martedì 20 dicembre 2022

L'ira di Mosca: "Reagiremo". Ora solo Xi può salvare Putin

@ - Russia e Bielorussia «stanno combattendo insieme le sanzioni occidentali in modo efficace».


La prima reazione di Mosca al nono pacchetto punitivo varato dall'Ue è di Vladimir Putin in persona. Che a margine dell'incontro con l'omologo di Minsk, Alexander Lukashenko - uno dei pochi alleati rimasti saldamente al fianco dello zar dall'invasione dell'Ucraina - si mostra altezzoso e sprezzante dei pericoli: quelli che l'economia russa comincia a correre, specie dopo l'ok europeo a un tetto al prezzo del gas a 180 euro. «Resistiamo alla pressione da parte di Stati ostili, ai tentativi di isolare Russia e Bielorussia dai mercati globali, coordiniamo le risposte per ridurre al minimo l'impatto delle misure illegali sulle economie dei nostri Paesi», sostiene Putin. Ma tutto sta in una parola, pronunciata ieri dal presidente russo. «Abbastanza». Cioè neppure lui è più così sicuro di poter più garantire alla Federazione la stessa certezza di continuare a farla da padrone sul mercato, dettando regole e prezzi, dopo la mossa Ue. Né di assicurare che il sistema russo tenga a colpi di sussidi alle famiglie. Putin spiega infatti di voler mantenere relazioni di lavoro «con molte controparti, tra cui Macron». Più dura la risposta del portavoce del Cremlino: l'accordo europeo sul price cap è «inaccettabile», l'intesa sul gas è una «distorsione del mercato», dice Peskov, anticipando «una reazione» come sul petrolio. La Russia rimodellerà cioè il suo mercato (ma pure gli incassi), guardando soprattutto a Oriente: India e Cina in primis, le quali non hanno alcuna intenzione di accettare accordi svantaggiosi per dar una mano a Mosca a tenere in piedi la sua «baracca» economica. Il leader cinese Xi Jinping ha già dato indicazione - secondo il Wsj - di rafforzare i commerci con Mosca con l'aumento delle importazioni di gas, petrolio e altri beni. Ma per concretizzare, il Dragone mette sul piatto anche investimenti nelle infrastrutture della Federazione, come ferrovie e porti. Putin sarà cioè costretto a cedere qualche assett-gioello e accettare compromessi al ribasso sui prezzi dell'energia.

Lo zar e Xi puntano a fiaccare dollaro ed euro, con transazioni in rubli e yuan. Pronti a crescere anche gli acquisti indiani di barili di Mosca (più che decuplicati), come quelli turchi (triplicati). Per non parlare degli emiri. E dell'interesse di Cuba. Ma cui prodest? Il problema non è come si paga, ma quanto valgono le risorse: se non vendute in Occidente, vanno in saldo. Pochi giorni fa, il giornale economico Vedomosti parlava già dei ribassi del petrolio degli Urali fino a prezzi del 2020; meno 30% per il greggio del Mar del Nord. E con l'Europa compatta sul price cap, tanto Nuova Delhi, quanto Pechino e Ankara, hanno già iniziato a parlare (leggi: pretendere) di uno sconto fino al 40%, il che significa un "buco" ipotetico negli incassi della Federazione di circa 16,5 miliardi di dollari. Il colosso energetico russo Gazprom ha già aumentato le forniture di gas verso la Cina. Nell'ultimo Forum è emerso che in due decenni Mosca raddoppierà l'export verso il Dragone grazie al Power of Siberia 2, la pipeline da 50 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Ma se Pechino può superare l'Ue in termini di consumo, il prezzo incassato per lo stesso gas sarà inferiore a quello pagato finora dall'Europa. E non tutto cinesi e indiani o turchi hanno intenzione di comprare dalla Federazione, ritenendo imprescindibile il mercato occidentale per certi prodotti di qualità. Le imprese russe già a rischio chiusura, come i negozi, non rientrano nell'amicizia Xi-Putin basata su gas e cooperazione energetica.

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