzione dei flussi finanziari è stata possibili in base agli accertamenti della società Promontory nel 2014. La sentenza ha un valore storico per il Vaticano. È la prima volta infatti che viene inflitto il carcere per un reato finanziario, dopo decenni di scandali. E questa importanza è sottolineata in un comunicato ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede. “Si tratta - si sottolinea nella sentenza - della prima applicazione della normativa introdotta nel dicembre 2018, nel quadro più generale dell’adeguamento della legislazione vaticana agli standard internazionali per il contrasto al riciclaggio, alla corruzione e ad altri gravi reati”. 

Ma il valore della sentenza coinvolge anche l’Italia e il cosiddetto “rinnovamento“ dello IOR seguito all’uscita di scena del vescovo Paul Casimirus Marcinkus, coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. A partire dal 1989 e per vent’anni (fino al 2009) l’Istituto fu guidato da Caloia, esponente della finanza cattolica lombarda e dirigente di prima grandezza nel sistema bancario italiano, pur dichiarandosi totalmente estraneo alle accuse e “vittima di operazioni architettate da altri”, si è dovuto dimettere da tutte le cariche societarie e accademiche in Italia e anche dalla presidenza della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano e da una finanziaria in Lussemburgo.

In quel periodo vennero mantenuti attivi presso alcune banche italiane i cosiddetti “conti misti “dello IOR che permisero attività sospette di riciclaggio anche per clienti italiani, a motivo dei quali la Banca d’Italia chiuse dal 2010 fino al 2014 l’operatività dello IOR nel nostro Paese. E dallo IOR, presieduto da Caloia, all’inizio degli anni Novanta passò la maxitangente Enimont, la “madre” di tutte le tangenti pagate a politici italiani .

Un “processo destinato a restare nella storia”, pur essendosi svolto nel “microsistema” e nel “minimo Stato”, ha detto il Promotore di giustizia, Gian Piero Milano.

Nell’ultima udienza, il 1 e il 2 dicembre, il promotore di giustizia aggiunto vaticano Alessandro Diddi (che è il pubblico ministero dell’indagine sul palazzo di Londra acquistato dalla Segreteria di Stato, al centro dell’ultimo scandalo finanziario vaticano) nella sua requisitoria aveva sollecitato le condanne dei tre imputati (l’ex direttore generale Lelio Scaletti anche lui indagato è morto nel 2015), richiesto 8 anni di carcere per Caloia e sostenuto l’”assoluta colpevolezza”.

L’avvocato Alessandro Benedetti, legale dello Ior, nelle sue conclusioni aveva chiesto una provvisionale in via definitiva di circa 35 milioni di euro (complessivamente per Ior e Sgir). Ma, aveva commentato con l’Huffington Post, “prima dell’aspetto economico-risarcitorio l’interesse dello Ior è stato l’accertamento delle responsabilità degli imputati e la compiuta ricostruzione dei fatti, tanto che, prima che si instaurasse il processo, è stata respinta da Ior, una proposta risarcitoria avanzata dagli imputati”. Questo processo insomma contiene anche un messaggio, secondo Benedetti: “il messaggio è che la festa è finita e che oggi c’è tolleranza zero nei confronti di comportamenti che hanno depredato l’Istituto”.

Anche il processo degli immobili come quella del palazzo di Londra, infatti è stata avviata a seguito della segnalazione dell’Istituto per le Opere di Religione, rappresentato dall’attuale Direttore generale Gianfranco Mammì, uomo di assoluta fiducia di Papa Francesco. Lo IOR, insomma, negli ultimi anni sembra essersi trasformato (trasformando la sua fama negativa) in un motore della trasparenza finanziaria vaticana. 

Per una parte dei 29 immobili di proprietà dello Ior venduti tra il 2001 e il 2008 il tribunale ha assolto Caloia e Liuzzo dall’accusa di peculato o di appropriazione indebita aggravata per insufficienza di prove o perché il fatto non sussiste e anche Lamberto Liuzzo dall’accusa di autoriciclaggio. I 29 immobili, elencati durante la sentenza, si trovano principalmente a Roma (via Bruno Buozzi, via Boezio, via Emanuele Filiberto, via Portuense, via della Pineta Sacchetti, viale Regina Margherita, via Aurelia, via Casetta Mattei, via Traspontina, via del Porto fluviale, via Massimi, ecc), nella provincia di Roma (Frascati e Fara Sabina), ma anche a Milano (Porta nuova), Genova (piazza della Vittoria)

L’avvocato Domenico Pulitanò, legale di Caloia, al termine dell’udienza, ha detto che si prepara a ricorrere in appello sperando in un ″ribaltamento della sentenza che a nostro avviso non rende giustizia″. ″Si tratta di una sentenza molto dettagliata. Noi siamo delusi rispetto alle aspettative che erano fiduciose in un riconoscimento della estraneità di Caloia a qualsiasi operazione. Attendiamo di leggere la motivazione e ricorreremo in appello’’. 

Si è giunti alla sentenza grazie alle leggi introdotte prima da Benedetto XVI ed implementate da Papa Francesco. Una serie di innovazioni che hanno spinto il vescovo Juan Ignacio Arrieta, Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi del Vaticano (che è stato coordinatore della Commissione d’inchiesta sullo IOR) a pubblicare all’inizio di dicembre 2019 il volume (LEV) “Codice Penale vaticano,” che contiene il testo del codice Zanardelli (un codice liberale e garantista), così com’è attualmente vigente nello Stato della Città del Vaticano, a motivo delle innovazioni legislative.

“È uno strumento di lavoro, un manuale non accademico - spiega Arrieta - per gli operatori del diritto - uno strumento per esercitare la giustizia nello Stato , con l’integrazione di tutte le novità introdotte. Nell’ultimo decennio, infatti, la disciplina penale nello Stato della Città del Vaticano ha avuto uno sviluppo notevole derivato dall’incorporazione dello Stato nel sistema monetario dell’Unione europea e anche dall’adesione della Santa Sede a varie Convenzioni internazionali, cosa che ha determinato il bisogno di accogliere molteplici nuovi tipi di reati”. Come quelli finanziari, appunto.

lunedì 18 gennaio 2021

Conte alla Camera: “Crisi senza fondamento, ora si volta pagina”

@ - Il premier Giuseppe Conte, a partire dalle ore 12, ha parlato in Aula alla Camera dei Deputati sulla situazione politica in atto.


Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alle 12 ha cominciato il discorso in Aula alla Camera dei Deputati sulla situazione politica in atto.In questi momenti drammatici, avvolti dalla pandemia, la maggioranza ha dimostrato grande responsabilità. Sono state raggiunte convergenza di veduta e risolutezza di azione nei momenti più difficili. Senza l’arroganza di chi crede di aver fatto sempre le migliori scelte, abbiamo agito con il massimo scrupolo e nella massima attenzione, impegnando tutte le energie. Abbiamo deciso di tutelare la salute e solo tutelando quel bene primario, si può preservare il tessuto economico del paese. L’esperienza della pandemia ha rafforzato nelle forze politiche che con lealtà sono nel governo la consapevolezza del dialogo”.

Su Nex Generatione Eu: “Sono state stanziate importanti risorse per sostenere lavoratori, imprese e famiglie. Abbiamo posto le basi per un deciso rilancio della crescita. E’ stata politica la scelta con cui il governo ha chiesto all’UE di farsi promotrice di politiche espansive, con debito comune orientato al raggiungimento di strategie condivise. Lo storico accordo su Next generation Eu ha impresso alla politica europea una svolta irreversibile che va ad inaugurare un nuovo corso in grado di cambiare i paradigmi delle politiche economiche e il volto stesso dell’Ue”.

Sull’assegno unico mensile: “L’assegno unico mensile si colloca in una cornice di interventi volti ad alleggerire il peso fiscale sulle famiglie, sarà introdotto da luglio per famiglie con figli sotto i 21 anni”.

Sulla crisi di governo: “E’ nei momenti più critici per il paese che dobbiamo trovare le ragioni più nobili e alte della politica. Si tratta del servizio per i bisogni della comunità nazionale. Non bisogna ragionare con la logica di potere. Alla società che sta uscendo con difficoltà dalla pandemia non possiamo dare delle risposte mediocri. Il governo dev’essere all’altezza di questo compito. Le nostre energie dovrebbero essere sempre concentrate sulla crisi che sta attraversando il paese. Così si rischia di perdere il contatto con la realtà. Non c’era bisogno di aprire una crisi di governo ora”. Poi ammette: “Confesso di essere in disagio nei confronti di chi ha perso i propri cari. Oggi non sono qui per annunci in merito a misure di sostegno o Recovery Plan, ma per spiegare una crisi aperta senza un plausibile fondamento”.
Giuseppe Conte tra i possibili danni della crisi ed il ‘no’ ad una deriva sovranista

Sul Recovery: “Nonostante il chiaro contributo a migliorare la bozza originaria, c’è stata un’astensione motivata con la questione riguardante il fatto che la bozza non contempli risorse del Mes. Questo paese merita un governo che sia coeso, ora si volta pagina”.

Sui possibili danni della crisi: “La crisi ha provocato profondo sgomento nel paese, la quale rischia di produrre danni notevoli. Questo, non solo perché ha fatto salire lo spread, ma ancor più perché ha attirato l’attenzione di media internazionali e cancellerie straniere. Va detto con franchezza, non si può cancellare ciò che è successo”.

‘No’ alla deriva sovranista: “Questo dev’essere un governo aperto alla europeismo, no alla deriva sovranista”.

venerdì 15 gennaio 2021

Alcuni degli assalitori del Congresso volevano «assassinare i deputati»

@ - E anche sequestrarli, dicono i procuratori federali degli Stati Uniti che stanno indagando.

Tra le persone che il 6 gennaio hanno attaccato il Congresso degli Stati Uniti alcune avevano intenzione di «sequestrare e assassinare deputati e senatori». È quanto ritengono i procuratori federali che stanno indagando sull’attacco e che giovedì hanno chiesto a un giudice di prolungare la detenzione di Jacob Chansley, il sostenitore della teoria complottista di QAnon che era entrato nel Campidoglio a torso nudo, con il volto dipinto e un copricapo di pelliccia.

I procuratori sono arrivati alla conclusione che Chansley e altri avessero intenzioni violente contro i membri del Congresso per via di alcune cose dette e fatte dall’uomo. Tra le altre, Chansley lasciò sul banco del vicepresidente Mike Pence nell’aula del Senato un biglietto contenente il messaggio: «È solo questione di tempo, la giustizia sta arrivando». L’uomo è accusato di «partecipazione attiva a un’insurrezione che ha tentato di rovesciare con la violenza il governo degli Stati Uniti» e i procuratori hanno chiesto che non venga rilasciato perché temono che possa fuggire all’estero. Ritengono inoltre che soffra di disturbi mentali.

Chansley è solo una delle più di 110 persone arrestate per l’attacco al Congresso, a causa del quale cinque persone sono morte, tra cui Brian Sicknick, un agente della Capitol Police, la forza di polizia deputata alla protezione del Congresso. Tra gli arrestati ci sono ad esempio il vigile del fuoco in pensione Robert Sanford, accusato di aver tirato un estintore in testa a un poliziotto (non a Sicknick, sebbene anche lui fosse stato ferito nello stesso modo), e Peter Stager, accusato di aver picchiato un altro agente usando un palo che sosteneva una bandiera americana. In totale le persone indagate dall’FBI sono più di 200 e sono state quasi tutte individuate grazie a fotografie e video diffusi sui social network.


Micheal Sherwin, procuratore che rappresenta il District of Columbia (cioè la divisione amministrativa di cui fa parte Washington), ha detto che le prime accuse nei confronti degli arrestati erano per reati relativamente poco gravi ma che probabilmente ne verranno fatte di nuove, più serie, col proseguire delle indagini. Anche perché gli investigatori ritengono che «l’insurrezione sia ancora in corso».

Infatti si teme che prima o durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Joe Biden si possano verificare nuove proteste e violenze. L’FBI ha avvisato le forze di polizia di tutti i cinquanta stati degli Stati Uniti di prepararsi a eventuali problemi nei giorni intorno all’insediamento di Biden e in quasi tutti gli stati le autorità hanno preso misure precauzionali aggiuntive per proteggere le sedi dei governi e dei parlamenti locali. A Washington, dove ci sarà l’insediamento, queste misure sono ancora più marcate.

Intanto una delle cose su cui si sta indagando è il legame tra gli estremisti che hanno partecipato all’attacco al Congresso e alcuni membri delle forze dell’ordine. Tra gli indagati per l’attacco ci sono poliziotti appartenenti a dipartimenti di polizia di tutti gli Stati Uniti (stato di Washington, California, Texas e altri), oltre a membri di alcuni dipartimenti di pompieri in Florida e nello stato di New York. Un agente della Capitol Police intervistato da BuzzFeed ha raccontato che, durante l’irruzione, diversi aggressori provenienti «da tutto il paese» gli avrebbero mostrato il tesserino da poliziotto chiedendogli di farli passare, dicendo che facevano parte di un movimento e che erano lì per aiutare.


Inoltre nei video e nelle foto della manifestazione precedente all’attacco, secondo un’indagine dell’agenzia di stampa Associated Press, si vedono varie cose che lasciano pensare che tra i responsabili dell’attacco ci fossero vari ex militari o comunque persone che in passato avevano avuto un addestramento militare. In particolare sembra che gli autori dell’irruzione al Campidoglio indossassero abbigliamento protettivo e avessero con sé dispositivi radio simili a quelli delle forze dell’ordine. Secondo gli esperti dei movimenti di estrema destra, i gruppi estremisti cercano da anni di coinvolgere nelle loro file poliziotti o militari.

Tra i partecipanti all’attacco al Congresso con questo tipo di esperienza di cui si è parlato di più c’è Larry R. Brock, fotografato all’interno dell’aula del Senato con indosso un giubbotto antiproiettile e con in mano dei mazzi di fascette di plastica («zip-tie») usate dalla polizia al posto delle manette di metallo durante gli arresti di massa. Brock è un veterano dell’Aviazione.

Il Pentagono non ha detto quanti tra gli arrestati siano membri di un corpo delle forze dell’ordine, ma secondo Associated Press c’è una certa preoccupazione su questo tema all’interno degli ambienti militari perché questa settimana è stata diffusa una comunicazione interna alle forze di sicurezza che dice che la libertà di parola non dà a nessuno il diritto di commettere delle violenze. Intanto nei dipartimenti di polizia di molte grandi città americane sono in corso delle indagini interne per stabilire se e quali agenti abbiano preso parte all’attacco al Congresso.

giovedì 14 gennaio 2021

Zuppi incontra Papa Francesco: "E' vicino a Bologna che soffre per la pandemia"

@ - L'arcivescovo, guarito dal covid, oggi in udienza privata da Bergoglio: "Benedice la nostra città".


«Papa Francesco saluta e benedice la città di Bologna e tutta la Diocesi. Ha espresso la sua partecipazione in un momento così difficile a causa della pandemia e la sua grande vicinanza soprattutto a quanti hanno sofferto per la perdita di persone care e a coloro cui la malattia ha segnato le condizioni di vita". Sono le parole riportate dal cardinale Matteo Zuppi che questa mattina è stato ricevuto in udienza privata da Papa Francesco

A renderlo noto è anche il bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. L’incontro riservato si è svolto in Vaticano. Per Zuppi, guarito dal covid - ha chiuso la quarantena senza sintomi poco prima dell'Epifania - è stata pure l’occasione per ricordare i suoi cinque anni di ministero episcopale nell’Arcidiocesi di Bologna.

Prima della parte riservata dell’incontro vi è stato anche un momento di saluto con i vicari generali Stefano Ottani e Giovanni Silvagni, il segretario generale della Curia, don Roberto Parisini, e il segretario particolare dell’Arcivescovo, don Sebastiano Tori.

mercoledì 13 gennaio 2021

La Camera degli Stati Uniti ha formalmente chiesto al vicepresidente Pence di esautorare Trump

@ - La Camera degli Stati Uniti ha formalmente chiesto al vicepresidente Mike Pence di esautorare il presidente Donald Trump facendo ricorso al 25esimo emendamento della Costituzione americana, che consente al vicepresidente e alla maggioranza dei membri del governo di rimuovere il presidente se per qualche ragione non è più in grado di ricoprire il proprio ruolo. 

La mozione – approvata con 223 voti a favore e 205 voti contrari – era stata presentata dal Partito Democratico come conseguenza dell’attacco del 6 gennaio contro il Congresso da parte dei sostenitori di Trump, che Trump stesso aveva incoraggiato e per cui è ritenuto politicamente responsabile.

La richiesta votata dalla Camera non è vincolante – il Congresso non può imporre l’attivazione del 25esimo emendamento – e Pence aveva già fatto sapere di non voler fare ricorso al 25esimo emendamento in una lettera inviata martedì alla Speaker della Camera, la Democratica Nancy Pelosi. Il Partito Democratico aveva detto che se Pence si fosse rifiutato di rimuovere Trump al Congresso sarebbe stata presentata una richiesta di impeachment: una procedura politica per rimuovere il presidente dalla propria carica.

Lisa Montgomery è stata giustiziata, la Corte federale Usa ha dato il via libera. Prima volta in quasi 70 anni per una donna

@ - Il giudice distrettuale James Patrick Hanlon aveva bloccato l'iniezione letale prevista sostenendo che prima una corte deve accertare le capacità mentali della detenuta. La donna era stata condannata per aver ucciso una 23enne incinta e averle tagliato il ventre per portarle via la figlia.


È stata eseguita la pena di morte per l’unica donna detenuta in un braccio della morte. La prima in quasi 70 anni dopo che l’ormai ex presidente Donald Trump ha ripristinato la pena capitale per reati di competenza governativa. Il giudice distrettuale James Patrick Hanlon aveva bloccato l’iniezione letale prevista per ieri per Lisa Montgomery sostenendo che prima una corte deve accertare le capacità mentali della detenuta. Una decisione che si pensava avrebbe fatto slittare l’esecuzione a dopo l’insediamento del presidente appena eletto Joe Biden, che avrebbe potrebbe graziare o commutare la condanna essendosi impegnato a lavorare per abolire la pena di morte.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha poi dato il via libera al dipartimento di Giustizia. La sentenza ha quindi consentito all’Ufficio federale delle carceri di procedere con l’esecuzione. Nel dicembre 2004 Montgomery uccise la 23enne Bobbie Jo Stinnett, rimuovendo il bambino dal grembo della donna e poi tentando di far passare per suo il neonato. Gli avvocati di Montgomery, 52 anni, hanno affermato che abusi sessuali subiti durante l’infanzia di Montgomery abbiano portato a “danni cerebrali e gravi malattie mentali”. Violenze subite dal patrigno con l’omertà della madre. La donna partì dal Kansas e andò a casa di Bobbie Jo Stinnett, in Missouri, fingendo di voler acquistare uno dei cuccioli di cane allevati dalla donna, all’epoca incinta di otto mesi. Ma, una volta entrata, la strangolò e le tagliò il ventre con un coltello da cucina per estrarre la bambina, ancora viva, con l’obiettivo di far credere che fosse sua figlia. Il caso, che scosse l’America, ispirò libri ed episodi tv.

L’ultima donna ad essere giustiziata in Usa era stata Bonnie Heady, nel 1953 in una camera a gas del Missouri. Insieme al marito Carl Hall, anche lui condannato a morte, rapì a scuola il figlio di sei anni di un ricco imprenditore, lo uccise e chiese quello che allora fu il più grande riscatto nella storia americana: 600.000 mila dollari, l’equivalente oggi di oltre 5 milioni di dollari. Trump aveva già supervisionato 10 esecuzioni, rifiutandosi di bloccare le tre restanti nonostante la consueta ‘tregua’ nel periodo di transizione: se verranno portate a termine, sarà il presidente che ne ha collezionato di più in oltre un secolo.

lunedì 11 gennaio 2021

Il controverso nuovo presidente del Kirghizistan

@ - Sadyr Japarov, eletto domenica, è nazionalista e populista e fino a pochi mesi fa era in carcere per il rapimento di un governatore kirghizo.

Domenica si sono tenute nuove elezioni presidenziali in Kirghizistan, rese necessarie dopo le dimissioni forzate dello scorso ottobre del presidente Sooronbay Jeenbekov, il terzo dal 1991 a dover lasciare il potere a seguito di una rivolta popolare. Le elezioni sono state stravinte da Sadyr Japarov, politico populista e in carcere fino a pochi mesi fa. Il voto, che è stato contestato a causa di notizie di irregolarità varie, potrebbe mettere fine a un periodo di grave crisi politica nell’unico sistema considerato democratico dell’Asia centrale. Secondo i risultati parziali, Japarov ha ottenuto l’80 per cento dei voti con un’affluenza vicina al 39 per cento.

La recente carriera politica di Japarov in Kirghizistan è stata per certi versi incredibile e inaspettata, dopo diversi anni trascorsi a fare il parlamentare.

Fino allo scorso settembre, Japarov, 52 anni, si trovava in carcere per avere organizzato il rapimento di un governatore provinciale kirghizo (accusa che Japarov ha sempre detto essere politicamente motivata). Dopo le elezioni parlamentari dello scorso ottobre, e l’inizio delle successive rivolte che avrebbero portato alle dimissioni di Jeenbekov e a quelle dell’allora primo ministro Kubatbek Borono, Japarov era stato liberato dai suoi sostenitori ed era diventato in pochissimo tempo prima primo ministro e poi presidente ad interim. La sua condanna era stata inoltre cancellata dal principale organo investigativo del Kirghizistan.

Japarov è un personaggio molto controverso. I suoi avversari lo accusano di essere un nazionalista corrotto e di avere legami con la criminalità organizzata. Arkady Dubnov, esperto di Asia Centrale sentito dal New York Times, ha descritto Japarov come un “Robin Hood” populista, cioè come uno che è arrivato al potere con la promessa di garantire aiuti rapidi ai kirghizi che ne hanno bisogno.

Japarov, comunque, non avrà un compito facile: sia per l’enorme instabilità politica che sta attraversando il paese dalle rivolte di ottobre, sia per i problemi cronici che hanno dovuto affrontare tutti i presidenti e capi del governo prima di lui, senza riuscire a trovare soluzioni efficaci: in particolare la grande povertà, le accese rivalità tra gruppi rivali e le profonde divisioni tra nord e sud del paese. A livello di politica estera, invece, Japarov ha detto di voler seguire la linea già tracciata dai suoi predecessori: cioè garantire la solidità delle relazioni con la Russia, tradizionale e importante alleato del Kirghizistan, e con la Cina, il principale investitore nell’economia kirghiza.

Japarov, infine, avrà maggiori poteri rispetto ai suoi predecessori. Domenica, insieme alle elezioni presidenziali, si è tenuto anche un referendum voluto dallo stesso Japarov, che proponeva di emendare le Costituzione togliendo potere al parlamento e affidandolo al presidente. La proposta è stata approvata.

USA, Jake Angeli arrestato per la rivolta: ecco le accuse sullo ‘sciamano’

@ - Jake Angeli è stato arrestato: giustizia negli Stati Uniti dopo le terribili scene viste in settimana. Ma oltre allo ‘sciamano’ che ha guidato la rivolta sono stati fermati anche altri protagonisti. 


Jake Angeli, l’uomo che ha guidato la rivoluzione al Congresso USA nel giorno della nomina ufficiale di Joe Biden, è stato arrestato. Sullo ‘sciamano’ di QAnon gravano le accuse di irruzione illegale e violenta e condotta disordinata. Sono stati fermati con lui anche Richard Barnett, il soggetto che ha fatto irruzione nell’ufficio di Nancy Pelosi, e Adam Johnson, l’altro teppista che ha invece rubato il podio della speaker della Camera statunitense.


Jake Angeli arrestato negli Stati Uniti
Ma la Polizia continua a lavorare per risalire a tutti i responsabili coinvolti nella vicenda. E nel frattempo arrivano sgradevoli conseguenze anche di altro tipo per i protagonisti della rivolta. Come infatti aggiunge la stampa americana, molti dei partecipanti alla sommossa, riconosciuti dalle videocamere poiché apparsi anche in diretta nazionale, hanno perso il loro posto di lavoro su decisione inderogabile di molti datori di lavoro. Sono stati già numerosi, infatti, i licenziamenti scattati a seguito di quanto di sconcertante accaduto a metà settimana. E qualcuno, ironicamente, suggerisce che bastava indossare nient’altro che le famose mascherine anti-Covid…

Per Donald Trump, mandante indiretto della rivolta, nel frattempo anche sono attesi provvedimenti negli Stati Uniti. Il primo, intanto, è giunto da Twitter che ha deciso di chiudere definitivamente l’account del presidente uscente. Una decisione storica è che ha creato non poco rumore nel Paese: “Dopo aver revisionato i più recenti tweet di @realDonaldTrump e averli contestualizzati, analizzando come vengono recepiti e interpretati su Twitter e fuori, abbiamo deciso di sospendere permanentemente l’account per evitare ulteriori rischi“.

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domenica 10 gennaio 2021

Assalto al Congresso Usa, i gesuiti: "Anche la Chiesa ha le sue colpe"

@ - Padre James Martin, vicinissimo a papa Francesco, denuncia una campagna elettorale incendiaria da parte di molti vescovi americani contro il dem Biden: "Così si è finito per dare legittimità morale all'attacco".

Adesso le condanne stanno a zero. A tre giorni dall’assalto al Congresso degli Stati Uniti, che ha lasciato sul terreno cinque vittime - tra queste un agente di sicurezza a Capitol Hill e un'insurrezionalista -, per la Chiesa cattolica americana è tempo di guardarsi allo specchio. Arriva dai gesuiti d'Oltreoceano l'appello alle istituzioni ecclesiali, affinché facciano un esame di coscienza e mettano a nudo le loro responsabilità morali nell’attacco senza precedenti nella storia americana, condotto da centinaia di suprematisti bianchi e ultranazionalisti, tutti fedelissimi del presidente uscente, Donald Trump.

A vestire i panni del Grillo parlante è il 60enne padre James Martin, religioso della Compagnia di Gesù, molto apprezzato da papa Francesco per il suo impegno sul versante della pastorale Lgbt. "La Chiesa cattolica statunitense ha una sua parte di responsabilità su quanto accaduto a Washington – spiega una volta raggiunto al telefono –. Durante la campagna elettorale per le presidenziali molti vescovi e preti hanno dichiarato che votare Biden era un peccato mortale o un’azione degna dell’Inferno. Un linguaggio simile ha indotto tanti a pensare che un attacco come quello che c’è stato sia legittimo dal punto di vista morale. Ecco perché ritengo che la comunità cattolica debba farsi un esame di coscienza sulle proprie responsabilità in merito all’accaduto“. 

All'indomani dell'assalto al santuario della democrazia americana, la Santa Sede aveva manifestato il proprio sdegno attraverso un articolo pungente in prima pagina sull’Osservatore romano. Nel mirino l’atteggiamento di Trump durante e dopo la campagna elettorale di novembre che l'ha visto sconfitto dallo sfidante democratico Biden, al quale solo ieri per la prima volta ha riconosciuto la vittoria. “La politica non può prescindere dalle responsabilità individuali - si legge in un passaggio dello scritto -, soprattutto da parte di chi detiene il potere ed è in grado, attraverso una narrazione polarizzante, di mobilitare migliaia di persone. Chi semina vento raccoglie tempesta“. 

Molto più sfumata, invece, la presa di posizione dell’episcopato a stelle e strisce, affidata al presidente, l’arcivescovo di Los Angeles, Horazio Gomez. Dal prelato dell’Opus Dei, che nel pieno dello scontro politico per le presidenziali ha accusato i politici cattolici pro choice (come Biden) di alimentare la confusione tra i fedeli, è arrivata una ferma condanna delle violenze a Capitol HIll, accompagnata da una preghiera per le forze di polizia impegnate a ripristinare la sicurezza e a favore di una transizione pacifica del potere. Al contempo nessun accenno, anche indiretto e generico, a quanto fatto da Trump che solo diverse ore dopo l'inizio della sedizione e sotto pressione degli avversari politici e di esponenti dello stesso Partito repubblicano, ha invitato i supporter a tornare a casa. Un omissis, quello dell'arcivescovo californiano, che non è sfuggito a Martin, l'anno scorso tra gli ospiti più apprezzati dell'ultima convention democratica: "Sono contento che si sia pregato per la pace, ma ritengo si sarebbe dovuti essere più duri nello stigmatizzare le azioni del presidente Trump".

Anche questa diversità di accenti sui fatti di Capitol Hill non fa che confermare una forte dialettica intestina alla Chiesa americana sull'azione di governo liberista del tycoon (sulla carta difensore dei valori non negoziabili) e, di riflesso, sul pontificato di Francesco, a forte trazione sociale (o socialista per gli States rurali e più profondi). Prova ulteriore sono state anche le reazioni dei singoli cardinali, dal grido di vergogna dei progressisti Blase Cupich e Joseph Tobin al silenzio assordante del conservatore Timothy Dolan, tra l'altro condiviso daila stragrande maggioranza dei vescovi residenziali. 

Tra condanne, silenzi ed auspicati esami di coscienza, in molti si domandano che cosa sarebbe successo se a marciare dritti contro Capitol Hill fossero stati non i suprematisti quanto piuttosto i manifestanti del movimento Black lives matter. "Probabilmente la polizia sarebbe stata meglio armata e molto più dura nel respingere l'attacco", ne è convinto il gesuita, a conferma della sensazione condivisa dai più di una certa leggerezza esibita dalle forze dell'ordine. Al limite della collusione con gli insorti. Resta il tema degli agenti americani dal grilletto facile, se è vero che una donna, mentre cercava di penetrare nei corridoi del Congresso da una vetrata ridotta in frantumi, è stata uccisa a sangue freddo da un uomo della sicurezza interna. Ashli Babbitt, questo il nome della vittima, una veterana dell'Aeronautica militare, era disarmata. "Ogni morte è una tragedia", è il commento di Martin, senza se e senza ma. 

Papa Francesco e i servizi segreti, "le prove su cosa c'è dietro le dimissioni di Ratzinger e la scelta di Bergoglio"

@ L'ombra dei servizi segreti su Papa Francesco. L'ex Nunzio Carlo Maria Viganò, grande oppositore di Jorge Bergoglio e della svolta "globalista" e relativista del Vaticano, sgancia la bomba in una intervista a Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump, su Lifestile. Monsignor Viganò dice a chiare lettere di sperare che "eventuali prove in possesso dei servizi segreti venissero alla luce, specialmente in relazione ai veri motivi che hanno portato alle dimissioni di Papa Benedetto XVI e alle cospirazioni soggiacenti all'elezione di Bergoglio, permettendo così di cacciare i mercenari che hanno occupato la Chiesa".


Il suo bersaglio è la cosiddetta "deep church", il lato oscuro del potere ecclesiastico. "Per restaurare la Chiesa Cattolica, si dovrà rivelare quale sia stato il coinvolgimento degli ecclesiastici con il progetto massonico-mondialista, quali i casi di corruzione e i reati che possano aver compiuto rendendosi così ricattabili, proprio come in campo politico avviene per i membri del deep state".

giovedì 7 gennaio 2021

Non sprechiamo la grande occasione del Recovery Fund

@ - Secondo l’economista e storico della Bocconi Andrea Colli è necessario usare i fondi per guardare al futuro, rinunciando allo statalismo. Ma non sarà facile


Diciamo la verità, 209 miliardi di euro in una volta sola, o quasi, non capitano tutti i giorni. Il momento è di quelli eccezionali e dall’Europa è arrivata una risposta altrettanto eccezionale. E allora perché non cogliere l’occasione per immaginare una rifondazione della politica industriale, da troppo tempo dimenticata?

L’industria italiana vive la sua notte più lunga, alle prese con il crollo della domanda interna e con una nuova ondata di semi-lockdown nei principali mercati di sbocco. Una combinazione micidiale, quasi letale, per un Paese che da anni vanta un avanzo commerciale vicino ai 50 miliardi, vendere i propri prodotti all’estero è pressoché fondamentale. Ecco che salire sul treno del Recovery Fund non basta se non ci si dota di una buona macchina. Tutto il carburante del mondo non basterebbe a far camminare un’auto con un motore malandato. Due numeri. In questo ventennio il ritmo di espansione si è via via affievolito (era il +1,8% nel 2010) e l’inflazione è passata dal 2,2% del 2000 all’1,8% del 2010, mentre quest’anno dovrebbe fermarsi poco sopra soglia zero (0,2%). In calo gli investimenti, dal 20,8 del Pil del 2000 al 18% del 2018, mentre resta alta la quota di risparmi, stabile sopra il 20% del reddito nazionale. Insomma, politica industriale cercasi. Industria Italiana ha interpellato in merito Andrea Colli, economista, autore di saggi sull’industria e professore ordinario di Storia Economica all’Università Bocconi.

D. Colli, mettiamola in questo modo. Il Recovery Fund è ormai alle porte, sono comparse le ormai famose linee guida del governo. La nostra politica industriale ha a questo punto un’occasione unica di rilancio. Da dove ripartire?


Andrea Colli, economista, autore di saggi sull’industria e professore ordinario 
di Storia Economica all’Università Bocconi

R. Innanzitutto va chiarito da dove non ripartire. Va evitato l’utilizzo dei denari del Recovery Fund per attivare politiche di breve termine e remunerazione elettorale – come ad esempio per abbassare le tasse su persone fisiche e per introdurre agevolazioni fiscali. Questo non significa che una politica fiscale non vada posta al centro dell’azione di governo, ci mancherebbe. Ma non vanno mescolate le cose. Il Recovery Fund non va neppure utilizzato per risanare delle situazioni di crisi aziendale endemica.

D. Si spieghi.

R. Certo. Un conto è sostenere aziende importanti danneggiate dall’emergenza Covid-19. Un altro è nascondersi dietro un dito, e utilizzare i denari del Recovery per salvare l’ennesima volta Alitalia, o evitare di chiudere il dossier Ilva, o in generale finanziare le pulsioni stataliste del Governo i carica. I denari del Recovery Fund vanno impiegati invece per investimenti decisamente inusuali per un sistema politico abituato a orizzonti di breve o brevissimo termine. Al centro ci deve essere il tema infrastrutture, in particolare di comunicazione, e la loro modernizzazione. Compiendo non poche forzature, il governo si è impossessato delle Autostrade, e sta ipotecando un controllo importante sulla rete in fibra. Che si investano risorse dunque in questa direzione. L’altra infrastruttura da potenziare è quella formativa, ovvero il sistema scuola-università. Infine, va sviluppata una rete di istituti di ricerca che siano in grado di attrarre i Italia talenti stranieri e talenti italiani di ritorno.

D. L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Come cambierà secondo lei il nostro sistema produttivo dopo la pandemia?

R. Secondo me la pandemia è un fatto rilevante ma non va esagerato il suo impatto. Le dinamiche in atto che andranno a impattare sul sistema produttivo italiano erano già in atto prima della pandemia e continueranno a dispiegarsi anche dopo che l’emergenza sarà passata.

D. Addirittura. Di quali dinamiche parla?


I lavori iniziati da ArcelorMittal Italia all’ex Ilva di Taranto

R. In particolare, un sistema manifatturiero di trasformazione ed inserito pienamente nell’economia globale come è quello italiano è per natura direttamente influenzato dai grandi cambiamenti che vanno investendo il sistema economico internazionale sotto la pressione dei rivolgimenti politici e geopolitici in corso. L’illusione di un’Italia che basti a se stessa, cara a una certa retorica populista e sovranista, si scontrerà a breve con il mutamento di clima nelle relazioni internazionali e nel sistema di regole e istituzioni che consente il funzionamento dell’economia mondiale. Le imprese di punta del nostro Paese sono campioni globali in nicchie specializzate e possono funzionare bene solo in un sistema in cui al commercio globale è consentito di funzionare senza frizioni particolari.

D. Si dice spesso che il nostro Paese manchi da tempo di una vera politica industriale. Mi spiega che cosa è successo?

R.L’ultimo atto di politica industriale in questo Paese è stato all’epoca della grande stagione delle privatizzazioni nel corso degli anni Novanta. Giusto o sbagliato che fosse privatizzare, almeno in quella fase fu individuato un programma e furono disegnate delle regole che avrebbero consentito, almeno sulla carta, di modernizzare il sistema produttivo nazionale, al contempo tentando di attirare capitali e tecnologia dall’estero. Successivamente a ciò, però, ha prevalso una impostazione differente, che partiva dall’idea che l’Italia non avesse bisogno di una politica industriale perché tanto funzionava bene anche senza, con l’imprenditorialità creativa e ruspante dei distretti. L’impatto della globalizzazione ha mostrato che invece così non è e che son stati persi anni preziosi in cui si sarebbe potuto rafforzare invece il comparto di grande impresa.

D. Bel guaio per un Paese del G7…

R. Sì. E pensare che sin dall’inizio del secolo il Paese può vantare nel suo apparato produttivo l’industria elettrica, la siderurgica, la meccanica pesante e di assemblaggio veloce, parte della chimica, tutti settori al cui interno nascono imprese che rapidamente si collocano in posizione dominante e tali restano in larga misura, pur attraverso svariati cambiamenti sul piano societario, sino ai nostri giorni. Ciò che tuttavia differenzia l’Italia dalle nazioni d’avanguardia è l’attiva presenza nel processo di modernizzazione economica della banca universale e soprattutto dello Stato.

D. Ilva, Rete unica, Alitalia e Autostrade. Quattro asset prossimi ormai a tornare nelle mani dello Stato. Amme Sì. E pensare che sin dall’inizio del secolo il Paese può vantare nel suo apparato produttivo l’industria elettrica, la siderurgica, la meccanica pesante e di assemblaggio veloce, parte della chimica, tutti settori al cui interno nascono imprese che rapidamente si collocano in posizione dominante e tali restano in larga misura, pur attraverso svariati cambiamenti sul piano societario, sino ai nostri giorni. Ciò che tuttavia differenzia l’Italia dalle nazioni d’avanguardia è l’attiva presenza nel processo di modernizzazione economica della banca universale e soprattutto dello Stato.

D. Ilva, Rete unica, Alitalia e Autostrade. Quattro asset prossimi ormai a tornare nelle mani dello Stato. Ammettiamo che sia tornato lo Stato padrone, è un bene o un male?

R. Bene o male è difficile dirlo. Dipende. Il ritorno dello Stato imprenditore non è un male se viene fatto tesoro delle lezioni del passato e da subito si evita il riprodursi di una gestione delle imprese finalizzata a obbiettivi politici e di efficienza economica. Sembra un ragionamento ovvio che però ovvio cessa di essere quando si sentono dichiarazioni contraddittorie, come quella che auspica una riduzione delle tariffe autostradali in presenza di una necessità di incremento degli investimenti e nello stesso tempo della necessità futura di remunerare azionisti retail e fondi.

Luciano Benetton, uno degli azionisti di riferimento di 
Edizione Holding, capofila della catena di controllo di Autostrade

D. Abbiamo citato Autostrade. A quale modello di società andiamo incontro? Luciano Benetton, uno degli azionisti di riferimento di Edizione Holding, capofila della catena di controllo di Autostrade

Un nuovo modello fatto di piccoli azionisti, fondi, e proprietà pubblica. Non è detto che sia un male, per carità. Se i fondi, pur in posizione di minoranza relativa, sono in grado di esercitare un monitoraggio efficace, imponendo la scelta di un management professionale, efficiente, slegato dalle pressioni politiche, questo farà il bene della nuova Autostrade. Resta, però, da vedere come si riusciranno a conciliare le esigenze di ritorno sugli investimenti dei fondi, e quelle di una giusta remunerazione degli azionisti di minoranza, con le necessità di un proprietario che invece dichiara che taglierà i pedaggi. Insomma, o i pedaggi caleranno (e allora subiranno i piccoli azionisti), oppure non caleranno (e allora saranno presi in giro i cittadini) – che, gira e rigira, sono sempre gli stessi soggetti.

D. Colli, una conclusione. L’Italia quest’anno perderà il 10% del suo Pil o poco meno. Cinque azioni improrogabili per ripartire, subito.

Domanda da milioni di dollari (o di euro).
  1. Investire in infrastrutture di cui al punto primo.
  2. Attrarre capitali esteri senza timore, spianando loro la strada e snellendo le pratiche burocratiche
  3. Interrompere gli interventi pubblici a “gamba tesa” fornendo agli investitori privati, italiani e esteri, certezze
  4. Facilitare l’uscita dei lavoratori anziani facilitando i giovani, attraverso un sistema di incentivi alle imprese
  5. Aprire un tavolo serio di politica industriale per pianificare i prossimi 10-15 anni.

È stato un tentato golpe?

@ - Come si può definire il violento assalto al Congresso americano, incitato dal presidente Donald Trump? Più insurrezione e rivolta che colpo di stato, probabilmente.


Trovare i termini adeguati e corretti per definire l’assalto di mercoledì contro la sede del Congresso americano a Washington non è semplice, per diverse ragioni. L’attacco è stato praticamente senza precedenti – era dal 1814 che il Campidoglio non subiva atti così violenti – ed è stato compiuto da qualche centinaio di sostenitori radicali del presidente Donald Trump, con l’obiettivo di fermare la discussione parlamentare che avrebbe dovuto certificare la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali di novembre. Diversi opinionisti hanno parlato di “tentato colpo di stato”, nonostante la stragrande maggioranza della stampa americana abbia usato termini come “insurrezione”, “rivolta”, o “protesta violenta”. Qual è il termine più corretto per definire gli eventi incredibili di mercoledì, quindi?

Ci sono due cose da tenere a mente, prima di stabilire come chiamare l’assalto al Campidoglio.
La prima è che non abbiamo ancora a disposizione tutti gli elementi per sapere cosa sia successo esattamente, che potrebbero aiutare a trovare la definizione più calzante per gli eventi di mercoledì. Da diverse ore, per esempio, si sta parlando del fatto che nelle prime fasi dell’attacco la leadership civile del dipartimento della Difesa statunitense, così come il presidente Trump, si sia rifiutata di aiutare la polizia di Washington per frenare le proteste violente (la notizia non è stata confermata e al momento non è certa). Sembra inoltre che l’intervento della Guardia nazionale in difesa del parlamento sia stato deciso dal vicepresidente Mike Pence, aggirando Trump, seguendo quindi un iter diverso dalla norma. Anche su questo punto, comunque, non ci sono ancora certezze definitive.
L’esatta ricostruzione delle decisioni prese nelle ore precedenti e durante l’attacco aiuterà ad attribuire responsabilità precise, e a stabilire quanto quello che è successo sia stato semplicemente tollerato o direttamente favorito da membri del governo.


La seconda cosa da tenere a mente è che voler trovare una definizione corretta per quello che è successo è sì importante per attribuire colpe e responsabilità, ma non toglie importanza a tutto quello che è venuto prima: cioè il fatto che da novembre Trump abbia cercato in tutti i modi – per vie legali, con pressioni e minacce, e con enormi e palesi bugie – di ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali, per rimanere al potere altri quattro anni.

Fatte le premesse, passiamo alle definizioni.
Nelle ultime ore diversi opinionisti hanno definito l’assalto al Campidoglio un “tentato colpo di stato”. Eugene Robinson, opinionista del Washington Post, ha scritto: «Lasciatemi essere chiaro: quello che è accaduto mercoledì pomeriggio al Campidoglio è stato un tentato colpo di stato, incitato da un presidente che agisce al di fuori della legge e che cerca disperatamente di restare aggrappato al potere, e incitato dai suoi cinici sostenitori repubblicani al Congresso». Secondo Robinson, si potrebbe parlare di tentato colpo di stato perché l’azione dei rivoltosi non ha permesso «l’atto centrale della nostra democrazia, cioè il trasferimento pacifico e ordinato del potere». «Scene del genere le ho viste da corrispondente in posti come il Paraguay e il Perù, ma non si erano mai viste negli Stati Uniti».

Della stessa idea è David Graham, giornalista dell’Atlantic, che ha scritto che tutto quello che è successo mercoledì – a partire dall’incitamento alla violenza di Trump fino ad arrivare al lancio di gas lacrimogeno nei corridoi del Campidoglio, con deputati e senatori costretti a indossare la maschera antigas e a rimanere in lockdown – non si può definire in altra maniera che “tentato colpo di stato”.

L’argomento centrale di chi sostiene si possa parlare di “colpo di stato” è che l’assalto al Campidoglio è stato violento, incitato dall’autorità massima (Trump) e con l’obiettivo di impedire con la forza un trasferimento legale e legittimo di potere stabilito da una regolare elezione democratica. Non tutti però sono d’accordo con questa interpretazione.


Un buon punto d’inizio per capire chi sostiene il contrario è l’Associated Press Stylebook, una guida stilistica sull’uso della lingua inglese molto apprezzata e rivolta innanzitutto ai dipendenti di Associated Press, l’agenzia di stampa internazionale ritenuta la più affidabile, ma usata come bibbia da giornalisti e i professionisti della comunicazione di mezzo mondo. In un post pubblicato sul blog di AP Stylebook, si legge che, sulla base delle informazioni disponibili, non è possibile definire gli eventi di mercoledì come un “tentato colpo di stato”.

Il motivo è che AP finora non ha trovato prove definitive che il gruppo di rivoltosi avesse l’obiettivo specifico di prendere il controllo del potere, elemento essenziale quando si parla di golpe. Termini più corretti, ha aggiunto AP, potrebbero essere “rivolta”, “insurrezione” (intesa come un atto di ribellione contro l’autorità) o “protesta violenta”.

Argomenti simili sono stati espressi anche da Naunihal Singh, docente al Naval War College (Newport, Rhode Island) ed esperto di colpi di stato militari. Singh, rispondendo alle domande di Jonathan Tepperman, direttore della rivista specializzata Foreign Policy, ha sostenuto che l’assalto al Campidoglio non possa essere definito un “tentato colpo di stato” perché non si è verificata la situazione in cui il presidente Trump ha usato l’esercito, il Secret Service o altri corpi armati governativi per raggiungere il suo obiettivo (bloccare il passaggio dei poteri tra lui e Biden). Secondo Singh, il termine più adatto per definire i fatti di mercoledì sarebbe “sedizione”, quindi un atto violento di ribellione contro l’autorità.

Singh ha aggiunto comunque che se venisse confermata la storia dell’iniziale rifiuto della leadership civile del dipartimento della Difesa di aiutare la polizia di Washington la definizione potrebbe cambiare. L’ipotesi di una tacita cooperazione delle forze di sicurezza con i manifestanti – che è una cosa diversa dall’impreparazione, dalla sottovalutazione del problema o dall’eventuale ritardo nel prendere una decisione – non sembra comunque al momento avere molte possibilità di concretizzarsi.

Gli argomenti di chi sostiene che l’attacco al Campidoglio non si possa definire un “colpo di stato” – quelli finora più convincenti – sono quindi la mancanza del coinvolgimento diretto delle forze di sicurezza a favore dei rivoltosi e l’assenza del chiaro obiettivo di prendere il controllo del parlamento e del potere.

martedì 5 gennaio 2021

Africa: al via AfCTA, l’accordo commerciale più vasto del mondo

@ - Il 1° gennaio è entrato ufficialmente in vigore l’AfCTA, il più vasto accordo commerciale di libero scambio al mondo. Gli effetti dall’intesa per il continente africano secondo Banca Mondiale.


Il 1° gennaio 2021 ha preso ufficialmente il via AfCTA, ovvero l’intesa di libero scambio all’interno del continente africano. L’African Continental Free Trade Area con 54 nazioni, 1,2 miliardi di persone coinvolte e una spesa da parte di consumatori e imprese da 6,7 trilioni di dollari entro il 2030, rappresenta il più vasto accordo commerciale al mondo.

Il trattato era stato siglato a Niamey, capitale del Niger, nel luglio 2019 da tutti gli Stati dell’Africa, a eccezione della sola Eritrea, e doveva entrare in vigore la scorsa estate. A causa della pandemia da coronavirus la sua partenza è stata però rinviata all’inizio del 2021.

Secondo un rapporto pubblicato da Banca Mondiale, si tratta di una svolta epocale che porterà effetti benefici a tutti i Paesi appartenenti all’Unione africana, aumentando notevolmente gli scambi commerciali già nei primi due anni e contribuendo in maniera decisiva nella lotta alla povertà.

L’AfCTA, come rivelato dal documento dell’istituzione internazionale, porterà il commercio interno tra i Paesi africani al +52%, riuscendo a togliere circa 30 milioni di persone da una condizione di povertà estrema e altre 68 milioni da una situazione di povertà moderata.
Il reddito globale del continente potrà contare su una crescita del 7% entro il 2035, con un aumento stimato di 450 miliardi di dollari. Sono previsti effetti positivi anche per il resto del mondo, con 76 miliardi di dollari a beneficio del PIL internazionale.

Al tempo stesso, l’intesa di libero scambio supporterà un incremento dei livelli salariali del 10,5% per le donne e del 9,9% degli uomini, oltre a una maggiorazione sulle buste paga del 10,3% per i lavoratori non qualificati e 9,8% per i lavoratori qualificati.
In questo lasso di tempo è attesa un’importante espansione della produzione in Africa per un valore complessivo di 212 miliardi di dollari, ripartito in 147 miliardi in servizi, 56 miliardi nel settore della manifattura e 17 miliardi di dollari nell’ambito delle materie prime.

Le previsioni di Banca Mondiale
Per i dirigenti della Banca Mondiale, non sarà sufficiente eliminare esclusivamente le tariffe e i dazi tra le diverse nazioni, una misura che porterebbe a un aumento solo dello 0,2% del reddito complessivo.
Gli stessi governi dovranno quindi mettere in campo un mix di azioni per ridurre la burocrazia, semplificare le procedure doganali e agganciarsi alle supply chain internazionali.
L’African Continental Free Trade Area sarà fondamentale per una ripresa dopo la crisi pandemica da Covid-19 che ha portato nel 2020 una perdita di 79 miliardi di dollari in questa area economica.

lunedì 4 gennaio 2021

Iran, avviato l'arricchimento dell'uranio al 20%

@ - Un portavoce del governo iraniano ha annunciato che è stato avviato l'arricchimento dell'uranio al 20% nella centrale sotterranea di Fordo. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Irna. 


Il portavoce Ali Rabiei ha dichiarato che il presidente Hassan Rouhani ha dato l'ordine sull'avvio dell'arricchimento nella centrale sotterranea. Per fabbricare un reattore nucleare è necessario arricchimento sopra il 90%, mentre l'accordo internazionale del 2015 prevedeva una soglia massima del 3,67%. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ritirato il Paese in modo unilaterale dall'accordo nel 2018 e da allora tra le due nazioni c'è stata una escalation di tensione. La decisione dell'Iran di iniziare l'arricchimento al 20% un decennio fa causò tensione altissima con Israele, che si allentò dopo il raggiungimento dell'intesa con le potenze mondiali. Ue: con arricchimento dell'uranio l'Iran si allontana dagli impegni "Se l'annuncio verrà attuato, rappresenterebbe un notevole allontanamento dagli impegni sul nucleare dell'Iran" con "gravi implicazioni sulla non-proliferazione" delle armi nucleari. Così un portavoce della commissione Ue commenta l'annuncio di Teheran dell'avvio dell'arricchimento dell'uranio al 20% nell'impianto nucleare di Fordo. Israele non consentirà all'Iran di produrre armi nucleari Lo stato di Israele non consentirà all'Iran di produrre armi nucleari. Lo ha sottolineato su Twitter il primo ministro dellostato ebraico, Benjamin Netanyahu, commentando l'annuncio dell'avvio dell'arricchimento di uranio al 20 per cento della repubblica islamica. "L'innalzamento del livello di arricchimento e lo sviluppo della capacità industriale per l'arricchimento dell'uranio non possono essere spiegati in alcun modo se non con l'ulteriore concretizzazione dell'intenzione dell'Iran disviluppare un programma nucleare militare", ha detto Netanyahu sul suo profilo ufficiale, "Israele non permetterà all'Iran di produrre armi nucleari".