lunedì 16 marzo 2020

Non sarà facile far ripartire l’economia cinese

@ - Fabbriche e uffici stanno pian piano tornando al lavoro dopo le drastiche misure per contenere il coronavirus, facendo i conti con le conseguenze dell'epidemia.


Sono passati circa due mesi e mezzo da quando è cominciata l’epidemia di coronavirus (SARS-CoV-2) a Wuhan, la capitale della provincia cinese dello Hubei, e meno di un mese e mezzo da quando la Cina ha applicato imponenti misure di quarantena per rallentarne la diffusione, ancora più drastiche di quelle in vigore da questa settimana in Italia. Oggi i lavoratori di gran parte della Cina stanno tornando gradualmente al lavoro: ma far ripartire l’economia del paese si sta rivelando molto difficile, hanno spiegato in questi giorni alcuni approfondimenti del New York Times, del Wall Street Journal e del Financial Times.

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Una strada di Pechino il 10 febbraio, nei giorni in cui erano in vigore le restrizioni più estese. 
(Andrea Verdelli/Getty Images)

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, quando il coronavirus era arrivato dallo Hubei a tutte le province della Cina continentale, il presidente Xi Jinping aveva esteso le misure di quarantena applicate inizialmente a Wuhan e alle città vicine a gran parte del paese. I festeggiamenti per il Capodanno cinese erano stati cancellati, le lezioni scolastiche sospese, gli eventi sportivi cancellati, gli spostamenti fortemente limitati e controllati, e intere zone considerate focolai dell’epidemia erano state isolate.

Nelle città sparse per tutta la Cina erano state introdotte forme di coprifuoco, che arrivavano fino a livelli estremi: a Wuhan, le limitazioni erano tali da impedire alla popolazione di uscire di casa quasi sempre. Uffici e negozi avevano chiuso, così come gran parte delle fabbriche.

Un’autostrada di Wuhan il 3 febbraio. (Getty Images)

Per il momento, sembra che le restrizioni applicate dalla Cina abbiano funzionato. Il numero di contagi quotidiani registrati è in calo da inizio marzo, ma ha richiesto enormi risorse e sforzi da parte del governo centrale e della popolazione. Osservando il caso cinese, poi, non bisogna mai perdere di vista il fatto che le restrizioni sono avvenute in un paese autoritario e in cui i diritti civili sono limitati anche in condizioni normali.

Negli ultimi giorni, molte fabbriche nel paese – principalmente fuori dallo Hubei – stanno cominciando a riaprire, e gli uffici si stanno pian piano riempendo di nuovo. Ma ci sono decine di milioni di persone che non possono ancora tornare al lavoro: perché isolate in villaggi rurali in cui i trasporti pubblici non hanno ancora ripreso, o perché non hanno ancora ricevuto il permesso dalle amministrazioni locali, sotto pressione per ridurre i numeri di nuovi contagi. Altri ancora non sono stati richiamati dai propri datori di lavoro, perché la domanda di beni non è ancora risalita e la produzione, adeguandosi, non ha bisogno di manodopera.

Le fabbriche che si sono riprese meglio funzionano oggi intorno alla metà dei livelli precedenti all’epidemia, secondo il New York Times. Alcune stanno fingendo di consumare energia – per esempio accendendo i condizionatori e i macchinari facendoli funzionare a vuoto – per accedere ai sussidi statali alle imprese che sono tornate a produrre. Altre temono che se uno dei propri dipendenti verrà contagiato dal coronavirus, saranno costrette a chiudere per due settimane per mettere in quarantena il personale.

La stazione di Wuhan fotografata il 9 febbraio. (Getty Images)

Moltissimi ordini del mercato interno sono stati sospesi o cancellati, e ci sono grandi preoccupazioni sul destino della domanda internazionale nelle prossime settimane e mesi, quando altri paesi del mondo andranno probabilmente incontro a quello che sta succedendo in questi giorni in Italia e in Corea del Sud.

Anche nello Hubei, certe attività strategiche hanno ripreso a produrre, pur con grandi precauzioni. A Qian’an, le acciaierie hanno ripreso a lavorare: agli operai viene misurata di continuo la temperatura, e possono avere contatti soltanto con altri lavoratori degli stabilimenti.

È comunque difficile stimare quante fabbriche siano effettivamente tornate al lavoro: la banca China Mechants Bank, che usa immagini satellitari per monitorare l’attività delle industrie cinesi, dice che soltanto il 60 per cento di 143 grandi fabbriche osservate è tornato in funzione. Altre osservazioni basate sui dati GPS suggeriscono che i trasporti merci legati alle grandi società si stanno riprendendo, ma che questa ripresa è molto più lenta per i mezzi legati alla distribuzione delle imprese più piccole.


Un grafico del Wall Street Journal sull’andamento dei passeggeri sulla metropolitana di Canton, la più grande metropoli cinese. (Wall Street Journal)

Il governo di Pechino sta chiedendo alle banche di essere tolleranti nella riscossione dei debiti, in particolare quelli delle piccole imprese, estendendoli anche se non vengono ripagati in tempo. Dalla banca centrale stanno arrivando fondi proprio per questo, ma le banche sono restie a prestare soldi alle imprese senza considerare il rischio di insolvenza.

Per la prima volta dalla Rivoluzione culturale di Mao Zedong, negli anni Sessanta, ci si aspetta che l’economia cinese nel primo trimestre del 2020 non cresca. La scommessa di Xi è stata che dopo le durissime misure, la quarantena e la sospensione delle attività in gran parte del paese, si riesca a rilanciare la produzione in tempi rapidi in modo da produrre quella che viene chiamata “ripresa a V”, dalla forma che avrebbe in un grafico. Ma se la progressiva riduzione delle misure contenitive porterà a nuovi contagi, la produzione dovrà essere nuovamente interrotta.

La speranza del governo è che molti ordini e spese siano stati soltanto rimandati, e che ora la domanda di beni torni a crescere. Ma ci sono state perdite che probabilmente non potranno essere recuperate: per esempio quella del mercato cinematografico, che finora nel 2020 ha incassato soltanto 3,9 milioni di dollari, contro il miliardo e mezzo dell’anno precedente.

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