Gli 80 anni di Sir Anthony Hopkins, gentleman trasformista: "Rimango un comune mortale" - Cinema - Spettacoli - Repubblica.it: "Sir Anthony Hopkins vuole essere chiamato semplicemente Tony. Però gli piace essere Cavaliere: l'onorificenza gli venne insignita dalla regina Elisabetta II nel 1993, l'anno dopo il suo Oscar per Il silenzio degli innocenti. “Sì, certo, sei Cavaliere del Regno Unito, hai vinto l'Oscar, sei ammirato da tutti: ma poi al mattino ti guardi allo specchio e sai perfettamente di essere un comune mortale e che il tuo giorno arriverà, anche per te”, racconta Hopkins. Ma intanto 'Tony' se la gode. Compirà 80 anni a Capodanno, il 31 dicembre (è nato a Margam, in Galles, nel 1937) e non smette un attimo di lavorare: è fisso nella serie tv Westworld, lo si è visto in Transformers, Red 2 e Thor, ha da poco finito le riprese di un adattamento televisivo di Re Lear con Emma Thompson (ritornano insieme dopo Quel che resta del giorno) e soprattutto sarà Papa Benedetto XVI nella serie tv Netflix sui due Papi accanto a Jonathan Pryce. Ma ha un rimpianto: “Da piccolo non mi si filava nessuno, il giorno del mio compleanno, l'ultimo giorno dell'anno! Cioè, ricevevo qualche regalo, sì, ma la festa non era per me, era altrove. Un destino comune a tutti quelli nati proprio in quel giorno infausto. Ma ci ho fatto il callo. Quest'anno celebrerò come sempre: andando a letto alle dieci di sera!”, e se la ride.
L'addio all'alcol e la musica. Del resto nemmeno uno champagne gli è concesso, da quando dal 1975 ha completamente smesso di bere dopo molti anni di alcolismo. Era già un attore compiuto e famoso, soprattutto in madrepatria, in teatro. Per sua ammissione, però, l'amore per la bottiglia (soprattutto di tequila) lo ha fatto diventare una persona insopportabile, a se stesso soprattutto. Ricorda quegli anni di dipendenza come un prolungato 'acid trip'. Da quando non beve più, dice, la sua vita è iniziata per davvero. Hopkins, sposato in terze nozze nel 2003 con Stella Arroyave (la sua unica figlia, Abigail, l'ha avuta dal primo matrimonio con Petronella Barker), vive in una villa a Malibu, California, sull'Oceano Pacifico. Ha preso la cittadinanza americana nel 2000 perché è lì che gli piace vivere da ormai 35 anni, quando si trasferì nel 1983. Prima di iniziare a recitare suonava il piano e sognava di fare il concertista: tuttora suona e compone, e dipinge anche, proprio come un vero uomo rinascimentale. Tra un film e una serie tv continua a insegnare alla Ruskins School of Acting a Santa Monica, dove tiene seminari su Shakespeare e workshop su teoria recitativa e monologhi.
La prima passione: il palcoscenico. Il teatro rimane la sua passione: "Mi ha formato come attore, non c'è dubbio, ma mi ha anche incasinato come uomo", ricorda con la tipica schiettezza e poca pazienza per le formalità. "La Royal Academy of Dramatic Art o il National Theatre, cui mi unii nel 1965 sotto la direzione di Laurence Olivier, era piena di geni: Maggie Smith, Derek Jacobi, Richard Burton. E i registi... quei registi esigenti e snob che mi mettevano in soggezione e mi facevano sentire che non avevo il pedigree giusto. Temevo la disapprovazione. La rabbia cresceva. Volevo ammazzare tutti, specie i registi. Non sono uno che ha mai stretto amicizia con altri attori: mi piace lavorare con loro, ma il rapporto finisce lì. Sono un cane sciolto come attore".
Il grande schermo come terapia. Il cinema, dice, lo ha aiutato a uscire da una spirale troppo ossessiva. "Ebbi la fortuna di venir scritturato per un film americano, Il leone d'inverno: fu Peter O'Toole a raccomandarmi ai produttori. Recitavo Riccardo Cuor di Leone, mentre Katharine Hepburn era Eleonora d'Aquitania. Un giorno, sul set, la grande Katherine mi guardò dritta negli occhi e mi parlò: 'Mr. Hopkins, posso darle un consiglio? Non reciti, la smetta di recitare troppo. Si limiti a pronunciare le battute. Ha una bella presenza, una bella voce, una bella testa, belle spade, si fidi del suo istinto. Osservi Spencer o Humphrey Bogart: guardi come recitano senza recitare, così, senza sforzo, tutta spontaneità. E sono i più bravi'. Fu il consiglio migliore che abbia mai ricevuto sulla recitazione: 'Recita il meno possibile'. Da allora mi sono sempre attenuto a questa lezione e la divulgo ai giovani". A proposito della Hepburn, Hopkins le ha dato sempre credito per il suo Hannibal Lecter: "Mi sono ispirato a lei per il modo di parlare di Hannibal, quel suo gorgheggiare tagliente; pensavo sempre a lei quando mi preparavo per Lecter. Oltre al fatto di non sbattere mai le ciglia quando Lecter parla, caratteristica di certi psicopatici da me scoperta visionando delle interviste a Charles Manson"." SEGUE >>>
L'addio all'alcol e la musica. Del resto nemmeno uno champagne gli è concesso, da quando dal 1975 ha completamente smesso di bere dopo molti anni di alcolismo. Era già un attore compiuto e famoso, soprattutto in madrepatria, in teatro. Per sua ammissione, però, l'amore per la bottiglia (soprattutto di tequila) lo ha fatto diventare una persona insopportabile, a se stesso soprattutto. Ricorda quegli anni di dipendenza come un prolungato 'acid trip'. Da quando non beve più, dice, la sua vita è iniziata per davvero. Hopkins, sposato in terze nozze nel 2003 con Stella Arroyave (la sua unica figlia, Abigail, l'ha avuta dal primo matrimonio con Petronella Barker), vive in una villa a Malibu, California, sull'Oceano Pacifico. Ha preso la cittadinanza americana nel 2000 perché è lì che gli piace vivere da ormai 35 anni, quando si trasferì nel 1983. Prima di iniziare a recitare suonava il piano e sognava di fare il concertista: tuttora suona e compone, e dipinge anche, proprio come un vero uomo rinascimentale. Tra un film e una serie tv continua a insegnare alla Ruskins School of Acting a Santa Monica, dove tiene seminari su Shakespeare e workshop su teoria recitativa e monologhi.
La prima passione: il palcoscenico. Il teatro rimane la sua passione: "Mi ha formato come attore, non c'è dubbio, ma mi ha anche incasinato come uomo", ricorda con la tipica schiettezza e poca pazienza per le formalità. "La Royal Academy of Dramatic Art o il National Theatre, cui mi unii nel 1965 sotto la direzione di Laurence Olivier, era piena di geni: Maggie Smith, Derek Jacobi, Richard Burton. E i registi... quei registi esigenti e snob che mi mettevano in soggezione e mi facevano sentire che non avevo il pedigree giusto. Temevo la disapprovazione. La rabbia cresceva. Volevo ammazzare tutti, specie i registi. Non sono uno che ha mai stretto amicizia con altri attori: mi piace lavorare con loro, ma il rapporto finisce lì. Sono un cane sciolto come attore".
Il grande schermo come terapia. Il cinema, dice, lo ha aiutato a uscire da una spirale troppo ossessiva. "Ebbi la fortuna di venir scritturato per un film americano, Il leone d'inverno: fu Peter O'Toole a raccomandarmi ai produttori. Recitavo Riccardo Cuor di Leone, mentre Katharine Hepburn era Eleonora d'Aquitania. Un giorno, sul set, la grande Katherine mi guardò dritta negli occhi e mi parlò: 'Mr. Hopkins, posso darle un consiglio? Non reciti, la smetta di recitare troppo. Si limiti a pronunciare le battute. Ha una bella presenza, una bella voce, una bella testa, belle spade, si fidi del suo istinto. Osservi Spencer o Humphrey Bogart: guardi come recitano senza recitare, così, senza sforzo, tutta spontaneità. E sono i più bravi'. Fu il consiglio migliore che abbia mai ricevuto sulla recitazione: 'Recita il meno possibile'. Da allora mi sono sempre attenuto a questa lezione e la divulgo ai giovani". A proposito della Hepburn, Hopkins le ha dato sempre credito per il suo Hannibal Lecter: "Mi sono ispirato a lei per il modo di parlare di Hannibal, quel suo gorgheggiare tagliente; pensavo sempre a lei quando mi preparavo per Lecter. Oltre al fatto di non sbattere mai le ciglia quando Lecter parla, caratteristica di certi psicopatici da me scoperta visionando delle interviste a Charles Manson"." SEGUE >>>
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