venerdì 14 agosto 2020

Pace storica tra Israele e gli Emirati: Netanyahu rinuncia alle annessioni

@ - L’annuncio di Trump su Twitter: «Enorme svolta tra i nostri amici». Il principe Bin Zayad: presto relazioni bilaterali. L’egiziano Al-Sisi soddisfatto. L’ira di Hamas e Jihad islamica: tradimento.


«Devo andare, il perché lo scoprirete più tardi». Con questo congedo sibillino il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha interrotto la riunione di gabinetto di ieri dedicata al coronavirus: «Ci sono in ballo questioni di interesse nazionale». L’arcano è stato svelato poco dopo da un tweet di Donald Trump: «Enorme svolta oggi! Storico accordo di pace tra due nostri grandi amici, Israele ed Emirati Arabi». Il presidente degli Stati Uniti affida al social l’annuncio dell’intesa tra i due Paesi, chiamato «Accordo di Abramo», volto a stabilire piene relazioni diplomatiche tra i due e fermare l’annessione delle terre occupate a vantaggio dei palestinesi e del loro futuro Stato. Alle prese con le difficoltà interne e con uno svantaggio nei sondaggi rispetto al rivale Joe Biden, l’inquilino della Casa Bianca incassa così un importate risultato in politica estera rilanciando la sua candidatura a un nuovo mandato alla guida del Paese.

«È una giornata storica», twitta Trump ripreso dall’amico Netanyahu, aggiungendo che Israele concentrerà i propri sforzi per ampliare «i legami con altri Paesi nel mondo arabo e musulmano». Trump fa sfoggio dell’accordo di pace alla presenza dei suoi stretti collaboratori, tra cui il genero-consigliere Jared Kushner, l’architetto del piano di pace Usa per il Medio Oriente.

Medio Oriente, l'annuncio di Trump: "Storico accordo di pace tra 
Israele ed Emirati Arabi Uniti"

A ribadire l’importanza dell’intesa è il segretario di Stato Mike Pompeo: «Siamo fiduciosi che questo passo coraggioso sia il primo di una serie di accordi che mettano fine a 72 anni di ostilità nella regione». Il capo di Foggy Bottom sottolinea come l’intesa abbia un «potenziale simile» a quello degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, Giordania, e «la promessa per giorni migliori nell’intera regione».

La conferma del principe ereditario degli Emirati Mohammed Bin Zayad arriva anch’essa su Twitter: «Nel corso di una conversazione telefonica con il presidente Trump e il premier Netanyahu è stato raggiunto un accordo per fermare ulteriori annessioni di territorio palestinese. Gli Emirati e Israele hanno convenuto di cooperare e di stabilire una road map per l’istituzione di relazioni bilaterali». Trump punta ora a dare lustro all’accordo raggiunto ospitando alla Casa Bianca la cerimonia per la firma del documento di intesa, così come Jimmy Carter e Bill Clinton tennero cerimonie analoghe quando Israele normalizzò rapporti con l’Egitto e con la Giordania.

Accordo Israele-Emirati Arabi Uniti, Netanyahu: "Inizia una nuova era"

La firma, secondo i media Usa, potrebbe avvenire nelle prossime settimane, prima comunque delle elezioni, per renderla un efficace strumento di campagna elettorale. Già nei prossimi giorni, intanto, le delegazioni dei due Paesi si incontreranno per firmare accordi bilaterali su numerose iniziative.

Soddisfazione è stata espressa dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi: «Ho letto con interesse e grande apprezzamento la dichiarazione congiunta». Mentre Hamas e Jihad islamica hanno gridato al «tradimento». È chiaro che l’intesa punta a mettere ai margini le formazioni palestinesi più radicali e al contempo a rafforzare il fronte anti-iraniano nell’ambito della triangolazione tra Usa, Israele e blocco sunnita. L’Autorità nazionale palestinese richiama il proprio inviato, l’equivalente di un ambasciatore, nella capitale degli Emirati Arabi Uniti per «consultazioni». Non a caso proprio nelle stesse ore in cui veniva annunciato l’accordo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si preparava a votare la bozza di risoluzione Usa per estendere l’embargo sulle armi nei confronti di Teheran. Un irrigidimento propedeutico ad una eventuale mano tesa, in perfetto stile trumpiano come lo stesso presidente fa intuire sull’onda emotiva del risultato appena incassato in Medio Oriente. «Se sarò rieletto - afferma - farò un accordo con l’Iran in 30 giorni».

Bielorussia, rilasciati oltre mille manifestanti: denunciati maltrattamenti in carcere. Merkel e Von der Leyen chiedono sanzioni

@ - A cinque giorni dalle elezioni che hanno fatto infuriare il popolo come non mai, si continua a protestare e la sensazione è che il regime davvero inizi a scricchiolare. Si attendono le decisioni che verranno prese durante il vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue. Il portavoce del governo tedesco: "Per Berlino servono sanzioni verso chi è responsabile di violare i diritti umani". La presidente della Commissione: "Dimostriamo forte sostegno per i diritti delle persone":


Il governo della Bielorussia ha annunciato di aver rilasciato oltre mille manifestanti delle circa settemila persone arrestate durante le manifestazioni seguite alla controversa rielezione di Alexander Lukashenko. La conferma arriva dalla presidente del Senato Natalya Kochanova: ha comunicato anche che il presidente ha chiesto di aprire un’indagine “su tutti gli arresti”. Dopo le denunce di maltrattamenti, con ferite e lividi sul corpo, e dopo le denunce che circolano sui media locali e sui social riguardo le condizioni nelle celle, con poco spazio e niente cibo, il ministro degli Interni, Yury Karayev, si è scusato con la popolazione sulla tv di Stato per l’arresto di cittadini innocenti. Secondo i media locali molte persone sono state portate subito in ospedale dopo il rilascio. I maltrattamenti nelle carceri hanno dato nuova linfa alle proteste, mentre si attendono le decisioni che verranno prese durante il vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e la cancelliera tedesca Angela Merkel si sono apertamente schierate a favore delle sanzioni per la Bielorussia.

A cinque giorni dalle elezioni che hanno fatto infuriare il popolo bielorusso, si continua a protestare. Centinaia di persone, medici e gruppi di donne, hanno formato catene umane a Minsk in segno di protesta contro il sesto mandato di Lukashenko: con una scena che si era ripetuta già ieri, con lunghe marce per le strade della capitale. Inoltre a protestare hanno iniziato pure i militari: in alcuni video postati sui social si sono ripresi mentre buttavano nell’immondizia le divise. E alla rivolta si è aggiunta pure la classe operaia: i lavoratori della BelAZ di Zhodino, potente società specializzata nella produzione di mezzi pesanti utilizzati nel settore edile, hanno marciato in segno di protesta.

La leader dell’opposizione che ha sfidato il presidente Lukashenko alle ultime elezioni continua a parlare alle masse dal suo esilio in Lituania, dove ha ripiegato dopo la contestata sconfitta elettorale: “Chiedo a tutti i sindaci delle città di agire come organizzatori di assemblee pacifiche di massa dal 15 al 16 agosto – ha detto Svetlana Tikhanovskaya nel suo ultimo videomessaggio – Abbiamo sempre detto che la nostra posizione dovrebbe essere sostenuta solo da metodi legali e non violenti, le autorità invece hanno trasformato le proteste pacifiche dei cittadini in uno spargimento di sangue“. La leader si è poi rivolta proprio alle autorità bielorusse chiedendo di fermare le violenze e “di avviare un dialogo“.

Da parte sua, il governo ha fatto sapere di essere pronto per colloqui “costruttivi e obiettivi” con l’estero sulle sue controverse elezioni presidenziali e sui disordini post-voto. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Vladimir Makei, in una conversazione telefonica con la controparte svizzera, Ignazio Cassis.

Intanto la Germania, presidente di turno dell’Unione europea, già giovedì ha convocato d’urgenza l’ambasciatore bielorusso per esprimere disapprovazione. Oggi il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert in conferenza stampa ha fatto sapere che Berlino sostiene le sanzioni alla Bielorussia: “Da parte nostra ci devono essere sanzioni verso chi è responsabile di violare i diritti umani“, ha detto Seibert. “Il governo tedesco sta dalla parte di tutti coloro che manifestano pacificamente le loro volontà perché è loro diritto in una democrazia”, ha aggiunto. A nome della cancelliera Merkel, Seibert ha spiegato che “la violenza brutale contro dimostranti pacifici e soprattutto la carcerazione dei manifestanti” in Bielorussia non è accettabile. La cancelliera “è scossa dalle notizie dei maltrattamenti dei manifestanti imprigionati”, ha aggiunto. Parole altrettanto dure in un tweet di Ursula von der Leyen: “Occorrono ulteriori sanzioni contro coloro che hanno violato i valori democratici o abusato dei diritti umani in Bielorussia. Sono fiduciosa che la discussione di oggi dei ministri degli Esteri dell’Ue dimostrerà il nostro forte sostegno per i diritti delle persone in Bielorussia, per i diritti fondamentali e per la democrazia”.

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martedì 11 agosto 2020

«La regina Elisabetta lascerà il trono entro un anno». Ma Carlo potrebbe non diventare mai re

@ - La regina Elisabetta alla tenera età di 94 anni potrebbe essere vicina alla pensione? La pensa così - come rivela il nuovo documentario di Channel 5 The Queen and Charles – Mother and Son - la biografa reale Angela Levin. Anche lei convinta che Elisabetta «farà spazio al figlio Carlo». Ma il principe potrebbe anche non diventare mai re. La regina potrebbe invocare il Regency Act, una legge del 1728 aggiornata l’ultima volta nel 1953, con la quale si prevede che in caso di malattia o impedimento del sovrano venga nominato un reggente che assume tutte le incombenze, ma senza ricevere insieme a quelle anche il titolo di re. «Il principe Carlo sarebbe un sovrano in tutto e per tutto, titolo escluso», ha spiegato Angela Levin.



In teoria Elisabetta II avrebbe anche un’altra possibilità per ritirarsi: abdicare in favore del figlio, che in quel caso diventerebbe non un reggente ma un vero e proprio re. La parola abdicazione, però, è stata bandita a Buckingham Palace. La regina non vuole più ascoltarla dal 1936, anno in cui zio Edoardo VIII, lasciò il trono a suo padre per poter sposare l’avventuriera americana Wallis Simpson. Elizabeth, in un discorso fatto in occasione del suo ventunesimo compleanno, aveva promesso ai sudditi che avrebbe regnato per tutta la vita: «Tutta la mia vita, breve o lunga che sia, sarà al servizio vostro e del nostro Paese». Dopo oltre sessantotto anni sul trono, il coronavirus potrebbe costringerla a fare un passo indietro. Ma la biografa reale Angela Levin, la storica Anne Whitelock e altri esperti interpellati dal documentario di Channel 5 hanno una certezza: non «tradirà» i suoi sudditi abdicando in favore del figlio.

Libano, si è dimesso il governo di Hassan Diab: “L’esplosione è il risultato della corruzione endemica”. Sale a 220 il numero delle vittime

@ - Tra domenica e oggi erano già quattro i membri ad aver rimesso al premier il proprio mandato, dopo le pesanti accuse seguite all'esplosione al porto di Beirut che si sono aggiunte a una già grave crisi economica. Sono ripresi gli scontri tra manifestanti e forze di polizia.


Il disastro avvenuto martedì scorso a Beirut “è il risultato di una corruzione endemica” in Libano, che ha impedito una gestione efficace del Paese. Sono queste le parole con cui il primo ministro uscente del Libano, Hassan Diab, ha annunciato le dimissioni in blocco del governo, dopo l’esplosione che ha devastato la città e provocato, secondo gli ultimi aggiornamenti, 220 morti, oltre ad aver rinfocolato le proteste contro l’esecutivo e aggravato la già drammatica crisi economica che attanaglia il Paese.

“Viviamo ancora nell’orrore che ha colpito nel profondo il Libano e i libanesi, risultato di una grave corruzione nell’amministrazione“, ha continuato Diab sottolineando che il Paese sta affrontando una “grande tragedia”. Il primo ministro ha quindi accusato alcune forze politiche di avere come “unica preoccupazione il regolamento dei conti politici e la distruzione di ciò che resta dello Stato”.

Prima di recarsi al palazzo di Baadba per rassegnare le dimissioni del suo governo nelle mani del presidente Michel Aoun, Diab ha chiesto a nome del suo esecutivo “un’indagine rapida che accerti le responsabilità e vogliamo un piano di salvataggio nazionale che veda la partecipazione dei libanesi. Ecco perché annuncio le dimissioni di questo governo. Possa Dio proteggere il Libano”.

All’annuncio del premier sono seguiti i festeggiamenti di una parte della popolazione di Beirut. Fuochi d’artificio e spari sono stati uditi nella capitale, con i festeggiamenti che si sono concentrati nel quartiere a maggioranza sunnita di Tariq al-Jadideh, dove dominano i sostenitori dell’ex premier Saad Hariri.

Dopo l’addio di quattro ministri, al termine della riunione tra tutti i componenti dell’esecutivo a guida Hezbollah quest’ultimo ha deciso per le dimissioni in blocco, dando il via a una crisi di governo nel bel mezzo di un’emergenza umanitaria, sanitaria ed economica. L’annuncio era arrivato per bocca del ministro della Salute, Hamad Hasan, al termine di un vertice: “Il governo libanese del premier Hassan Diab ha rassegnato le sue dimissioni”, ha detto ai giornalisti precisando che queste “non sono un modo per fuggire dalle sue responsabilità”.

Le dimissioni in massa erano partite già domenica. I primi a fare un passo indietro erano stati la ministra dell’Informazione, Manal Abdel-Samad, e quello dell’ambiente, Damianos Kattar. Oggi era toccato alla ministra della Giustizia, Marie-Claude Najm, rimettere il proprio mandato al premier Hassan Diab, così come al titolare delle Finanze, Ghazi Wazni. Ma tv e giornali libanesi da ore avevano preannunciato che nel pomeriggio si sarebbe dimesso l’intero governo, al termine della riunione convocata al palazzo presidenziale Baada al Gran Serraglio, anche se il ministro dell’Interno, Mohammad Fahmi, ha affermato che dimettersi oggi significava “sottrarsi alle proprie responsabilità”.

“Inizialmente, subito dopo l’esplosione, ero favorevole alle dimissioni del governo perché mi sembrava logico – aveva dichiarato Fahmi parlando a Lbci – Ma oggi che siamo sotto pressione dimettersi significherebbe sottrarsi alle proprie responsabilità. È vergognoso fuggire davanti alle proprie responsabilità”.

Il presidente del Parlamento, Nabih Berri, aveva chiesto al governo di rimanere in carica fino a giovedì, così da essere sfiduciato direttamente dall’Assemblea, riporta Mtv spiegando che sono in corso colloqui tra Berri e Hezbollah in merito. Un’ipotesi che avrebbe fatto ricadere formalmente su questo esecutivo la responsabilità del disastro nella capitale.

Intanto, la commissione d’inchiesta creata dopo il disastro nel porto di Beirut ha concluso il suo primo rapporto e lo ha consegnato al governo libanese, scrive al-Joumhouria. E vicino ai palazzi delle istituzioni sono scoppiati nuovi scontri tra manifestanti e forze di polizia: decine di giovani con il volto coperto hanno iniziato a scagliare sassi contro la polizia in tenuta antisommossa nella zona del Parlamento, con gli agenti che hanno risposto con il lancio di lacrimogeni.

Elezioni in Bielorussa, Svetlana in Lituania per sfuggire alla repressione

@ - La candidata dell’opposizione era sparita dopo aver presentato ricorso contro la vittoria di Lukashenko. Stamattina l'annuncio del ministro degli Esteri di Vilnius con un tweet : «E' al sicuro da noi».


Da ieri sera si erano perse le tracce di Svetlana Tikhanovskaya, la sfidante di Lukashenko alle presidenziali bielorusse. La donna aveva presentato ieri un formale reclamo sui risultati della consultazione che danno l'autoritario leader, vincitore per la sesta volta con oltre l'80% dei consensi. Poi era risultata irraggiungibile, avevano dichiarato membri del suo staff. Stamattina si è appreso che Svetlana ha lasciato la Bielorussia ed «è al sicuro in Lituania». Lo ha annunciato su Twitter il ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius.

La candidata d’opposizione aveva contestato i risultati del voto chiedendo un riconteggio delle schede.

Per presentare ricorso si era recata ieri alla commissione elettorale centrale a Minsk, dove dal suo staff si era diffusa la notizia che fosse stata trattenuta dalle autorità nell’ambito della violenta repressione in corso contro quanti contestano il risultato del voto.

Il marito di Tikhanovskaya, Serghei Tikhanovsky, un popolare blogger che aveva provato a candidarsi era stato arrestato a maggio, mentre i figli della coppia erano stati mandati all’estero per precauzione.

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Usa, sparatoria vicino alla Casa Bianca: Trump interrompe la conferenza stampa. Poi ritorna

@ - Dopo l'allarme, il presidente degli Stati Uniti parla del vaccino contro il coronavirus: "Sarà pronto entro l'anno".


Interrotta, dopo appena due minuti, la conferenza stampa alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump è stato avvisato da un consigliere e ha lasciato la sala. "Dobbiamo lasciare la stanza" sono state le parole pronunciate dall'agente del Secret Service che ha richiamato l'attenzione di Trump durante la conferenza stampa poi interrotta sul coronavirus. Trump è stato scortato fuori dalla sala.

Secondo quanto si è appreso, Trump è stato portato nel bunker della Casa Bianca che è stata posta in lockdown per motivi di sicurezza. Ma dopo pochi minuti il presidente è tornato a parlare ai giornalisti spiegando l'accaduto. Si sarebbe sentito un suono di colpi d'arma da fuoco vicino alla Casa Bianca ed è per questo motivo che i servizi segreti hanno portato fuori Trump dalla sala riunioni.

"C'è stata una sparatoria fuori alla Casa Bianca, ora è sotto controllo. Qualcuno è stato trasportato in ospedale. A sparare sono state le forze dell'ordine , il sospettato è stato colpito", ha spiegato Trump. "L'incidente" ha detto Trump, "è avvenuto fuori dalle cancellate della Casa bianca, ma piuttosto vicino".

Trump, dopo aver ringraziato il Secret Service per il tempestivo intervento, ha sottolineato: "La sparatoria potrebbe non essere legata a me. Mi sento al sicuro, ho chiesto a Secret Service di rientrare". Sulla sparatoria avvenuta fuori dalla Casa Bianca le autorità stanno indagando. Quindi ha ripreso la conferenza stampa. "Non c'è alcun motivo per cui l'economia non possa crescere del 20% nel terzo trimestre", ha affermato Trump che si è detto sicuro sul fatto che potrebbe esserci un vaccino sul coronavirus entro la fine dell'anno. Non appena sarà pronto, il vaccino al coronavirus verrà distribuito direttamente dai militari, ha detto il presidente degli Stati Uniti. "Dobbiamo smettere di politicizzare il virus e invece essere uniti nella nostra condanna di come questo virus sia arrivato in America, e di come sia arrivato nel mondo, e lo scopriremo".

Esplosioni a Baltimora, palazzo crolla: si scava nelle macerie – VIDEO

@ - Esplosioni a Baltimora, l’intera città americana è nel panico ed osserva impotente mentre case e strutture stanno crollando su se stesse.


Non è ancora chiaro cosa sia successo ma a Baltimora in questi minuti sta regnando il caos. Alcune abitazioni della città americana sono crollate in seguito ad una forte esplosione. Potrebbe esserci stata una fuga di gas da qualche conduttura ma questa è soltanto una delle ipotesi che si possono sollevare mentre si cerca di salvare quante più persone possibile. Il dipartimento dei Vigili del Fuoco di baltimora fa sapere che ci sono stati dei feriti e che la situazione è piuttosto critica.

Esplosioni a Baltimora, palazzo crolla: si scava nelle macerie – VIDEO

Secondo le ultimissime notizie che filtrano dai media americani, una persona è deceduta in seguito all’esplosione. Altre tre sono state soccorse dai vigili del fuoco e sono ora negli ospedali vicini per ricevere le cure mediche necessarie. Sono critici. Ci sarebbe poi una quarta persona che è ancora bloccata sotto le macerie e con la quale i vigili del fuoco della città hanno soltanto la possibilità di parlare. Tanta paura e caos nel Maryland, che è ora diventato il luogo dove tanti vigili del fuoco ed ambulanze si stanno concentrando. Nelle prossime ore sapremo se i vigili riusciranno a liberare la quarta persona incastrata nelle macerie e soprattutto cosa ha causato un’esplosione così imponente. Di seguito il video della situazione.

lunedì 10 agosto 2020

Niger, commando in moto massacra otto persone: sei cooperanti francesi con autista e guida

@ - La notizia è stata confermata da fonti ufficiali locali. È accaduto nella zona di Kouré, dove trovano riparo le ultime giraffe peralta dell'Africa occidentale.


In Niger, un commando armato e in moto ha massacrato otto persone, sei cooperanti francesi e due guardie nigerine. È accaduto nella zona di Kouré, dove trovano riparo le ultime giraffe dell'Africa occidentale. La notizia è stata confermata da fonti ufficiali locali. Il governatore di Tillabéri, Tidjani Ibrahim Katiella: "Ora stiamo cercando di gestire la situazione, daremo dettagli in seguito" sulle circostanze dell'aggressione e sull'identità degli assalitori.

E' stata una fonte dei servizi per l'ambiente a rivelare all'Afp le crudeli modalità con cui il commando ha portato a termine la strage. "La maggior parte delle vittime sono state uccise da colpi d'arma da fuoco, mentre una donna che era inizialmente riiuscita a fuggire è stata raggiunta e sgozzata". "Non sappiamo chi sia stato: il gruppo si muoveva in moto attraverso la boscaglia, dove deve aver atteso l'arrivo dei turisti. Il veicolo preso in prestito dalle vittime appartiene all'ong Acted". La circolazione delle moto è vietata di giorno e di notte dal gennaio scorso per evitare gli spostamenti dei jihadisti.

L'attacco si è svolto verso le 11.30 a un'ora di strada da Niamey sulla strada nazionale n.1 scrive l'Afp: "E' il primo attacco che prende di mira dei turisti occidentali in quest'area del Paese da quando è diventata un'attrazione una ventina di anni fa", rivela la fonte all'agenzia di stampa francese.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato al telefono con il suo omologo nigerino, Mahamadou Issoufou, ha precisato l'Eliseo. L'esercito nigerino, al quale quello francese ha fornito il proprio appoggio, ha settacciato la zona del crimine, una vasta area boschiva, sorvolandola con caccia francesi. Degli agenti della polizia scientifica stanno facendo dei prelievi secondo il corrispondente dell'Afp sul posto.

Il parco naturalistico
I gruppi di giraffe peralta, che si distinguono per le macchie di colore chiaro dalle altre giraffe, sono quasi estinte nel mondo. Ne restano solo circa 600 esemplari. La maggior parte degli esemplari rimasti si sono stabiliti proprio nella località turistica di Kouré dove sono stati uccisi i cooperanti


I jihadisti dello Stato Islamico del Gran Sahara (Isgs)

Tillaberi è una vasta regione instabile situata nella zona delle "tre frontiere" tra il Niger, il Burkina Faso e il Mali, dove si rifugia l'organizzazione jihadista, lo Stato Islamico del Gran Sahara (Eigs). Dal 2012 si sono moltiplicate le violenze di matrice terroristica islamica nell’area del Sahara-Sahel che è culla di numerose organizzazioni jihadiste legate all'Isis. Lo Stato islamico del Gran Sahara, è un'organizzazione militare e terroristica di ideologia salafista jihadista nata il 15 maggio del 2015 da una scissione e capeggiata da Adnan Abou Walid al-Sahraou.

Il premier Conte: "Tunnel sottomarino per lo Stretto di Messina". Sul vaccino: "Non ritengo debba essere obbligatorio"

@ - "Errori sul Covid, ci sono stati giorni difficili", ma annuncia: "Tutti i verbali saranno pubblici". Sulla politica: "Il mio orizzonte è di fine legislatura, non sono interessato a fare un partito".

"No al ponte sullo Stretto di Messina, penso invece a un tunnel sottomarino". Lo dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ospite de 'La Piazza', l'evento organizzato dal quotidiano online 'Affaritaliani.it' a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. "Sullo Stretto dobbiamo pensare, quando si riveleranno le condizioni, a un capolavoro di ingegneria - aggiunge -. Un ponte anche sottomarino, ci stavo pensando. Per il ponte non ci sono le condizioni. Ma prima dobbiamo preoccuparci dei collegamenti" interni, in primis l'alta velocità al Sud.

Stretto di Messina, Conte: "Servono miracoli di ingegneria, penso anche a una struttura sottomarina"


Prima il premier ha affrontato il tema del Covid. "Non ritengo", ha detto Conte, che il vaccino "debba essere obbligatorio, ma deve essere messo a disposizione". "Il bilancio personale preferisco farlo alla fine, vorrei aspettare di uscire dalla pandemia e poi trarre le conclusioni. Il bilancio sull'Italia però lo stanno facendo anche all'estero, su diversi quotidiani, e mi sembra che sia un bilancio positivo: si analizza il modello italiano e lo si propone, ed è motivo di grande orgoglio e se il bilancio è positivo è merito di tutti voi, i risultati sono stati raggiunti tutti insieme con sacrificio ma se possiamo essere visti come modello per altri paesi è positivo, ma dobbiamo ancora essere vigili e accorti".

"Sono state settimane e mesi difficili, fare le valutazioni di tutte le implicazioni, ma devo dire la verità che abbiamo lavorato sempre con metodo, responsabilità e coscienza ed è stata la nostra forza", ha aggiunto. "Cosa non rifarei? Non saprei in questo momento. Sin qui abbiamo preso delle decisioni, anche i famosi Dpcm, che a monte avevano dei decreti legge, li abbiamo assunti sempre avendo come base le valutazioni degli esperti. Con grande condivisione di tutti i ministri, anche se ero io a firmarli, e con grande condivisione di governatori e sindaci".

Poi, sui verbali del Cts sul coronavirus che recentemente il governo ha deciso di desecretare, consentendo la pubblicazione sul sito della Fondazione Einaudi, Conte dice: "Era in corso un processo decisionale così delicato che rivendico che quei verbali restassero riservati. Ma non significa che erano secretati, non ho mai posto un segreto di Stato. Anzi - annuncia Conte - sono il primo che consentirà la pubblicazione di tutto, non abbiamo nulla da nascondere".
Rispetto ai presunti ritardi sulla decisione di istituire la zona rossa ad Alzano e Nembro durante il picco dell'emergenza coronavirus, Conte snocciola i suoi dati. "A noi il 5 marzo sembrava già che la curva del contagio stesse scappando di mano - dice -. Il ministro Speranza in quel momento chiese ragioni di una misura solo per quei due Comuni. Ne nasce un parere del 5 sera, tardi. La notte io Speranza ci riuniamo e predisponiamo tutto per la cintura rossa su Alzano e Nembro. La mattina dopo in Protezione Civile mi precipito a parlare vis-à-vis con gli esperti e allora propongo questa soluzione più radicale: perché solo ad Alzano e Nembro?". Quindi, ricorda il premier, "mi sono detto che forse dovevamo pensare a una misura più radicale, convengono con questa proposta e il giorno 7 ci consegnano un verbale che opta per questa scelta. La notte del 7 emetto un Dpcm per una zona rossa in tutta la Lombardia, e non credo di aver perso tempo".

Poi, un accenno alla questione dei migranti. "Non possiamo tollerare - ha detto Conte - che arrivino migranti positivi al Covid". E, alla domanda se sia meglio una cena con Salvini o con Meloni, ha risposto: "Con Salvini c'è qualche difficoltà di comunicazione, confido di poter dialogare meglio con la Meloni".

Rispetto alle prossime elezioni, il premier ha chiarito: "Il mio orizzonte è di fine legislatura, il programma è di riforma del Paese e questo è il mio unico orizzonte temporale. A precisa domanda ho detto" tempo fa "di non essere disinteressato alla politica e hanno scritto che voglio fare un partito, ma lo escludo, non sono interessato a fare un partito".

Nel colloquio pubblico di oltre un'ora e mezza, Conte ha avuto modo di chiarire la sua posizione sulla questione della legge elettorale, dibattito che divide la maggioranza tra il favore dei 5 Stelle, il pressing del Pd per un'approvazione urgente del nuovo sistema proporzionale con sbarramento al 5 per cento e le perplessità dei renziani, disponibili a discutere, ma più favorevoli al sistema maggioritario. "Sarebbe abbastanza eccentrico - ha spiegato il premier - se il presidente del Consiglio sostenuto da forze di maggioranza che hanno concordato una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, non la sostenesse. Mi auguro continui il dialogo tra le forze di maggioranza. Quella riforma elettorale - ha concluso - si collega alla prospettiva della riforma costituzionale e completerebbe un quadro".

Impossibile, a questo punto, non rispondere alla domanda sul referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, il prossimo 20-21 settembre. "Al referendum voterò a favore della riduzione di senatori e deputati", ha annunciato. Un voto che si allinea a quello della maggioranza dei 5Stelle, favorevoli alla legge Di Maio che dispone un Parlamento con 300 deputati (invece di 630) e 200 senatori (ora sono 315).

Poco prima di salire sul palco il premier aveva incontrato alcune associazioni di genitori di Taranto. A riferire dell'incontro, è l'associazione Ets, che si occupa delle conseuguenze sanitarie e ambientali dello stabilimento ex Ilva. Al premier è stata consegnata una lettera corredata delle sottoscrizioni di 5060 liberi cittadini e 54 associazioni. Viene richiesta che a questa venga data risposta scritta o convocazione a incontro ufficiale, a Taranto, di fronte ai cittadini sottoscrittori".

CRONACA
DI TATIANA BELLIZZI

domenica 9 agosto 2020

Bonus partita Iva, ecco chi sono i furbetti: tre deputati della Lega, uno del Movimento e l'ultimo di Italia Viva

@ - Tra i convolti duemila tra assessori regionali, consiglieri, sindaci e governatori. Il presidente della Camera: "Restituiscano i soldi". Di Maio: "Escano allo scoperto". La viceministra Castelli: "Si intervenga subito". Ronzulli (FI): "Non soprende se i cittadini hanno sempre meno fiducia nella politica". Il Pd: "Comportamento inqualificabile, bonus a pioggia sbagliati". Salvini: "Sospensione immediata".


I nomi ancora non si conoscono, ma appartengono a tre diversi partiti i "furbetti" del bonus Covid. Come svelato da Repubblica, cinque deputati hanno chiesto all'Inps il bonus da 600 euro mensili poi elevato a 1000 previsto dai decreti Cura Italia e Rilancio per sostenere il reddito di autonomi e partite Iva in difficoltà durante la crisi del coronavirus. Segnalazione che è arrivata direttamente dalla direzione centrale Antifrode, Anticorruzione e Trasparenza dell'Inps, una struttura creata ad hoc dal presidente Pasquale Tridico con l'obiettivo di individuare i truffatori.

Dalle prime indagini sarebbe emerso che i cinque di Montecitorio sarebbero tre deputati della Lega, uno del Movimento 5 Stelle e uno di Italia Viva. Inoltre, nella vicenda sarebbero coinvolti addirittura duemila persone tra assessori regionali, consiglieri regionali e comunali, governatori e sindaci.

A intervenire sul caso con durezza è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che scrive su Facebook: "Oggi la Repubblica parla di 5 Parlamentari, di 5 poveri furbetti che durante la pandemia hanno avuto il coraggio di avanzare richiesta allo Stato per avere il bonus di 600 euro riservato ai lavoratori autonomi e alle partite iva in difficoltà. Evidentemente non gli bastavano i quasi 13mila euro netti di stipendio al mese, non gli bastavano tutti i benefit e privilegi di cui già godono. È vergognoso. È davvero indecente".

Poi aggiunge: "Questa pandemia ha fatto danni economici senza precedenti. Ci sono state persone che hanno perso il lavoro, aziende che hanno visto il proprio fatturato scendere in maniera drastica, attività che hanno chiuso senza più riaprire. E questi 5 personaggi invece di rispondere al popolo che li ha eletti hanno ben pensato di approfittarne - prosegue Di Maio - i nomi di queste 5 persone sono coperti dalla legge sulla privacy. Bene, siano loro ad avere il coraggio di uscire allo scoperto. Chiedano scusa agli italiani, restituiscano i soldi e si dimettano, se in corpo gli è rimasto ancora un briciolo di pudore. Non importa di quale forza politica siano espressione. Mi auguro che anche le altre forze politiche la vedano come noi".

Anche il presidente della Camera Roberto Fico condanna senza mezzi termini il comportamento dei cinque furbetti: "E' una vergogna che cinque parlamentari abbiano usufruito del bonus per le partite iva. Questi deputati chiedano scusa e restituiscano quanto percepito. E' una questione di dignità e di opportunità. Perché, in quanto rappresentanti del popolo, abbiamo degli obblighi morali, al di là di quelli giuridici. E' necessario ricordarlo sempre".

Di identico parere è anche la viceministra cinquestelle dell'Economia Laura Castelli: "Se questa notizia fosse confermata, sarebbe molto grave - afferma su Facebook - Vorrebbe dire che a Montecitorio non c'è il senso della misura. Quando abbiamo pensato a questi provvedimenti, li abbiamo scritti per aiutare chi davvero stava soffrendo, chi si era ritrovato di colpa in difficoltà, chi ne aveva bisogno davvero. Col Movimento 5 Stelle abbiamo sempre combattuto gli sprechi e non credo appartenga ai principi 'onorevolì quello di richiedere il bonus partita Iva per chi di sicuro non fa fatica ad arrivare a fine mese ma ha avuto la fortuna di ricevere il proprio stipendio regolarmente anche durante la pandemia. Un gesto davvero inopportuno". E si augura che "si intervenga presto per capire chi ne ha fatto richiesta".

Sulla stessa linea anche Licia Ronzulli, vicepresidente di Forza Italia al Senato, che afferma: "Se confermato, questo sarebbe semplicemente uno scandalo. E' inaccettabile che mentre le famiglie non sapevano come fare la spesa e molte attività chiudevano, qualcuno, con lo stipendio garantito, senza avere accusato perdite, abbia pensato di approfittarsi dell'emergenza Covid togliendo soldi a chi ne aveva realmente diritto e, soprattutto, bisogno. Ci aspettiamo un sussulto di dignità: i deputati di cui parla l'Inps chiedano scusa e, se li hanno presi, restituiscano immediatamente i soldi. Diversamente non si lamentino se i cittadini hanno sempre meno fiducia nella politica e si ingrossano le file dell'astensione e dei voti di protesta".

Più diretto il leader della Lega, Matteo Salvini, che oltre a condannare il comportamento dei deputati, accusa l'Inps. "Che un parlamentare chieda i 600 euro destinati alle partite Iva in difficoltà è una vergogna. Che un decreto del governo lo permetta è una vergogna - attacca Salvini - ma che l'Inps abbia dato quei soldi è una vergogna". E aggiunge: "Chiunque siano i deputati, procedere con l'immediata sospensione".

A chiedere dimissioni immediate, a prescindere dal partito a cui appartengono, a la ministra dell'Agricoltura e esponente di Italia Viva (partito a cui apparterebbe uno dei "furbetti"), Teresa Bellanova. "Ciunque siano, a qualunque partito e schieramento appartengono- sostiene su Facebook - se hanno un minimo di dignità possono fare solo una cosa per sanare questa brutta vicenda: dimettersi. Devono farlo perche' evidentemente non sono stati in grado di servire i cittadini che rappresentano ed il Paese con onore e lealta', tanto piu' in un momento come questo".

Definisce la vicenda "uno squallore" la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. "Una brutta storia di deputati avidi e governo incompetente - afferma - sulla quale pretendiamo massima chiarezza. Intanto, visto che l'Inps non fa i nomi per questione di privacy, invito ogni parlamentare a dichiarare '#Bonus Inps io no!'. In modo che i nomi emergano lo stesso, per esclusione".

Anche il vicepresidente del Pd alla Camera Michele Bordo condanna il comportamento dei 5 deputati, definendolo "inqualificabile". E aggiunge: "Spero che restituiscano subito i soldi o che il presidente Roberto Fico trovi immediatamente la maniera per porre rimedio a questa ingiustizia, che è uno schiaffo enorme nei confronti di chi ha realmente bisogno, specie dopo l'emergenza sanitaria. Questa vicenda dimostra che ha ragione il Pd quando afferma che sono sbagliati i contributi a pioggia senza nessun meccanismo di selezione".

"Posso dire che è una vera vergogna?" scrive su Facebook il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Mentre il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio aggiunge: "Non possono essere ammessi comportamenti simili da parte di eletti in Parlamento, soprattutto dinanzi alle difficoltà e alle sofferenze vissute da così tanti italiani in questi mesi. Restituiscano subito gli importi e chiedano scusa al Paese".

Il portavoce di Leu, Federico Fornero, chiede chiarezza sulla vincenda. "È giusto - dice - che gli italiani conoscano i l nomi dei cinque parlamentari e chi si è comportato in questo modo deve assumersi le proprie responsabilità, incominciando con il restituire subito i soldi. Si faccia dunque chiarezza sulla vicenda e la si faccia subito".

Il santo archiviato

@ - Mai come in quest’anno di pandemia è necessario riscoprire l’insegnamento sull’Europa di Giovanni Paolo II. In ballo c’è la tenuta dello stato liberale e democratico.


L’Europa ha smarrito se stessa; ha smarrito il legame con le proprie radici cristiane, indebolendo così l’ideale antropologico universale che ha generato a tutti i livelli la sua identità: questo uno dei richiami costanti del pontificato di san Giovanni Paolo II. Mai come oggi l’Europa e il mondo avrebbero bisogno dell’anima europea, delle pratiche politiche, istituzionali, civili, religiose che essa è stata capace di generare, e mai come oggi l’Europa sembra invece alla deriva. Sintomatico dunque che il centenario della nascita di questo grande Papa cada proprio nell’anno della pandemia, certamente uno degli anni più drammatici della nostra storia. Si direbbe un monito all’uomo europeo a uscire dal suo torpore, a ritrovarsi e magari a diventare di nuovo un punto di riferimento per il mondo intero.

Proprio come seppe fare san Giovanni Paolo II con gli orrori e le menzogne del XX secolo, anche noi, nella crisi e nello spaesamento che attanagliano il nostro mondo, dovremmo saper tessere il filo della speranza. L’uomo che confida in Gesù Cristo, questo un po’ il cuore dell’insegnamento di san Giovanni Paolo II, ha ancora e sempre la possibilità di riscattarsi. Non c’è guerra, non c’è miseria, non c’è oppressione o disperazione che possano intaccarne la grande, incommensurabile, unica e irripetibile dignità. E’ questo che, dal momento della sua elezione a sommo pontefice, san Giovanni Paolo II è andato gridando ai quattro angoli della terra. A partire dalla centralità di Gesù Cristo, il “Redentore dell’uomo”, egli ha come rimesso in moto una grande opera evangelizzatrice incentrata non a caso su quelli che sono da sempre i luoghi privilegiati dell’umano: il lavoro, la famiglia e, soprattutto, la cultura.

“In Gesù Cristo – si legge al n. 8 della Redemptor Hominis – il mondo visibile, creato da Dio per l’uomo – quel mondo che, essendovi entrato il peccato, ‘è stato sottomesso alla caducità’ – riacquista nuovamente il vincolo originario con la sorgente divina della Sapienza e dell’Amore”. Si tratta pertanto di saper riannodare in ogni ambito della vita questo “vincolo originario”, di saper ricondurre ad esso il senso più profondo della storia del mondo e della storia personalissima di ciascuno di noi. Questo il metodo della poderosa azione pastorale di san Giovanni Paolo II: una sintesi di fede e vita, realizzata soprattutto nella sua persona, alla luce della quale egli ha affrontato i grandi problemi del suo e del nostro tempo, richiamando l’Europa a non dimenticare mai questo suo imprescindibile nucleo identitario.

Se muore la fede cristiana, rischia di morire anche l’uomo europeo. Si tratta quindi di impedire che parole come universalismo, dignità, libertà, bellezza, verità, lo stesso Dio, che costituiscono intimamente la cultura europea, diventino semplicemente tante stantie ripetizioni di un originale che non è più capace “di destare un’effettiva comprensione”, come direbbe Husserl. Per questo san Giovanni Paolo II ha insistito tanto sulla “nuova evangelizzazione” dell’Europa, sulla necessità di rilanciare l’umanesimo cristiano, anzi l’uomo cristiano, nel cuore dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali, in vista della possibilità che il Vecchio continente torni a giocare un ruolo decisivo sullo scenario mondiale. Encicliche come Laborem Exercens, Sollecitudo Rei Socialis, Centesimus Annus, Familiaris Consortio, Mulieris Dignitatem, Veritatis Splendor, Evangelium Vitae, Fides et Ratio o la Novo Millennio Ineunte rappresentano non soltanto il più rigoroso svolgimento dei temi del Concilio Vaticano II e quindi della millenaria tradizione della chiesa, ma forse, cosa piuttosto insolita, anche uno dei punti culturali più alti raggiunti dalla cultura europea della seconda metà del secolo scorso. Il filosofo Wojtyla conosceva bene gli errori e i drammi che collegano la cultura moderna alle tragedie totalitarie; ma sapeva altrettanto bene che il più grande di quegli errori continua a persistere ancora oggi; anche la nostra cultura sembra pervasa da una sorta di delirio che non le consente di riconoscere alcun limite al proprio potere; anche la nostra cultura è pervasa dalla crisi della verità, la prima e più evidente manifestazione di indisponibilità (non dipende da me che una frase sia vera o falsa), nonché dalla convinzione che l’idea di verità contrasti addirittura con la libertà. E questo, stante il potere enorme che scienza e tecnica pongono ormai nelle mani dell’uomo, rischia di dispiegarsi di nuovo contro l’uomo. In ballo non ci sono soltanto le cosiddette tecnologie genetiche e della riproduzione umana, i big data o questioni drammatiche come l’immigrazione. In ballo c’è la tenuta stessa di quella che, insieme alla ragione e alla libertà, è certamente una delle eredità più preziose della cultura moderna: lo stato liberale e democratico di diritto.

L’indicazione di san Giovanni Paolo II in proposito è inequivocabile: se vogliamo salvare la nostra civiltà dalla dissoluzione, dobbiamo anzitutto sottrarla alla sua alleanza con il relativismo; la ragione umana non può rinunciare alla verità; occorre riscoprire il senso di una verità che possa costituire anche un “limite” alla nostra disponibilità, altrimenti le prime vittime di questo potere illimitato saremmo proprio noi stessi, la nostra dignità e libertà. Dal punto di vista di questo grande Pontefice tutto ciò significava l’urgenza di una vigorosa ripresa dell’esperienza di fede. In questo modo, riannodando il vincolo dell’uomo con Dio, quindi con la verità, trovo assai significativo, e per certi versi persino provocatorio, che san Giovanni Paolo II finisca per proporsi come il paladino più autentico dei principali valori della civiltà moderna – la ragione, la libertà e la democrazia liberale –, restituendoli alle loro radici cristiane, mitigando nel contempo l’astio di certa cultura cattolica nei confronti della modernità e di certa modernità nei confronti della chiesa cattolica. E’ appena il caso di precisare che sono proprio questi i temi fondamentali di almeno tre sue encicliche: Veritatis Splendor, Evangelium Vitae e Fides et Ratio.

In questo senso l’opera di san Giovanni Paolo II può essere vista anche come una forma di restituzione dell’Europa a se stessa. In forza del principio antropologico (e teologico) che la permea, abbiamo a che fare con una realtà spirituale che non è rigida o escludente, bensì strutturalmente aperta alla novità e alla libertà. Al pari dell’uomo europeo, il quale, pur essendo una realtà unica e irripetibile, geneticamente e culturalmente ben determinata, trascende sempre se stesso e le condizioni biologiche e socio-culturali della sua esistenza, allo stesso modo la cultura europea è sempre proiettata oltre se stessa. Nella cultura europea identità e libertà sono un tutt’uno. In virtù della trascendenza dell’uomo, l’identità si esprime come libertà e la libertà si esprime come consapevolezza di un legame identitario. Ma oggi è proprio questo aspetto di trascendenza che sembra essersi indebolito, indebolendo così anche le nostre libertà individuali.

D’altra parte che significato possono avere la trascendenza dell’uomo e la sua libertà, se l’uomo è soltanto il riflesso del suo ambiente naturale e sociale o, peggio ancora, l’ultimo stadio di sviluppo di antiche comunità batteriche? Che significato può avere la libertà, se, in suo nome, i desideri vengono ormai spacciati per diritti?

Per una sorta di eterogenesi dei fini, è come se l’enorme estensione dello spazio delle nostre libertà anche ad ambiti ritenuti fino a ieri indisponibili (si pensi alle tecnologie della vita) sia stato pagato con una crescente irrilevanza delle nostre libertà più tradizionali, prime fra tutte la libertà politica e quella economica. La pandemia di questi mesi ci ha dato ulteriori segnali in tal senso. Non siamo più capaci di gestire in modo ragionevole la nostra sacrosanta libertà e la responsabilità che abbiamo di fronte agli altri, per cui tutto si confonde in pietosi dibattiti tra diverse tifoserie a tutto vantaggio dei potenti di turno.

Per cambiare registro, ci vorrebbe una sorta di catarsi intellettuale e morale, un investimento straordinario soprattutto in termini educativi, altro tema assai caro a san Giovanni Paolo II, del quale però non mi sembra che vi sia adeguata consapevolezza. Un altro naufragio dell’Europa e dell’uomo europeo, incapaci di essere all’altezza di se stessi. Come ha scritto Milan Kundera, “europeo” oggi è “colui che ha nostalgia dell’Europa”. Auguriamoci che almeno la pandemia, Hegel direbbe la prossimità con la morte, ci aiuti a trasformare questa nostalgia nel propellente per una rinascita, per una riumanizzazione dell’Europa, nel senso indicato da san Giovanni Paolo II.

Vaccino Covid, cavie italiane cercansi. Sani e negativi: ecco l’identikit

@ - Roma, l’Istituto Spallanzani avvia lo screening per portare a completamento i test sulla profilassi Sono previste nove visite, i controlli dureranno 7 mesi. Stanziati 5 milioni per la sperimentazione.


Partono domani le selezioni per trovare i 90 volontari che si faranno iniettare, dal 24 agosto, il vaccino anti Covid-19 sperimentato all’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma. Uomini e donne sani, di età compresa tra i 18 e i 55 anni e tra i 65 e gli 85 anni, iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, che non abbiano partecipato ad altri studi clinici negli ultimi 12 mesi e che non abbiano contratto il Coronavirus.

Coronavirus nel mondo, Usa superano i 5 milioni di casi, 100 mila morti in Brasile

@ - Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi destinati ad affrontare le conseguenze economiche della pandemia.




Gli Usa hanno superato i 5 milioni di casi di coronavirus. Gli Stati Uniti guidano la triste classifica anche per numero di morti, oltre 162 mila. Al secondo posto il Brasile, che ha superato i 3 milioni di casi e i 100 mila decessi.

Brasile, superati i 100.000 morti
Il Brasile ha superato ieri i 100 mila morti da coronavirus, e tre milioni di contagi dall'inizio della pandemia. Lo ha confermato il ministero della Sanità brasiliano. Nell'ultimo rapporto delle autorità sanitarie si indica che nelle ultime 24 ore sono stati confermati 49.970 casi di Covid-19, portando il totale generale degli infettati a 3.012.412. Sempre ieri, inoltre, le persone decedute sono state 905 e questo ha portato il bilancio globale a quota 100.477. In questo modo il Brasile si conferma secondo Paese al mondo per numero di contagi, dietro agli Stati Uniti, con quasi cinque milioni di casi e oltre 162.000 morti.

Ecuador, 1.603 casi e 19 morti nelle ultime 24 ore

Altri 1.603 casi e 19 morti da ieri per coronavirus in Ecuador. In tutto, ha riferito il ministero della Salute Pubblica, si contano ora 93.572 casi di positività al Covid-19 e 5.916 decessi. Casi in aumento in 18 delle 24 province dell'Ecuador.

Trump firma 4 ordini esecutivi per sostenere l'economia
Donald Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi destinati ad affrontare le conseguenze economiche della pandemia di coronavirus dopo che la Casa Bianca non è riuscita a raggiungere un accordo con il Congresso. Il presidente ha annunciato che saranno estesi i sussidi di disoccupazione federali per 400 dollari a settimana (un taglio di 200 dollari dall'attuale importo), rinvieranno l'imposta sui salari fino alla fine del 2020 ("molto probabilmente" retroattiva al 1 luglio), si rinvieranno e perdoneranno gli interessi sui prestiti agli studenti e si prorogherà la moratoria sugli sfratti, si rinvieranno i pagamenti dei prestiti agli studenti e si prorogherà anche la moratoria federale sugli sfratti. Trump ha firmato i quattro ordini davanti alla stampa.