lunedì 28 settembre 2020

Schiaffo del Papa all'anziano cardinale Zen: a Roma per incontrarlo, non lo ha ricevuto

@ - E' riuscito a consegnare solo una lettera indirizzata a Papa Francesco per il tramite del suo segretario padre Gonzalo, poi ha aspettato fiducioso tre giorni in albergo


Alla fine il cardinale emerito di Hong Kong, Joseph Zen, 88 anni ma lucidissimo e determinato, davanti a tanto silenzio ha capito l'antifona e ha rimpacchettato la sua valigia ed è ripartito da Roma. Non se l'aspettava un trattamento tanto umiliante. Avrebbe voluto incontrare il pontefice per parlargli della situazione cinese e avere la possibilità di mostrargli che forse sarebbe meglio soprassedere al rinnovo dell'accordo ma non ne ha avuto modo.

Papa Francesco di fatto lo ha ignorato, probabilmente per via dei troppi impegni concentrati a Santa Marta, tra udienze e incombenze da sbrigare. Zen ha spiegato ad alcune persone prima di riprendere l'aereo di avere sperato fino all'ultimo in una telefonata di convocazione. Ma niente da fare. Gli stava a cuore perorare la causa del nuovo vescovo di Hong Kong.

La carica è vacante da oltre un anno e mezzo, sono stati fatti dei nomi, tra cui un sacerdote a suo parere molto titolato anche se ha ripreso quota la possibilità di nominare un prete di nome Peter Choi, apertamente filo cinese e, naturalmente, assai gradito al governo di Pechino. La nomina del vescovo di Hong Kong è un'autentica spina nel fianco per Papa Francesco.

Ora le nomine dei vescovi in Cina (e anche nell'ex protettorato inglese) dipendono di fatto da una scelta condivisa su una figura che possa andare bene sia per Roma che per il governo comunista. Solo che l' affare si sta facendo piuttosto complicato. Il cardinale Zen ha spiegato che il padre Choi spaccherebbe la comunità cattolica ancora di più di quanto non lo sia ora.

Papa Francesco davanti al dilemma di Hong Kong continua a tacere, evitando di prendere posizione sulle violazioni dei diritti fondamentali che ormai sono in atto dopo l'entrata in vigore della legge sulla sicurezza, all'origine di tante proteste. Durante l'ultimo viaggio papale, interpellato dai giornalisti, il Papa ha persino paragonato i movimenti di protesta di Hong Kong ai Gilet gialli francesi, facendo un indiretto paragone tra la democrazia matura della Francia e il governo autoritario di Pechino. «La repressione? C'è anche in Francia» aveva sentenziato.

sabato 26 settembre 2020

Vaticano: minacce, veleni, ricatti a sfondo sessuale. E' iniziato con la riforma dello Ior

@ - Da quando Benedetto XVI ha cercato di far pulizia nella banca vaticana sono iniziati gli scandali. E i cattolici restano disorientati.


Sono una cattolica che vive con dolore e angoscia questi giorni che alcuni media vogliono far passare per "grande pulizia in Vaticano". Come qualcuno ha notato, in realtà quel che succede è più simile alle grandi purghe politiche dei regimi totalitari che a un serio e ponderato ricorso alla giustizia. Sono ormai molti anni, da quando cioè Benedetto XVI ha messo mano a una riforma dello Ior, la banca vaticana, che si susseguono scandali, fughe di notizie, arresti improvvisi, processi farsa. Dietro questo fuoco di sbarramento costituito da "operazioni di pulizia" è difficile capire cosa succede veramente

A ciò si aggiungono le voci insistenti di possibili ricatti sulla base di scandali sessuali, più spesso omosessuali e pedofili, che avvelenano la vita e l’operato delle gerarchie vaticane. Ricordiamo che fino a pochi anni fa tutti i vescovi – e sottolineo tutti – erano tenuti a coprire di fatto gli scandali sessuali. Operazioni che oggi, se emergessero, potrebbero provocare gravi terremoti fin nelle posizioni apicali. Proviamo a fare una ipotesi: se, come molti sospettano, lo Ior è servito per decenni a ripulire il denaro sporco delle organizzazioni criminali, non è pensabile che queste ultime accettino senza fiatare che una simile risorsa venga loro sottratta. Da qui la logica ipotesi, per l’appunto, che esse cerchino d’impedire l’auspicata pulizia minacciando di rendere pubblica ai fedeli di tutto il mondo questa attività sotterranea della banca vaticana. È facile immaginare quale effetto devastante avrebbe questa pubblicità sulla vita della Chiesa. Proprio tutto ciò spiega forse le infinite difficoltà che incontra ogni tentativo di riforma economica in Vaticano. E infatti i conati di riforma finanziaria si ripetono, senza alcun vero effetto dal punto di vista della pulizia, ma ogni volta producendo contraccolpi e rivelazioni utili alle lotte delle fazioni interne. Ogni volta qualcuno viene defenestrato, qualche colpevole viene messo all’indice e di conseguenza la sua ascesa viene così bruscamente interrotta.

È lecito allora un sospetto: che le operazioni di pulizia finanziaria servano solo a stabilire nuovi equilibri di potere, a far fuori gli avversari. Per fare questo è fondamentale l’appoggio dei media. Sono loro infatti a diffondere la notizia, e a creare il colpevole, che quindi è condannato a priori e senza scampo, senza possibilità di difendersi. Dunque non si arriva quasi mai a un vero processo, e se vi si arriva è spesso un processo poco credibile – le regole della giustizia vaticana cambiano sempre e si ha la sensazione che siano più che altro pro forma – sicché di fatto è quasi sempre la stampa che in realtà stabilisce chi è colpevole. Anche in questo caso, iniziato mesi fa con le denunce di malversazione a proposito dell’acquisto di un palazzo a Londra, lo scandalo è scoppiato subito, grazie a un tempestivo invio ai media delle foto dei sospettati. Trovato un capro espiatorio – il comandante dei gendarmi Giani, costretto alle dimissioni per una fuga di notizie – si è passati alla frettolosa condanna mediatica per gli accusati che infatti, nonostante nessun processo, sono stati licenziati. Una giustizia molto sbrigativa, sebbene presentata ai giornali come esemplare, è ora toccata anche al cardinale Becciu. Senza processo, senza dargli alcuna possibilità di difendersi, è stato privato del ruolo e della carica cardinalizia, con l’unico effetto di lasciare sconcertati i fedeli, e non solo loro. Ma noi non sappiamo se sia colpevole, e in assenza processo non lo sapremo mai. Sappiamo però una cosa: Becciu ha deciso di difendersi a testa alta, rivolgendosi anche lui ai media per far valere le sue ragioni, senza ricorrere a quella che in Vaticano è l’arma più praticata, il ricatto. Una autorità del suo livello infatti, che aveva avuto la responsabilità di risolvere molte situazioni controverse ’sporcandosi le mani’ per il papa, non deve certo mancare di materiale adatto. Personalmente sono certa che ha pagato anche per avere osato aprire la questione del cappuccino Salonia, che stava per diventare vescovo, accusato di abuso sessuale su alcune religiose. Delitto per il quale il frate non è stato condannato solo perché erano trascorsi i termini stabiliti per la denuncia. Come si vede il coraggio e la sincerità non pagano nella Chiesa, ma forse agli occhi dei fedeli sono virtù che ancora vengono apprezzate.

Come nasce una "DITTATURA" ??? ... con la paura ed il consenso dei "SUDDITI ! "

 

di NICOLA ROSSINI

giovedì 24 settembre 2020

Coronavirus, la virologa Yan: "È un patogeno creato in laboratorio. Nessuno dice la verità: anche l'Oms collabora con Pechino"

@ - La dottoressa cinese, intervistata da News Mediaset, rilancia: "la pandemia è una catastrofe storica che non sarebbe mai dovuta accadere".

"Non ci troviamo davanti a un virus naturale, ma a un patogeno artificiale rilasciato da un laboratorio". La virologa Li-Meng Yan torna a puntare il dito contro la Cina e ad incolpare il governo di Pechino di aver mentito sulla reale entità del Sars-Cov-2. "Nessuno sta dicendo la verità: anche l'Oms collabora con il Partito Comunista Cinese". La dottoressa, intervistata da Maria Luisa Rossi Hawkins, promette di rivelare le prove che confermerebbero la sua teoria: "Presto pubblicherò un altro rapporto, oltre a quello che ho già diffuso. Conterrà molti dettagli specifici su come sia stato sviluppato il virus e su chi era in possesso delle sostanze utilizzate. A quel punto tutti potranno vedere che ho ragione". 

La dottoressa definisce la pandemia "una catastrofe storica che non sarebbe mai dovuta accadere". Ai microfoni di News Mediaset ha raccontato di come molti suoi colleghi le abbiano intimato di tacere e nascondere la verità. "Il mercato di Wuhan è soltanto una scusa, non c'entra con la diffusione del virus", prosegue Yan. 

Infine la virologa lancia un messaggio alla comunità scientifica, che l'ha accusata in passato di aver divulgato una teoria infondata: "Lavoro in questo campo da anni, sono ai vertici della ricerca e so come funziona. Lo studio che ho pubblicato è molto chiaro: gli scienziati e le riviste che mi hanno criticato non l'hanno esaminato con attenzione, si sono fidati di ciò che è stato filtrato dalla bocca di altri accademici".

LA FRATELLANZA UMANA Il suo valore trascendentale e programmatico nell’itinerario di papa Francesco

@ - Il 3 ottobre Papa Francesco firmerà ad Assisi Fratelli tutti, la sua nuova Lettera enciclica. In questa newsletter «speciale» mettiamo a disposizione alcuni articoli recenti che possono essere di aiuto alla lettura dell'importante documento, che ha come temi centrali la fraternità e l'amicizia sociale. È inoltre possibile scaricare gratuitamente (fino al 15 ottobre) il volume da noi pubblicato con il patrocinio dell'Alta Commissione per la Fratellanza Umana. 

La fratellanza è il primo tema a cui ha fatto riferimento papa Francesco nel giorno della sua elezione. Da lì in avanti questo cammino di fratellanza ha avuto molte tappe significative: per il Papa è un valore trascendentale e ha carattere programmatico. Nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi, il Grande imam e il Papa manifestano come tutto ciò su cui si sono intesi in più di un anno di lavoro comune sia derivato da questo «va­lore trascendentale»: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare».

Alan Kurdi va verso Marsiglia. Ma Parigi vuole rimandarla da noi

@ - Altro che "solidarietà obbligatoria" invocata dal patto sui migranti, la Francia non vuole l'Alan Kurdi: "La accolga l'Italia".


Altro che "solidarietà obbligatoria tra Stati membri". Altro che "allentamento della pressione migratoria sui Paesi costieri". Tutti i buoni propositi per superare il sistema Dublino, avanzati oggi dalla Commissione europea nel nuovo Patto sulle migrazioni e l'asilo, sono andati a farsi benedire non appena la prima nave carica di immigrati è stata respinta dall'Italia e si è messa a fare rotta verso il porto di Marsiglia.

"Da due anni siamo sempre al fianco dell'Italia nel meccanismo di solidarietà per la gestione degli sbarchi. Le chiediamo quindi di rispondere favorevolmente alla richiesta formulata dall'Ong di attraccare nel porto sicuro più vicino", ha scandito il ministro dell'Interno francese Christophe Castaner dimostrando, al posto della tanto sbandierata ma poco praticata solidarietà, la ferma intenzione di scaricare il problema su Roma.

L'imbarcazione in questione è (tanto per cambiare) la Alan Kurdi dell'ong tedesca Sea Eye. Partita l'11 settembre dal porto di Burriana, dove le autorità iberiche hanno "confermato" quanto già affermato dallo Stato di bandiera, la Germania, ovvero che le certificazioni e l'equipaggiamento sono regolari, la nave ha caricato nel giro di una settimana oltre 130 immigrati clandestini e ha fatto rotta verso il nostro paese per scaricarli nel porto di Lampedusa. "Queste persone sono particolarmente vulnerabili", ha scritto sui social lanciando l'sos alle autorità italiane che, proprio in quelle ore, si trovavano a dover gestire almeno 26 approdi clandestini. Gli uomini della Guardia costiera e della Guardia di Finanza erano impegnati senza sosta nelle operazioni di soccorso, mentre l'hotspot di Lampedusa, che era stato appena svuotato, aveva superato le mille presenze a fronte di una capienza di 192 posti.

Sebbene la Alan Kurdi si trovasse nella Sar di Malta, la richiesta di un porto sicuro era subito stata indirizzata a Roma, con la certezza di trovare ancora una volta le porte aperte senza problemi. L'Italia, però, non aveva dato il via libera ad entrare nel porto di Lampedusa ma, dopo aver soccorso due donne, un uomo, cinque bambini, il più piccolo dei quali ha solo cinque mesi, si era messa in contatto con il centro di controllo tedesco a Brema per "reindirizzare" la richiesta alla Germania. Dai ministeri tedeschi dei Trasporti e degli Esteri non è mai arrivata alcuna risposta. E così oggi Jan Ribbeck, comandante delle operazioni e membro del consiglio di Sea Eye, ha deciso di fare rotta verso Marsiglia, porto di scalo che solitamente l'ong usa per fare rifornimento. Il sindaco ad interim della città, Benoit Payan, si è subito detto pronto ad accogliere i 125 immigrati che si trovano a bordo. "Non lasceremo morire i naufraghi nel Mediterraneo - ha scritto su Twitter - si tratta della nostra storia, della nostra tradizione, dei nostri valori".

La solidarietà di Marsiglia non dev'essere affatto piaciuta a Parigi. In serata il ministero dell'Interno francese ha subito chiesto a Roma di accogliere la nave umanitaria tedesca. "Da due anni siamo sempre al fianco dell'Italia nel meccanismo di solidarietà per la gestione degli sbarchi - ha sottolineato - le chiediamo quindi di rispondere favorevolmente alla richiesta formulata dall'Ong di attraccare nel porto sicuro più vicino". Castaner non ha spiegato perché il processo non possa avvenire al contrario. E cioé far sbarcare i 125 clandestini in Francia e poi ricollocare chi ne ha diritto negli altri Paesi europei e lasciare una volta tanto a Parigi il compito di rimpatriare quelli che non possono avere lo status di rifugiati. Né ha spiegato perché, nell'immaginario europeo, debba essere sempre l'Italia il primo approdo dei barconi che partono dal Nord Africa, con tutti i problemi che questo comporta. Eppure, proprio oggi, la Commissione europea si era vantata di aver posto le basi per un nuovo patto tra gli Stati membri che, a loro dire, introdurrà maggiore solidarietà all'interno dell'Unione europea. Ursula Von der Leyen ha presentato il piano con entusiasmo definendolo un "nuovo inizio" che permetterà di conciliare interessi divergenti e legittimi, trovando un equilibrio tra "responsabilità e solidarietà". "È un passo importante", ha fatto eco anche il premier Giuseppe Conte ribadendo la necessità di "certezza su rimpatri e ridistribuzioni". Se il "nuovo inizio" è l'ennesimo braccio di ferro tra Parigi e Roma, è certo che i problemi che avevamo col fallimentare Trattato di Dublino non riusciremo mai a superarli.

Usa, agente che uccise Breonna Taylor solo negligente, scoppia la rivolta: feriti due poliziotti

@ - Scontri a Louisville dopo la sentenza del Gran giurì. Trump: "Giustizia non facile, il procuratore del Kentucky è ua star".


Un solo agente incriminato per la morte di Breonna Taylor, l'afroamericana uccisa nella sua abitazione lo scorso marzo e divenuta uno dei volti del Black Lives Matter. Un'incriminazione per condotta negligente e pericolosa, per la quale rischia se condannato fino a 15 anni di carcere, non per l'uccisione della ragazza 26 enne. Gli altri due poliziotti che accompagnavano Brett Hankinson non sono stati accusati. La decisione del gran giurì ha lasciato l'amaro in bocca dopo 100 giorni di proteste nelle strade di tutta America. E scatena in molti la rabbia: a Louisville, nel Kentucky dove Tayler è stata uccisa, i manifestanti hanno invaso le strade e si sono scontrati con la polizia.
E nella notte italiana la polizia della città del Kentucky ha comunicato che sono stati esplosi colpi di pistola contro due agenti durante le proteste. Le loro condizioni non sarebbero critiche, uno è stato sottoposto a intervento chirurgico. La polizia ha detto che un sospettato è già stato fermato. A louisville era previsto il coprifuoco alle 21 ora locale, deciso in anticipo dal sindaco per cercare di stemperare gli animi ed evitare una notte di violenza. Ma sono molte le città americane dove si sono registrate proteste per chiedere giustizia per Breonna Taylor. A Washington i manifestanti sono partiti dal Dipartimento di Giustizia e si sono diretti verso la Casa Bianca. A New York si sono radunati al Barclay Center di Brooklyn per poi dirigersi verso Manhattan, sorvolata da diversi elicotteri nel tentativo di garantire proteste pacifiche.

Era marzo quando gli agenti avevano fatto irruzione in piena notte nell'abitazione della ragazza, che stava dormendo con il suo fidanzato. Non avendo capito cosa stava accadendo e non avendo riconosciuto che si trattava della polizia, il compagno di Taylor - Kenneth Walker - aveva sparato e colpito a una gamba uno degli agenti. I tre poliziotti avevano risposto sparando 32 colpi, molti dei quali avevano raggiunto e ucciso Taylor. Per il grand giurì la reazione degli agenti era giustificata perché Walker ha sparato per primo.

La decisione del gran giurì è "offensiva", dice Ben Crump, il legale della famiglia Taylor. Kamala Harris, la candidata democratica alla vicepresidenza, ammette di non aver avuto modo di leggere la decisione ma afferma: "Non c'è dubbio che la famiglia di Breonna Taylor meritava giustizia ieri, la merita oggi e la meriterà domani", afferma. "La giustizia non è facile": il procuratore del Kentucky Daniel Cameron è stato bravo, una "star" con una dichiarazione "veramente brillante" ha affermato Donald Trump rispondendo a una domanda sulla decisione del gran giurì su Breonna Taylor. Sulle proteste è intervenuto anche il candidato democratico Joe Biden: che ha esortato i manifestanti a "non macchiare" con violente proteste l'eredità di Breonna Taylor.

I legali di uno dei tre agenti coinvolti nel caso sono soddisfatti. "La morte di Breonna Taylor è una tragedia. Ma gli agenti non hanno agito in modo non professionale. Hanno svolto il loro compito e non hanno infranto la legge", spiega Kent Wicker, legale di Jonathan Mattingly, uno degli agenti coinvolti nel caso.

Nell'annunciare la decisione del gran giurì il procuratore del Kentucky, Daniel Cameron, ha ammesso che molte persone non saranno state soddisfatte dal risultato. Cameron ha spiegato che Mattingly e l'agente Myles Cosgrove - colui che ha sparato il colpo definito che ha ucciso la ragazza - "secondo la legge del Kentucky erano giustificati all'uso della forza per proteggersi. Questa giustificazione ci impedisce di perseguirli per la morte di Taylor". Brett Hankison invece è stato incriminato per negligenza, ovvero per l'aver sparato in direzione di un appartamento nelle vicinanze mettendo a rischio la vita di altre persone.

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martedì 22 settembre 2020

Lo "Stato profondo" del Papa: ecco chi comanda in Vaticano

@ - Mons. Viganò ha parlato di Chiesa profonda. Un pezzo di Vaticano impegnato a disegnare il futuro e il trono di Pietro.


Monsignor Carlo Maria Viganò, nella sua lettera a Donald Trump - quella che il presidente degli States ha rilanciato sui social - ha parlato di una "deep Church", ossia di una "Chiesa profonda". Un emisfero che potrebbe essere associato al Vaticano. Uno "Stato profondo" che si oppone, secondo l'analisi dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, anche alla riconferma del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Uno strato che guida i processi che incidono sul globo, nonostante non si palesi di fronte a tutto. Il "deep State", nella narrativa sovranista, è composto dai potentati che non accettano che un anti-sistema come Trump possa governare la nazione più importante del mondo. Lo stesso discorso varrebbe per la Santa Sede. In questo secondo caso, però, per "Stato profondo" o "Chiesa profonda" bisognerebbe intendere anche gli autori di una spinta ideologico-culturale che punterebbe a destrutturare la Chiesa cattolica per come l'abbiamo conosciuta in nome del progressismo.

Esiste una cerchia più o meno ristretta che influisce sulle posizioni di Papa Francesco e sull'avvenire del cattolicesimo: questa è la convinzione del "fronte tradizionale". Carlo Maria Viganò, nella sua missiva, ha scritto quanto segue: "E non stupisce che questi mercenari siano alleati dei figli delle tenebre e odino i figli della luce: come vi è un deep state, così vi è anche una deep Church che tradisce i propri doveri e rinnega i propri impegni dinanzi a Dio. Così, il nemico invisibile, che i buoni governanti combattono nella cosa pubblica, viene combattuto dai buoni pastori nell’ambito ecclesiastico". La Chiesa cattolica americana appare divisa in vista delle elezioni presidenziali: i conservatori sostengono apertamente The Donald, mentre i progressisti ed i cattolici democratici propendono per Joe Biden. Si tratta di una storia antica, ma la spaccatura interna adesso è più visibile che mai. Jorge Mario Bergoglio insiste nel dire che dividere è opera del diavolo. Gli appelli degli ecclesiastici progressisti in favore del candidato dei Dem, tuttavia, non si contano più. Così come quelli dei pro life in favore di Trump. Chi è, dunque, che sta alimentando le divisioni nella Ecclesia? Il quesito è attuale.

A prescindere dalle elezioni americane, il ragionamento vale per molti aspetti della vita ecclesiastica, compresi quelli dottrinali. La partita, in poche parole, avrebbe un valore "universale". Questa "Chiesa profonda" sarebbe accomunata dalla battaglia contro il sovranismo, che viene percepito alla stregua di un pericoloso nemico. E sarebbe dunque abitata dalla sinistra ecclesiastica. Nello stesso tempo, questo "deep State" del Vaticano starebbe infatti spingendo per una revisione complessiva della struttura gerarchica ecclesiale, con accenti posti anche su quello che i conservatori chiamano stravolgimento dottrinale. Si tratta o no di una boutade? Possibile che la Chiesa cattolica sia così immersa nelle logiche correntizie? E quali risvolti avrebbe l'esistenza di una "Chiesa profonda" da un punto di vista squisitamente politico?

Che cos'è uno "Stato profondo"
Non è semplice comprendere quali siano i protagonisti di questa stagione. Conosciamo le personalità più importanti della gestione del pontefice argentino, ma comprendere da chi sia animata la "Chiesa profonda", sempre nel caso esistesse davvero, non è un'operazione semplice. Alcune fonti con cui abbiamo parlato si sono limitate ad affermare di non essere nella posizione di comporre un elenco con precisione. Se non altro perché queste fonti non hanno alcun ruolo in quello che sarebbe lo "Stato profondo" della Chiesa cattolica. C'è una certa logica dietro all'impossibilità di diramare un vero e proprio quadro preciso di fondo: soltanto chi opera nella presunta "deep Church" è consapevole di come agisca la presunta "Chiesa profonda". Si può domandare, però, cosa si intende per "Stato profondo", e dunque in questa specifica circostanza per "Chiesa profonda".

Julio Loredo, presidente per l'Italia di Tradizione, Famiglia e Proprietà, pensa che "si sta diffondendo nel linguaggio giornalistico l’espressione Deep State, cioè Stato Profondo, per designare le strutture di potere nascoste dietro (o dentro) gli organismi dello Stato. Il concetto non è per niente nuovo. Già gli antichi greci parlavano di kratos en kratei, il potere dentro al potere. Nel suo senso moderno l’espressione proviene dal turco derin devlet, e fu usata all’epoca di Kemal Atatürk in riferimento a circoli di potere – servizi segreti, vertici militari, vertici giudiziari, mafia, ecc. – che agivano indipendentemente dallo Sato". Sì, ma nel contemporaneo? "Nel suo senso moderno, Deep State si riferisce a quelle strutture di potere che un governo non può cambiare e che, quindi, vanno avanti imperterrite, costituendo un vero Stato dentro lo Stato che condiziona gli indirizzi del paese, indipendente da chi sieda sulla poltrona presidenziale. Un esempio classico sono gli Stati Uniti, dove ci sono 2,7 milioni di funzionari pubblici, dei quali non più di 30mila sono sotto l’autorità del Presidente e del Congresso. Questo per non parlare dei poteri finanziari, industriali e pubblicistici, che non dipendono per nulla dal verdetto delle urne. I governi passano. Il Deep State permane". Ma non è tutto. Sì, perché "Stato profondo" e "Chiesa profonda" sarebbero in qualche modo alleati. E forse è questa la suggestione più rilevante tra quelle alimentate dalla cosiddetta narrativa sovranista.

Ma esiste davvero una "Chiesa profonda"?
Quando monsignor Carlo Maria Viganò ha messo nero su bianco l'espressione "deep Church", in molti si sono scandalizzati. Come può, del resto, esistere una Chiesa nella Chiesa? Un Vaticano nel Vaticano? In linea di principio, non sarebbe neppure possibile presentare un'ipotesi di questo tipo senza ventilare un frazionamento del mondo ecclesiastico. E le "divisioni" tra consacrati rimangono un tabù per definizione. Come l'ex arcivescovo di Buenos Aires ribadisce spesso in questo periodo. E infatti c'è chi, come il religioso Rosario Vitale, smentisce di netto: "Leggere di una “Chiesa nella Chiesa” mi sembra quanto di più fantasioso si possa sperare. La Chiesa per vocazione è una Santa, cattolica ed apostolica. Mi risulta davvero difficile anche solo pensare che alcuni credano a teorie di complotti per installare questo o quel politico, o di piani segreti che porterebbero ad un utopico sovranismo mondiale, che non si sa bene quale obiettivo avrebbe se non quello di alimentare la confusione, che già regna negli ambienti secolari".

Come interpretare, allora, il contesto odierno? "In questo come sempre - aggiunge Vitale - ci viene in aiuto la Sacra Scrittura, con il Vangelo di Marco al capitolo 3: 'Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi'. Si commenta da solo, e aggiungo che chiunque tenti di alimentare la divisione all’interno della Chiesa non sta facendo altro che appoggiare i piani del maligno che ci vuole soli e deboli. Seguiamo gli insegnamenti di Cristo che si è fatto prossimo di tutti e per tutti. Le chiacchiere, beh come dice il Santo Padre, anche quelle sono opera del diavolo che come sappiamo significa Il divisore" .

Il presidente Julio Loredo, per circoscrivere il significato di quel passaggio della missiva destinata al presidente Usa, parte dal piano letterale: "Mons. Carlo Maria Viganò utilizza l’espressione nella sua lettera aperta al presidente Trump: 'Pare che i figli delle tenebre — che identifichiamo facilmente con quel deep state al quale Ella saggiamente si oppone e che ferocemente le muove guerra anche in questi giorni — abbiano voluto scoprire le proprie carte, per così dire, mostrando ormai i propri piani'". Quindi cosa voleva dire Viganò? "Come si vede, l’ex Nunzio a Washington utilizza l’espressione deep state in un senso leggermente diverso e, secondo me, più profondo e coerente con una corretta lettura della storia moderna. Egli si riferisce alle forze rivoluzionarie che, tirando i fili senza mostrare la faccia, hanno sollevato contro Trump una vera e propria rivoluzione di carattere socialista e anarchico. È impossibile, per esempio, che gli stessi moti siano scoppiati in tutti gli Stati nello stesso giorno, con le stesse modalità, gli stessi simboli e gli stessi slogan, senza che vi sia un piano e una mente coordinatrice". Una visione certamente netta quella di Loredo, che però può spiegarci come una parte importante del mondo conservatore cattolico guardi a quanto sta succedendo negli Stati Uniti. Una visione quasi escatologica in cui si affrontano temi che in Italia sembrano distanti anni luce dal dibattito politico, ma che in un mosaico complesso come quello americano possono fare la differenza. E che aiutano anche a comprendere come si muove questo grande cosmo religioso e culturale.

Qualche esempio storico
Il presidente di Tradizione, Famiglia e Proprietà pensa che, pescando nell'armadio della storia, sia lecito far presente come degli "agenti" esistano. Il tutto - ci tiene a sottolineare - senza scadere in "teorie cospirazioniste". Ma qualcosa che muove in una direzione piuttosto che in un'altra c'è, tanto che "questi agenti (quelli del "deep State", ndr) operano, di solito celati, sia nella società temporale sia in quella spirituale. Fa parte della storia, per esempio, il patto segreto sottoscritto dai cattolici liberali sotto l’egida di mons. Félix Dupanloup per opporsi al beato Pio IX e al Concilio Vaticano I, smascherato solo molti anni dopo. Fa pure parte della storia quel “clandestinum foedus” denunciato da san Pio X nel motu proprio Sacrorum Antistitum in riferimento ai modernisti che agivano, appunto, come una società segreta, peraltro vantata dal Fogazzaro ne "Il Santo", dove l’autore vicentino lancia l’idea di una “frammassoneria cattolica”. Poi, Loredo, passa a tempi recenti, con "il “Patto delle catacombe”, sottoscritto da alcuni Padri conciliari nel 1965, impegnandosi a sovvertire la Santa Chiesa dalle fondamenta. E ancora gli accordi, allora segreti, di quella “mafia di San Gallo” che pare abbia condizionato l’ultimo conclave. E questo è solo la punta dell’iceberg".

Il "gruppo di San Gallo" - secondo i suoi detrattori una "mafia" - era un gruppo di cardinali progressisti che secondo le accuse avrebbe influito sull'elezione di un pontefice di stampo progressista. Il nome deriva dalla località svizzera in cui si incontravano, appunto San Gallo. Il loro obiettivo è stato per anni quelli di contrastare le pulsioni centralista della Chiesa di Roma, a partire dalla riduzione del potere del Consiglio delle conferenza dei vescovi d'Europa. Uno dei principali avversari di questo gruppo su proprio Joseph Ratzinger, considerato un problema per la sua influenza romano-centrica sulla Chiesa nel periodo di debolezza fisica di Giovanni Paolo II.

"Questi cospiratori, poi, tirano i fili che muovono realtà dichiaratamente progressiste, e l’enorme rete di cripto-progressisti, di para-progressisti, di filo-progressisti e di utili idioti, presenti un po’ ovunque", chiosa Loredo, che poi specifica: " Proprio a ciò si riferiva mons. Viganò nella lettera sopra citata: “Come vi è un deep state, così vi è anche una deep Church che tradisce i propri doveri e rinnega i propri impegni dinanzi a Dio”. In questo senso, la denuncia di mons. Viganò non è una novità. Ciò che costituisce novità è il coraggio che ha avuto nel parlarne".

I laici che oggi contano in Vaticano
Il Vaticano ed i laici triangolano: non è un mistero. Le complicazioni, semmai, sorgono nel momento in cui si cerca di comprendere i "perché" ed i "come". Anzi, durante questo pontificato, si sta discutendo sull'allargare la gestione ecclesiastica al laicato, con l'episcopato tedesco che è in prima linea in questa battaglia. Ma come si declina questa collaborazione sul piano politico-culturale? Il presidente di Tradizione, Famiglia e Proprietà parte da un presupposto: "Il Vaticano ha sempre potuto contare sulla collaborazione di laici fidati. Come non ricordare, per esempio, la splendente figura del Conte Stanislao Medolago-Albani, stretto collaboratore di Leone XIII e poi, soprattutto, di san Pio X in ciò che riguarda le questioni sociali ed economiche? Papa Sarto lo riteneva un vero braccio destro". E ancora: "Anche oggi ci sono laici esterni al Vaticano che vi esercitano un’influenza non indifferente. Purtroppo, spesso sono di un orientamento opposto a quello di Medolago-Albani. Potremmo quasi esclamare: “dimmi con quali laici vai e ti dirò chi sei”.

Qualche nome che ha asusnto in questi anni un ruolo di primo piano in Vaticano? "Credo che possiamo cominciare da Eugenio Scalfari. Alcune sue interviste al Pontefice – che egli stesso riconosce non essere ipsis verbis bensì una sua personale reinterpretazione –, nonostante smentite da parte vaticana, sono state annoverate nelle Acta Apostolicae Sedis. Credo sia la prima volta nella storia che un laicista di sinistra detta il magistero della Chiesa". Non basta: " In campo economico, ecco Jeffrey Sachs, un ambientalista radicale di scuola maltusiana. Sachs è assessore di Bernie Sanders, il candidato dell’estrema sinistra alle presidenziali americane. Un altro laico vicino a Francesco è Paul Ehrlich, autore di "The Population Bomb", partigiano di una drastica riduzione della popolazione mondiale, anche con l’aborto selettivo. O ancora Hans Schellnhuber, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, promotore della teoria di Gaia. Secondo lui, la terra non dovrebbe avere più di un miliardo di abitanti". Il che ha fatto discutere, soprattutto negli ambienti tradizionalisti.

Loredo passa ad un'altra questione particolarmente dibattuta, ossia il contributo dato da alcuni laici nella stesura dell'enciclica Laudato Sii, che è associata all'introduzione dell'ecologia quale caposaldo dottrinale: "E parlando della Laudato Sii, possiamo menzionare Leonardo Boff – ormai ex-frate francescano e, quindi, un “laico” – un padre intellettuale dell’enciclica. Boff è uno dei principali esponenti della Teologia della liberazione di ispirazione marxista. “Dobbiamo introdurre il marxismo nella teologia. (…) Vedo segni del Regno nel socialismo sovietico”, diceva." Un laicato di sinistra cui Francesco guarderebbe con spiccato interesse e che rappresenta uno dei possibili grandi elementi di frattura all'interno del Vaticano.

LEGGERE:

La "guerra santa" di Francesco: così il Papa sfida i sovranisti

domenica 20 settembre 2020

415 mln i bambini a rischio nel mondo Save the Children per la Giornata Internazionale della Pace

@ - Sono 415 milioni i bambini nel mondo esposti al potenziale fuoco incrociato delle armi e degli effetti Covid-19. Si tratta di dati diffusi da Save the Children, che nel 2019 ha contato quasi 1.000 attacchi a scuole o ospedali.


Tra le situazioni ritenute più preoccupanti, in Yemen i bombardamenti sono più che raddoppiati rispetto a fine 2019, in Siria sono stati colpiti 84 ospedali e presidi sanitari dallo scorso dicembre. Alla vigilia della Giornata Internazionale della Pace 2020, il 21 settembre, l'ong ha anche lanciato una serie in podcast intitolata 'Children of War' e disponibile su Spotify e sui social media dell'Organizzazione: cinque storie di bambini sopravvissuti in cinque guerre nell'arco di 80 anni, dalla Seconda Guerra Mondiale alla Guerra del Biafra, dal genocidio in Rwanda alle guerre in corso in Siria e Yemen.

sabato 19 settembre 2020

Cosa c’entrano Cipro e la Bielorussia?

@ - Il primo dei due paesi sta tenendo in ostaggio l'intera Unione Europea sulle sanzioni da applicare al secondo: c'è di mezzo anche la Turchia.


Una donna partecipa a una protesta contro Alexander Lukashenko fuori dal Parlamento Europeo a Bruxelles, 15 settembre 2020 (AP Photo/Francisco Seco)

Da settimane l’Unione Europea è pronta ad applicare ulteriori sanzioni al governo autoritario della Bielorussia, accusato con prove credibili di brogli elettorali alle ultime presidenziali e violenze nei confronti dei propri oppositori politici. Tutti i 27 paesi sono d’accordo nel congelare i beni e vietare l’ingresso nel territorio dell’Unione a 40 persone vicine al governo bielorusso, tranne uno, fra i più piccoli: Cipro.

Da diversi giorni i diplomatici ciprioti spiegano che non approveranno le sanzioni nei confronti della Bielorussia – che richiedono l’unanimità in sede di Consiglio dell’Unione Europea, l’organo in cui siedono i rappresentanti dei 27 governi – a meno che l’Unione approvi delle sanzioni anche contro la Turchia, che da qualche tempo sta portando avanti una politica molto aggressiva nel Mediterraneo orientale, e con cui Cipro è in cattivi rapporti da decenni.

Diversi osservatori hanno definito «un ricatto» la decisione di Cipro, e sottolineano come sia molto raro che un paese utilizzi il suo potere di veto per forzare una decisione su un’altra questione, completamente slegata: in sede di Consiglio, soprattutto in politica estera, si lavora su equilibri molto delicati, e la proliferazione di veti incrociati renderebbe praticamente impossibile il lavoro diplomatico.

Al momento, in effetti, è tutto bloccato. Un tentativo di trovare un compromesso portato avanti mercoledì è fallito. Lunedì è in programma una riunione del Consiglio Affari Esteri, che riunisce tutti i ministri degli Esteri dei 27 paesi, ma sembra che un accordo sia ancora lontano. Laurence Norman, corrispondente dalle istituzioni europee del Wall Street Journal, scrive che il dibattito è ancora «polarizzato» e che ci sono scarse possibilità di trovare una soluzione prima del Consiglio Europeo – l’organo che riunisce i capi di stato e di governo e detta l’agenda politica – fissato per il 24-25 settembre.

«L’Unione Europa rischia l’irrilevanza: c’è in ballo la nostra credibilità», ha detto una fonte diplomatica europea contattata da Reuters.

La situazione di Cipro è critica da decenni a causa della difficile convivenza fra i greci ciprioti e i turchi ciprioti. Nel 1975 i turchi insediarono un governo indipendente nel nord dell’isola che portò, nel 1983, all’autoproclamazione della Repubblica turca di Cipro del Nord, che tuttavia è stata riconosciuta soltanto dalla Turchia. Ancora oggi Nicosia è una città divisa in due ed è la capitale sia di Cipro del Nord sia della Repubblica di Cipro, cioè il paese europeo che chiamiamo più semplicemente Cipro.

L’anno scorso la Turchia ha iniziato a esplorare il tratto di mare che Cipro considera come propria zona economica esclusiva in cerca di giacimenti di gas naturale, molto ricchi nella zona. Anche la Grecia sostiene che nelle sue esplorazioni la Turchia invada spesso le sue acque, e a fine agosto la tensione era improvvisamente aumentata a causa di un incidente fra una nave turca e una greca.

Cipro e la Grecia condividono le preoccupazioni con diversi paesi della regione, fra cui per esempio Egitto e Israele, ma hanno ben pochi alleati all’interno dell’Unione Europea. A febbraio, dietro pressione di Cipro, l’Unione Europea aveva approvato delle sanzioni nei confronti di due dipendenti della compagnia petrolifera dello stato turco, ma furono considerate così leggere che Bloomberg le definì «largamente simboliche». Una proposta cipriota per estendere le sanzioni nei confronti della Turchia è stata presentata a giugno ma in queste settimane ha guadagnato pochissimi consensi, per ragioni note: nonostante sia un regime autoritario, il governo turco è un importante alleato europeo per quanto riguarda la sicurezza – il patto per bloccare l’immigrazione dal Medio Oriente, stretto nel 2016, è ancora valido – e la Turchia ha importanti legami culturali con diversi paesi europei, fra cui anche la Germania. Per tutte queste ragioni l’Unione Europea è da qualche anno molto cauta nelle sue azioni contro la Turchia.

In questo momento Cipro sta provando a forzare la mano, e i suoi diplomatici stanno spiegando di non avere altre alternative per provare a convincere l’Unione Europea a inasprire le sanzioni nei confronti della Turchia. Molto difficilmente riuscirà a farlo, ma al momento non è chiaro cosa potrebbe accettare in cambio del ritiro del veto nei confronti delle sanzioni alla Bielorussia, chieste con forza anche dal Parlamento Europeo (che nel caso potrebbero entrare in vigore «nel giro di qualche giorno», riferiscono fonti diplomatiche al Guardian).

Per molti analisti, casi come questo evidenziano la scarsa efficacia dell’approccio in politica estera dell’Unione Europea: dato che la maggior parte delle decisioni viene presa dal Consiglio, che deve trovare una posizione condivisa da 27 governi diversi, le misure prese arrivano spesso in ritardo, quando arrivano, e sono frutto di compromessi trovati al ribasso. «Dobbiamo introdurre un voto a maggioranza su temi specifici come i diritti umani e le sanzioni», ha detto la fonte di Reuters, avanzando una richiesta che circola da anni fra gli esperti che vorrebbero una Unione Europea più attiva nella politica estera, anche a costo di una minore coesione interna

giovedì 17 settembre 2020

Libia, Sarraj annuncia le dimissioni in tv: «A ottobre mi faccio da parte»

@ - Il capo del governo di Tripoli lo ha annunciato in un discorso alla tv: «Un nuovo governo porterà avanti la transizione»


Dopo cinque anni di lotte politiche e difficoltà estreme, Fayez Sarraj presenta le dimissioni. «Dichiaro il mio desiderio sincero di cedere le mie responsabilità al prossimo esecutivo non più tardi della fine di ottobre». Con queste parole pronunciate ieri sera alla televisione pubblica questo premier dall’aria spesso riluttante ad accettare il proprio ruolo ha dato l’annuncio: presto non guiderà più il governo di Accordo Nazionale a Tripoli.

Poche frasi, precise e pacate. È nel suo stile, lui ha sempre cercato di mostrare calma nel caos in cui è scivolato il Paese sin dalla fine della dittatura di Muammar Gheddafi nel 2011. «Spero che la commissione per il dialogo finisca il suo lavoro e scelga un consiglio presidenziale e un primo ministro», ha aggiunto.

Proprio il mese prossimo sono previsti colloqui a Ginevra per la formazione di un nuovo governo che sostituisca quello che era stato sponsorizzato dall’Onu. I dialoghi del resto erano già iniziati nelle ultime settimane tra Sarraj e Aguila Saleh, presidente della Camera dei Rappresentanti, di fatto il Parlamento di Tobruk che sta in competizione aperta con quello di Tripoli. Ma, proprio la settimana scorsa Abdullah al-Thinni, il capo del governo dell’Est, si è dimesso, paralizzando i negoziati.

Sono in particolare queste recenti evoluzioni a caratterizzare negativamente le dimissioni di Sarraj: non rappresentano l’ultima fase di un lavoro portato a termine con successo, ma una sorta di resa diluita da parte di un leader stanco e scoraggiato. Il suo volto alla televisione era tirato; ha parlato stando sulla difensiva, quasi a voler giustificare il suo gettare la spugna.

Il premier lascia il Paese nella confusione, mentre il generale Khalifa Haftar da Bengasi cerca di rilanciare l’opzione militare per conquistare Tripoli e le interferenze straniere si fanno sentire più ingombranti che mai.

Sarraj era stato fortemente voluto dall’Onu, con il pieno sostegno dell’Italia, durante i colloqui tenuti a Skhirat, in Marocco, nel 2015. Allora questo ingegnere (oggi 60enne) figlio di vecchi sostenitori della monarchia si era visto affidare il compito di mettere le mani nel puzzle libico per ricostruire il Paese. La sua debolezza era vista come un possibile punto di forza: non è un militare, non ha soldati propri e neppure alleanze tribali da garantire.

Ci si illuse che il suo essere estraneo alle fazioni potesse aiutarlo a smantellare le milizie. Non è stato così. Per difendersi dall’attacco militare lanciato da Haftar il 4 aprile 2019, Sarraj prima si è affidato alle milizie di Misurata e persino a quelle islamiche in Tripolitania, poi è dovuto ricorrere agli aiuti turchi. Erdogan ha così potuto giocare anche in Libia le sue mire neo-ottomane. L’Italia sino al 2018 era stata un suo fedele alleato. Ma ai tempi della conferenza di Palermo nell’autunno 2018 il sostegno italiano apparve meno netto, ondivago. Di recente la situazione è mutata. Però in Libia giocano ormai troppi attori regionali e internazionali.

Come ci aveva confidato più volte nel corso di varie interviste negli ultimi anni: Sarraj oggi preferisce andarsene, si sente un tecnico prestato alla politica. Tra gli astri emergenti a Tripoli c’è il suo ministro dell’Interno, Fathi Bishaga. Ma i giochi sono ancora tutti da fare.

La Francia si spacca sui certificati di verginità per le ragazze. I medici: "Sbagliato vietarli"

@ - Gli attestati sono richiesti da genitori o futuri mariti: il governo vorrebbe abolirli nell'ambito di un progetto contro il "separatismo", in particolare islamico. Ma secondo molti operatori la legge rischia di mettere in pericolo le giovani più fragili.


"No alla legge che vieta i certificati di verginità". Il sorprendente appello viene da un gruppo di ginecologi e medici francesi schierati contro la decisione del governo di approvare una legge per vietare questa pratica sessista, umiliante, rendendo penalmente responsabili i dottori che si prestano a rilasciare i certificati. Secondo i firmatari del testo pubblicato su Libération la proposta dell'esecutivo, che fa parte del progetto più ampio contro il "separatismo" in particolare islamico, rischia di mettere in pericolo le ragazze che vivono in famiglie integraliste.

I certificati di verginità vengono rilasciati dopo un controllo dell'integrità dell'imene e vengono di solito richiesti da giovani, o piuttosto da genitori e futuri mariti. I medici firmatari sottolineano che si tratta di un fenomeno minoritario. "Siamo decisamente contrari ai test di verginità" precisano. "È una pratica barbara, retrograda e totalmente sessista. In un mondo ideale, tali certificati dovrebbero naturalmente essere rifiutati".

Poi però aggiungono: "Ci capita di dover fornire questo certificato a una giovane donna per salvarle la vita, per proteggerla perché è indebolita, vulnerabile o minacciata". Secondo i firmatari approvare un bando con reato penale significa abbandonare le ragazze a pratiche clandestine, o a viaggi all'estero per ottenere comunque gli attestati, mentre oggi la consultazione è l'occasione di aiutare le ragazze "a prendere coscienza e a liberarsi dal dominio maschile o familiare".

L'appello è sottoscritto tra gli altri dal direttore del reparto ostetricia-ginecologia dell'ospedale parigino Bicêtre, dalla presidente del collettivo femminista Cfcv Emmanuelle Piet e dal presidente di Gynécologie Sans Frontières (Gsf) Claude Rosenthal. Il ministro dell'Interno Gérard Darmanin, accompagnato dalla sottosegretaria alla cittadinanza Marlène Schiappa, aveva annunciato la settimana scorsa la misura appoggiandosi su una decisione dell'Ordine dei Medici.

"Tale esame - ha scritto il consiglio nazionale dell'Ordine nel 2017 - non ha alcuna giustificazione medica e costituisce una violazione del rispetto della privacy di una giovane donna, in particolare quando minorenne".

L'idea che nella Francia del 2020 ci siano ancora donne (e medici) che si occupano certificati di verginità, con nessun valore legale, sembra incredibile. Ma la soluzione, dicono i medici promotori dell'appello al governo, non è una legge. "Significa attaccare gli effetti trascurando la causa che affonda le sue radici nell'ignoranza e nella paura. Solo l'educazione - concludono i firmatari - permetterà l'emancipazione di queste giovani donne".

Incidenti aerei 737 Max, il rapporto ufficiale: “Boeing ha nascosto i difetti”

@ - Incidenti aerei 737 Max, arriva finalmente la verità sui drammi avvenuti in Indonesia e in Etopia negli ultimi due anni. L’accusa che arriva dagli Stati Uniti verso la Boeing è scioccante: “Sapevano dei difetti su quel modello e l’hanno nascosto a tutti”.


La Boeing ha nascosto i difetti tecnici del 737 Max. A tutti. Sia alle autorità nazionali e internazionali, sia ai propri politi. E’ questo il verdetto finale emesso dalla commissione trasporti della camera Usa, in virtù di tutte le indagini realizzate a proposito degli incidenti aerei relativi in Indonesia ed Etiopia avvenuti tra il 2018 e il 2019.


Incidenti aerei 737 Max, arriva il dossier finale
Le vittime di questi due disastri, dunque, erano assolutamente evitabili. Nel totale sono state 346 le persone che hanno perso la vita nei due eventi drammatici. Il primo è datato 29 ottobre 2018, quando l’aereo da poco decollato da Giacarta è presto precipitato uccidendo sul colpo le 189 persone a bordo tra passeggeri e personale di bordo. Stesso tragico destino per il mezzo che il 10 marzo 2019 volava dall’Etiopia schiantandosi presto e uccidendo altre 157 persone.

Come noto, dopo questo doppio incidente, trattandosi dello stesso modello, seguì la decisione mondiale di fermare tutti i prototipi al fine di individuare eventuali difetti letali. 18 mesi dopo, ecco il verdetto finale con gli Stati Uniti particolarmente severi nei confronti della compagnia. La Faa, amministrazione dell’aviazione federale, ha infatti sentenziato che “la Boeing ha fallito sia nella progettazione che nello sviluppo dell’aereo”. Il corposo dossier, composto da 250 pagine, ha svela infatti una serie di errori tecnici e nel design dell’aereo.

mercoledì 16 settembre 2020

Von der Leyen: “Tutti in Ue devono avere salari minimi. Con Conte vertice sulla sanità in Italia. Il 37% del Recovery Fund per il Green deal”

@ - Da una parte l’economia e le misure per il rilancio, dall’altra la situazione sanitaria. Su tutto il Covid, che condiziona e condizionerà le politiche comunitarie in ogni settore. Nel primo discorso sullo stato dell’Unione dopo la pandemia il programma e gli auspici della presidente della Commissione, che pone come pilastro della ripartenza il green deal e il taglio delle emissioni al 55% entro il 2030. Ma non dimentica anche lo Stato di diritto, la lotta al razzismo e la difesa dei diritti Lgbtqi: "L'odio è odio e nessuno dovrebbe sopportarlo"


Il lavoro e l’economia da una parte, la situazione sanitaria dall’altra. Con il coronavirus a fare da filo conduttore e la transizione verde come pilastro della ripartenza. Nel primo discorso sullo stato dell’Unione da parte della presidente della Commissione Ursula Von der Leyen annuncia che “col presidente del consiglio Giuseppe Conte e la presidenza italiana del G20 organizzeremo un vertice globale sulla sanità, in Italia”. Un modo per dimostrare che l’Ue è vicina ai cittadini, perché l’Europa deve “dimostrare che c’è per proteggerli“. Lo deve fare sul fronte sanitario, ma anche sul tema del lavoro: “Tutti nell’Unione devono avere i salari minimi. Funzionano ed è giunto il momento che il lavoro ripaghi“, dice Von der Leyen all’Eurocamera, a Bruxelles. Per la ripartenza dell’Europa c’è il Recovery Fund, che però ha degli obiettivi e il primo è il clima: “Il 37% di Next Generation Eu (Recovery Fund, ndr) sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal“, annuncia Von der Leyen. Che poi rilancia anche gli obiettivi sul taglio delle emissioni: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro, proponiamo portare l’obiettivo per il 2030 di riduzione delle emissioni ad almeno il 55%“. Un altro pilastro dell’Unione, sottolinea Von der Leyen, è lo Stato di diritto: quindi la lotta al razzismo e la difesa dei diritti Lgbtqi, per creare “una Unione in cui voi potete essere quello che siete e amare chi volete senza timore di recriminazione o discriminazione”.

La pandemia – “Dobbiamo costruire un’unione della sanità“, dice Von der Leyen, che per farlo vuole partire proprio dall’Italia e dal vertice che sarà organizzato nel 2021 con il premier Conte. “Gli europei vogliono uscire da questo mondo del coronavirus, da questa fragilità, fuori da questa incertezza. Sono pronti per un cambiamento e sono pronti ad andare avanti. Questo è il momento per l’Europa per allontanarsi da questa fragilità e verso una nuova vitalità”, assicura la presidente della Comissione, sottolineando che “l’Europa deve continuare a proteggere le vite”. Per questo “è importante in questo momento di pandemia, che non sta finendo, e che dobbiamo gestire con prudenza, agire con responsabilità e unità“.

Il lavoro – Per gli effetti della pandemia “il popolo europeo sta ancora soffrendo“. È “un periodo di ansia”, dice Von der Leyen, in cui gli europei “sono preoccupati di come sbarcare il lunario“. L’Europa “può superare questa fase, prosegue la presidente della Commissione, ritornando sul problema del lavoro. “La verità è che per troppe persone il lavoro non paga, il dumping salariale distrugge la dignità del lavoro e penalizza gli imprenditori, distorce la concorrenza del mercato interno”: per Von der Leyen “bisogna porre fine a questa situazione”. Come? “La commissione avanzerà una proposta su una normativa per sostenere gli stati membri e istituire un quadro sui salari minimi. Tutti devono avere accesso ai salari minimi o attraverso contrattazioni collettive e con salari minimi statutari”.

Il green deal – “La missione del Green Deal comporta molto di più che un taglio di emissioni, si tratta di creare un mondo più forte in cui vivere. Dobbiamo cambiare il modo in cui trattiamo la natura. E’ per questo che il 37% di Next Generation EU (Recovery Fund) sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal”, dice von der Leyen all’Eurocamera, confermando l’impegno per la transizioni verde. Inoltre, il 30% dei 750 miliardi del Recovery Fund “saranno reperiti sui mercati grazie ai Green bond“, annuncia la presidente della Commissione europea. “Sappiamo che è necessario il cambiamento e sappiamo che è possibile. Il Green Deal è il nostro piano per realizzare questa trasformazione e vogliamo diventare il primo contente neutro entro il 2050, ma non ce la faremo con questo status quo, quindi dobbiamo essere più rapidi”, avverte Von der Leyen, ribadendo l’obiettivo di ridurre le emissioni per almeno il 55% entro il 2030.

L’economia – “Le nostre economie si riprenderanno dopo una caduta del Pil del 12%, ma il virus gira ancora, ed occorre trovare un equilibrio tra garantire sostegno finanziario e sostenibilità dei bilanci“, dice ancora Von der Leyen all’Eurocamera. Poi aggiunge: “Abbiamo una nuova strategia per Schengen” e per rafforzare il nostro mercato interno. Per rilanciare l’economia europea ci sarà (anche) il Recovery Fund: “Non c’è mai stato un momento migliore per investire nell’industria tecnologica europea. Il 20% di Next Generation Eu sarà investito sul digitale“, dice Von der Leyen. La presidente annuncia infatti la creazione di un “cloud europeo” per la conservazione dei dati, “nel quadro di GaiaX”, spiegando di puntare sullo “sviluppo di 5G, 6G e fibra di vetro”, per raggiungere la “sovranità digitale dell’Europa” e stabilire “un’identità digitale europea sicura“.

La lotta al razzismo – “I progressi nella lotta al razzismo e all’odio sono fragili. Ora è il momento di cambiare. Occorre un’Unione veramente anti-razzista, che va dalla condanna all’azione”, dice Von der Leyen. Che propone un piano per estendere l’elenco dei crimini dell’Ue “a tutte le forme di crimini ispirati dall’odio e di incitamento all’odio, a causa di razza, religione, sesso o sessualità. L’odio è odio e nessuno dovrebbe sopportarlo. Rafforzeremo le nostre leggi sull’uguaglianza razziale dove ci sono lacune”, spiega al Parlamento europeo. “Useremo il nostro budget per affrontare la discriminazione in settori quali l’occupazione, l’alloggio o l’assistenza sanitaria.Perché in questa Unione la lotta al razzismo non sarà mai un optional“, afferma von der Leyen. “Miglioreremo l’istruzione e la conoscenza sulle cause storiche e culturali del razzismo. Affronteremo i pregiudizi inconsci che esistono nelle persone, nelle istituzioni e persino negli algoritmi. E nomineremo il primo coordinatore antirazzismo della Commissione per mantenere” il dossier in testa “alla nostra agenda”, promette la presidente.

I diritti – “Assicureremo che i soldi del Bilancio europeo e Next Generation Eu siano spesi con le garanzie sullo stato di diritto. Questo non è negoziabile”, aggiunge ancora Von der Leyen. Che ai diritti dedica l’ultima parte del suo discorso: “Dobbiamo cercare, insieme, di gestire la questione delle migrazioni. Le immagini del campo di Moria a Lesbo sono un ricordo doloroso della necessità che l’Europa ha di agire assieme. Ciascuno deve assumersi la responsabilità e fare meglio. Se noi miglioriamo i nostri sforzi allora ci aspettiamo che lo facciano anche gli Stati membri, tutta l’Europa deve fare la sua parte”, dice Von der Leyen. Che poi aggiunge: “Non mi riposerò quando si tratterà di costruire una Unione della uguaglianza, perché essere se stessi non è la vostra ideologia ma è la vostra identità e nessuno può mai rubarvela. Le zone dove ci sono attacchi agli Lgbtqi sono delle zone in cui non c’è umanità e queste zone non trovano spazio e posto nell’Unione”, afferma la presidente della Commissione. Che “presenterà a breve una strategia per rafforzare i diritti degli Lgbtqi e chiederà il mutuo riconoscimento delle relazioni familiari nell’Unione perché, se si è genitori in un Paese, si è genitori in ogni Paese”. Al termine del suo discorso una lunga standing ovation dal Parlamento europeo.

Il tramonto di un papato

@ - Francesco non ha una road map di riforme prestabilite, scrive padre Spadaro. E' proprio così? Dai Sinodi alla Cina, un programma chiaro c'è eccome. Il problema, semmai, sono i risultati.


Erano stati i sostenitori più accesi di Bergoglio (cardinali compresi) a definirlo rivoluzionario. Si erano sbagliati tutti o forse qualcosa è andato storto? Indagine

ultimo numero della Civiltà Cattolica si apre con un lungo articolo di padre Antonio Spadaro, direttore della rivista, che già dal titolo fa comprendere la serietà della questione posta: “Il governo di Francesco. E’ ancora attiva la spinta propulsiva del pontificato?”. La domanda non è peregrina, visto che negli ultimi mesi da più d’un commentatore, italiano e (soprattutto) straniero è stata posta. Chi con mero gusto dissacratorio e spirito apocalittico – rientrano nella categoria i vescovi estensori di comunicati antipapisti al contempo esperti di pandemie globali e quanti propugnano la storia di “Benedetto vero Papa”: non sono meritevoli però di troppa attenzione se si vuole sviluppare un discorso serio – e chi con intento riflessivo e indagatore. La tentazione, e qui ha ragione Spadaro, è di fare della riforma “un’ideologia dal vago carattere zelota” che “avrebbe da temere dalla mancanza di supporter. Sarebbe alla mercé della disillusione dei circoli di coloro che hanno in mente un’agenda da realizzare”

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