venerdì 9 dicembre 2022

Macron gioca sporco (e cerca la rissa)

@ - «Un'inutile provocazione». Diplomazia e buone maniere vanno di pari passo. Ed è ormai evidente che sul punto esiste una sottile linea di confine che tra Italia e Francia va vacillando da mesi. E che ieri si è decisamente interrotta.

Macron gioca sporco (e cerca la rissa)© Fornito da Il Giornale

Dopo la delicata gestione del faccia a faccia di fine ottobre a Roma tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron - poche ore dopo che la premier era entrata formalmente in carica - e archiviando le polemiche pubbliche delle ultime settimane sui migranti tra Eliseo e Palazzo Chigi, quello che si è consumato ieri tra Roma e Parigi è uno scontro che non ha molti precedenti.

Certo, dando uno sguardo indietro c'è la querelle scatenata nel 2019 dall'allora vicepremier Luigi Di Maio, a quei tempi - come cambiano le cose - novello Masaniello in salsa francese dei gilet gialli. Ma si fa fatica, scorrendo i report della Farnesina, a trovare in tempi recenti un braccio di ferro tanto duro. Giocato tutto sulle fonti Eliseo e in replica sulle fonti Palazzo Chigi, sostanzialmente senza voler mettere la faccia su un muro contro muro che al momento non prevede una via d'uscita.

È l'Eliseo - ancora una volta - ad affondare il colpo. Come aveva già fatto nelle ore della polemica sulla Ocean Viking e sui migranti. Ieri, però, a freddo. Che ci sia una poca empatia tra Meloni e Macron, infatti, non è una notizia. Il faccia a faccia a Roma, per dire, è stato a un passo da scatenare una vera e propria crisi diplomatica, anche perché l'entourage dell'Eliseo ha preteso di gestire in autonomia la pubblicità dell'incontro, in nome del fatto che Macron è capo di Stato e Meloni solo capo di governo. Ed è qui, su questo punto, che si è acuita un'incomprensione che è in verità viene da una distanza di vedute che risale ad anni passati.

Così, dopo che qualche giorno fa - al vertice sui Balcani di Tirana - Meloni e Macron si sono limitati ad una stretta di mano, oggi alla riunione di Alicante Eu Med-9 faranno sostanzialmente lo stesso. Con educazione, ma nessuna empatia. E con sottotraccia quelle incomprensioni frutto di anni di tensioni. Con l'Eliseo che fa sapere di essere di attesa di un data per «mettere in agenda» una visita di Meloni a Parigi, e con Palazzo Chigi che replica facendo sapere che dall'Eliseo «non è mai arrivato un invito ufficiale» al presidente del Consiglio.

La palla, insomma, viene rimbalzata tra Roma e Parigi. Con un certo fastidio di Meloni. Non solo per il fraintendimento sulla gestione della comunicazione all'indomani del giuramento e in occasione del primo incontro con Macron, ma anche per il fatto che con gli altri leader internazionali non è stato certo un problema trovare uno spazio in agenda per un bilaterale. In due mesi che è a Palazzo Chigi, Meloni ha incontrato sia Joe Biden che Xi Jinping, per non parlare di tutti i leader di G7. Oggi, al vertice di Alicante, avrà un bilaterale con lo spagnolo Pedro Sanchez. Ma con Macron l'agenda resta appesa. Con l'Eliseo che fa sapere che è Meloni a non comunicare date. E con Palazzo Chigi che non esita a parlare di «provocazione».

Putin bifronte: “Accordo con l’Ucraina inevitabile” ma poi minaccia l’Occidente di tagliare la produzione di petrolio

@ - “Alla fine sarà inevitabile trovare un accordo per porre fine al conflitto in Ucraina”. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin a margine di un vertice regionale in Kirghizistan esprimendo al contempo dubbi sulla “fiducia” che Mosca può a suo parere concedere ai suoi interlocutori.

Discorso Putin© Imagoeconomica
Putin: “Accordo con l’Ucraina inevitabile”

Come trovare un accordo? E possiamo metterci d’accordo con qualcuno? E con quali garanzie? Questa è ovviamente tutta la questione (…)” – ha aggiunto Putin, sottolineando però che “Alla fine dovremo trovare un accordo. Ho già detto più volte che siamo pronti per questi accordi, siamo aperti, ma questo ci costringe a pensare con chi abbiamo a che fare”.

Putin minaccia l’Occidente di tagliare la produzione di petrolio
All’apertura è seguito un nuovo attacco. Nel mirino sempre l’Occidente. Il presidente russo Vladimir Putin ha minacciato nuovamente di “tagliare la produzione” di petrolio russo “se necessario” dopo che nei giorni scorsi Ue, G7 e Australia hanno introdotto limiti al prezzo del petrolio importato da Mosca. La Russia potrebbe inoltre interrompere la sua esportazione verso quei Paesi che hanno introdotto lo ”stupido” price cap, ha detto il numero uno del Cremlino. ”Come reazione – ha aggiunto – semplicemente non venderemo il nostro petrolio ai Paesi che hanno adottato questa decisione” e ”valuteremo, forse, una eventuale riduzione della produzione”.

Dagli Usa nuove sanzioni alla Russia
Nel frattempo potrebbero arrivare novità dagli Stati Uniti che nel pomeriggio di oggi dovrebbero imporre nuove sanzioni a funzionari e persone giuridiche della Russia (ma anche cinesi) per l’uso dei russi di droni iraniani in Ucraina, l’abuso dei diritti umani e per il sostegno cinese alla pesca illegale nel Pacifico. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti a conoscenza del dossier.

giovedì 8 dicembre 2022

Iran, eseguita la prima condanna a morte di un manifestante Secondo la magistratura Mohsen Shekari aveva confessato

 @ - Secondo la magistratura Mohsen Shekari aveva confessato

FOTO Redazione ANSA

La magistratura della Repubblica islamica ha annunciato che Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste, è stato giustiziato: è la prima sentenza di morte eseguita per un manifestante, come riporta Bbc Persia.

Shekari è stato impiccato questa mattina dopo essere stato giudicato colpevole da un tribunale rivoluzionario di "inimicizia contro Dio", hanno riferito i media statali, citati dall Bbc.

Era accusato di essere un "rivoltoso" che il 25 settembre bloccò una strada principale a Teheran e ferì con un coltello un membro delle forze paramilitari Basij. La magistratura ha detto che l'udienza si è tenuta il 10 novembre e l'imputato ha confessato le sue accuse.

Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights con sede in Norvegia, ha twittato che le esecuzioni dei manifestanti inizieranno a verificarsi quotidianamente a meno che le autorità iraniane non siano messe di fronte a "rapide conseguenze pratiche a livello internazionale". La magistratura iraniana ha finora annunciato che 11 persone sono state condannate a morte per le proteste iniziate a metà settembre dopo la morte mentre era sotto la custodia della polizia morale di Mahsa Amini, arrestata per aver indossato il suo hijab "impropriamente". Le proteste guidate dalle donne si sono estese a 160 città in tutte le 31 province del Paese e sono viste come una delle sfide più serie per la Repubblica islamica dalla rivoluzione del 1979. I leader iraniani le hanno descritte come "rivolte" istigate dai nemici stranieri del Paese e hanno ordinato alle forze di sicurezza di "affrontarle con decisione". Finora, almeno 475 manifestanti sono stati uccisi e 18.240 sono stati arrestati, secondo l'agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani Hrana che ha anche riferito la morte di 61 membri del personale di sicurezza.

Hossein Ronagi,uno degli oppositori della Repubblica islamica recentemente scarcerato, ha lanciato anche lui un appello su Twitter: "Non chiudiamo un occhio sulle esecuzioni. L'uccisione di qualsiasi manifestante avrà gravi conseguenze". Ronaghi ha descritto l'esecuzione di Mohsen Shekari come "una ferita che è stata inflitta a tutti i manifestanti in Iran e "tutto l'Iran sente dolore, la rabbia riempie tutto il popolo
iraniano".

La Stampa pubblica oggi una lettera aperta di Badri Hossein Khamenei, sorella della Guida suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, nella quale dichiara che "il popolo iraniano merita libertà e prosperità, e la sua rivolta è legittima e necessaria per realizzare i suoi diritti". "Spero di vedere presto la vittoria del popolo e il rovesciamento di questa tirannia che governa l'Iran. Che la giusta lotta del popolo per raggiungere la libertà e la democrazia si realizzi il prima possibile", aggiunge nel testo.

"Nel nome di Dio - scrive Khamenei - Perdere un figlio ed essere lontano da tuo figlio è una grande tristezza per ogni madre. Molte madri sono rimaste in lutto negli ultimi quattro decenni. Penso che sia opportuno ora dichiarare che mi oppongo alle azioni di mio fratello ed esprimo la mia simpatia per tutte le madri che piangono i crimini del regime della Repubblica islamica, dai tempi di Khomeini all'attuale era del despotico califfato di Ali Khamenei". La sorella del leader iraniano racconta nella lettera: "L'opposizione e la lotta della nostra famiglia contro questo sistema criminale sono iniziate pochi mesi dopo la rivoluzione. I crimini di questo sistema, la soppressione di qualsiasi voce dissenziente, l'imprigionamento dei giovani più istruiti e ispirati di questa terra, le punizioni più severe e le esecuzioni su larga scala iniziarono fin da subito". Come tutte le madri in lutto iraniane - sottolinea -, sono anche triste per il fatto di esser lontana da mia figlia. Quando arrestano mia figlia con violenza, è chiaro che applicano migliaia di volte più violenza ad altri ragazzi e ragazze oppressi che sono sottoposti a crudeltà disumana.
Resta inflessibile però il presidente iraniano Ebrahim Raisi, secondo il quale "il popolo dell'Iran non si fa ingannare dagli slogan sulla libertà". "Coloro che tentano di seminare discordia tra le persone con belle parole devono essere identificati", ha aggiunto Raisi - in dichiarazioni diffuse dall'agenzia ufficiale Irna - in riferimento agli slogan utilizzati nelle proteste che da quasi tre mesi si susseguono nel Paese. E le autorità di Teheran hanno anche contestato la decisione dell'azienda di telecomunicazioni satellitari Eutelsat, con sede a Parigi, che ha chiesto alle sue emittenti di rimuovere le trasmissioni di Press Tv, canale televisivo iraniano in lingua inglese e francese vicino al governo islamico. La decisione è "contro la stampa" e basata sulle sanzioni dell'Unione europea contro l'Iran, ha scritto su Twitter il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Nasser Kanani sostenendo che "l'Europa ospita molti canali che promuovono violenza e terrorismo contro l'Iran".

Secondo fonti diplomatiche occidentali citate da Iran International English, però, la Repubblica islamica ha avviato trattative con i suoi alleati venezuelani per organizzare l'asilo per i funzionari del regime e le loro famiglie nel caso in cui la situazione si aggravi e aumenti la possibilità di un cambio di regime. Quattro alti funzionari iraniani - viene riferito - si sono recati in Venezuela a metà ottobre per assicurarsi che il governo di Caracas conceda asilo agli alti funzionari del regime e alle loro famiglie e li lasci entrare nel Paese in caso di "sfortunato incidente".

mercoledì 7 dicembre 2022

Trump, Kanye West e il nazista: la cena della vergogna a Mar A Lago

@ - La candidatura di Trump alle presidenziali è ulteriormente compromessa dalle sue frequentazioni. Ecco perché.


L’onda rossa alle elezioni di medio termine non c’è stata, scrivevo a caldo, a spoglio in corso, nel blog pubblicato immediatamente dopo la chiusura dei seggi. Oggi è possibile un’analisi più ragionata sulle prospettive del voto presidenziale del 2024. Viene confermato che, nei due rami del Congresso, il Gop ha sostanzialmente perso, mentre avrebbe dovuto, e potuto, stravincere. Il Senato è infatti rimasto sotto il controllo dei democratici (qualsiasi esito possa sortire dal ballottaggio in Georgia il 6 dicembre per assegnare il centesimo seggio) che si sono già assicurati 50 senatori. Poiché la legge conferisce al vice presidente degli Stati Uniti il ruolo di presidente del Senato, con l’annesso potere di votare su ogni misura in caso di parità 50 a 50 tra i senatori, la vicepresidente Kamala Harris romperà lo stallo a beneficio dei Dem quando sarà il caso, esattamente come è stato nel primo biennio di Biden. Quanto alla Camera, sono stati assegnati finora 433 seggi, sul totale di 435, e il Gop ha ottenuto 220 deputati, contro 213 per i Dem, quindi ha una maggioranza risicatissima.

Eppure, e questa è la sorpresa che sparge sale sulle ferite repubblicane, gli americani che hanno scelto i candidati del Gop sono stati oltre 54 milioni (54.324.214), oltre 3 milioni in più dei 51 milioni (51.169.450) che hanno votato per i democratici (nel conteggio alla data del primo dicembre). In percentuale, il vantaggio è del 3%, ossia il 50,7% al Gop e il 47,8% ai Dem. Uno scarto di questa portata, dicono le statistiche, di solito si traduce in una conquista tra i 20 e i 30 deputati, mentre stavolta non è arrivata a 10. Se una (relativa) onda rossa a livello nazionale c’è stata, in altre parole, è finita contro gli scogli sbagliati, e non ha prodotto l’effetto politico atteso dai repubblicani, come pure dai sondaggisti.

I dati di dettaglio, Stato per Stato, sono una conferma del fallimento della leadership dell’ex presidente. Nei distretti degli Stati di New York, California, Florida, i repubblicani hanno raccolto le poche vittorie, niente affatto scontate alla vigilia, che hanno consentito al Gop, per lo meno, di passare in maggioranza alla Camera e di scalzare Nancy Pelosi dalla posizione di speaker.

Ma nei primi due Stati, per tradizione solidamente democratici, non è stata di sicuro l’influenza di Trump a migliorare la performance del Gop, bensì la fallimentare gestione democratica dei problemi sul territorio (la criminalità, i senza tetto a New York: 4 seggi conquistati; l’immigrazione clandestina, l’“educazione woke”, il costo della benzina a sei dollari al gallone in California: 2 seggi conquistati) ha generato un voto di reazione e protesta pro Gop. In Florida, è stato invece il governatore Ron DeSantis, con i suoi 4 anni di buona amministrazione a svolgere un ruolo positivo e di traino.

Su DeSantis torneremo in un prossimo blog, mentre per Trump vale subito qualche considerazione di sapore strategico negativo. Una è il cambio di percezione verso di lui dell’opinione pubblica, e dei media d’ogni colore. L’ex presidente ha lanciato la sua candidatura ufficiale, una settimana dopo il voto, spinto dall’urgenza di far dimenticare le sconfitte dei suoi “fedelissimi”, immolati alla causa del negazionismo trumpiano sulla vittoria dell’avversario. Ciò aveva trasformato il voto, da referendum su inflazione e crisi economica ed energetica contro un presidente democratico con il 40% di consensi, a mobilitazione in difesa della “democrazia minacciata da Trump” e dai suoi seguaci nella folle sommossa del 6 gennaio 2021 al Campidoglio di Washington.

Il Gop, ormai sempre più spaccato tra i fedeli a Trump e i fedeli a una idea di conservatorismo repubblicano che lavora per il dopo Trump, ha pagato caro alle urne l’atteggiamento e le mosse dell’ex leader, sempre meno indiscusso. Anzi, sempre più nel mirino per il suo comportamento auto-distruttivo. Trump, che non era mai stato convincente al 100% nel distanziarsi dagli estremisti dei gruppuscoli dei suprematisti bianchi e dei nostalgici del nazi-fascismo, stavolta si è superato. Ha accolto a cena a casa sua, a Mar A Lago, Kanye West, il rapper nero che negli ultimi mesi era diventato tristemente noto per dichiarazioni esplicitamente anti-semite. West si è presentato a cena con un suo amico, il 24enne Nick Fuentes, famigerato negazionista dell’Olocausto, che era già salito alle cronache nere per aver partecipato al raduno pro-Confederati di Charlottesville nel 2017.

Da poco presidente, con la sua posizione di condanna, pelosa, nel giudicare quella manifestazione violenta, Trump fornì ai suoi critici, Biden in testa, il destro per attaccarlo, da allora, come amico dei fascisti e degli antisemiti. Per forzata, o falsa, o strumentale che fosse l’accusa (il genero Kushner è ebreo, e la figlia Ivanka, sua moglie, si era convertita da tempo all’ebraismo) la cena di fine la novembre 2022 ha ora un valore di condanna irreversibile sul carattere e l’affidabilità, personale e politica, dell’uomo. Che Trump abbia poi detto di non sapere chi fosse Fuentes di certo non lo assolve, semmai aggrava il giudizio: colpevolmente ignorante? Socialmente incontinente? Irreparabilmente indisciplinato nelle sue relazioni? O semplicemente stupido, inqualificabile per la carica di contendente alla nomination repubblicana. È, tra gli altri, quello che ha fatto capire il capo dei senatori del Gop Mitch McConnell: «Chi cena con gli antisemiti è improbabile che sia mai eletto presidente», ha detto commentando la cena della vergogna.

Quello di Trump è stato un passo diretto, oggettivamente penalizzante, nella sua campagna per riconquistare la fiducia della maggioranza del partito repubblicano, per non parlare dell’elettorato in senso lato. Ma poi, a proposito di percezione, c’è un nemico più subdolo degli stessi autogol di Trump. Il calo di interesse, il senso di “fatigue”, di stanchezza. Ricordiamoci che, nel 2015 per farsi strada, ne disse di tutti i colori, o contro i messicani, o John McCain, o i giudici ispanici. Faceva scalpore, scandalo, audience stellari, e con i tweet affinò la tecnica di sfruttare i media. Ora, per il lancio della sua campagna “urgente” ha letto un discorso che, nei suoi contenuti, potrebbe essere persino condiviso da McConnell, tanto è intriso di buon senso politico repubblicano e scarico della verve dissacrante di un tempo. Così, il fatto nuovo è che nessuna Tv lo ha trasmesso per intero: quelle di sinistra ne hanno fatto fugaci cenni, e persino la Fox l’ha tagliato dopo 40 minuti. In generale, non ha lasciato traccia nell’agone politico. Insomma, il “personaggio” non tira più.

Ed Elon Musk, nuovo padrone di Twitter, gli ha fatto un doppio sgarbo: ha detto che lo ha riammesso, perché escluderlo era stato un grande errore dei precedenti proprietari, ma che gli sta benissimo se Trump non farà alcun Tweet, come l’ex presidente ha annunciato sul suo network personale, Truth Social, dove ha messo un sacco di soldi e che in pochi utilizzano (1,7 milioni di utenti, contro i 238 milioni di Twitter). Il secondo dispetto? Musk ha risposto “sì” con un tweet a chi gli ha chiesto se nel 2024 appoggerà il repubblicano Ron DeSantis. Per Musk è un cambio di partito: aveva sostenuto prima Obama e poi, nel 2020, Biden.

lunedì 5 dicembre 2022

Esplosioni in 2 aeroporti russi: «Colpiti bombardieri strategici, sono droni di Kiev»

@ - Esplosioni in due aeroporti russi. È di tre morti e sei feriti il bilancio di una esplosione che si è verificata nell’aeroporto militare russo di Ryazan, 200 chilometri a sud est di Mosca. Lo riportano la Ria Novosti e la Tass, affermando che la deflagrazione sarebbe stata causata da un’autocisterna carica di benzina. L’aeroporto militare di Ryazan ospita il centro di addestramento per l’aviazione a lungo raggio e gli aerei cisterna. Una seconda esplosione si è inoltre verificata nell’aeroporto di Engels, vicino a Saratov, dove secondo le fonti russe le forze armate ucraine hanno danneggiato due bombardieri strategici Tu-95 utilizzando un drone. Saratov è il punto di partenza dei bombardieri strategici utilizzati per gli attacchi sull’Ucraina. Fonti ucraine non ufficiali parlano di un attacco con droni di Kiev mentre Ukrainska Pravda attribuisce l’esplosione a un camion di carburante. Il governo ucraino non ha confermato l’attacco, come già accaduto in altre occasioni di misteriose esplosioni in territorio russo.


Engels-2 e Ryazan si trovano tra le 300 e 450 miglia dal confine con l’Ucraina, oltre la portata dei missili di Kiev, il che significa che è probabile che l’attacco sia stato effettuato da un drone.

Molti testimoni vicino alla base di Engels hanno riferito di aver visto un lampo e poi una luce. Il governatore della regione, Roman Busarghin ha scritto su Telegram «Cari cittadini, i social network e i media stanno diffondendo informazioni su un forte suono e un lampo verificatisi a Engels al mattino. Le informazioni sugli incidenti alle basi militari vengono controllate dalle forze dell’ordine». Il governatore della regione ha sottolineato che nei quartieri residenziali della città non sono stati registrati incidenti di emergenza, non c’e’ motivo di preoccupazione.

Le immagini satellitari di Engels
Ore prima delle esplosioni, l’azienda di armi ucraina Ukrobonoprom ha affermato di aver testato con successo un drone suicida con una testata che sarebbe stata in grado di raggiungere entrambe le posizioni.

L’esplosione arriva anche dopo che la scorsa settimana sono state rilasciate immagini satellitari che mostrano i bombardieri della base aerea di Engels pronti per un attacco all’Ucraina. Le immagini hanno mostrato un misto di aerei Tu-95 e Tu-160 riforniti di carburante e armati di missili da crociera, dopo che gli analisti hanno avvertito di un possibile attacco «su larga scala» contro l’Ucraina e le sue reti energetiche.

La guerra non piace più ai russi. "Improbabile che Mosca vinca"

@ - Ben oltre i nove mesi di guerra, centomila soldati caduti o seriamente feriti in Ucraina, prospettive di tregua o di pace vicine allo zero, sanzioni occidentali che mordono nella vita civile di ogni giorno: non può meravigliare che il sostegno dei russi all'avventura militare imposta da Vladimir Putin cominci seriamente a vacillare.

La guerra non piace più ai russi. "Improbabile che Mosca vinca"
© Fornito da Il Giornale

Pur premettendo doverosamente che le rilevazioni dell'opinione pubblica in Russia sono un esercizio difficilissimo, sia le cifre sia la fonte sembrano indicare un alto livello di credibilità. Sarebbero precipitati al 25% i russi che sostengono la continuazione del conflitto, mentre un solido 55% preferirebbe l'avvio di un negoziato per porvi fine. «Poiché è improbabile che la Russia ottenga importanti successi sul campo di battaglia nei prossimi mesi, è verosimile che per il Cremlino sia sempre più difficile mantenere anche solo una tacita approvazione della guerra tra la popolazione», si legge nel report del ministero della Difesa britannico. I dati sono stati raccolti «a uso interno» (cioè a uso del Cremlino e non per essere resi pubblici, ma sono finiti in mano all'intelligence britannica, che li ha diffusi) dal Servizio di protezione federale russo, e confermano quelli espressi da una rilevazione analoga effettuata nello scorso ottobre, che indicava nel 57% i favorevoli a colloqui di pace. Da notare che ancora nell'aprile scorso, meno di due mesi dopo l'avvio dell'invasione dell'Ucraina e quando già si stava palesando il fallimento dei suoi veri obiettivi, ben quattro russi su cinque sostenevano l'aggressione a Kiev. Il capovolgimento dei dati sembra avere due spiegazioni, entrambe legate alla mobilitazione parziale che ha arruolato circa 300mila civili russi da spedire al fronte: la prima, ovvia, è che la guerra ha cominciato a riguardare molto più direttamente milioni di persone che prima la osservavano da lontano; la seconda è il danno progressivo subìto dalla credibilità del regime, che fa sempre più fatica a coprire la realtà di una guerra vera e sanguinosa con la cortina fumogena della disinformazione di Stato. Mantenere il tacito sostegno alla guerra diventerà insomma giorno dopo giorno più difficile.

Intanto l'intensità del conflitto, a causa dell'avanzare della stagione fredda, si sta riducendo. Secondo la direttrice dell'intelligence degli Stati Uniti Avril Haines, la tendenza dovrebbe rimanere stabile per i prossimi tre mesi: entrambi gli eserciti hanno ora come obiettivo di consolidare le linee difensive (questo soprattutto i russi, che stanno ad esempio minando l'area urbana di Severodonetsk, conquistata dopo durissimi combattimenti la scorsa estate) e prepararsi a nuove offensive terrestri a partire dal prossimo marzo. Haines ricorda che la battaglia è ora in corso quasi solo sul fronte orientale di Donetsk e intorno alla strategica località di Bakhmut, difesa strenuamente dagli ucraini: qui i russi stanno impiegando ormai da settimane i feroci mercenari del gruppo Wagner.

Quanto alle prospettive generali del conflitto, e in particolare della prossima primavera, l'intelligence americana è piuttosto scettica sulla effettiva capacità dei russi di contrattaccare. Anche per una ragione direttamente legata all'efficacia delle sanzioni occidentali: la produzione delle munizioni in Russia è insufficiente a compensare le grandi quantità che vengono consumate in Ucraina. È questa una delle concrete ragioni per cui a Putin farebbe molto comodo una tregua. Un'altra inquietante notizia riguarda la piaga della deportazione in Russia di un numero altissimo di cittadini ucraini. In particolare, soltanto i minori portati via dagli occupanti sarebbero dodicimila, ma la cosa più tragica è che alcuni di loro sono stati costretti a combattere contro i loro stessi compatrioti. Questa infamia è resa possibile dai referendum-farsa che Putin ha fatto tenere alla fine dello scorso settembre nelle province ucraine occupate di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia, che sono state poi annesse alla Russia. In base a questa finzione di stampo genocida, gli ucraini che vi risiedono diventano automaticamente cittadini russi, con i doveri militari che ne conseguono.

domenica 4 dicembre 2022

Macron raccomanda di offrire alla Russia «garanzie di sicurezza» se decide di negoziare la pace in Ucraina

@ - Il Presidente francese Emmanuel Macron ha dipinto un ampio quadro di sicurezza a medio termine del conflitto in Ucraina, raccomandando, dopo essersi impegnato a continuare a inviare aiuti al governo di Kiev, che la Russia riceva una sorta di "garanzia di sicurezza" se decide di sedersi e negoziare la fine del conflitto.

Il presidente francese Emmanuel Macron - Christoph Soeder/dpa
© Fornito da News 360

"Nelle prossime settimane dovremo aiutare l'Ucraina a resistere, gli ucraini a tenere duro, a continuare ad aiutare militarmente e a intervenire in modo molto preciso per proteggere le centrali elettriche", ha spiegato Macron in un'intervista trasmessa sabato su TF1.

Tuttavia, il presidente ha anche raccomandato di continuare a preparare il "dialogo" per "il giorno in cui tutti torneranno al tavolo (dei negoziati)".

"C'è una cosa che dipende dagli ucraini, è la questione dei confini. È qualcosa a cui dobbiamo prepararci", ha dichiarato il Presidente, appena rientrato da una visita negli Stati Uniti, dove ha incontrato il Presidente Joe Biden, durante la quale i due hanno discusso "l'architettura di sicurezza in cui vogliamo vivere domani".

Macron ha quindi fatto riferimento ai timori della Russia per la presenza della NATO ai suoi confini, soprattutto quando Paesi come la Svezia e la Finlandia hanno chiesto di entrare a farne parte a seguito del conflitto.

"È una questione che fa parte dei fattori di pace e quindi una questione per la quale dobbiamo essere preparati: cosa siamo pronti a fare, come proteggiamo i nostri alleati e gli Stati membri, dando al contempo garanzie per la loro sicurezza alla Russia il giorno in cui tornerà al tavolo?".

Ucraina: bombardata centrale nucleare

@ - Continuano i bombardamenti nell’area della centrale nucleare di Zaporizhzhia che sono andati avanti tutta la notte.

droni turchi guerra

L’esercito russo ha bombardato tutta la notte il distretto di Nikopol, nella regione orientale di Dnipropetrovsk, nella zona della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Secondo quanto riporta il capo militare della regione sono stati danneggiati gasdotti e le reti elettriche.I russi hanno bombardato il distretto di Nikopol per tutta la notte, ma il centro del distretto è stato il più colpito. Più di 30 proiettili nemici sono caduti su Nikopol (di fronte alla centrale nucleare) ma fortunatamente le persone non sono rimaste ferite. Due dozzine di abitazioni, fabbricati agricoli, reti elettriche e gasdotti e 50 sono stati danneggiati”.

Pericolo nucleare per i bombardamenti nell’area
Nel frattempo il direttore generale dell’Aiea ha dichiarato:Sto lavorando alla creazione di una zona di protezione della centrale nucleare per evitare attacchi e danni”. Inoltre ha annunciato che tornerà sia in Russia che in Ucraina per trovare un accordo per la messa in sicurezza della zona intorno ai reattori della centrale. Secondo quanto dice a Sky tg24 Grossi, “Il pericolo è imminente perché quasi ogni giorno ci sono attacchi o interruzioni della fornitura di elettricità

La centrale, che è la più grande in Europa, comincia a funzionare con i generatori di emergenza”. Questa situazione è senza precedenti ed è inaccettabile per un impianto industriale di questa dimensione e con il materiale nucleare che vi si trova, come sottolinea il direttore dell’Aiea.

Gli attacchi russi non accennano a fermarsi. A Kherson i bombardamenti hanno costretto migliaia di cittadini a evacuare la loro residenza.L’evacuazione è necessaria a causa della possibile intensificazione delle ostilità in questo territorio hanno detto dall’am-ministrazione.

sabato 3 dicembre 2022

Guerra nucleare, l’Italia sarebbe pronta? Siamo senza scudo e bunker, in Svizzera 360.000 rifugi

@ - In caso di guerra nucleare l’Italia al momento non avrebbe uno scudo antimissilistico e dei rifugi antiatomici: se la situazione dovesse degenerare, potremmo non essere pronti.


Dallo scorso 24 febbraio l’Europa - se non il mondo intero - vive con la costante angoscia di una guerra nucleare. Con il passare dei mesi, questo timore invece che evaporare si è invece rafforzato.

Del resto le ultime notizie che arrivano dall’Ucraina non sono molto rassicuranti a riguardo.L’uso delle armi nucleari… indica già che questa è una guerra nucleare, la Terza Guerra Mondiale - ha dichiarato nelle scorse ore Volodymyr Zelensky - Se la Russia usa armi nucleari, il mondo in cui viviamo non esisterà più. Cioè, ci sarà un mondo completamente diverso, in cui la potenza che usava armi nucleari cesserà definitivamente di esistere. Ne sono assolutamente certo”.

Quasi in contemporanea, l’agenzia Ria Novosti ha dato notizia di come la Russia avrebbe testato nel Mar Baltico il Bulava, un missile che è stato lanciato con successo da un sottomarino nucleare.

Da quando l’esercito di Kiev ha iniziato a riconquistare terreno, la Russia più volte ha dichiarato di essere disposta a usare anche armi nucleari per difendere il proprio territorio, accusando poi l’Ucraina di essere pronta a usare delle bombe sporche.

Insomma, mai come in questo momento lo spettro di una guerra nucleare aleggia sopra i cieli del Vecchio Continente; ma se la situazione dovesse precipitare, l’Italia sarebbe pronta ad affrontare una situazione del genere? La risposta - purtroppo - sembrerebbe essere negativa.

Guerra nucleare: Italia senza scudo
Poche settimane dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, in una intervista a Money.it il generale Carlo Landi ha spiegato che “se qualche nazione ostile decidesse di lanciare verso l’Italia un missile balistico, che volendo può trasportare anche una testata nucleare, con ogni probabilità il nostro Paese non sarebbe in grado di intercettarlo”.

L’Italia ha in servizio 6 batterie di missili SAMP-T ciascuna delle quali potrebbe difendere il territorio di città come Roma - ha spiegato il generale - Ci sono poi alcuni sistemi navali dotati di missili della stessa famiglia dei SAMP. Come per le batterie terrestri il numero è limitato e le unità potrebbero difendere zone costiere limitate, ma per farlo dovrebbero lasciare indifese le unità navali”.

Da allora poco è cambiato a riguardo nonostante il fondato rischio di una guerra nucleare. Di recente quattordici Paesi hanno firmato una lettera di intenti per lo sviluppo della European Sky Shield Initiative, uno scudo antimissile che dovrà proteggere buona parte dei cieli europei.

Tra di questi però non figura l’Italia, che comunque avrebbe in ballo altri progetti come Twister (Timely warning and Interception with space-based theater) che dovrebbe entrare in funzione entro il 2030.

In sostanza se il conflitto in Ucraina dovesse degenerare in una guerra nucleare, con ogni probabilità l’Italia non sarebbe in grado di intercettare un missile balistico russo tanto che, una simulazione pubblicata dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo - IRIAD, ha previsto nell’immediato 55.000 morti nel Belpaese in caso di un attacco atomico.

Mancano i rifugi antiatomici
Per non ripetere gli errori commessi con il Covid, quando il nostro Paese si è fatto cogliere impreparato visto che il piano pandemico non era aggiornato da anni, lo scorso 14 marzo la Protezione Civile ha dato una rinfrescata al piano riguardante un disastro nucleare.

In caso di un incidente atomico, altra ipotesi tristemente possibile visti i missili che continuano a sfiorare le centrali nucleari presenti in Ucraina, l’Italia saprebbe cosa fare con il “riparo al chiuso e la iodoprofilassi” nelle zone più a rischio.

Se invece l’Italia malauguratamente dovesse essere oggetto di un attacco missilistico nucleare, come detto oltre a non avere un adeguato scudo saremmo anche senza dei bunker antiatomici. Esclusi quelli privati, nel nostro paese infatti non esistono rifugi dove poter mettere al sicuro la popolazione (eccetto quello di Sant'Oreste).

Situazione diametralmente opposta invece in Svizzera, dove in caso di una guerra nucleare ci sarebbero già pronti 360.000 rifugi antiatomici capaci di poter accogliere anche più persone rispetto l’intera popolazione.

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“Pericolo nucleare imminente”: l’allarme per i bombardamenti sulla centrale di Zaporizhzhia

@ - Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’agenzia atomica, Rafael Mariano Grossi, lancia l’allarme di un “pericolo nucleare imminente” per le bombe sulla centrale di Zaporizhzhia.


Il pericolo nucleare non deve essere sottovalutato e, anzi, è ritenuto imminente. A lanciare l’allarme è Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’agenzia atomica (Aiea), in un’intervista a SkyTg24. “Il pericolo è imminente perché quasi ogni giorno ci sono attacchi o interruzioni della fornitura di elettricità”, avverte Grossi parlando della centrale di Zaporizhzhia, in Ucraina.

Parole che nella notte vengono confermate anche dai fatti, con l’Ucraina che denuncia nuovi bombardamenti nella zona. Il rischio di gravi conseguenze con gli attacchi nell’area della centrale è quindi concreto, anche se in questi giorni proseguono i negoziati con Mosca e Kiev nella speranza che si possa mettere fino alle ostilità in una zona così a rischio.

Il pericolo nucleare a Zaporizhzhia
Zaporizhzhia è la centrale nucleare più grande d’Europa, come ricorda Grassi, e “comincia a funzionare con i generatori di emergenza”. Problema non di poco conto, tanto che il direttore dell’Aiea parla di una situazione senza precedenti e spiega che è “del tutto inaccettabile per un impianto industriale di questa dimensione e con il materiale nucleare che vi si trova”. Da qui l’allarme per il pericolo imminente.

Le trattative con la Russia per la sicurezza di Zaporizhzhia
Grossi spiega di essere al lavoro per introdurre una zona di protezione intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia per evitare qualsiasi attacco. In questo momento la trattativa con ucraini e russi, assicura, è in atto. Il direttore dell’Aiea sottolinea di essere già stato una volta in Russia e pensa di tornarci presto, così come farà anche in Ucraina.

Sul dialogo con Mosca Grossi è moderatamente ottimista: “Putin è disposto a lavorare con me, me lo ha detto, poi bisogna vedere”. Di certo, aggiunge ancora, “c’è bisogno del supporto di entrambe le parti, altrimenti non funzionerà”.

La proposta per fermare bombe su centrale nucleare
Grossi è intervenuto anche ai Med dialogues a Roma, spiegando che ora c’è una proposta sul tavolo per fermare le bombe sulla zona della centrale nucleare. Ha spiegato che il suo ruolo non è denunciare chi bombarda, ma trovare una soluzione che porti a creare una zona di protezione intorno alla centrale.

Ci siamo quasi, credetemi”, ha assicurato parlando della proposta per fermare i bombardamenti nell’area a rischio per la presenza della centrale di Zaporizhzhia. Una proposta che quindi va avanti e su cui Grossi si dice fiducioso: “Avremo successo”, assicura non fornendo però ulteriori dettagli.

I bombardamenti vicino Zaporizhzhia
A confermare la minaccia paventata da Grossi ci sono anche i nuovi bombardamenti russi nella zona della centrale di Zaporizhzhia. Kiev denuncia che nella notte ci sono stati nuovi episodi e per ore è stato colpito il distretto di Nikopol, danneggiando gasdotti e reti elettriche. I colpi - fanno sapere le autorità ucraine - sono caduti “di fronte alla centrale nucleare”, ma fortunatamente non ci sono state vittime.

Ucraina, Putin apre a colloqui con Usa ma rifiuta condizioni. Petrolio russo, price cap Ue

@ - Non ci saranno, per ora, colloqui tra Usa e Russia. Il presidente statunitense Joe Biden ha aperto alla possibilità di parlare con Vladimir Putin, ponendo però come condizione per la pace che le truppe di Mosca lascino per prima cosa i territori dell'Ucraina.


Ucraina, Putin apre a colloqui con Usa ma rifiuta condizioni. 
Petrolio russo, price cap Ue© Fornito da Quotidiano.Net

Condizione rifiutata categoricamente dal capo del Cremlino, che chiede invece agli Stati Uniti - fa sapere il portavoce Peskov - di riconoscere come territorio della Federazione le regioni ucraine recentemente annesse. Intanto i ventisette Stati dell'Unione europea hanno raggiunto un accordo sul tetto al prezzo del petrolio russo: viene fissato a 60 dollari al barile. Si tratta di una ulteriore mossa, in accordo con gli alleati del G7, per privare Mosca di una delle principali fonti di finanziamento della guerra contro l'Ucraina. Si indaga poi su pacchi insanguinati contenenti occhi di animali spediti alle ambasciate e ai consolati ucraini in cinque paesi europei. "È in corso una campagna ben pianificata di terrore e intimidazione delle ambasciate e dei consolati dell'Ucraina", ha affermato il ministro degli esteri ucraino Kuleba. Atti di vandalismo anche alla residenza dell'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash: ignoti sono riusciti ad entrare nel palazzo, coprendo di escrementi la porta di ingresso, le scale e le pareti. Non ci sono prove sui mandanti, ma i sospetti (soprattutto quelli di Yurash) cadono sul Cremlino. Il presidente Zelensky ha firmato un decreto che pone restrizioni all'attività della Chiesa ortodossa del Paese legata al Patriarcato di Mosca. Azione che l'ex presidente russo Medvedev ha commentato così: le autorità "sataniste" di Kiev" sono diventate apertamente nemiche di Cristo e della fede ortodossa". Ieri, a seguito dell'incontro alla Casa Bianca, tra il presidente americano Biden e quello francese Macron, è stato deciso che il 13 dicembre a Parigi si terrà una conferenza internazionale di pace sull'Ucraina, con lo scopo quindi di raccogliere aiuti per Kiev.

martedì 29 novembre 2022

Pnrr, governo nei guai: soldi non spesi, extra-costi e tempi che si allungano

@ - Pnrr, si rischia il caos: tra obiettivi che difficilmente verranno raggiunti, aumento dei costi e difficoltà nello spendere i soldi ottenuti, il governo può andare in difficoltà.


Il Pnrr può diventare un bel problema per il governo Meloni - ma le conseguenze saranno soprattutto per i cittadini visto che la maggior parte dei fondi è sotto forma di prestito - e non solo per le rimostranze dell’Ue sul tema del Pos obbligatorio.

Nelle scorse ore a preoccupare sono le dichiarazioni fatte da due ministri fondamentali per il nostro Pnrr: Matteo Salvini che è alle Infrastrutture e Raffaele Fitto, che ha l’apposita delega al Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Pensare di ultimare le opere e rendicontare tutte le opere previste dal Pnrr entro il 2026 - ha dichiarato Matteo Salvini - è un puro esercizio di fantasia perché siamo a fine 2022. Rimodulare modi, tempi e costi penso che sia un’operazione di serietà”.

Un concetto questo ripreso anche dal ministro per il Mare Nello Musumeci:Io sono dell’avviso che il Pnrr andrebbe prorogato almeno di un paio d’anni. Con i ritardi che si sono determinati anche a causa della guerra, è davvero difficile poter rispettare i termine del fine dicembre 2026. Vari i fattori. Le procedure che non sono semplificate. I tanti Comuni che non hanno personale sufficiente o adeguato a poter sostenere la progettazione. E tutto questo non può che imporre la necessità di uno spazio maggiore, con monitoraggio costante”.

A leggere le parole di Musumeci resta da capire cosa abbiano fatto governo, Regioni e Comuni dal 2021 a oggi per superare le difficoltà elencate; in questo scenario, sono però le parole del ministro Raffaele Fitto a gettare più di un ombra sul nostro Pnrr.
Pnrr: Italia in difficoltà

Il governo Meloni non dovrà affrontare solo problemi relativi alle tempistiche delle opere inserite nel Pnrr, tema questo che comunque sarà discusso in sede europea anche se Bruxelles non sembrerebbe essere favorevole a una revisione dei vari piani.

Raffaele Fitto nelle ultime ore ha rilasciato diverse dichiarazioni sul Pnrr abbastanza preoccupanti; per prima cosa il ministro ha posto l’accento sugli extra-costi dovuti all’inflazione “è peggio del previsto”, con il conto totale che sarebbe già arrivato a 10 miliardi.

Ci sono 120 miliardi di opere pubbliche, sui 230 totali, e c’è un aumento delle materie prime del 35%” ha spiegato Fitto a La Repubblica, con il Pnrr che di conseguenza “va probabilmente implementato”.

Altro punto critico sono gli obiettivi che il governo deve raggiungere entro il 31 dicembre 2022 per sbloccare la prossima tanche di finanziamenti; sempre stando a La Repubblica, sui55 obiettivi a scadenza dicembre 2022, su 30 si scontano seri ritardi”.

L’Italia così rischierebbe di vedersi congelare l’erogazione dei fondi, ma il nostro Paese al momento non sta riuscendo a utilizzare quelli che già ha in cassa: il piano iniziale prevedeva di spendere 42 miliardi entro la fine del 2022, con l’asticella che poi è stata abbassata a 33 e infine a 22 miliardi.
La spesa prevista al 31 dicembre - ha spiegato Fitto - credo non arrivi neanche ai 22 miliardi, stiamo osservando i dati precisi e temo proprio che i soldi non siano quelli: quindi c’è una criticità che va posta, che è quella della capacità di spesa”.

In conclusione l’Italia entro la fine dell’anno probabilmente spenderà meno della metà dei soldi già incassati, difficilmente riuscirà a raggiungere tutti gli obiettivi per sbloccare la prossima rata, ha già dei costi extra stimati in 10 miliardi e, come se non bastasse, il riuscire a completare le opere entro il 2026 è stato definito da Matteo Salvini “pura fantasia”.

Il Pnrr, seppur con tassi molto agevolati, indebiterà gli italiani per 122,6 miliardi: se la mission era quella di risollevare il Paese dopo lo tsunami rappresentato dal Covid, se queste sono le premesse il Recovery potrebbe rappresentare un macigno che andrà a gravare sulle prossime generazioni.

giovedì 24 novembre 2022

Putin isolato dagli alleati, il presidente armeno apre la crisi: «Non ha firmato l'accordo Otsc». E in pubblico lo scansa

@Emarginato dall'Occidente, sfiduciato da molti in Russia e adesso allontanato anche dagli alleati. Il mondo di Vladimir Putin è stato stravolto dalla guerra in Ucraina. Doveva essere un'operazione semplice, ma si sta trasformando in un lungo "De profundis" dello zar.

Putin isolato dagli alleati, il presidente armeno apre la crisi: «Non ha firmato l'accordo Otsc». E in pubblico lo scansa© Redazione

L'ultimo episodio arriva dalla conferenza dall'Otsc, il comitato simile alla Nato formato dai sei Paesi post-sovietici Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. I leader degli stati membri si sono incontrati a Yerevan e il padrone di casa, il presidente armeno Nikol Pashinyan, ha rotto il fronte interno decidendo di non firmare la bozza di dichiarazione finale. Un atto simbolico, che accentua l'isolamento attuale di Putin.


Cosa è successo
Il clima di tensione tra Russia e Armenia si è avvertito sin dalle prime ore, quando per la foto di rito, Pashinyan ha vistosamente scansato Putin. Il presidente armeno dice qualcosa a Japarov (presidente del Kirghizistan) e si allontana dal collega di Mosca. Poi si mette in posa per i fotografi, che immortalano la scena. Un gesto notato da Putin, che prova a fare finta di niente. L'imbarazzo però è evidente. La tensione è continuata nelle ore successive, fino a raggiungere il suo culmine, quando seduti alla tavola rotonda e pronti a firmare la dichiarazione finale, gli altri capi di stato restano senza parole per il passo indietro di Pashinyan.

Il presidente armeno ha deciso che non firmerà l'accordo che era stato trovato a fatica. Putin butta via la penna in gesto di stizza, mentre Lukashenko (fedelissimo e amico del capo russo) sembra restare senza parole. Nella conferenza stampa di chiusura Putin ha provato a smorzare il caso: «Raramente è possibile raggiungere un accordo su tutte le questioni, ma nel complesso il lavoro è stato molto intenso e utile». Ma la rottura è evidente e accentua le difficoltà di Putin con gli alleati. Recentemente anche la Cina si è mostrata reticente verso Mosca.

Perché l'Armenia scarica la Russia
La rottura tra Armenia e Russia (seppur i legami economici restano ben saldi al momento) non è di certo una sorpresa e ha un motivo ben preciso. Nell'escalation di tensioni con l'Azerbaigian avvenuto a settembre, Yerevan si aspettava un intervento dell'alleato russo, che però è mancato. Putin si è limitato a dirsi «preoccupato per quello che sta succedendo», ma il supporto all'Armenia è stato nullo.

Un immobilismo dovuto soprattutto alla guerra in Ucraina, che non permetteva al Cremlino di impiegare nuove risorse preziose altrove. Tanto che l'Azerbaigian è riuscito a colpire per la prima volta all'interno dei confini armeni. L'articolo 4 del trattato Otsc stabilisce (come per la Nato) che un attacco a un membro sarà considerato un attacco a tutti e obbliga gli altri membri a fornire supporto militare. Ma questo patto i russi sono venuti meno, scatenando le ire degli armeni.

Guerra, rivelazioni shock di Johsnon: Draghi timoroso, la Germania “tifava” Russia

@ - In una intervista Boris Johnson ha attaccato Francia, Germania e Italia sulla guerra in Ucraina: Draghi inizialmente esitò a schierarsi fermamente contro Putin a causa del gas.


Sulla guerra in Ucraina stanno passando - inspiegabilmente - sotto traccia le parole pronunciate da Boris Johnson durante una intervista rilasciata a Cnn Portogallo, con l’ex primo ministro inglese che ha lanciato autentiche bordate verso i governi di Italia, Germania e Francia.

Stando a quanto riferito da Johnson, poco prima che scoppiasse la guerra in Ucraina il nostro governo che in quel periodo era guidato da Mario Draghi, esitò a schierarsi in maniera convinta contro Vladimir Putin.

Il motivo di questa paura di fondo dell’Italia nei confronti della Russia per Boris Johnson è da ricercare nella dipendenza del nostro Paese dal gas russo. “A un certo punto - ha affermato l’ex primo ministro riferendosi a Draghi - stava semplicemente dicendo che non sarebbe stato in grado di sostenere la posizione che stavamo assumendo contro Mosca, data la massiccia dipendenza dell’Italia dagli idrocarburi russi”.

In sostanza le principali cancellerie occidentali erano già a conoscenza dell’imminente guerra in anticipo rispetto all’inizio dell’invasione da parte della Russia, ma in quei concitati momenti Draghi sarebbe stato titubante a sposare subito la linea dura della Nato a causa della dipendenza dell’Italia dal gas russo.

C’è da dire comunque che appena lo scorso 24 febbraio è iniziata “l’operazione speciale” di Putin nei confronti dell’Ucraina, l’Italia subito ha condannato fermamente l’invasione russa schierandosi con Kiev non solo con le parole, ma anche con i fatti tra aiuti militari e l’avallo delle sanzioni nei confronti di Mosca.

Guerra in Ucraina: Johnson attacca anche Francia e Germania
Se l’Italia poco prima dello scoppio della guerra in Ucraina sarebbe stata rea di non essersi schierata subito contro Putin vista la nostra dipendenza energetica dalla Russia, Boris Johnson nella sua intervista non ha risparmiato attacchi anche a Francia e Germania.

Secondo l’ex inquilino di Downing Street, a fine estate sfiduciato dal suo stesso partito dopo una serie di scandali che hanno portato a un crollo dei Tory nei sondaggi d’Oltremanica, la Francia negava che la Russia fosse sul punto di invadere l’Ucraina.

Ancora più forti sono le parole di Johnson nei confronti del governo tedesco:Il punto di vista della Germania era che in caso di guerra sarebbe stato meglio che tutto finisse rapidamente e che l’Ucraina si piegasse”. Anche in questo caso, come per l’Italia, le motivazioni sarebbero state prettamente economiche.

Una circostanza questa che è stata smentita da Berlino, con il cancelliere Olaf Sholz che ha spiegato come Boris Johnson abbia un rapporto unico con la verità, questo caso non è un’eccezione”.

Fin quando è stato in carica come primo ministro inglese, Boris Johnson durante questa guerra è stato uno dei più ferrei alleati dell’Ucraina, tanto che Volodymyr Zelensky al momento del suo addio a Downing Street lo ha voluto ringraziare apertamente.

Quelle di Johnson però sono autentiche bordate nei confronti delle principali potenze dell’Unione europea, perché quando affermi che la Germania per ragioni economiche sperava in una guerra rapida e vittoriosa per la Russia, di certo non sono parole che possono passare inosservate.

mercoledì 16 novembre 2022

8 miliardi di persone: ecco quante ce ne sono in ogni Paese del mondo

@ - In soli 48 anni, la popolazione mondiale è raddoppiata, passando da quattro a otto miliardi. Naturalmente, gli esseri umani non sono equamente distribuiti in tutto il pianeta e i paesi assumono tutte le forme e dimensioni.


Le visualizzazioni in questo articolo mirano a creare un contesto su come gli otto miliardi di persone sono distribuiti in tutto il mondo.

Nel 2022, la popolazione totale dell'Africa è di 1,4 miliardi di persone. Molti dei paesi con i tassi di crescita più rapidi si trovano in Africa e si prevede che entro il 2050 la popolazione del continente salirà a 2,5 miliardi.

Con 4,7 miliardi di persone nel 2022, l'Asia è di gran lunga la regione più popolosa del mondo. Il continente è dominato dai due massicci centri abitati della Cina e dell'India. Nel 2023 si verificherà un grande cambiamento, con l'India che supererà la Cina per diventare il paese più popoloso del mondo. La Cina ha mantenuto il primo posto per secoli, ma la discrepanza tra i tassi di crescita dei due paesi ha reso solo una questione di tempo prima che questo traguardo arrivasse.

La popolazione europea nel 2022 è di 750 milioni di persone, più del doppio degli Stati Uniti. Un secolo fa, la popolazione europea era vicina al 30% del totale mondiale. Oggi quella cifra è inferiore al 10%. Ciò è, in parte, dovuto alla crescita della popolazione in altre regioni del mondo. Ancora più importante, però, la popolazione europea si sta riducendo in un certo numero di luoghi, in particolare nell'Europa orientale. Molti dei paesi con i tassi di crescita più lenti si trovano nei Balcani e nei paesi dell'ex blocco sovietico.

La popolazione del Nord America è di 602 milioni di persone nel 2022. Il continente è dominato dagli Stati Uniti, che costituiscono più della metà della popolazione totale. La popolazione americana sta ancora crescendo modestamente (secondo gli standard globali), ma forse più interessanti sono i modelli di migrazione interna che si stanno verificando. Stati come il Texas e la Florida stanno vedendo un afflusso da altri stati.

La popolazione del Sud America nel 2022 è di 439 milioni. Il Brasile costituisce quasi la metà di quel totale.

La popolazione della regione dell'Oceania è di 44 milioni di persone, solo leggermente superiore alla popolazione della California. Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea costituiscono la parte del leone della popolazione di questa regione.