mercoledì 17 agosto 2022

L’Ucraina attacca la Crimea: ora si rischia una terza guerra mondiale

@ - L’Ucraina continua ad attaccare la Crimea con migliaia di cittadini in fuga verso la Russia: può essere questa la scintilla di una terza guerra mondiale come evocato da Kissinger?


Il paradosso è servito: mentre diversi esperti parlano del rischio di una imminente terza guerra mondiale, l’attenzione in Occidente verso il conflitto in atto tra Russia e Ucraina da tempo è andato scemando.

Certo, da noi con le elezioni politiche alle porte senza dimenticare la voglia di leggerezza che da sempre accompagna l’estate, può essere “fisiologico” il mettere per un momento in secondo piano gli sviluppi della guerra in Ucraina.

La minor attenzione mediatica però di certo non ferma un conflitto che, dopo 175 giorni, adesso si starebbe incanalando verso una strada che potrebbe condurci verso una catastrofica terza guerra mondiale.

I motivi di fondo per cui anche una persona come l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger si è spinto a ipotizzare una possibile terza guerra mondiale sono tre: la totale assenza della diplomazia, i rapporti sempre più incrinati tra Usa e Cina e i recenti avvenimenti in Crimea.

Perché c’è il rischio di una terza guerra mondiale
Negli ultimi tempi tra i grandi esperti di geopolitica non solo Henry Kissinger ha evocato il drammatico scenario di una terza guerra mondiale. A spaventare gli analisti è soprattutto il “piano inclinato” su cui sarebbero ormai incardinati Cina e Stati Uniti.
  • La visita a Taipei della speaker Nancy Pelosi ha provocato una mobilitazione militare cinese, ma è ben noto come Pechino da tempo abbia deciso di riprendere il controllo della “ribelle” Taiwan con le buone o con le cattive.
  • Invece di usare la Cina come grimaldello diplomatico per spingere Vladimir Putin a fermare la guerra in Ucraina e iniziare a trattare, Washington ha agitato ulteriormente le acque rafforzando l’asse Pechino-Mosca.

In questo scenario, la scintilla per una terza guerra mondiale potrebbe essere rappresentata dalla Crimea, dove per la seconda volta in pochi giorni ci sono state delle esplosioni in una base militare russa, con migliaia di civili che sarebbero in fuga spaventati dal possibile precipitare degli eventi.

La situazione in Crimea
Chiedo a tutta la nostra gente in Crimea, in altre regioni del sud dell’Ucraina, nelle aree occupate del Donbass e nella regione di Kharkiv di prestare molta attenzione - ha dichiarato Volodymyr Zelensky nelle scorse ore - Per favore, non avvicinatevi alle installazioni militari dell’esercito russo e a tutti quei luoghi dove immagazzinano munizioni e attrezzature e dove tengono il loro quartier generale”.

Parole queste che sembrerebbero annunciare una offensiva di Kiev per riprendere la penisola dal 2014 occupata dalla Russia. Del resto nei giorni scorsi Zelensky ha profetizzato che “la guerra finirà con la liberazione della Crimea”.

Questi sviluppi bellici, dettati dalle armi a lungo raggio che l’Occidente sta fornendo all’Ucraina, fanno per tornare alla mente altre parole, quelle dell’ex presidente russo Dmitry Medvedev: “Se le forze ucraine dovessero attaccare la Crimea, ci sarebbe una reazione immediata da fine del mondo, un giorno del giudizio che non potrebbe in alcun modo evitare”.

Ultimamente Medvedev ci ha abituati a questi toni apocalittici ma la triste realtà è questa: con queste forze in campo il conflitto in Ucraina appare destinato a durare ancora a lungo, ma se Kiev dovesse iniziare ad attaccare ripetutamente il territorio russo a quel punto Mosca potrebbe alzare il livello bellico utilizzando alcune delle sue armi più distruttive a disposizione, leggi nucleare tattico, con la Nato che a quel punto non potrebbe far altro che intervenire.
Senza una svolta diplomatica, per una terza guerra mondiale potrebbe essere drammaticamente solo una questione di tempo.


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lunedì 15 agosto 2022

Terza guerra mondiale vicina: l’allarme lanciato dall’ex segretario di Stato Usa

@ - Gli Stati Uniti vicini alla terza guerra mondiale con Russia e Cina. L’ex segretario si Stato americano Henry Kissinger lancia l’allarme, dello stesso avviso anche Caracciolo, direttore di Limes.


Il pericolo di una possibile guerra tra Stati Uniti, Cina e Russia, sembra essere sempre più concreto secondo l’ex segretario di Stato americano, Henry Kissinger. Un conflitto che potrebbe sfociare in una terza guerra mondiale.

Secondo quanto dichiarato dall’ex segretario statunitense al Wall Street Journal le ragioni di una guerra sarebbero da imputare a questioni in parte create dagli stessi Stati Uniti “senza alcuna idea di come andrà a finire o a cosa dovrebbe portare”. Sarebbe il fallimento di una diplomazia incapace di disinnescare dissapori, creando nuove opzioni.

La leadership statunitense, ha proseguito Kissinger, sarebbe concentrata sulla condanna delle idee con cui non è d’accordo, invece di fermarsi a negoziare e affrontare il pensiero degli avversari e il risultato di questa linea diplomatica sarebbe ora quanto mai evidente con una progressiva perdita di equilibrio tra le tre potenze mondiali Stati Uniti Russia e Cina. La riflessione dell’ex capo della diplomazia americana arriva a poco più di dieci giorni dalla visita a Taiwan della speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, che ha scatenato l’ira di Pechino. Subito dopo il viaggio, infatti, la Cina ha avviato delle esercitazioni militari attorno all‘isola dal 4 al 7 agosto.

Ma non è l’unico a essere preoccupato per gli equilibri geopolitici, l’esperto Lucio Caracciolo, direttore della scuola e della rivista Limes ha analizzato in un’editoriale per La Stampa l’incrinarsi dei rapporti Usa-Cina, reputando più che concreto il rischio di un nuovo conflitto. In tal caso è opportuno analizzare quali sono i rapporti degli Stati Uniti con le altre due super potenze.

L’ombra di una terza guerra mondiale si è estesa dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, e benché sul campo ci siano solo due eserciti, la Nato e l’Europa hanno preso parte indirettamente al conflitto, inviando armi e infliggendo sanzioni alla Russia. Eppure le azioni delle forze militari russe si fanno sempre più ardite, non per ultimo poche settimane fa la Russia ha bloccato il mar Adriatico e i movimenti della portaerei americana Truman, provocando un pericoloso avvicinamento tra l’incrociatore russo e l’omologo americano. Segno evidente di dimostrazioni di prove di forza reciproche e di rapporti sempre più tesi.

Kissinger inoltre si è detto preoccupato per la centrale nucleare di Zaporizhzhia, bersaglio di bombardamenti, con il rischio di un disastro nucleare, mentre Kiev e Mosca si accusano vicendevolmente degli attacchi. Una situazione incandescente, che la diplomazia americana, sempre più “sensibile all’emozione del momento, non sembra riuscire gestire instaurando un vero dialogo, utilizzando la tipica e sterile retorica di deterrenza.

Cina e Stati Uniti: il rischio di una terza guerra mondiale è alto E se i rapporti di Stati Uniti e Russia sono al quanto preoccupanti, non da meno sono quelli con la Cina. E a dirlo questa volta non è solo Kissinger ma anche Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes. “Cina e Stati Uniti sono su un piano inclinato che porta alla guerra”. Queste le parole dell’esperto di geopolitica, secondo il quale si tratterebbe ormai di una questione di tempi e di modi.

L’ira di Xi Jinping e di Pechino, presidente della Repubblica Popolare cinese, scatenata dalla visita lampo a Taiwan di Nancy Pelosi, presidente della Camera americana, ha visto una serie di “operazioni militari mirate” che hanno accerchiato l’isola dal 4 al 7 agosto. Un linguaggio che, come ha scritto Caracciolo, rievoca sinistramente “l’operazione militare speciale” della Russia contro l’Ucraina.

E se né Washington né Pechino sembrano oggi disposte allo scontro, il rischio di un conflitto per incidente è comunque palpabile, data la robusta presenza aeronavale americana nell’area. Inoltre bisogna considerare gli interessi delle due potenze. Gli Stati Uniti desiderano la “fine del regime comunista”, favorita dalla nascita di più “Cine” più o meno indipendenti per conservare il primato mondiale di superpotenza. Così come la Cina non ha alcun interesse in una guerra in quanto comprometterebbe l’ascesa economica.

Ma come ricorda Caracciolo, benché non vogliano una guerra, la Cina ha fissato l’obiettivo di riassorbire Taiwan entro il 2049, e gli Stati Uniti sarebbero pronti a combattere se Pechino attaccasse Taiwan: “Non può non farlo. Perché se rinunciasse a difendere la “sua” Cina consegnerebbe all’altra Cina lo scettro di Numero Uno planetario”. L’unica via per impedire una terza guerra mondiale è che gli Stati (Usa, Cina e anche la Russia) riconoscano il pericolo e accettino di regolare tramite negoziazioni le loro dispute, ma come sostenuto dall’esperto: “Ne siamo più lontani che mai””.

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sabato 13 agosto 2022

Mandato Fbi, Trump indagato per spionaggio

@- Lo conferma la lettura dell'ordine di perquisizione


E' stato desecretato il mandato di perquisizione dell'Fbi della residenza di Donald Trump in Florida. Lo riporta la Cnn.

La lettura del mandato di perquisizione delle Fbi della residenza di Donald Trump in Florida conferma le indiscrezioni di stampa che l'ex presidente è indagato per spionaggio.

"Numero uno, era tutto declassificato. Numero due, non avevano bisogno di 'sequestrare' nulla. Avrebbero potuto ottenerlo quando volevano senza fare politica e irrompere a Mar-a-Lago". Lo scrive sul suo account social Truth Donald Trump a proposito dei documenti portati via dagli agenti dell'Fbi durante la perquisizione in Florida. "Erano in un luogo sicuro, con un lucchetto in più messo dopo che me lo avevano chiesto loro", ha aggiunto.

Documenti sulle armi nucleari e altre informazioni sensibili sulla sicurezza degli Stati Uniti e non solo. Se fossero vere le rivelazioni del Washington Post sull'obiettivo del blitz dell'Fbi a Mar-a-Lago, Donald Trump si troverebbe in guai più seri di quanto si potesse immaginare solo qualche giorno fa. Una notizia bomba, al di là del gioco di parole, che potrebbe trovare conferma nelle prossime ore con la pubblicazione del mandato di perquisizione, chiesta dal ministro della Giustizia Merrick Garland e alla quale, almeno a parole, il tycoon non si oppone. Le carte segrete che i federali stavano cercando nella residenza di Trump in Florida è materiale altamente sensibile e causa di "profonda preoccupazione" da parte dei funzionari del governo. Le fonti non hanno fornito al Washington Post ulteriori dettagli sul tipo di documenti che gli agenti stavano cercando, per esempio se si tratti di informazioni relative solo alle armi nucleari degli Stati Uniti o di altri Paesi. Né se effettivamente l'Fbi abbia trovato ciò che cercava nel resort. Certo è che le rivelazioni sono inquietanti dal punto di vista di Washington perché si tratta di carte che non solo possono mettere a rischio la sicurezza nazionale americana, ma anche creare problemi con altri Paesi. Secondo il New York Times, fra i documenti oggetto della perquisizione c'erano anche informazioni sui più segreti programmi americani, i cosiddetti 'special access programs'. Trump, al solito, ha reagito con strafottenza alle rivelazioni del Washington Post bollandole come una "bufala". "La questione delle armi nucleari è una bufala, proprio come la Russia, la Russia era una bufala, due impeachment erano una bufala, l'indagine Mueller era una bufala e molto altro ancora", ha attaccato l'ex presidente accusando "le stesse persone squallide" di essere coinvolte in una cospirazione contro di lui. "Perché l'Fbi non ha consentito ai miei avvocati di essere presenti alla perquisizione a Mar-a-Lago? Li ha fatti aspettare fuori al caldo, non li ha lasciati nemmeno avvicinarsi. 'Assolutamente no', hanno risposto! Forse per lasciare prove?", ha insinuato il tycoon ribadendo l'accusa ai federali di volerlo incastrare. E poi è tornato ad attaccare Barack Obama sostenendo che il suo predecessore abbia portato via dalla Casa Bianca "30 milioni di pagine di documenti" classificati. "Il presidente Barack Hussein Obama ha preso 33 milioni di pagine di documenti, molti dei quali riservati. Quanti di loro riguardavano il nucleare? La risposta è: Un sacco!". Nelle prossime ore è attesa la pubblicazione della sentenza che potrebbe chiarire finalmente quale fosse l'oggetto della perquisizione dell'Fbi. Trump l'ha sollecitata, "pubblicatela subito", mentre i suoi avvocati sono più prudenti. Potrebbe trattarsi di un gioco delle parti tra il tycoon e i legali, che comunque hanno tempo solo fino alle 21 per dare una risposta. La sentenza infatti può essere resa nota solo con il consenso di entrambe le parti in causa. Se fosse così intenzionato a divulgarla, fanno notare alcuni analisti, Trump potrebbe farlo lui stesso, una volta avuto il via libera dal dipartimento di Giustizia. Ma la decisione è più complicata.

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AGENZIA ANSA
Ricky Shiffer, l'uomo che ha tentato di fare irruzione nella sede dell'Fbi a Cincinnati, Ohio, armato di un fucile AR-15 prima di essere ucciso dalla polizia, aveva postato su diversi social media, tra cui quello di Donald Trump Truth, messaggi di odio contro l'Agenzia (ANSA)

venerdì 12 agosto 2022

Guerra Ucraina Russia. Filo-russi: bomba Kiev a 10 metri da deposito Zaporizhzhia. LIVE

@ -Un colpo di artiglieria ucraino si sarebbe fermato a pochi metri dal deposito di scorie nucleari della centrale. Cremlino: "Atti criminali dell'Ucraina che spingono il mondo sull'orlo di un disastro paragonabile a Chernobyl". Colloquio tra il papa e Zelensky. Che dice : "Comunità internazionale reagisca immediatamente". Gli Usa appoggiano l'idea di una zona demilitarizzata, contraria Mosca.

Trump, l’Fbi cercava documenti su armi nucleari

@ - L’Fbi a casa di Donald Trump cercava documenti legati alle armi nucleari, e quindi top secret e con implicazioni per la sicurezza nazionale. La rivelazione del «Washington Post» mostra l’urgenza dell’intervento degli agenti federali e la preoccupazione diffusa all’interno del governo americano sul tipo di documenti parcheggiati a Mar-a-Lago e sul pericolo che potessero finire in mani sbagliate. L’indiscrezione arriva mentre l’ex presidente Usa e i suoi legali non hanno ancora chiarito come intendono procedere sulla mozione presentata dal Dipartimento di Giustizia per chiedere che il mandato di perquisizione effettuato venga reso pubblico.

© Fornito da Corriere della SeraTrump, l’Fbi 
cercava documenti su armi nucleari

Trump ha tempo fino alle 21 di oggi, venerdì 12 agosto, per decidere se opporsi o meno alla diffusione del documento. Per il tycoon e i suoi legali si tratta di una scelta complessa: l’ex presidente ha in mano il mandato da lunedì quando è stato effettuato , ma non l’ha reso pubblico limitandosi a criticare duramente l’Fbi. Bloccare la richiesta del Dipartimento di Giustizia potrebbe lasciar intendere che Trump ha qualcosa da nascondere nel mandato, documento in grado di chiarire le motivazioni che hanno spinto gli agenti federali a intervenire. « sta cercando di scoprire il bluff di Trump», commentano alcuni esperti osservando come il ministro della Giustizia ha rimandato con destrezza la palla nel campo di Trump.

Secondo indiscrezioni, lo staff dell’ex presidente è stato colto di sorpresa dalla mossa del ministro della Giustizia, in grado almeno per il momento di mettere Trump all’angolo. Se le indiscrezioni del «Washington Post» sui documenti legati al nucleare si rivelassero vere, la situazione di Trump si complicherebbe. Le carte infatti sarebbero in grado di mettere a rischio la sicurezza nazionale americana (Qui l’articolo: Cosa rischia Trump), ma anche di creare problemi con altri Paesi. Non è chiaro infatti se i documenti a cui gli agenti federali davano la caccia riguardavano solo l’arsenale nucleare americano o anche quello di altre nazioni.

TRUMP E LE INDAGINI SUL 6 GENNAIO: LE ULTIME NOTIZIE

Secondo il «New York Times» fra le carte c’erano anche informazioni sui più segreti programmi americani, i cosiddetti «special access programs». Joe Biden segue gli sviluppi da lontano. Il presidente è con la first lady in vacanza per qualche giorno sull’isola di Kiawah, South Carolina. Una pausa per ricaricarsi in vista delle elezioni di metà mandato di novembre dopo le quali, secondo indiscrezioni, dovrebbe annunciare la sua candidatura al 2024 e lanciare la campagna elettorale. Il presidente americano è convinto di voler correre nonostante i sondaggi indichino la preferenza dei democratici per un altro candidato.

La convinzione di Biden si sarebbe rafforzata con le recenti vittorie legislative, economiche e di politica estera, oltre alla determinazione di voler negare a Donald Trump un ritorno alla Casa Bianca. Un obiettivo che lo accomuna alla deputata Liz Cheney. La repubblicana perderà con molta probabilità le primarie in Wyoming per la Camera, ma la sua carriera politica è lungi dall’essere finita. Pur di evitare un ritorno di Trump nello Studio ovale, Cheney potrebbe accarezzare l’idea di una candidatura alla Casa Bianca.

giovedì 11 agosto 2022

Regina Elisabetta: la notizia è terribile, “Senza di lei non sarà lo stesso”. L’annuncio che nessuno voleva sentire

@ - Arriva da Buckingham Palace l’annuncio che terrorizza i sudditi, la regina Elisabetta non ci sarà più, una notizia devastante che lascia poche speranze.


La notizia che arriva da Buckingham Palace ha lasciato tutti senza parole, i sudditi sono affranti. In quest’ultimo periodo dalla casa reale inglese arriva spesso notizie non proprio confortanti.

Non molto tempo fa, a inizio giugno, ci sono stati i festeggiamenti per il Giubileo di Platino di Elisabetta II, un anniversario importantissimo perché ha segnato i suoi 70anni sul trono d’Inghilterra, un traguardo che incredibile che la vede seconda sola al Re Sole Luigi XIV che ha regnato per 72 anni.

Ma la notizia di queste ultime ore è vero colpo al cuore per i sudditi che non sanno più cosa pensare e la situazione si stringe sempre di più attorno alle condizioni di salute, ormai davvero precarie, della longeva monarca che adesso da 96 anni.

Negli anni siamo stati abituati a ricevere notizie non troppo confortanti dalla Royal Family, sono sempre al centro dell’interesse mediatico e non mancano gli scoop e le indiscrezioni.

Come quello di poco tempo fa che ha visto un profonda crisi matrimoniale tra la impensabile coppia William e Kate, ma una fonte vicina ai due ha confessato che proprio il principe abbia dei gusti molto particolari sotto le lenzuola e che questo non sia molto gradito dalla consorte, tanto da trovare soddisfazione ai suoi desideri con altre persone. Da quello che si dice è un segreto che tutti conoscono dell’ambito.

Ma tutto questo è nulla rispetto alle ultime notizie che sono arrivare da Londra, un annuncio davvero triste ha sconvolto il regno e i sudditi piangono la amatissima regina Elisabetta, infatti sui social si legge, “Senza di lei non sarà lo stesso”.

Parole che fanno davvero gelare il sangue, soprattutto perché come sappiamo, negli ultimi mesi la regina ha avuto diversi problemi di salute, legati anche al fatto di aver contratto il Covid e questo le ha portato grossi problemi alla mobilità, che uniti all’età, per lei sono stati davvero ‘fatali’.


Gli importanti problemi di salute le hanno impedito di prendere parte a eventi pubblici a cui non era mai mancata in tutti gli anni del suo regno, così è successo che un evento importantissimo generalmente pubblico e aperto anche ai sudditi, che ogni anni sancisce l’inizio delle vacanze estive di sua maestà in Scozia, per quest’anno si terrà a porte chiuse, proprio perché per la regina è diventato davvero troppo riuscire a sopportare fisicamente tutta questa pressione.

Il suo corpo ormi indebolito dagli anni, come viene riportato, ormai si regge in piedi solo grazie a un fidato bastone e che senza questo pare non riesca a fare più nemmeno un passo.

In molti stanno aspettando con dolore la notizia di quando abdicherà, probabilmente potrebbe non mancare molto, infatti nell’ultimo periodo sono tanti gli impegni che ha passato al suo primogenito Carlo, discendente al trono.


Anche se non sarà per forza un lutto, il fatto che la regina Elisabetta non avrà più questa carica sarà un duro colpo per tutto il regno, ma forse per tutto il mondo che negli anni ha imparato ad amarla, un’assenza che si farà sentire, senza di lei nulla sarà mai più lo stesso.

Ecco perché la Cina non attaccherà Taiwan

@ - Qual è la situazione tra Cina e Taiwan e quale ruolo hanno gli USA? Ci sarà davvero un’invasione armata? Lo abbiamo chiesto a Beatrice Gallelli, ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali.


La Cina attaccherà Taiwan? Lo abbiamo chiesto a Beatrice Gallelli, ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI) dove si occupa di studi relativi all’Asia e, in particolare, alla Repubblica popolare cinese, alla politica estera cinese, ai rapporti Italia-Cina ed Europa-Cina. La dottoressa Gallelli è ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove insegna Lingua e Traduzione Cinese. Ha conseguito il dottorato di ricerca cum laude presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2019, ed è stata visiting research fellow presso la Scuola di Giornalismo e Comunicazione dell’Università di Pechino.

Quali sono gli ultimi sviluppi della crisi Cina-Taiwan? Le esercitazioni cinesi nei dintorni di Taiwan sono terminate, ora ci sono quelli che vengono definiti “pattugliamenti regolari”. Eppure, in una nota Pechino ha sottolineato come non ci sia “nessuna tolleranza per l’indipendenza” e non promette di rinunciare all’uso della forza”.

Per Gallelli in realtà da qui a breve non ci sarà un’invasione armata dell’isola: nell’analisi della questione taiwanese e della tensione alta di questi giorni bisogna cercare di avere una prospettiva più ampia. Non si è arrivati a questo punto all’improvviso: la tensione c’è da mesi, anche a causa della retorica statunitense.

Tensioni Cina-Taiwan: qual è stato (e continua a essere) il ruolo degli Stati Uniti

Uno dei primi pensieri quando c’è stata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è andato proprio a Taiwan: il paragone è stato fatto quasi subito. La retorica statunitense ha continuato a essere molto dura nei confronti di Taiwan, ed è peggiorata con l’andare avanti della guerra in Ucraina. Le dichiarazioni del Presidente Biden hanno fatto intendere che l’approccio degli Stati dei confronti dell’isola potrebbe cambiare. Una strategia, quella statunitense, caratterizzata da una certa ambiguità: non è mai stato dichiarato apertamente l’intervento USA nel caso di un’invasione da parte di Pechino.

La visita della speaker della Camera Nancy Pelosi, la figura istituzionale di grado più alto a recarsi nell’isola in un periodo che va indietro di 25 anni, ha spostato di parecchio l’ago della bilancia degli equilibri internazionali. E infatti non tutti, sottolinea Gallelli, erano d’accordo con questa visita ufficiale. A dirla tutta, la visita di Pelosi a Taiwan era l’ultima cosa che serviva a tutto l’assetto internazionale. Lo stesso Biden, che ha avuto toni molto duri nei confronti della Cina, ha messo in dubbio l’utilità della visita a Taiwan.

Gli intrecci politici, economici e diplomatici tra Stati Uniti, Repubblica popolare cinese e Taiwan non sono così facili da districare. L’esempio che fa Gallelli per chiarire quanto siano complessi e interconnessi i rapporti tra questi paesi è quello della Foxconn, la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per aziende come Amazon e Apple. Oltre a essere tristemente nota per la quantità di suicidi dei suoi lavoratori per i ritmi serrati e disumani di lavoro, la Foxconn è un’azienda taiwanese, con cui gli Usa hanno evidenti rapporti economici, e la sua fabbrica più grande al mondo si trova a Shenzhen, in Cina.

Questo è solo uno degli esempi con cui si spiega quanto conti economicamente Taiwan non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la Cina. Dall’altro lato Taiwan è importante anche sotto l’aspetto simbolico: è una democrazia cresciuta sotto l’ombrello degli Usa, anche se dagli anni ’70 la Cina riconosciuta a livello ufficiale e diplomatico è la Repubblica popolare cinese. Ma viste le connotazioni che il dibattito internazionale sta assumendo negli ultimi tempi, con il ritorno dello scontro tra democrazie (guidate dagli Stati Uniti) e le autocrazie (soprattutto Cina e Russia), Taiwan diventa il simbolo della democrazia che va difesa. Nancy Pelosi, durante la sua visita, ha sottolineato proprio questo aspetto.

In una nota del Comando di Pechino ripresa dall’Ansa il 10 agosto si legge che «le truppe terranno d’occhio i cambiamenti della situazione nello Stretto di Taiwan, continueranno a svolgere addestramento e preparativi militari, organizzeranno regolarmente pattuglie di prontezza al combattimento e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale». La Cina è disposta a «creare un ampio spazio per la riunificazione pacifica» con Taiwan, ma «non lascerà mai alcuno spazio per varie forme di attività separatiste per l’indipendenza» e «non promette di rinunciare all’uso della forza».

L’Ufficio per gli Affari di Taiwan e l’Ufficio informazioni del governo centrale hanno pubblicato ieri 10 agosto un white paper, un libro bianco intitolato «La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era», nel quale si ribadisce «il fatto e lo status quo che Taiwan fa parte della Cina». Per realizzare la riunificazione pacifica, «un Paese, due sistemi è la soluzione più inclusiva a questo problema».

L’obiettivo è quello della “riunificazione” pacifica, ma come sottolinea Gallelli, non si esclude l’uso della forza. Questo è un elemento che causa una modifica dell’approccio di Pechino nei confronti della questione taiwanese non del tutto radicale: benché venga concepito l’uso della violenza per riporre Taiwan sotto il controllo di Pechino, la questione che Taiwan appartenga alla Cina non è mai stato messo in discussione. La questione taiwanese è sempre stata un aspetto cardine del progetto di ringiovanimento e rinascita della nazione cinese: un sogno da realizzare entro un centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

“La Cina ha altre priorità, non attaccherà Taiwan”: il difficile equilibrio tra la
 politica interna e internazionale

Il problema sta nel come mantenere l’equilibrio in questa situazione perennemente in bilico. Il governo della Repubblica di Cina viene riconosciuto da pochissimi paesi al mondo, mentre la Repubblica popolare cinese è la Cina che in teoria, a livello diplomatico, viene riconosciuto anche dagli Stati Uniti e dai paesi europei, dagli anni ’70 a oggi.

Cos’è cambiato negli ultimi anni? Il fatto che oggi non si escluda l’uso della forza. Tuttavia, sottolinea Gallelli, questo non significa che allora la forza sia lo strumento con cui questa “riunificazione” verrà messa in atto.

Pechino su questo aspetto ha mostrato sostanziale continuità, coerenza se vogliamo, e proprio per questo sarebbe stato meglio evitare la tensione scaturita dalla visita di Pelosi a Taiwan. Tuttavia, secondo Gallelli, la classe dirigente della Repubblica popolare cinese non ha alcun interesse a portare avanti un’invasione armata in questo momento. Attualmente ci sono altre priorità, a partire dalla strategia «zero Covid» non sta funzionando benissimo, e porta con sé strascichi sia economici che in termini di malcontento popolare.

Oltre alla politica interna, nemmeno quella internazionale va a gonfie vele, come si vede dai rapporti Cina/Stati Uniti, ma nemmeno i rapporti con l’Europa sono rosei. E anche se il mondo non si ferma a Stati Uniti e Europa, è anche vero che quest’ultima rappresenta il primo mercato per l’esportazione di merci cinesi. Avere una situazione di tensione con l’Europa non è certo qualcosa che la Cina auspica, anche se si è materializzata negli ultimi anni e aggravata negli ultimi mesi con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

La Cina, quindi, ha una serie di questioni interne da gestire, e delle dinamiche economiche con l’Europa e gli Stati Uniti da preservare: ecco perché invadere militarmente Taiwan non è in cima alle priorità.

martedì 9 agosto 2022

Taiwan, 'Cina prepara invasione e cambio dello status quo'

@ La Cina sta usando le esercitazioni aeree e marittime intorno a Taiwan per preparare l'invasione dell'isola e per cambiare lo status quo nella regione dell'Asia-Pacifico.


E' quanto ha detto il ministro degli Esteri di Taipei Joseph Wu, secondo cui "la Cina ha usato le esercitazioni e il suo manuale militare per prepararsi all'invasione di Taiwan". Parlando in una conferenza stampa, Wu ha aggiunto che "la vera intenzione di Pechino è quella di alterare lo status quo nello Stretto di Taiwan e nell'intera regione dell'Asia-

L’Fbi nella casa di Donald Trump:«Controllata anche la cassaforte»

@ - È stato lo stesso Donald Trump a dare la notizia. Clamorosa. L’Fbi ha perquisito la residenza dell’ ex presidente a Mar a Lago, in Florida. Per il momento non ci sono altri dettagli e neanche conferme ufficiali.


Trump ha anche fatto sapere che gli agenti avrebbero forzato una cassaforte. Ed è la prima volta nella storia che le forze dell’ordine irrompono nell’abitazione di un ex presidente.

Trump è al centro di almeno due filoni distinti di indagine. La procuratrice generale dello Stato di New York, Letitia James da mesi conduce un’inchiesta sugli affari finanziari della holding trumpiana. Il sospetto principale: i manager avrebbero gonfiato il valore degli asset per ottenere più facilmente finanziamenti bancari. Ma naturalmente tutt’altro peso ha l’iniziativa assunta dall’Attorney general Merrick Garland. Sotto esame sono le manovre di Trump per rovesciare il risultato delle elezioni del 2020 e per fomentare l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Infine va ricordata anche la denuncia degli Archivi di Stato: prima di lasciare la Casa Bianca, Trump avrebbe fatto sparire documenti che andavano invece depositati.

«La mia bellissima casa di Mar-A-Lago a Palm Beach, in Florida, è attualmente occupata da un gruppo di agenti dell’Fbi», ha detto in una nota. E ha continuano, attaccando. «Dopo aver lavorato e collaborato con le agenzie governative competenti, questo raid senza preavviso a casa mia non era necessario o appropriato». «Strumentalizzazione della giustizia e un attacco dei democratici di sinistra radicali che disperatamente non vogliono che mi candidi alle elezioni del 2024», ha continuato Trump che al momento della perquisizione era a New York.

E proprio quella di oggi per Donald Trump è una giornata importante dal punto di vista giudiziario. Rudy Giuliani deve comparire davanti a un grand jury speciale della Georgia. È l’indagine sulla possibilità che insieme ad altri abbia cercato di interferire alle elezioni del 2020 nello stato. E proprio l’ex avvocato di Donald Trump ha provato a prendere tempo. Lo riporta Abc news. Secondo quanto emerge dai documenti depositati in tribunale, Giuliani ha presentato un certificato del suo medico in cui si spiega che l’uomo non può prendere l’aereo a causa di un intervento subito di recente.

Tuttavia il procuratore della contea di Fulton si è opposto al rinvio rispondendo che Giuliani ha gia’ viaggiato dopo l’operazione, a Roma e Zurigo, e che comunque ci sono mezzi alternativi come «l’autobus o il treno».

«Persecuzione politica» da «Paese del Terzo mondo». Nel lungo comunicato con cui Donald Trump ha annunciato il blitz nel suo resort in Florida da parte degli agenti dell’Fbi c’è un duro attacco a Washington, ai democratici, alla burocrazia, e, sotto traccia, il tono di uno che adesso, più che mai, è deciso a candidarsi alle presidenziali del 2024. «Questi sono tempi oscuri per la nostra nazione, mentre la mia bella casa, Mar-A-Lago a Palm Beach, Florida, è attualmente sotto assedio, occupata da un esteso gruppo di agenti Fbi», ha affermato l’ex presidente, che dopo la sconfitta alle presidenziali del 2020 aveva portato in Florida almeno 15 plichi contenenti documenti governativi. «Niente del genere era mai successo prima a un presidente degli Stati Uniti — ha aggiunto — dopo aver collaborato con le agenzie governative, questo raid non annunciato a casa non era necessario nè appropriato». «Una persecuzione - ha continuato - la strumentalizzazione del sistema giudiziario, un attacco da parte dei democratici radicali di sinistra che non vogliono che mi candidi alle presidenziali del 2024, specie dopo i recenti sondaggi, e che faranno di tutto per fermare i Repubblicani e i conservatori alle imminenti elezioni di midterm».

domenica 7 agosto 2022

Ucraina, Mosca annuncia la distruzione di 45mila munizioni della Nato. Nella notte 40 razzi vicino alla centrale di Zaporizhzhia

@ - Un arsenale con 45 tonnellate di munizioni che l'esercito ucraino aveva ricevuto dai Paesi membri della Nato è stato distrutto dalle forze russe nella regione ucraina di Mykolaiv (sud): lo ha reso noto il ministero della Difesa russo, secondo quanto riporta Interfax.


"Questa notte circa 60 razzi di tipo 'Grad' sono caduti sugli insediamenti costieri tra Nikopol e Zaporizhzhia, 40 dei quali sul villaggio di Marhanets", sulla sponda nord del fiume Dnipro, a soli 10 km dalla centrale nucleare di Zaporizhzhia sulla sponda sud.

Lo ha reso noto su Telegram Yevhen Yevtushenko, il capo dell'amministrazione militare del distretto della vicina Nikopol.

"Sono state danneggiate case, edifici, condutture e reti elettriche. Due persone sono rimaste ferite, una delle quali, un uomo di 64 anni, è in ospedale con ferite gravi", ha aggiunto Yevtushenko.

Intanto quattro navi con prodotti alimentari ucraini, inclusa una con 6mila tonnellate di olio di semi di girasole destinate all'Italia, sono partite oggi da porti ucraini del Mar Nero nell'ambito di un accordo per sbloccare l'export via mare del Paese: lo hanno dichiarato funzionari ucraini e turchi, come riferisce il Guardian. La nave diretta in Italia, a Monopoli, è la Mv Mustafa Necati. Le altre tre sono la Mv Glory, diretta a Istanbul con 66mila tonnellate di grano; la Mv Star Helena, diretta a Nantong/Machong (Cina) con 45mila tonnellate di farina; e la Mv Riva Wind, diretta a Iskenderun (Turchia) con 44mila tonnellate di grano.

L'allarme aereo è scattato nella notte a Kharkiv e Nikopol, nella regione di Dnipropetrovsk, per nuovi attacchi dei russi in Ucraina. Lo riferisce Ukrinform. I residenti di Kharkiv hanno detto di avere udito almeno tre potenti esplosioni. riporta Channel 24. Secondo Yevtushenko gli invasori hanno anche condotto bombardamenti in direzione della città di Marhanets e dell'insediamento urbano di Chervonohryhorivka.

Il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky ha accusato la Russia di utilizzare la centrale nucleare di Zaporizhzhia "per il terrore" dopo l'accertamento di gravi danni alla struttura. Kiev e Mosca si sono incolpate a vicenda per gli attacchi alla centrale di Zaporizhzhia, il più grande complesso nucleare d'Europa. Zelensky, nel suo discorso serale di sabato, ha accusato ancora una volta Mosca di terrorismo affrermando che "i terroristi russi sono diventati i primi al mondo a usare la centrale per il terrore".

Uno dei reattori della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, sotto il controllo delle forze russe, è stato spento, il bombardamento di venerdì ha causato un grave rischio per il funzionamento sicuro dell'impianto": lo ha dichiarato ieri la società ucraina per l'energia atomica Energoatom, in seguito agli attacchi che Kiev e Mosca si accusano reciprocamente di aver lanciato. "In seguito dell'attacco alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, il sistema di protezione di emergenza è stato attivato su uno dei tre reattori funzionanti, che si è spento", ha annunciato Energoatom in un messaggio su Telegram.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto di aver offerto al presidente russo Vladimir Putin di tenere un incontro con l'omologo ucraino Volodymyr Zelensky in Turchia. Venerdì Erdogan ha incontrato Putin a Sochi, in Russia, per rafforzare la cooperazione economica ed energetica tra i due Paesi. Si è trattato del secondo incontro tra i due presidenti dopo l'inizio della guerra, in luglio si erano visti a Teheran.

venerdì 5 agosto 2022

L’ultima lezione di Draghi: 50 miliardi senza fare debito, conti in ordine e Pnrr in anticipo

@Arriva a 17 miliardi il decreto Aiuti 2. La prima conferenza stampa del premier dopo la dimissioni. Che rivendica: “Siamo il paese che cresce di più e meglio in tutta Europa” come occupati e come Pil. “Ho fatto tanti auguri a chi deve affrontare la campagna elettorale” Intanto il Pd attacca Iv sull’assegno familiare. Ma è informato male.


A chi la evoca, forse anche oltre il verosimile, senza però saperne dare gli esatti contenuti, arriva la definizione autentica, originale. “L’agenda Draghi? Quando assunsi l’incarico (ormai 18 mesi fa, ndr) sapevo che avremmo avuto davanti alcune priorità. Poi se ne sono aggiunte altre, e altre ancora. Ecco, a tutto questo il mio governo ha cercato di rispondere con risposte pronte, credibili, con le riforme necessarie, con l’autorevolezza e affidabilità”. Nella prima conferenza stampa dopo le dimissioni - ma non sarà l’ultima - Mario Draghi appare un po’ più risposato del solito, quasi un filo abbronzato, e però puntuto ed essenziale. Attento a scansare e negare ogni domanda potenzialmente insidiosa circa un suo eventuale futuro in politica. Che non ci sarà. Del resto, chi potrebbe biasimarlo visto come è stato trattato.

50 miliardi in sette mesi senza nuovo debito
E però il suo governo porta in eredità al Paese altri 17 miliardi (tre in più del previsto) per combattere inflazione, caro prezzi, speculazione e caro energia. Sommati ai 33 già assegnati dall’inizio dell’anno, sono 50 miliardi distribuiti a famiglie ed imprese senza fare un centesimo di debito. Chi il 20 luglio è riuscito nell’impresa di mandare a casa l’ex presidente della Bce - 5 Stelle, Lega e Forza Italia - sono le stesse forze che da dicembre scorso ogni giorno, quasi un disco rotto, hanno invocato “uno scostamento di bilancio almeno di 50 miliardi”. Sono stati accontentati. Ma senza fare nuovo debito. Lasciando i conti in ordine. Anzi, trovando in quei conti le risorse per dare le risposte che chiede il Paese. Non tutte quelle che servono, ma sufficienti per registrare che “l'andamento dell'economia è di gran lunga migliore del previsto”, che “la crescita annuale è pari al 3,4%” quando l'Italia negli ultimi vent’anni non è mai cresciuta più del 2% e dunque “una crescita veramente straordinaria”. Persino il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’Italia “crescerà più degli altri Paesi”. Pur con tutte le nuvole che ci lasciamo alle spalle. E che abbiamo ancora all’orizzonte.

La distanza tra governo e Parlamento
Il Consiglio dei ministri è iniziato alle 17 e 20. La conferenza stampa alle 20 e andrà avanti fino alle 21. La regia malefica del destino vuole che mentre a Montecitorio il segretario dem Enrico Letta incontra i ribelli rossoverdi per tenerli dentro la coalizione più pazza di sempre, nel palazzo accanto, cioè palazzo Chigi, Mario Draghi va avanti nella sua mission di governare il paese e dargli gli strumenti per combattere inflazione e disuguaglianze. Sono due contesti che misurano tutta la distanza tra la politica alta e quella bassa. E che ancora di più fanno rimpiangere l’inopinata caduta dell’esecutivo Draghi. In tutto questo rassicura la certezza che il presidente Draghi e il ministro economico Daniele Franco lasceranno i loro incarichi tra fine ottobre e metà novembre - se le urne daranno un responso chiaro - ma fino a quel giorno, quale che sarà, faranno di tutto per gestire il destino di questo paese. Come dimostra l’intensa attività di approvazione di decreti delegati (Giustizia e semplificazione per il Pnrr) per far camminare le norme già approvate. E una serie di promesse che ieri Draghi - con un fare che è una via di mezzo tra il memento e la sua eredità politica - ha messo in fila durante la conferenza stampa.

Conti in ordine. Il Pnrr anche
Saranno, ad esempio, “realizzati tutti i 55 obiettivi che il Pnrr ci assegna entro la fine dell’anno” in anticipo rispetto al calendario, in tempo rispetto al passaggio del testimone con il suo successore e in modo di blindare il pagamento della terza rata di Pnrr (circa 20 miliardi). E saranno rispettate le scadenze di tutti i dossier. Il primo è sicuramente Ita: “Sarà chiuso entro 10 giorni, secondo la data prevista” ha tagliato corto dando anche un messaggio a Lufthansa, in pole per l’acquisto, che ieri sbuffava per la mancanza di risposte e avvertiva circa “la pazienza che sta per finire”. Anche Lufthansa deve avere pazienza: i termini sono termini, e non s’è mai visto chiudere una partita del genere prima del tempo fissato. Si chiuderà, però. Un avviso a chi, in campagna elettorale, s’era già illuso di poter usare anche questo argomento. Mario Draghi ha concluso la riunione del Cdm augurando a chi ha davanti la campagna elettorale di “realizzare tutti i loro sogni e anche di più”. Ma c’è ancora molto da fare. E la campagna elettorale non deve sfiorare queste ultime settimane o mesi di attività governativa. Non è un caso quindi che in conferenza stampa il premier porti con sè solo ministri tecnici: Daniele Franco, titolare del Mef, che ringrazia più e più volte per aver di fatto firmato 4 o 5 leggi di bilancio in 18 mesi; Roberto Cingolani che ha fatto il mezzo miracolo di garantire la differenziazione e la transizione dal gas russo in modo tale per cui - se va tutto come previsto a cominciare dal gassificatore di Piombino - l’Italia non soffrirà riduzioni e austerity (abbiamo gli stoccaggi al 74%, in linea per avere il 90% a fine ottobre, nessuno come noi in Europa); e Roberto Garofoli, l’uomo che tiene sotto controllo il cronoprogramma del Pnrr.

Le misure
Il decreto Aiuti bis mette a disposizione di famiglie e imprese ben 17 miliardi, tre in più del previsto. Nei 41 articoli del decreto ci sono più fondi per calmierare le bollette, la proroga di un mese dello sconto benzina, due miliardi e mezzo per ampliare il taglio del cuneo fiscale (un miliardo e 600 per i redditi sotto i 35 mila euro) e anticipare la rivalutazione delle pensioni (2,3 miliardi, una rivalutazione di due punti percentuale da ottobre in poi, tredicesima compresa), risorse per la sanità (un miliardo per le Regioni). Ma anche 600 milioni per i lavoratori autonomi, un miliardo per l’Ilva, per la scuola (un premio annuale di 5800 euro per il prof esperto, che ha superato due corsi di aggiornamento).

E’ il primo - e forse sarà l’unico - decreto che il Consiglio dei ministri approva dopo le dimissioni. Un decreto di spesa importante motivato dall’urgenza di intervenire in favore di famiglie ed imprese. Il testo, in Gazzetta nelle prossime ore, dovrà essere convertito entro i primi di ottobre. Il Parlamento è già convocato dal 6 settembre. Il governo non potrà mettere la fiducia. E sarà interessante misurare la maturità dei partiti di maggioranza e valutare se sapranno rinunciare ad usare queste misure come merce da campagna elettorale. Nel Consiglio dei ministri di ieri non ci sono state buone sensazioni in questo senso.

Il Pd attacca Italia viva
Dal fondo di 20 miliardi per l’assegno unico per le famiglie sono avanzati - per difetto nelle richieste - 630 milioni. La ministra Elena Bonetti (Italia viva) ha chiesto che quei soldi fossero redistribuiti tra le famiglie con redditi più bassi. Peccato che in Cdm nessuno l’abbia sostenuta e anzi, forse per un difetto di informazione, dal Pd abbiano iniziato ad attaccare - con il Cdm in corso - la ministra perchè non si è occupata di dare quei soldi a chi ne ha più bisogno. E’ stato esattamente il contrario. Un pessimo inizio di campagna elettorale con fallo a gamba tesa nella stessa metà campo. Del resto, la scarsa maturità dei partiti in campo si era già potuta misurare in mattinata al Senato dove l’approvazione della delega fiscale (“molto dispiaciuto di questo rinvio” ha detto Draghi) è stata rinviata a settembre. I partiti si sono impegnati a non presentare emendamenti. Su questo e su altri provvedimenti come i decreto approvato ieri. Ne riparliamo a settembre.

Due pilastri: famiglie e imprese; stipendi e pensioni
Proprio perchè si tratta del decreto di un governo in carica ma solo per gli affari correnti, la sua stesura è stata più lunga del solito. Draghi ha voluto coinvolgere tutti i partiti, anche Fratelli d’Italia, e i sindacati. E tutti hanno convenuto che i capisaldi di questa nuova spesa siano la replica degli Aiuti già in vigore per famiglie e imprese e l'intervento su temi indifferibili come cuneo e pensioni. Tra le varie misure spicca l'aumento delle risorse per le bollette nell'ultimo trimestre: i fondi salgono a 5 miliardi dai circa 3 del precedente decreto per consentire uno sconto maggiore, rispondendo così anche al recente allarme di Arera sul rischio di nuovi aumenti. Rafforzato il bonus sociale, arrivano più tutele per i vulnerabili e misure per la rateizzazione delle bollette. Le bollette potranno inoltre rientrare tra le misure di welfare aziendale (su proposta della ministra Bonetti, Italia viva). Per la benzina la proroga dello sconto di 30 centesimi sulle accise sarà solo di un mese (dal 21 agosto al 20 settembre, costo di 900 milioni). E’ solo una questione tecnica: una volta noti gli incassi dall’extragettito di luglio, si potrà procedere con la proroga fino alla fine di ottobre. Sempre sul fronte del caro-energia, poi, vengono replicati i crediti di imposta per 3 miliardi.

“Opereremo ancora, se necessario”
“Se necessario opereremo ancora seguendo le stesse direttive: aiutare famiglie e imprese contro l’inflazione” assicura Draghi. Un messaggio al paese ma soprattutto ai mercati: l’Italia ha un governo in carica pronto ad intervenire. Si occuperà della Nadef e della cornice, i numeri, della legge di Bilancio, i fondamentali e gli obiettivi. “Quelli sarebbe bene che fossero confermati” ha suggerito Franco. Così come il governo Draghi ha ancora la possibilità di vedere realizzato il tetto al prezzo del gas a settembre-ottobre, nel prossimo consiglio. “Abbiamo ottenuto un impegno esplicito della Commissione europea a presentare una proposta che ora finalmente potrà essere discussa. Sottolineo che chi sosteneva che un tetto poteva scatenare una reazione negativa della Russia dovrebbe oggi riflettere: la Russia sta tagliando le forniture e in più ci fa pagare questi prezzi”.

Il peso dell’incertezza politica
Il premier non nasconde che all'orizzonte si stagliano nuvole minacciose. Pesa anche l'incertezza politica. “Servirà coesione sociale e coesione politica”, saranno “necessarie” per riaffermare la credibilità acquisita da questo esecutivo e per poter fare tutte le riforme “senza vincoli” da parte dell'Europa. E a proposito di governo in carica, si sta verificando la sgradevole situazione delle aziende del comparto energia, quelle stanno facendo miliardi di fatturato in più con la guerra e il caro energia, che non stanno versando le somme richieste allo Stato che ha tassato del 40% l’extraprofitto per finanziare le misure. Draghi assicura che “pagheranno tutto. In questo decreto ci sono anche provvedimenti che aumentano fortemente le sanzioni per gli obblighi al pagamento. Se non c'e' una risposta siamo pronti a mettere mano ad altri provvedimenti”. Il presidente del Consiglio calca la mano: “Non è tollerabile che in questa situazione in cui le famiglie sono in difficoltà e le imprese anche, ci sia un settore che sta guadagnando ed elude una disposizione del governo”. Il governo c’è. Appunto. E questa è una bella notizia.

domenica 24 luglio 2022

La politica sia affidata solamente ai «virtuosi»

 @ Gabriele Pedullà recensisce il volume di James Hankins La politica della virtù. Formare la persona e formare lo Stato nel Rinascimento italiano(Viella) definito dalla critica un «capolavoro magistrale» e «forse il più importante studio mai scritto sul pensiero politico del Rinascimento» alla sua uscita due anni fa in inglese. 

Signoria. Pedro Berruguete (o Giusto di Gand), 
«Ritratto di Federico da Montefeltro con il figlio Guidobaldo», 1475 circa

In effetti il volume di Hankins segna uno spartiacque e divide la ricerca sulla teoria politica della prima età moderna in un prima e un dopo. In cosa consiste questa rottura? Nel XX secolo gli specialisti hanno raccontato il pensiero politico del Rinascimento come scontro frontale tra sostenitori delle repubbliche e dei principati. Da un lato gli amanti della libertà, dall'altro i propagandisti prezzolati del despotismo tirannico: in qualche caso addirittura in un'anticipazione della lotta tra le democrazie occidentali e Adolf Hitler. Negli ultimi venti anni, però, diversi studiosi hanno cominciato a contestare questa lettura. Troppi elementi non tornano. Anzitutto, è introvabile la contrapposizione tra repubbliche e principati cara agli storici novecenteschi: per gli umanisti la cesura corre infatti piuttosto tra le forme di governo rette, come la repubblica e il principato, e il governo illegittimo dei tiranni, i quali, invece di perseguire il bene comune, si preoccupano solo del tornaconto personale. Questo vuol dire che massima cura va posta nell'educazione di coloro che, in virtù dei loro illustri natali, sono destinati a rivestire le cariche pubbliche. Ed è precisamente a tale moralizzazione della politica che gli umanisti – in parte loro stessi tutori e docenti – indirizzarono le loro energie, nel tentativo di aiutare i futuri leader, indifferentemente repubblicani e principeschi, a liberarsi delle pulsioni egoistiche attraverso l'esempio degli antichi. Anzitutto nell'interesse dei loro sudditi.

Che il libro sia destinato a venire discusso a lungo. È soprattutto una delle tesi di Hankins a suscitare perplessità. Secondo lo studioso di Harvard, l'umanesimo politico sarebbe una forma di meritocrazia finalizzata a promuovere il governo dei migliori. Nonostante gli umanisti aprissero eccezionalmente le porte delle loro scuole a qualche ragazzo del popolo di particolare talento, la ricerca storica ci dice però che a beneficiare del loro curriculum di studi improntato alla assimilazione dei classici furono quasi unicamente i rampolli della classe dirigente del tempo. Ciò non deve sorprendere: ai cultori del mondo greco e romano, infatti, non interessava tanto selezionare i più meritevoli quanto rendere più degni dal punto di vista morale coloro che, per nascita, erano chiamati a prendere in mano un giorno le redini dello Stato. Nella pratica, attribuendo alla nuova pedagogia il potere di rendere i governanti virtuosi, gli umanisti finirono così per offrire soprattutto una potente legittimazione delle vecchie gerarchie in un momento di crisi dei grandi poteri universali del Papato e dell'Impero. Le implicazioni elitiste del libro di Hankins sono evidenti. Non sorprende, perciò, che una delle obiezioni più solide alla virtue politics rimanga quella che agli umanisti rivolse un irriducibile sostenitore del governo popolare come Machiavelli: nessuna autoproclamata aristocrazia della virtù è davvero tale, dal momento che, con pochissime eccezioni, alla prova dei fatti «tutti equalmente errano» (cioè fanno il proprio interesse) «quando tutti sanza rispetto» (ossia impunemente) «possono errare».





venerdì 22 luglio 2022

Istanbul segna l’accordo sul grano tra Mosca e Kiev

@ Il ruolo di mediatore della Turchia ha prodotto i suoi frutti: ecco in cosa consiste l’accordo.


Oggi a Istanbul arriva, dopo mesi di stallo e negoziati andati in fumo, il primo accordo tra Russia e Ucraina sull’export del grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero. Nella città turca sarà presente, oltre al mediatore Erdogan, anche il segretario dell’Onu Guterres. Questo accordo tra i due paesi in guerra segna anche la prima intesa tra Russia e Ucraina dall’inizio del conflitto.

L’accordo verrà firmato sullo stretto del Bosforo e risolve una crisi di fondamentale importanza non solo per i due paesi belligeranti ma per l’intero pianeta. Sbloccando le esportazioni di grano e cereali dal Mar Nero significa scongiurare una violenta crisi alimentare che avrebbe prodotto carestie nei paesi più poveri di Africa e Medio Oriente che dipendono dal grano ucraino. Un evento di levatura internazionale e per questo motivo ci sarà anche il segretario generale delle Nazioni Unite.

Risolta la crisi del grano e primo accordo tra i due paesi
La Turchia ha giocato un ruolo principale in questa crisi mediando tra i due paesi e portando così al primo accordo dall’inizio della guerra. Giù a Teheran si erano mostrati buoni presupposti per sancire presto un accordo sulla questione. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu aveva affermato che “quando risolveremo questo problema, non solo verrà aperto il percorso di esportazione per il grano e l’olio di girasole dall’Ucraina, ma anche per i prodotti dalla Russia”.

Le spedizioni potrebbero riprendere da tre porti sotto il pieno controllo ucraino, ovvero Odessa, Pivdennyi e Chornomorsk. Secondo le stime, sono bloccate circa 25 milioni di tonnellate di grano nei porti ucraini. Anche gli Stati Uniti hanno accolto questa notizia positivamente. La Coldiretti italiana ha dichiarato che l’export del grano può salvare dalla carestia quei 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione.Tra i più dipendenti dalle esportazioni cerealicole russe e ucraine ci sono l’Egitto, che importa il 70% dei cereali dai porti del Mar Nero, il Libano con circa il 75% e lo Yemen con poco meno del 50% e la situazione non è molto diversa in Libia, Tunisia, Giordania e Marocco”.

giovedì 21 luglio 2022

Governo, il premier Mario Draghi si è dimesso | Alla Camera seduta sospesa fino alle 12

@ - Mario Draghi ha rassegnato le dimissioni al presidente Mattarella. Prima di recarsi al Colle, il premier uscente ha parlato dinanzi all'assemblea di Montecitorio, che lo ha accolto con un lungo applauso: "Grazie anche i banchieri hanno un cuore".


Il presidente della Camera Roberto Fico ha quindi sospeso la seduta fino alle 12. "Grotteschi gli applausi di coccodrillo in Aula", ha commentato Letta. La decisione del premier uscente dopo il voto sulla fiducia di mercoledì: Lega, Forza Italia e M5s non hanno votato, e il governo ha così ottenuto solo 95 sì e 38 no sulla risoluzione di Pier Ferdinando Casini, incassando così la fiducia, ma senza più una maggioranza. La crisi, dunque, sfocerà nel voto anticipato.

mercoledì 20 luglio 2022

Riduzione delle diocesi, frustrazione del clero, crisi sempre più grave nella Chiesa

@ - l profondo malessere che serpeggia nella Chiesa è sensibilmente verificabile dal come è obbligato a vivere il clero. Mille e mille impegni di carattere sociale e di “ascolto”, ma anche amministrativo e burocratico che ricadono sui parroci di parrocchie accorpate in diocesi a loro volta accorpate per mancanza di nuovi sacerdoti, di fedeli, ma anche di fondi economici.


«Mano a mano, un tassello alla volta», si leggeva lo scorso anno su La Voce di Torino, «papa Francesco continua a mettere in atto il suo programma di riduzione del numero delle diocesi italiane, che fin dall’inizio del suo pontificato aveva sollecitato alla Cei. E lo fa non abolendo le diocesi esistenti, ma unendone volta per volta due vicine “nella persona del vescovo”», diminuendo, quindi, le figure episcopali.

Assottigliatosi il carattere sacramentale (di azione soprannaturale) del sacerdote, a causa del venire meno delle prerogative identitarie del prete, si è incrementato a dismisura il lavoro di stampo umano, fatto di assistenzialismo/solidarietà sociale, di “aggiornamenti”, di pratiche civili, di Social; in sintesi si potrebbe dire: i pastori del nostro tempo vivono una vita molto più secolare che religiosa.

Nella recente Lettera alla diocesi torinese (26 giugno) di monsignor Roberto Repole, dal 19 febbraio scorso Arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, leggiamo a chiare lettere una realtà ecclesiale che drammaticamente langue e si dissecca giorno dopo giorno. Come, allora, porvi rimedio? Così risponde l’Arcivescovo: «Si tratta del ripensamento della presenza ecclesiale sul territorio. È sotto gli occhi di tutti, infatti, il fatto che il numero dei preti è in calo ormai da decenni e che la loro età media è piuttosto elevata. È meno evidente ai più, anche se non meno significativo, il fatto che anche il numero dei cristiani che vivono una qualche reale appartenenza alla Chiesa è di molto inferiore rispetto al passato. Insomma, si tratta di guardare con lucidità la realtà e prendere sempre più profondamente coscienza che la nostra società non è più “normalmente cristiana”».

Quanta responsabilità hanno gli uomini di Chiesa in questo plateale fallimento? Sono già in grado di farsi un esame di coscienza in questo senso?

L’Arcivescovo Repole dichiara, dunque, che la società non è più “normalmente cristiana”, eppure «noi siamo ancora strutturati – a partire dalle nostre parrocchie – nell’implicito che tutti siano cristiani; e operiamo a diversi livelli, sulla base della implicita convinzione che sia così, con il grave rischio di investire tantissime risorse in attività pastorali che sembrano non portare frutto, di non provare ad investire (all’inverso!) energie laddove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo e, soprattutto, di perdere noi per primi il gusto della vita cristiana e di una serena e gioiosa sequela del Signore. […] Dobbiamo continuare a mantenere semplicemente tutte le infinite strutture di cui beneficiamo (locali, case, chiese, oratori…) anche se invece che servire a vivere una vita cristiana ed ecclesiale autentica ed essere degli strumenti per l’evangelizzazione costituiscono un peso insopportabile, per chi è chiamato a gestirle, rubando energie, serenità e gioia? Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie, immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo ad un prete che invece di essere parroco di una comunità lo sia di diverse, senza però cambiare nulla? Come si può immaginare, facendo così, che i preti possano vivere una vita serena, possano trovare il tempo per coltivare la preghiera e la lettura e offrire un servizio qualificato, possano trovare la giusta serenità per incontrare le persone…? E come pensare che la loro vita possa risultare attrattiva per dei giovani oggi?».

Il santo Curato d’Ars risollevò, da solo, le sorti di una comunità che non entrava più in chiesa… e quel luogo divenne meta di fedeli che venivano da tutta la Francia e anche oltre i suoi confini pur di andare a farsi confessare da san Giovanni Maria Vianney e ascoltare le sue omelie. Egli parlava chiaramente, senza paura, dei vizi e dei peccati umani, convertendo anime ed anime. Oggi i pastori parlano ai lavoratori, alle donne, agli omosessuali, agli immigrati… come farebbe un consulente del lavoro, un sindacalista, uno psicologo, un volontario delle Ong, ma non parlano più ai peccatori, a quanto danno arreca (sulla terra e dopo la morte) il peccato ed ecco che i peccatori non vanno più in chiesa.

Quali furono gli strumenti vincenti del curato francese? La santità del suo sacerdozio, grazie alla quale santificò il prossimo.

Oggi i pastori parlano di «sfida» della “nuova evangelizzazione” per “nuove” opportunità, «ed è la possibilità di riprendere confidenza con il fatto che c’è urgenza per tutti (preti, diaconi, religiose e religiosi, laiche e laici) di metterci in uno stato di “formazione permanente”, laddove per formazione non si intende solo la necessaria preparazione teologica, ma un itinerario di preghiera e spirituale, una partecipazione profonda alla vita, liturgico-sacramentale, una esperienza comunitaria vissuta». Il piano programmatico episcopale di Repole non è chiaro: si potrebbe dire, in un certo senso, che è in attesa di reazioni, non dà linee guida, si limita a denunciare una situazione di impossibilità di andare avanti così e quindi l’intenzione di ridimensionare/chiudere le strutture. La sua riflessione prosegue in maniera sconsolata: «sarà difficile nel prossimo futuro condurre una vita cristiana in cui sia evidente a noi stessi e agli altri che cosa siamo».

È vero, l’identità è venuta meno, sia dei vescovi, sia dei sacerdoti. Il curato d’Ars, ministro di Cristo in toto, sapeva perfettamente chi era e che cosa era tenuto a fare nel villaggio di Ars, che evangelizzò per 40 anni, senza bisogno di task force, ma di una dottrina, di una liturgia, di un catechismo seri. Il vescovo gli aveva destinato una parrocchia pressoché vuota, da “depressiva” potremmo dire. Ma quando la Fede è autentica è la Grazia divina a compiere meraviglie: i pastori dell’età contemporanea sono spesso e volentieri convinti, troppo convinti, di essere i soli artefici delle sorti della Chiesa in terra; ma non è così: il pastore che agisce non per il Regno di questo mondo, ma per quello di Dio opera meraviglie e fa vendemmia abbondante a differenza di quello che, agganciandosi troppo alle vie personali e del mondo, finisce per abbandonare le vie del Cielo.

Non aveva idee confuse il Curato d’Ars e seppe affrontare la critica situazione: mettere davanti alla realtà il suo gregge, malato di peccati e distante dal Signore. Lascia scritto san Giovanni Maria Vianney: «Quando si vuol distruggere la religione, si comincia dal combattere il prete, perché là dove non vi è più il sacerdote, non vi sono più sacrifici, non vi è più religione. Il prete non è prete per se stesso. Egli non dà l’assoluzione a sé, non amministra i Sacramenti a sé: egli non è per sé, ma per voi. Dopo Dio il sacerdote è tutto!… Lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete vi si adoreranno gli animali». Nei nostri tristi giorni, infatti, non si adora più Nostro Signore Gesù, bensì le bestie, come accade agli animalisti e agli ambientalisti.

La «sfida», dunque, non è quella di “ascoltare” proposte per «cammini sperimentali», perché le anime sono fiaccate da sperimentazioni pastorali che si sono susseguite in questi più di 50 anni di applicazione del Concilio Vaticano II, epoca in cui ci si volle sganciare dalla motrice: la Tradizione della Chiesa di paolina memoria, quella che sta richiamando sempre più attenzione fra i giovani.

Il Concilio anelava ad una partecipazione di carattere sacerdotale dei laici, posti quindi sullo stesso piano della responsabilità dei preti ed oggi papa Francesco, proprio su quelle direttive, ha chiamato le donne ad entrare nel Dicastero per i Vescovi, come ha fatto María Lía Zervino, sociologa argentina, di 60 anni, presidente generale dell’Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche (Umofc), riconosciuta dalla Santa Sede nel 2007 come associazione internazionale di fedeli e in quanto Ong ha rappresentanze ufficiali alla Fao, l’Unicef, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu e il Consiglio d’Europa. Dunque, la Chiesa di Roma è sempre più «effemminata», come aveva profetato san Giovanni Bosco, e fra un po’, se lo scivolo prosegue la sua corsa, anche il bacino gender vorrà essere incluso nelle congregazioni vaticane… d’altra parte nel pianeta anglicano è già ben avviata la «gendarizzazione»: durante la sessione del Sinodo Generale, tenutasi a York dall’8 al 12 luglio scorso, alla domanda: «Qual è la definizione di donna della Chiesa d’Inghilterra?», è venuto fuori che gli anglicani non lo sanno più. Infatti, così ha risposto, secondo quanto riportato da The Telegraph, Robert Innes, vescovo della Chiesa d’Inghilterra in Europa: «Non esiste una definizione ufficiale, che rifletta il fatto che fino a poco tempo fa si pensava che definizioni di questo tipo fossero evidenti, come si riflette nella liturgia matrimoniale».

Chi anela al soprannaturale necessita di andare oltre questo misero, cinico e ipocrita mondo per assurgere ad una dimensione di eterni principi e valori; mentre la Rivoluzione, che tende ad esaurirsi nel tempo, per rimanere a galla ambisce continuamente all’oltre in questo mondo, lasciando alle spalle i retaggi di salda certezza, che seguono le leggi di natura e di Dio. Si entra così nel baratro della confusione e dello smarrimento; perciò, la rivoluzionaria operazione avvenuta all’interno del Dicastero dei Vescovi non fa altro che incrementare angoscia, depressione e vuotezza nelle vite di molti sacerdoti che finiscono per essere inghiottiti nella frustrazione di funzionari desacralizzati e svirilizzati.