domenica 7 agosto 2022

Ucraina, Mosca annuncia la distruzione di 45mila munizioni della Nato. Nella notte 40 razzi vicino alla centrale di Zaporizhzhia

@ - Un arsenale con 45 tonnellate di munizioni che l'esercito ucraino aveva ricevuto dai Paesi membri della Nato è stato distrutto dalle forze russe nella regione ucraina di Mykolaiv (sud): lo ha reso noto il ministero della Difesa russo, secondo quanto riporta Interfax.


"Questa notte circa 60 razzi di tipo 'Grad' sono caduti sugli insediamenti costieri tra Nikopol e Zaporizhzhia, 40 dei quali sul villaggio di Marhanets", sulla sponda nord del fiume Dnipro, a soli 10 km dalla centrale nucleare di Zaporizhzhia sulla sponda sud.

Lo ha reso noto su Telegram Yevhen Yevtushenko, il capo dell'amministrazione militare del distretto della vicina Nikopol.

"Sono state danneggiate case, edifici, condutture e reti elettriche. Due persone sono rimaste ferite, una delle quali, un uomo di 64 anni, è in ospedale con ferite gravi", ha aggiunto Yevtushenko.

Intanto quattro navi con prodotti alimentari ucraini, inclusa una con 6mila tonnellate di olio di semi di girasole destinate all'Italia, sono partite oggi da porti ucraini del Mar Nero nell'ambito di un accordo per sbloccare l'export via mare del Paese: lo hanno dichiarato funzionari ucraini e turchi, come riferisce il Guardian. La nave diretta in Italia, a Monopoli, è la Mv Mustafa Necati. Le altre tre sono la Mv Glory, diretta a Istanbul con 66mila tonnellate di grano; la Mv Star Helena, diretta a Nantong/Machong (Cina) con 45mila tonnellate di farina; e la Mv Riva Wind, diretta a Iskenderun (Turchia) con 44mila tonnellate di grano.

L'allarme aereo è scattato nella notte a Kharkiv e Nikopol, nella regione di Dnipropetrovsk, per nuovi attacchi dei russi in Ucraina. Lo riferisce Ukrinform. I residenti di Kharkiv hanno detto di avere udito almeno tre potenti esplosioni. riporta Channel 24. Secondo Yevtushenko gli invasori hanno anche condotto bombardamenti in direzione della città di Marhanets e dell'insediamento urbano di Chervonohryhorivka.

Il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky ha accusato la Russia di utilizzare la centrale nucleare di Zaporizhzhia "per il terrore" dopo l'accertamento di gravi danni alla struttura. Kiev e Mosca si sono incolpate a vicenda per gli attacchi alla centrale di Zaporizhzhia, il più grande complesso nucleare d'Europa. Zelensky, nel suo discorso serale di sabato, ha accusato ancora una volta Mosca di terrorismo affrermando che "i terroristi russi sono diventati i primi al mondo a usare la centrale per il terrore".

Uno dei reattori della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, sotto il controllo delle forze russe, è stato spento, il bombardamento di venerdì ha causato un grave rischio per il funzionamento sicuro dell'impianto": lo ha dichiarato ieri la società ucraina per l'energia atomica Energoatom, in seguito agli attacchi che Kiev e Mosca si accusano reciprocamente di aver lanciato. "In seguito dell'attacco alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, il sistema di protezione di emergenza è stato attivato su uno dei tre reattori funzionanti, che si è spento", ha annunciato Energoatom in un messaggio su Telegram.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto di aver offerto al presidente russo Vladimir Putin di tenere un incontro con l'omologo ucraino Volodymyr Zelensky in Turchia. Venerdì Erdogan ha incontrato Putin a Sochi, in Russia, per rafforzare la cooperazione economica ed energetica tra i due Paesi. Si è trattato del secondo incontro tra i due presidenti dopo l'inizio della guerra, in luglio si erano visti a Teheran.

venerdì 5 agosto 2022

L’ultima lezione di Draghi: 50 miliardi senza fare debito, conti in ordine e Pnrr in anticipo

@Arriva a 17 miliardi il decreto Aiuti 2. La prima conferenza stampa del premier dopo la dimissioni. Che rivendica: “Siamo il paese che cresce di più e meglio in tutta Europa” come occupati e come Pil. “Ho fatto tanti auguri a chi deve affrontare la campagna elettorale” Intanto il Pd attacca Iv sull’assegno familiare. Ma è informato male.


A chi la evoca, forse anche oltre il verosimile, senza però saperne dare gli esatti contenuti, arriva la definizione autentica, originale. “L’agenda Draghi? Quando assunsi l’incarico (ormai 18 mesi fa, ndr) sapevo che avremmo avuto davanti alcune priorità. Poi se ne sono aggiunte altre, e altre ancora. Ecco, a tutto questo il mio governo ha cercato di rispondere con risposte pronte, credibili, con le riforme necessarie, con l’autorevolezza e affidabilità”. Nella prima conferenza stampa dopo le dimissioni - ma non sarà l’ultima - Mario Draghi appare un po’ più risposato del solito, quasi un filo abbronzato, e però puntuto ed essenziale. Attento a scansare e negare ogni domanda potenzialmente insidiosa circa un suo eventuale futuro in politica. Che non ci sarà. Del resto, chi potrebbe biasimarlo visto come è stato trattato.

50 miliardi in sette mesi senza nuovo debito
E però il suo governo porta in eredità al Paese altri 17 miliardi (tre in più del previsto) per combattere inflazione, caro prezzi, speculazione e caro energia. Sommati ai 33 già assegnati dall’inizio dell’anno, sono 50 miliardi distribuiti a famiglie ed imprese senza fare un centesimo di debito. Chi il 20 luglio è riuscito nell’impresa di mandare a casa l’ex presidente della Bce - 5 Stelle, Lega e Forza Italia - sono le stesse forze che da dicembre scorso ogni giorno, quasi un disco rotto, hanno invocato “uno scostamento di bilancio almeno di 50 miliardi”. Sono stati accontentati. Ma senza fare nuovo debito. Lasciando i conti in ordine. Anzi, trovando in quei conti le risorse per dare le risposte che chiede il Paese. Non tutte quelle che servono, ma sufficienti per registrare che “l'andamento dell'economia è di gran lunga migliore del previsto”, che “la crescita annuale è pari al 3,4%” quando l'Italia negli ultimi vent’anni non è mai cresciuta più del 2% e dunque “una crescita veramente straordinaria”. Persino il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’Italia “crescerà più degli altri Paesi”. Pur con tutte le nuvole che ci lasciamo alle spalle. E che abbiamo ancora all’orizzonte.

La distanza tra governo e Parlamento
Il Consiglio dei ministri è iniziato alle 17 e 20. La conferenza stampa alle 20 e andrà avanti fino alle 21. La regia malefica del destino vuole che mentre a Montecitorio il segretario dem Enrico Letta incontra i ribelli rossoverdi per tenerli dentro la coalizione più pazza di sempre, nel palazzo accanto, cioè palazzo Chigi, Mario Draghi va avanti nella sua mission di governare il paese e dargli gli strumenti per combattere inflazione e disuguaglianze. Sono due contesti che misurano tutta la distanza tra la politica alta e quella bassa. E che ancora di più fanno rimpiangere l’inopinata caduta dell’esecutivo Draghi. In tutto questo rassicura la certezza che il presidente Draghi e il ministro economico Daniele Franco lasceranno i loro incarichi tra fine ottobre e metà novembre - se le urne daranno un responso chiaro - ma fino a quel giorno, quale che sarà, faranno di tutto per gestire il destino di questo paese. Come dimostra l’intensa attività di approvazione di decreti delegati (Giustizia e semplificazione per il Pnrr) per far camminare le norme già approvate. E una serie di promesse che ieri Draghi - con un fare che è una via di mezzo tra il memento e la sua eredità politica - ha messo in fila durante la conferenza stampa.

Conti in ordine. Il Pnrr anche
Saranno, ad esempio, “realizzati tutti i 55 obiettivi che il Pnrr ci assegna entro la fine dell’anno” in anticipo rispetto al calendario, in tempo rispetto al passaggio del testimone con il suo successore e in modo di blindare il pagamento della terza rata di Pnrr (circa 20 miliardi). E saranno rispettate le scadenze di tutti i dossier. Il primo è sicuramente Ita: “Sarà chiuso entro 10 giorni, secondo la data prevista” ha tagliato corto dando anche un messaggio a Lufthansa, in pole per l’acquisto, che ieri sbuffava per la mancanza di risposte e avvertiva circa “la pazienza che sta per finire”. Anche Lufthansa deve avere pazienza: i termini sono termini, e non s’è mai visto chiudere una partita del genere prima del tempo fissato. Si chiuderà, però. Un avviso a chi, in campagna elettorale, s’era già illuso di poter usare anche questo argomento. Mario Draghi ha concluso la riunione del Cdm augurando a chi ha davanti la campagna elettorale di “realizzare tutti i loro sogni e anche di più”. Ma c’è ancora molto da fare. E la campagna elettorale non deve sfiorare queste ultime settimane o mesi di attività governativa. Non è un caso quindi che in conferenza stampa il premier porti con sè solo ministri tecnici: Daniele Franco, titolare del Mef, che ringrazia più e più volte per aver di fatto firmato 4 o 5 leggi di bilancio in 18 mesi; Roberto Cingolani che ha fatto il mezzo miracolo di garantire la differenziazione e la transizione dal gas russo in modo tale per cui - se va tutto come previsto a cominciare dal gassificatore di Piombino - l’Italia non soffrirà riduzioni e austerity (abbiamo gli stoccaggi al 74%, in linea per avere il 90% a fine ottobre, nessuno come noi in Europa); e Roberto Garofoli, l’uomo che tiene sotto controllo il cronoprogramma del Pnrr.

Le misure
Il decreto Aiuti bis mette a disposizione di famiglie e imprese ben 17 miliardi, tre in più del previsto. Nei 41 articoli del decreto ci sono più fondi per calmierare le bollette, la proroga di un mese dello sconto benzina, due miliardi e mezzo per ampliare il taglio del cuneo fiscale (un miliardo e 600 per i redditi sotto i 35 mila euro) e anticipare la rivalutazione delle pensioni (2,3 miliardi, una rivalutazione di due punti percentuale da ottobre in poi, tredicesima compresa), risorse per la sanità (un miliardo per le Regioni). Ma anche 600 milioni per i lavoratori autonomi, un miliardo per l’Ilva, per la scuola (un premio annuale di 5800 euro per il prof esperto, che ha superato due corsi di aggiornamento).

E’ il primo - e forse sarà l’unico - decreto che il Consiglio dei ministri approva dopo le dimissioni. Un decreto di spesa importante motivato dall’urgenza di intervenire in favore di famiglie ed imprese. Il testo, in Gazzetta nelle prossime ore, dovrà essere convertito entro i primi di ottobre. Il Parlamento è già convocato dal 6 settembre. Il governo non potrà mettere la fiducia. E sarà interessante misurare la maturità dei partiti di maggioranza e valutare se sapranno rinunciare ad usare queste misure come merce da campagna elettorale. Nel Consiglio dei ministri di ieri non ci sono state buone sensazioni in questo senso.

Il Pd attacca Italia viva
Dal fondo di 20 miliardi per l’assegno unico per le famiglie sono avanzati - per difetto nelle richieste - 630 milioni. La ministra Elena Bonetti (Italia viva) ha chiesto che quei soldi fossero redistribuiti tra le famiglie con redditi più bassi. Peccato che in Cdm nessuno l’abbia sostenuta e anzi, forse per un difetto di informazione, dal Pd abbiano iniziato ad attaccare - con il Cdm in corso - la ministra perchè non si è occupata di dare quei soldi a chi ne ha più bisogno. E’ stato esattamente il contrario. Un pessimo inizio di campagna elettorale con fallo a gamba tesa nella stessa metà campo. Del resto, la scarsa maturità dei partiti in campo si era già potuta misurare in mattinata al Senato dove l’approvazione della delega fiscale (“molto dispiaciuto di questo rinvio” ha detto Draghi) è stata rinviata a settembre. I partiti si sono impegnati a non presentare emendamenti. Su questo e su altri provvedimenti come i decreto approvato ieri. Ne riparliamo a settembre.

Due pilastri: famiglie e imprese; stipendi e pensioni
Proprio perchè si tratta del decreto di un governo in carica ma solo per gli affari correnti, la sua stesura è stata più lunga del solito. Draghi ha voluto coinvolgere tutti i partiti, anche Fratelli d’Italia, e i sindacati. E tutti hanno convenuto che i capisaldi di questa nuova spesa siano la replica degli Aiuti già in vigore per famiglie e imprese e l'intervento su temi indifferibili come cuneo e pensioni. Tra le varie misure spicca l'aumento delle risorse per le bollette nell'ultimo trimestre: i fondi salgono a 5 miliardi dai circa 3 del precedente decreto per consentire uno sconto maggiore, rispondendo così anche al recente allarme di Arera sul rischio di nuovi aumenti. Rafforzato il bonus sociale, arrivano più tutele per i vulnerabili e misure per la rateizzazione delle bollette. Le bollette potranno inoltre rientrare tra le misure di welfare aziendale (su proposta della ministra Bonetti, Italia viva). Per la benzina la proroga dello sconto di 30 centesimi sulle accise sarà solo di un mese (dal 21 agosto al 20 settembre, costo di 900 milioni). E’ solo una questione tecnica: una volta noti gli incassi dall’extragettito di luglio, si potrà procedere con la proroga fino alla fine di ottobre. Sempre sul fronte del caro-energia, poi, vengono replicati i crediti di imposta per 3 miliardi.

“Opereremo ancora, se necessario”
“Se necessario opereremo ancora seguendo le stesse direttive: aiutare famiglie e imprese contro l’inflazione” assicura Draghi. Un messaggio al paese ma soprattutto ai mercati: l’Italia ha un governo in carica pronto ad intervenire. Si occuperà della Nadef e della cornice, i numeri, della legge di Bilancio, i fondamentali e gli obiettivi. “Quelli sarebbe bene che fossero confermati” ha suggerito Franco. Così come il governo Draghi ha ancora la possibilità di vedere realizzato il tetto al prezzo del gas a settembre-ottobre, nel prossimo consiglio. “Abbiamo ottenuto un impegno esplicito della Commissione europea a presentare una proposta che ora finalmente potrà essere discussa. Sottolineo che chi sosteneva che un tetto poteva scatenare una reazione negativa della Russia dovrebbe oggi riflettere: la Russia sta tagliando le forniture e in più ci fa pagare questi prezzi”.

Il peso dell’incertezza politica
Il premier non nasconde che all'orizzonte si stagliano nuvole minacciose. Pesa anche l'incertezza politica. “Servirà coesione sociale e coesione politica”, saranno “necessarie” per riaffermare la credibilità acquisita da questo esecutivo e per poter fare tutte le riforme “senza vincoli” da parte dell'Europa. E a proposito di governo in carica, si sta verificando la sgradevole situazione delle aziende del comparto energia, quelle stanno facendo miliardi di fatturato in più con la guerra e il caro energia, che non stanno versando le somme richieste allo Stato che ha tassato del 40% l’extraprofitto per finanziare le misure. Draghi assicura che “pagheranno tutto. In questo decreto ci sono anche provvedimenti che aumentano fortemente le sanzioni per gli obblighi al pagamento. Se non c'e' una risposta siamo pronti a mettere mano ad altri provvedimenti”. Il presidente del Consiglio calca la mano: “Non è tollerabile che in questa situazione in cui le famiglie sono in difficoltà e le imprese anche, ci sia un settore che sta guadagnando ed elude una disposizione del governo”. Il governo c’è. Appunto. E questa è una bella notizia.

domenica 24 luglio 2022

La politica sia affidata solamente ai «virtuosi»

 @ Gabriele Pedullà recensisce il volume di James Hankins La politica della virtù. Formare la persona e formare lo Stato nel Rinascimento italiano(Viella) definito dalla critica un «capolavoro magistrale» e «forse il più importante studio mai scritto sul pensiero politico del Rinascimento» alla sua uscita due anni fa in inglese. 

Signoria. Pedro Berruguete (o Giusto di Gand), 
«Ritratto di Federico da Montefeltro con il figlio Guidobaldo», 1475 circa

In effetti il volume di Hankins segna uno spartiacque e divide la ricerca sulla teoria politica della prima età moderna in un prima e un dopo. In cosa consiste questa rottura? Nel XX secolo gli specialisti hanno raccontato il pensiero politico del Rinascimento come scontro frontale tra sostenitori delle repubbliche e dei principati. Da un lato gli amanti della libertà, dall'altro i propagandisti prezzolati del despotismo tirannico: in qualche caso addirittura in un'anticipazione della lotta tra le democrazie occidentali e Adolf Hitler. Negli ultimi venti anni, però, diversi studiosi hanno cominciato a contestare questa lettura. Troppi elementi non tornano. Anzitutto, è introvabile la contrapposizione tra repubbliche e principati cara agli storici novecenteschi: per gli umanisti la cesura corre infatti piuttosto tra le forme di governo rette, come la repubblica e il principato, e il governo illegittimo dei tiranni, i quali, invece di perseguire il bene comune, si preoccupano solo del tornaconto personale. Questo vuol dire che massima cura va posta nell'educazione di coloro che, in virtù dei loro illustri natali, sono destinati a rivestire le cariche pubbliche. Ed è precisamente a tale moralizzazione della politica che gli umanisti – in parte loro stessi tutori e docenti – indirizzarono le loro energie, nel tentativo di aiutare i futuri leader, indifferentemente repubblicani e principeschi, a liberarsi delle pulsioni egoistiche attraverso l'esempio degli antichi. Anzitutto nell'interesse dei loro sudditi.

Che il libro sia destinato a venire discusso a lungo. È soprattutto una delle tesi di Hankins a suscitare perplessità. Secondo lo studioso di Harvard, l'umanesimo politico sarebbe una forma di meritocrazia finalizzata a promuovere il governo dei migliori. Nonostante gli umanisti aprissero eccezionalmente le porte delle loro scuole a qualche ragazzo del popolo di particolare talento, la ricerca storica ci dice però che a beneficiare del loro curriculum di studi improntato alla assimilazione dei classici furono quasi unicamente i rampolli della classe dirigente del tempo. Ciò non deve sorprendere: ai cultori del mondo greco e romano, infatti, non interessava tanto selezionare i più meritevoli quanto rendere più degni dal punto di vista morale coloro che, per nascita, erano chiamati a prendere in mano un giorno le redini dello Stato. Nella pratica, attribuendo alla nuova pedagogia il potere di rendere i governanti virtuosi, gli umanisti finirono così per offrire soprattutto una potente legittimazione delle vecchie gerarchie in un momento di crisi dei grandi poteri universali del Papato e dell'Impero. Le implicazioni elitiste del libro di Hankins sono evidenti. Non sorprende, perciò, che una delle obiezioni più solide alla virtue politics rimanga quella che agli umanisti rivolse un irriducibile sostenitore del governo popolare come Machiavelli: nessuna autoproclamata aristocrazia della virtù è davvero tale, dal momento che, con pochissime eccezioni, alla prova dei fatti «tutti equalmente errano» (cioè fanno il proprio interesse) «quando tutti sanza rispetto» (ossia impunemente) «possono errare».





venerdì 22 luglio 2022

Istanbul segna l’accordo sul grano tra Mosca e Kiev

@ Il ruolo di mediatore della Turchia ha prodotto i suoi frutti: ecco in cosa consiste l’accordo.


Oggi a Istanbul arriva, dopo mesi di stallo e negoziati andati in fumo, il primo accordo tra Russia e Ucraina sull’export del grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero. Nella città turca sarà presente, oltre al mediatore Erdogan, anche il segretario dell’Onu Guterres. Questo accordo tra i due paesi in guerra segna anche la prima intesa tra Russia e Ucraina dall’inizio del conflitto.

L’accordo verrà firmato sullo stretto del Bosforo e risolve una crisi di fondamentale importanza non solo per i due paesi belligeranti ma per l’intero pianeta. Sbloccando le esportazioni di grano e cereali dal Mar Nero significa scongiurare una violenta crisi alimentare che avrebbe prodotto carestie nei paesi più poveri di Africa e Medio Oriente che dipendono dal grano ucraino. Un evento di levatura internazionale e per questo motivo ci sarà anche il segretario generale delle Nazioni Unite.

Risolta la crisi del grano e primo accordo tra i due paesi
La Turchia ha giocato un ruolo principale in questa crisi mediando tra i due paesi e portando così al primo accordo dall’inizio della guerra. Giù a Teheran si erano mostrati buoni presupposti per sancire presto un accordo sulla questione. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu aveva affermato che “quando risolveremo questo problema, non solo verrà aperto il percorso di esportazione per il grano e l’olio di girasole dall’Ucraina, ma anche per i prodotti dalla Russia”.

Le spedizioni potrebbero riprendere da tre porti sotto il pieno controllo ucraino, ovvero Odessa, Pivdennyi e Chornomorsk. Secondo le stime, sono bloccate circa 25 milioni di tonnellate di grano nei porti ucraini. Anche gli Stati Uniti hanno accolto questa notizia positivamente. La Coldiretti italiana ha dichiarato che l’export del grano può salvare dalla carestia quei 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione.Tra i più dipendenti dalle esportazioni cerealicole russe e ucraine ci sono l’Egitto, che importa il 70% dei cereali dai porti del Mar Nero, il Libano con circa il 75% e lo Yemen con poco meno del 50% e la situazione non è molto diversa in Libia, Tunisia, Giordania e Marocco”.

giovedì 21 luglio 2022

Governo, il premier Mario Draghi si è dimesso | Alla Camera seduta sospesa fino alle 12

@ - Mario Draghi ha rassegnato le dimissioni al presidente Mattarella. Prima di recarsi al Colle, il premier uscente ha parlato dinanzi all'assemblea di Montecitorio, che lo ha accolto con un lungo applauso: "Grazie anche i banchieri hanno un cuore".


Il presidente della Camera Roberto Fico ha quindi sospeso la seduta fino alle 12. "Grotteschi gli applausi di coccodrillo in Aula", ha commentato Letta. La decisione del premier uscente dopo il voto sulla fiducia di mercoledì: Lega, Forza Italia e M5s non hanno votato, e il governo ha così ottenuto solo 95 sì e 38 no sulla risoluzione di Pier Ferdinando Casini, incassando così la fiducia, ma senza più una maggioranza. La crisi, dunque, sfocerà nel voto anticipato.

mercoledì 20 luglio 2022

Riduzione delle diocesi, frustrazione del clero, crisi sempre più grave nella Chiesa

@ - l profondo malessere che serpeggia nella Chiesa è sensibilmente verificabile dal come è obbligato a vivere il clero. Mille e mille impegni di carattere sociale e di “ascolto”, ma anche amministrativo e burocratico che ricadono sui parroci di parrocchie accorpate in diocesi a loro volta accorpate per mancanza di nuovi sacerdoti, di fedeli, ma anche di fondi economici.


«Mano a mano, un tassello alla volta», si leggeva lo scorso anno su La Voce di Torino, «papa Francesco continua a mettere in atto il suo programma di riduzione del numero delle diocesi italiane, che fin dall’inizio del suo pontificato aveva sollecitato alla Cei. E lo fa non abolendo le diocesi esistenti, ma unendone volta per volta due vicine “nella persona del vescovo”», diminuendo, quindi, le figure episcopali.

Assottigliatosi il carattere sacramentale (di azione soprannaturale) del sacerdote, a causa del venire meno delle prerogative identitarie del prete, si è incrementato a dismisura il lavoro di stampo umano, fatto di assistenzialismo/solidarietà sociale, di “aggiornamenti”, di pratiche civili, di Social; in sintesi si potrebbe dire: i pastori del nostro tempo vivono una vita molto più secolare che religiosa.

Nella recente Lettera alla diocesi torinese (26 giugno) di monsignor Roberto Repole, dal 19 febbraio scorso Arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, leggiamo a chiare lettere una realtà ecclesiale che drammaticamente langue e si dissecca giorno dopo giorno. Come, allora, porvi rimedio? Così risponde l’Arcivescovo: «Si tratta del ripensamento della presenza ecclesiale sul territorio. È sotto gli occhi di tutti, infatti, il fatto che il numero dei preti è in calo ormai da decenni e che la loro età media è piuttosto elevata. È meno evidente ai più, anche se non meno significativo, il fatto che anche il numero dei cristiani che vivono una qualche reale appartenenza alla Chiesa è di molto inferiore rispetto al passato. Insomma, si tratta di guardare con lucidità la realtà e prendere sempre più profondamente coscienza che la nostra società non è più “normalmente cristiana”».

Quanta responsabilità hanno gli uomini di Chiesa in questo plateale fallimento? Sono già in grado di farsi un esame di coscienza in questo senso?

L’Arcivescovo Repole dichiara, dunque, che la società non è più “normalmente cristiana”, eppure «noi siamo ancora strutturati – a partire dalle nostre parrocchie – nell’implicito che tutti siano cristiani; e operiamo a diversi livelli, sulla base della implicita convinzione che sia così, con il grave rischio di investire tantissime risorse in attività pastorali che sembrano non portare frutto, di non provare ad investire (all’inverso!) energie laddove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo e, soprattutto, di perdere noi per primi il gusto della vita cristiana e di una serena e gioiosa sequela del Signore. […] Dobbiamo continuare a mantenere semplicemente tutte le infinite strutture di cui beneficiamo (locali, case, chiese, oratori…) anche se invece che servire a vivere una vita cristiana ed ecclesiale autentica ed essere degli strumenti per l’evangelizzazione costituiscono un peso insopportabile, per chi è chiamato a gestirle, rubando energie, serenità e gioia? Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie, immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo ad un prete che invece di essere parroco di una comunità lo sia di diverse, senza però cambiare nulla? Come si può immaginare, facendo così, che i preti possano vivere una vita serena, possano trovare il tempo per coltivare la preghiera e la lettura e offrire un servizio qualificato, possano trovare la giusta serenità per incontrare le persone…? E come pensare che la loro vita possa risultare attrattiva per dei giovani oggi?».

Il santo Curato d’Ars risollevò, da solo, le sorti di una comunità che non entrava più in chiesa… e quel luogo divenne meta di fedeli che venivano da tutta la Francia e anche oltre i suoi confini pur di andare a farsi confessare da san Giovanni Maria Vianney e ascoltare le sue omelie. Egli parlava chiaramente, senza paura, dei vizi e dei peccati umani, convertendo anime ed anime. Oggi i pastori parlano ai lavoratori, alle donne, agli omosessuali, agli immigrati… come farebbe un consulente del lavoro, un sindacalista, uno psicologo, un volontario delle Ong, ma non parlano più ai peccatori, a quanto danno arreca (sulla terra e dopo la morte) il peccato ed ecco che i peccatori non vanno più in chiesa.

Quali furono gli strumenti vincenti del curato francese? La santità del suo sacerdozio, grazie alla quale santificò il prossimo.

Oggi i pastori parlano di «sfida» della “nuova evangelizzazione” per “nuove” opportunità, «ed è la possibilità di riprendere confidenza con il fatto che c’è urgenza per tutti (preti, diaconi, religiose e religiosi, laiche e laici) di metterci in uno stato di “formazione permanente”, laddove per formazione non si intende solo la necessaria preparazione teologica, ma un itinerario di preghiera e spirituale, una partecipazione profonda alla vita, liturgico-sacramentale, una esperienza comunitaria vissuta». Il piano programmatico episcopale di Repole non è chiaro: si potrebbe dire, in un certo senso, che è in attesa di reazioni, non dà linee guida, si limita a denunciare una situazione di impossibilità di andare avanti così e quindi l’intenzione di ridimensionare/chiudere le strutture. La sua riflessione prosegue in maniera sconsolata: «sarà difficile nel prossimo futuro condurre una vita cristiana in cui sia evidente a noi stessi e agli altri che cosa siamo».

È vero, l’identità è venuta meno, sia dei vescovi, sia dei sacerdoti. Il curato d’Ars, ministro di Cristo in toto, sapeva perfettamente chi era e che cosa era tenuto a fare nel villaggio di Ars, che evangelizzò per 40 anni, senza bisogno di task force, ma di una dottrina, di una liturgia, di un catechismo seri. Il vescovo gli aveva destinato una parrocchia pressoché vuota, da “depressiva” potremmo dire. Ma quando la Fede è autentica è la Grazia divina a compiere meraviglie: i pastori dell’età contemporanea sono spesso e volentieri convinti, troppo convinti, di essere i soli artefici delle sorti della Chiesa in terra; ma non è così: il pastore che agisce non per il Regno di questo mondo, ma per quello di Dio opera meraviglie e fa vendemmia abbondante a differenza di quello che, agganciandosi troppo alle vie personali e del mondo, finisce per abbandonare le vie del Cielo.

Non aveva idee confuse il Curato d’Ars e seppe affrontare la critica situazione: mettere davanti alla realtà il suo gregge, malato di peccati e distante dal Signore. Lascia scritto san Giovanni Maria Vianney: «Quando si vuol distruggere la religione, si comincia dal combattere il prete, perché là dove non vi è più il sacerdote, non vi sono più sacrifici, non vi è più religione. Il prete non è prete per se stesso. Egli non dà l’assoluzione a sé, non amministra i Sacramenti a sé: egli non è per sé, ma per voi. Dopo Dio il sacerdote è tutto!… Lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete vi si adoreranno gli animali». Nei nostri tristi giorni, infatti, non si adora più Nostro Signore Gesù, bensì le bestie, come accade agli animalisti e agli ambientalisti.

La «sfida», dunque, non è quella di “ascoltare” proposte per «cammini sperimentali», perché le anime sono fiaccate da sperimentazioni pastorali che si sono susseguite in questi più di 50 anni di applicazione del Concilio Vaticano II, epoca in cui ci si volle sganciare dalla motrice: la Tradizione della Chiesa di paolina memoria, quella che sta richiamando sempre più attenzione fra i giovani.

Il Concilio anelava ad una partecipazione di carattere sacerdotale dei laici, posti quindi sullo stesso piano della responsabilità dei preti ed oggi papa Francesco, proprio su quelle direttive, ha chiamato le donne ad entrare nel Dicastero per i Vescovi, come ha fatto María Lía Zervino, sociologa argentina, di 60 anni, presidente generale dell’Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche (Umofc), riconosciuta dalla Santa Sede nel 2007 come associazione internazionale di fedeli e in quanto Ong ha rappresentanze ufficiali alla Fao, l’Unicef, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu e il Consiglio d’Europa. Dunque, la Chiesa di Roma è sempre più «effemminata», come aveva profetato san Giovanni Bosco, e fra un po’, se lo scivolo prosegue la sua corsa, anche il bacino gender vorrà essere incluso nelle congregazioni vaticane… d’altra parte nel pianeta anglicano è già ben avviata la «gendarizzazione»: durante la sessione del Sinodo Generale, tenutasi a York dall’8 al 12 luglio scorso, alla domanda: «Qual è la definizione di donna della Chiesa d’Inghilterra?», è venuto fuori che gli anglicani non lo sanno più. Infatti, così ha risposto, secondo quanto riportato da The Telegraph, Robert Innes, vescovo della Chiesa d’Inghilterra in Europa: «Non esiste una definizione ufficiale, che rifletta il fatto che fino a poco tempo fa si pensava che definizioni di questo tipo fossero evidenti, come si riflette nella liturgia matrimoniale».

Chi anela al soprannaturale necessita di andare oltre questo misero, cinico e ipocrita mondo per assurgere ad una dimensione di eterni principi e valori; mentre la Rivoluzione, che tende ad esaurirsi nel tempo, per rimanere a galla ambisce continuamente all’oltre in questo mondo, lasciando alle spalle i retaggi di salda certezza, che seguono le leggi di natura e di Dio. Si entra così nel baratro della confusione e dello smarrimento; perciò, la rivoluzionaria operazione avvenuta all’interno del Dicastero dei Vescovi non fa altro che incrementare angoscia, depressione e vuotezza nelle vite di molti sacerdoti che finiscono per essere inghiottiti nella frustrazione di funzionari desacralizzati e svirilizzati.

lunedì 18 luglio 2022

I sindaci si mobilitano per Draghi

@ - L’appello bipartisan dei sindaci di tutta Italia affinché Mario Draghi resti al governo.

La richiesta è partita dal sindaco di Firenze Nardella seguito dai sindaci di Venezia, Roma, Milano, Genova e Torino. Da esponenti del Pd a Forza Italia, l’appello al presidente del Consiglio affinché resti a Palazzo Chigi arriva da ogni parte. Questo appello arrivato da ogni fronte di schieramenti opposti ha molto colpito il premier Draghi che forse potrebbe ripensarci e restare al suo posto.


Non solo i sindaci ma anche categorie e associazioni hanno lanciato a Draghi la loro richiesta di non lasciare il governo. Il paese reale vuole Draghi a capo del governo così come il presidente della Repubblica e Bruxelles. Anche il premier olandese ha telefonato a Draghi per convincerlo a restare. Anche dall’Ucraina sono convinti chesolo con un leader come Draghi, noi vinceremo questa terribile guerra”. Ma per il momento ancora non c’è nessun cambiamento sostanziale che possa far ripensare a Draghi alle sue dimissioni.

Giorgia Meloni accusa i mille primi cittadini pro-Draghi
Istituzioni locali e imprenditori si stanno mobilitando per la permanenza del premier a Palazzo Chigi che ritiene tutte molto importanti ma serve una maggioranza di unità nazionale per poter proseguire. L’unico scenario che potrebbe cambiare le carte in tavola in queste 48 ore è proprio la deriva dello stesso partito dei 5 stelle, ovvero una nuova scissione che darebbe il sostegno al premier e consegnerebbe Conte all’opposizione.

L’appello dei sindaci non è stato accolto bene dalla leader di FdI Giorgia Meloni che accusa i primi cittadini mobilitati a sostegno del presidente del Consiglio che “usano, senza pudore, le istituzioni come sezioni di partito. Ma sono oltre mille i sindaci che hanno firmato la lettera e molti, come ha fatto notare il sindaco fiorentino Nardella, sono del centrodestra. Ma Meloni continua dicendo che “La mancanza di regole e di buonsenso nella classe dirigente in Italia comincia a fare paura”.

venerdì 15 luglio 2022

Crisi di governo, un piano inclinato verso il voto. Ma mezza maggioranza tratta

@ - «È partito l’appello al salvatore della patria», sorrideva ieri sera Draghi, dopo che per tutto il giorno era sfuggito al tentativo di sequestro politico operato da quanti lo imploravano a non dimettersi. Un vero e proprio assedio, partito dai banchi del Senato e arrivato fino alle strutture del Colle, febbrilmente impegnate a evitare che il premier pronunciasse la fatidica frase davanti al capo dello Stato. Pur di trovare una soluzione (e allungare la legislatura), Franceschini si era messo addirittura a spulciare uno studio con tutti i precedenti della storia repubblicana sulle tipologie di crisi di governo.


Nonostante la sequenza di appelli che si erano susseguiti — alcuni sentiti, altri interessati, altri ancora pelosi — Draghi è salito al Quirinale per confermare la volontà di rimettere il mandato. E Mattarella — consapevole della determinazione del premier — si è limitato a delineare un percorso che tenesse quella decisione dentro un corretto iter costituzionale.Perciò ha invitato il capo del governo a «comunicare» il suo intendimento alle Camere. Insomma, Draghi la sua scelta l’ha fatta, convinto com’è che sia impossibile proseguire in una logica di «ricatti». Ma il passaggio in Parlamento di mercoledì prossimo, alimenta la speranza di chi non si rassegna.

Così, per dirla con il sottosegretario Mulè, «dopo la settimana di passione inizia ora la settimana enigmistica». E non solo perché di qui al 20 luglio si susseguiranno gli appelli al «salvatore della patria», ma anche perché si svilupperanno i giochi tattici dei partiti di maggioranza: tra chi — come Letta e Renzi — lavorano per prolungare la legislatura e chi — come Salvini e Berlusconi — mirano alle urne. La soluzione del rebus resta comunque nelle mani di Draghi. Se dopo le sue «comunicazioni» e il successivo dibattito, tornerà da Mattarella senza attendere il voto del Parlamento, chiuderà definitivamente la partita.

In caso contrario — se le Camere si esprimessero — non c’è dubbio che il premier otterrebbe la fiducia. Una ricomposizione indolore della maggioranza dopo lo strappo di ieri al Senato, segnerebbe il successo tattico di Conte e di quel pezzo del Pd che cerca ancora disperatamente un’intesa elettorale con M5S. Mentre dall’altra parte diverrebbe un passaggio pericoloso per il centrodestra di governo, che rischierebbe la rottura con FdI (determinata a chiedere le urne) o con l’area moderata della coalizione che punta alla permanenza di Draghi. «Perché non c’è solo la volontà del singolo — spiega Quagliariello — ci sono anche la Costituzione e la politica. Questo è il Paese in cui c’è stato un governo della “non sfiducia” e anche un governo che prese il voto favorevole di chi era contrario e il voto contrario di chi era favorevole».

Il punto è che «la volontà del singolo», cioè di Draghi, è manifesta. Lo hanno compreso i suoi ministri ieri, dal «modo molto fermo con cui ci ha di fatto salutati». «E se non l’ha convinto Mattarella — spiega un dirigente dem — non lo convinceremo certo noi». Lo spin comunicativo del Pd ha quindi un altro obiettivo: provare a, così da presentare al voto una coalizione.O non ci sarebbe sfida con il centrodestra che — secondo calcoli del Nazareno — conquisterebbe i due terzi dei collegi uninominali.

I partiti fanno già i conti senza Draghi, perché Draghi — tranne improbabili colpi di scena — non c’è già più. Tanto che ieri mattina, quando ancora non si era compiuto lo strappo dei grillini — un autorevole ministro anticipava che «la data del decreto di scioglimento delle Camere sarà fissata al 20 luglio». Guarda caso il giorno delle «comunicazioni» del premier in Parlamento: «Grazie a quel decreto — proseguiva il ministro — si potrà votare anche il 25 settembre, per garantire al prossimo governo di redigere la Finanziaria».

A meno che in extremis i partiti non accettino di dare la fiducia a un gabinetto tecnico guidato da Franco, che dopo la legge di Bilancio porterebbe al voto a febbraio. Tra i vari «piani B» per evitare le elezioni immediate, questa è la soluzione preferita da Letta, che ieri in una riunione di partito ha spiegato come «sarebbe preferibile avere il tempo di mettere in sicurezza i conti dello Stato». E anche avere il tempo per costruire una coalizione. Pare che l’ipotesi Franco incroci il favore dei ministri leghisti e forzisti. Non si sa se coincida con le idee di Salvini e Berlusconi. Ma questo sarebbe un (delicatissimo) snodo per Mattarella, dopo l’addio di Draghi da Palazzo Chigi.

martedì 12 luglio 2022

La prima immagine del telescopio James-Webb è spettacolare

@ - Il presidente Usa Joe Biden, con la vicepresidente Kamala Harris, hanno commentato la prima immagine del telescopio James-Webb.


L’universo è estremamente affascinante: la conoscenza umana è riuscita a scoprire la maggior parte di ciò che è terrestre, ma al di fuori del nostro pianeta e del nostro sistema solare ci sono ancora tanti “buchi di trama”, per dirla in linguaggio cinematografico. È per questo che la prima storica immagine del telescopio James-Webb è spettacolare. Il commento del presidente americano Joe Biden e della vicepresidente americana Kamala Harris è accorato e commovente.

Le parole di Biden e Harris
La prima immagine dal telescopio Webb rappresenta un momento storico per la scienza e la tecnologia, per l’astronomia e l’esplorazione spaziale. Ma anche per l’America e tutta l’umanità” ha twittato il presidente americano Joe Biden. Un’emozione che anche la vicepresidente Harris ha provato: “Sono onorata di essere qui con voi. Oggi si apre un nuovo capitolo nell’esplorazione dello spazio”. Bill Nelson, il leader della Nasa, ha spiegato i dettagli legati allo storico scatto: “Galassie che brillano accanto ad altre galassie. Una piccola porzione dell’universo. Con il telescopio James Webb saremo in grado di rispondere a domande che ancora non sappiamo ancora formulare


Il commento della Nasa
Questa prima immagine del telescopio spaziale James Webb della Nasa è l’immagine a infrarossi più profonda e nitida dell’universo lontano fino ad oggi. Conosciuto come il primo campo profondo di Webb, questa immagine dell’ammasso di galassie Smacs 0723 è traboccante di dettagli. Migliaia di galassie, inclusi gli oggetti più deboli mai osservati nell’infrarosso, sono apparse per la prima volta alla vista di Webb. Questa fetta del vasto universo copre una porzione di cielo grande all’incirca come un granello di sabbia tenuto a distanza di un braccio da qualcuno a terra“, spiega la Nasa in merito allo scatto del telescopio James-Webb.

sabato 9 luglio 2022

A Mosca compare un cartellone pubblicitario contro il Presidente russo: "Morì Stalin, morirà anche questo"

@ - A Mosca compare un cartellone pubblicitario contro il Presidente russo: "Morì Stalin, morirà anche questo"


Un cartellone che è a metà tra la minaccia e la profezia. Alle fermate degli autobus di Mosca sono comparsi degli annunci choc contro il presidente Vladimir Putin. La foto che vi mostriamo, riportata da Tgcom24, riporta l'ex dittatore Stalin senza vita. E sopra la dicitura: "Quello è morto (Stalin), morirà anche questo".


Impossibile non percepire il riferimento, non proprio velato, a Vladimir Putin. Oggi è peraltro l'anniversario della morte del dittatore sovietico, venuto a mancare il 5 marzo del 1953. Il cartellone è stato prontamente rimosso. Nessun commento, al momento, dal Cremlino.

sabato 2 luglio 2022

Quanto spendono i Paesi della Nato per armi ed esercito?

@ - La Nato ha reso noto alcuni dati sugli investimenti militari nei paesi membri. E i numeri sono di quelli importanti.


Nei giorni scorsi i paesi appartenenti alla Nato si sono riuniti a Madrid per siglare il nuovo Strategic Concept 2022 che segna le linee guida e gli obiettivi comuni da realizzare nel prossimo decennio. In occasione di questo summit l’Alleanza Atlantica ha reso noto alcuni documenti contenenti i dati sulle spese militari dei paesi che ne fanno parte.

Tra questi i più importanti sono la percentuale di Pil destinato alla difesa e la spesa media pro capite. Analizziamo questi dati e vediamo quanto spendono i Paesi della Nato per armi ed esercito.

Percentuale di Pil da destinare alle spese militari: al primo posto non figurano gli Stati Uniti
Seppur l’indicazione della Nato alle nazioni è quella di destinare almeno il 2% del Pil alle spese militari, come si evince dai dati sono davvero pochi gli Stati che lo fanno realmente. A sforare sono soltanto 8 nazioni su 30. E a sorpresa tra le nazioni che investono la maggior percentuale del Prodotto Interno Lordo in spese militari al primo posto non figurano gli Stati Uniti, ma la Grecia.

Il paese del Mediterraneo ha destinato nel 2022 il 3,76% del Pil a spese militari. Poi seguono gli Usa con il 3,47%. E poi Polonia, Lituania, Estonia, Regno Unito, Lettonia e Croazia. L’Italia è al di sotto della soglia del 2% e quest’anno ha destinato l’1,54% del Pil alle spese militari.

Tra le prime posizioni si evidenza un’elevata percentuale di paesi dell’Est Europa a dimostrazione che lo spettro della guerra in Ucraina ha fatto correre ai ripari diverse nazioni che hanno aumentato le loro spese militari.

Spesa militare: qui primeggiano gli Stati Uniti
Quindi seppur non siano la nazione che destina la maggior percentuale di ricchezza in spese militari, gli Stati Uniti sono comunque la nazione che investe più soldi nel comparto difesa. Se la spesa media pro capite per tutti gli alleati si attesta sui 1.098 dollari americani, negli Stati Uniti questi numeri sono molto più elevati raggiungendo i 2.167 dollari. Nel 2022 l’Italia ne ha invece investiti 498 dollari pro capite in spese militari.

Oltre agli Stati Uniti solo la Norvegia ha superato il valore medio spendendo 1.242 dollari. Ma se si prende in considerazione non la spesa pro capite ma la complessiva la supremazia americana è ancora più evidente.

Gli Stati Uniti spenderanno quest’anno qualcosa come 722 miliardi di dollari nella difesa. Si tratta del doppio rispetto a tutti gli altri paesi Nato messi insieme. L’Italia si ferma a 29 miliardi mentre Francia, Regno Unito e Germania hanno stanziato rispettivamente 50 miliardi, 71 miliardi e 51 miliardi.

Cosa contiene il nuovo Strategic Concept 2022
Nei giorni scorsi i paesi Nato si sono riuniti in un summit a Madrid per siglare il nuovo Strategic Concept. Si tratta del documento più importante dell’Alleanza secondo solo al Trattato che viene aggiornato all’incirca ogni 10 anni. Il testo aggiornato ha definito le strategie da portare avanti nei prossimi anni.

Il nuovo documento definisce innanzitutto la Russia come la principale minaccia alla sicurezza dell’Alleanza ma pone attenzione anche alla Cina e alle sue ambizioni politiche e militari. Previsto inoltre anche un incremento delle truppe Nato in Europa con nuove basi militari.

Speculazioni sulla benzina, indaga la GdF: cosa ha scoperto

@ - I blitz dei militari, che hanno effettuato migliaia di interventi, hanno portato al sequestro di più di 3.630 tonnellate di prodotti combustibili.

Da gennaio a maggio, la Guardia di finanza è intervenuta più volte per smascherare manovre speculative e truffe per ciò che riguarda il mercato dei carburanti: ben 1.320 le verifiche effettuate e 690 le infrazioni scoperte e sanzionate. Sono tanti gli espedienti illeciti messi in campo per far aumentare i prezzi di benzina, diesel e metano. Come riporta il quotidiano Il Messaggero, i finanzieri sono impegnati in tutta Italia nei controlli ai distributori di carburante, soprattutto in materia di accise, blitz che hanno portato al sequestro di più di 3.630 tonnellate di prodotti combustibili. I militari hanno verificato che 334mila tonnellate di carburante sono state consumate frodando gli utenti. Per questo si è deciso di accendere i riflettori sulle comunicazioni quotidiane da parte dell’Osservatorio del ministero dello Sviluppo economico delle tariffe praticate dai distributori sul territorio.


I rincari per le famiglie italiane sono notevoli. A incidere in maniera forte sono soprattutto i carburanti, ma anche gli altri prodotti e servizi hanno subito impennate preoccupanti. L’Unione nazionale dei consumatori ha calcolato che ogni cittadino ha pagato 531 euro in più all'anno per gli aumenti generalizzati. La Guardia di finanza, anche in virtù del grido d’allarme lanciato dall’Istat, sta intervenendo a tappeto per evitare speculazioni sui prezzi in un momento di grave difficoltà acuito dal perdurare della guerra in Ucraina. La forte crescita dei costi dei carburanti sta condizionando anche gli altri comparti, in difficoltà per le proteste sempre più frequenti degli autotrasportatori.


La filiera agroalimentare è quella che ha risentito maggiormente dei rincari di benzina, gasolio e gas. Sempre l’Unione nazionale dei consumatori ha rivelato che una famiglia composta dai genitori e due figli, nell’ultimo anno, ha visto crescere il costo del carrello della spesa di oltre 700 euro, una batosta difficile da gestire, soprattutto per quei nuclei familiari in cui lavora solamente uno dei coniugi.

venerdì 24 giugno 2022

Terza guerra mondiale, quali schieramenti? Il 40% del mondo sta con Putin

@ - Se mai dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, Vladimir Putin potrebbe contare su un blocco di Paesi che rappresenta il 40% della popolazione mondiale: alla Nato però resterebbe la palma del Pil.


Se il conflitto in Ucraina dovesse tragicamente allargarsi fino a diventare una terza guerra mondiale, quali sarebbero i Paesi che andrebbero a formare i due fronti contrapposti? Una domanda questa tristemente d’attualità vista la crisi in atto nel Baltico.

Purtroppo non si tratta di allarmismo o di sensazionalismo, tanto che sulla Stampa una grande penna del giornalismo nostrano che risponde al nome di Domenico Quirico, ha parlato di Kaliningrad come il “pretesto perfetto per una guerra totale”, definendo l’exclave russo la “nuova Danzica”.

Del resto dallo scorso 24 febbraio l’Occidente cammina lungo il sottile filo che ci separa dal baratro di una terza guerra mondiale, con le trattative diplomatiche ormai finite nel dimenticatoio e una preoccupante tensione internazionale che non risparmia anche il Pacifico, dove Cina e Stati Uniti sono tornati a minacciarsi per la questione Taiwan.

Con l’incubo nucleare nelle vesti di un apocalittico convitato di pietra ogni volta che in questi mesi uno dei leader mondiali ha evocato lo spettro di una terza guerra mondiale, questo fragile equilibrio sembrerebbe essere in ogni momento sul punto di andare in frantumi da quando la Russia quattro mesi fa ha invaso l’Ucraina.

In questo scenario, mentre la Nato si appresta a riunirsi a Madrid per mettere a punto il suo piano per i prossimi mesi, Vladimir Putin ha rispolverato il vertice Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) riunendo in videoconferenza gli altri quattro grandi Paesi che non seguono la linea dettata dall’Occidente.

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Terza guerra mondiale: chi starebbe con chi
Nella malaugurata ipotesi dello scoppio di una terza guerra mondiale, a fianco dell’Ucraina ca va sans dire ci sarebbe la Nato: 40 paesi che comprendono la quasi totalità dell’Europa, Turchia inclusa, oltre a Stati Uniti e Canada. Come noto, di recente hanno fatto domanda di adesione anche Finlandia e Svezia.

Chi da tempo ha chiesto “aiuto” all’Occidente è la Moldavia, mentre in Oriente l’Alleanza atlantica può contare sugli ottimi rapporti con Giappone, Corea del Sud e Taiwan. In merito alla guerra in Ucraina finora più caute sono state le posizioni di storici alleati di Washington come Israele e Arabia Saudita, due Paesi che in questi quattro mesi non hanno imposto sanzioni contro la Russia.

Stando a una analisi fatta da Ispi, al momento soltanto il 19% del totale dei Paesi al mondo ha applicato delle sanzioni nei confronti di Mosca da quando è iniziata la guerra in Ucraina. Una parte minoritaria che però rappresenta il 59% del Pil globale.

Sull’altro fronte come detto Vladimir Putin di recente ha riunito in un vertice Cina, Brasile, India e Sudafrica. Questo naturalmente non vuol dire che i Paesi in questione sarebbero disposti a scendere in campo al fianco della Russia in caso di una terza guerra mondiale, però i loro buoni rapporti con il Cremlino sono cosa nota.
Anche Bielorussia, Corea del Nord e Siria sono storici alleati dei russi, senza contare i vari Paesi del Centro e Sud America come Venezuela e Cuba e quelli africani che negli ultimi anni si sono legati a doppio filo con Mosca.

Soltanto gli Stati che compongono Brics rappresentano il 41% della popolazione mondiale, con la percentuale che aumenta di molto se consideriamo anche tutti gli altri governi non ostili a Vladimir Putin.

Se tutti questi attori dovessero scendere in campo, una terza guerra mondiale sarebbe devastante per il genere umano anche senza l’utilizzo di armi nucleari. Nonostante il possibile scenario catastrofico, ogni tavolo di pace che è stato proposto ormai è ricoperto di polvere.

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mercoledì 22 giugno 2022

Maturità, al via la prova di italiano: sette tracce, da Pascoli a Segre

@ - Una poesia delle Myricae di Giovanni Pascoli, «La via ferrata», da interpretare. Una novella di Giovanni Verga «Nedda, Bozzetto siciliano». Il discorso pronunciato alla Camera da Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica 2021. E, per l'analisi di un testo argomentativo, «La sola colpa di essere nati» di Gherardo Colombo e Liliana Segre. E poi, un brano tratto da Oliver Sacks «Musicofilia»: si chiede anche un ragionamento sul potere che la musica esercita sugli esseri umani. «Tienilo acceso: posta commenta condividi senza spegnere il cervello» è la riflessione sull'iperconnessionea partire da un testo di Vera Cheno e Bruno Mastroianni. Non manca la pandemia con un testo tratto da Luigi Ferrajoli «Perché una Costituzione della Terrra?». Eccole, le tracce appena proposte ai ragazzi chiamati a sostenere la prova scritta di italiano per la maturità. Dopo una «notte prima degli esami», per molti quasi insonne, in classe ci sono oltre 500 mila studenti.

APPROFONDIMENTI

Alle 8,30, il compito italiano: ai candidati sono state proposte sette tracce di tre diverse tipologie: analisi e interpretazione del testo letterario, analisi e produzione di un testo argomentativo, riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità.

I ragazzi hanno a disposizione 6 ore. Si tratta del 96,2% dei candidati, che è stato ammesso agli esami. Quest'anno le commissioni sono13.703, per un totale di 27.319 classi coinvolte. Cade l'obbligo di indossare la mascherina: è solamente raccomandata, in particolare in alcune circostanze quali, ad esempio, l'impossibilità di garantire il distanziamento interpersonale di almeno un metro.


Una curiosità. Per accedere alle tracce, è stata pubblicata una chiave elettronica sul sito del ministero dell'Istruzione che serve a decriptare le tracce della prima prova inviate alle scuole per via telematica. Ogni scuola ha nominato un referente del plico telematico. E un messaggio di incoraggiamento: «A tutti voi che oggi affrontate la prima prova dell'esame di Maturità, in bocca al lupo di cuore. Questa è la prima vera e grande prova della vostra vita, affrontatela con coraggio e superatela con successo. Auguri, auguri a tutti». Così in un video su Twitter Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione sociale, rivolto agli studenti. v«In bocca al lupo alle studentesse e agli studenti che oggi iniziano gli esami di maturità. A tutti voi auguro di affrontare questa prova con coraggio e determinazione, la prima di tante». Su Facebook interviene invece il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi: «Non abbiate alcun timore, date il meglio di voi e non perdete mai la voglia di imparare, conoscere e studiare. Questi giorni, ve lo assicuro, saranno tra i ricordi più belli della vostra vita».
@ - A causa delle sanzioni inflitte dall’Unione europea, i camion russi diretti verso Kaliningrad sono stati bloccati.


Secondo l’agenzia di stampa di Stato sovietica, Ria Novosti, i carichi russi potranno essere trasportati soltanto attraverso il mare. In questo clima, la Russia starebbe già lavorando a «misure di ritorsione». Sono queste le conseguenze del divieto di transito imposto dalla Lituania ai treni merci della Russia, diretti verso l’exclave Kaliningrad.

Il divieto è dovuto all’imposizione delle sanzioni europee nei confronti della Russia: per questo motivo i camion non possono transitare. Ria Novosti, agenzia di stampa sovietica, ha reso nota la notizia, specificando che «questi carichi, come quelli ferroviari, possono essere trasportati solo via mare al momento».

Alla luce di questi divieti, nella giornata di oggi 22 giugno, il Cremlino ha avvertito che ci sarà una «risposta seria» in merito alla questione, «con un impatto molto negativo sui cittadini della Lituania». A dichiararlo la portavoce del ministro degli Esteri russo, di cui ha parlato l’agenzia di stampa di Stato sovietica. Il ministro ha affermato che il ministero sta già lavorando a delle «possibili misure di risposta».

La situazione in Estonia
La situazione ha creato scompiglio anche all’interno della regione baltica. Nello specifico, l’Estonia ha annunciato che si è verificata una violazione dello spazio aereo estone, da parte di un elicottero russo. Si tratterebbe di un elicottero responsabile della protezione delle frontiere.

La violazione in questione è avvenuta lo scorso 18 giugno. L’elicottero russo, un Mi-8, avrebbe – senza aver presentato alcun piano di volo – invaso lo spazio aereo sorvolando per due minuti la regione di Koidula, nel sud-est dell’Estonia.

La violazione dello spazio aereo è avvenuta senza effettuare alcun contatto radio con il controllo del traffico aereo, e senza attivare la funzione di riconoscimento elettronico. In risposta a questo gesto, le istituzioni hanno convocato l’ambasciatore russo da parte del ministro degli Esteri di Tallinn, che ha affermato: «L’Estonia considera questo un incidente estremamente grave e deplorevole, che indubbiamente provoca ulteriore tensione ed è del tutto inaccettabile».