Centri commerciali: una catastrofe annunciata. Ma in Italia si insiste – l'Opinione Pubblica: "Quella dei centri commerciali è un’agonia inesorabile. Negli Stati Uniti si parla da anni di apocalisse degli shopping mall ma in Italia evidentemente la lezione non è servita, se è vero come è vero che, soprattutto al Sud, continuano ad essere rilasciati permessi per nuove aperture e si moltiplicano le cessioni a gruppi di dubbia solidità economica di queste cattedrali di cemento in malora che hanno privato decine di uomini e donne dell’equilibrio vitale tra la sfera lavorativa e quella affettiva-relazionale.
I numeri sono scioccanti: 166 vertenze giacciono sul tavolo del MISE. Federcontribuenti ha fornito una prima, angosciante stima: 200mila nuovi disoccupati all’orizzonte.
Un disastro che rischia di lasciare senza lavoro decine di famiglie a cui è stato sottratto progressivamente il tempo per vivere, con leggi scellerate varate da celebrati “professori” allo scopo (presunto) di aumentare le occasioni d’acquisto per i consumatori e dare impulso a consumi ed occupazione.
Dall’attuazione del decreto “Salva-Italia” del governo Monti, nel 2012, nel nostro Paese chi lavora nella galassia dei centri commerciali ha più il diritto alla vita privata e al riposo.
I lavoratori sono gli unici a pagare tra turni massacranti, domeniche e festivi a lavoro senza la giusta retribuzione, straordinari non pagati, flessibilità oraria senza limiti, ricatti, esuberi, “missioni” e licenziamenti.
Lo spostamento dello shopping dai giorni feriali a quelli festivi non ha, però, prodotto l’annunciato aumento degli acquisti, se si considera che nel 2017 le vendite del commercio al dettaglio sono ancora inferiori di oltre 5 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2011, ultimo anno prima della liberalizzazione.
Risibile è stato l’effetto sull’occupazione: nella grande distribuzione sono state assunte circa 30mila persone, il provvedimento è stata una catastrofe per i negozi indipendenti che non hanno potuto competere con le aperture 24 ore su 24, sette giorni su sette, praticate dalla grande distribuzione. E sono stati costretti a chiudere.
La cessazione di attività ha riguardato oltre 90mila piccoli negozi che dal 2011 hanno dovuto subire lo “scippo” di circa 7 miliardi di euro di vendite a beneficio della grande distribuzione, in un contesto reso ancor più difficile dalla concorrenza del commercio online: tra il 2011 ed il 2017 il fatturato dell’ecommerce è infatti cresciuto di 3,7 miliardi. In media, i consumatori acquistano 5 volte l’anno via web.
Confesercenti ci dice che sono oltre 73 mila le piccole medie imprese chiuse in Italia e si sono persi 60 miliardi in spese da parte delle famiglie da quando è in vigore la legge “montiana”.
Ad oggi, mediamente, un consumatore approfitta delle liberalizzazioni 10 giorni l’anno, sui circa 60 “in più” dati dalla deregulation tra domeniche e feste comandate.
Ridicola e stonata, anche in questo caso, è la litania del “ce lo chiede l’Europa”, perché nel resto del Vecchio Continente una regolamentazione esiste. In Germania si resta aperti massimo dieci domeniche a orario ridotto. In Francia sono appena cinque le domeniche di apertura. In Spagna e Austria le aperture sono previste esclusivamente per le zone turistiche e in Inghilterra sono disciplinate ed autorizzate in base alla dimensione degli esercizi commerciali.
Accennavamo al caso di scuola statunitense che, stranamente, continua a sfuggire agli “illusionisti” di casa nostra.
Nel 1987 sparsi per gli Stati Uniti c’erano circa 30mila shopping mall, dove andava a finire il 50% dei dollari spesi nella vendita al dettaglio. Nel 2007, circa 11 anni fa, per la prima volta in cinquant’anni, non è stato costruito nessun nuovo centro commerciale negli USA. Secondo alcuni analisti, circa 400 dei circa 1.100 centri commerciali attualmente operanti chiuderanno nei prossimi anni.
La crisi dei centri commerciali negli Usa è collegata anche alla scomparsa della classe media. Mentre i ricconi statunitensi preferiscono fare la spesa in grandi magazzini glamour e la working class affolla i discount, la sempre più esigua middle class non è più in grado di assicurare i numeri necessari alla sopravvivenza degli shopping mall.
Secondo Bloomberg, nei distretti commerciali, a spendere sono ormai solo i ricchi, ma per farlo devono avere flagship stores con marchi come Etro ed Hermes, non Bershka, Zara, Pull and Bear o Primark. Un fenomeno, quello dell’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, a cui l’Italia non è assolutamente estranea. Eppure a Milano, ha aperto in autunno il più grande “distretto commerciale” d’Europa: 32mila metri quadrati e capienza di 700mila persone, metà degli abitanti del comune." SEGUE >>>
I numeri sono scioccanti: 166 vertenze giacciono sul tavolo del MISE. Federcontribuenti ha fornito una prima, angosciante stima: 200mila nuovi disoccupati all’orizzonte.
Un disastro che rischia di lasciare senza lavoro decine di famiglie a cui è stato sottratto progressivamente il tempo per vivere, con leggi scellerate varate da celebrati “professori” allo scopo (presunto) di aumentare le occasioni d’acquisto per i consumatori e dare impulso a consumi ed occupazione.
Dall’attuazione del decreto “Salva-Italia” del governo Monti, nel 2012, nel nostro Paese chi lavora nella galassia dei centri commerciali ha più il diritto alla vita privata e al riposo.
I lavoratori sono gli unici a pagare tra turni massacranti, domeniche e festivi a lavoro senza la giusta retribuzione, straordinari non pagati, flessibilità oraria senza limiti, ricatti, esuberi, “missioni” e licenziamenti.
Lo spostamento dello shopping dai giorni feriali a quelli festivi non ha, però, prodotto l’annunciato aumento degli acquisti, se si considera che nel 2017 le vendite del commercio al dettaglio sono ancora inferiori di oltre 5 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2011, ultimo anno prima della liberalizzazione.
Risibile è stato l’effetto sull’occupazione: nella grande distribuzione sono state assunte circa 30mila persone, il provvedimento è stata una catastrofe per i negozi indipendenti che non hanno potuto competere con le aperture 24 ore su 24, sette giorni su sette, praticate dalla grande distribuzione. E sono stati costretti a chiudere.
La cessazione di attività ha riguardato oltre 90mila piccoli negozi che dal 2011 hanno dovuto subire lo “scippo” di circa 7 miliardi di euro di vendite a beneficio della grande distribuzione, in un contesto reso ancor più difficile dalla concorrenza del commercio online: tra il 2011 ed il 2017 il fatturato dell’ecommerce è infatti cresciuto di 3,7 miliardi. In media, i consumatori acquistano 5 volte l’anno via web.
Confesercenti ci dice che sono oltre 73 mila le piccole medie imprese chiuse in Italia e si sono persi 60 miliardi in spese da parte delle famiglie da quando è in vigore la legge “montiana”.
Ad oggi, mediamente, un consumatore approfitta delle liberalizzazioni 10 giorni l’anno, sui circa 60 “in più” dati dalla deregulation tra domeniche e feste comandate.
Ridicola e stonata, anche in questo caso, è la litania del “ce lo chiede l’Europa”, perché nel resto del Vecchio Continente una regolamentazione esiste. In Germania si resta aperti massimo dieci domeniche a orario ridotto. In Francia sono appena cinque le domeniche di apertura. In Spagna e Austria le aperture sono previste esclusivamente per le zone turistiche e in Inghilterra sono disciplinate ed autorizzate in base alla dimensione degli esercizi commerciali.
Accennavamo al caso di scuola statunitense che, stranamente, continua a sfuggire agli “illusionisti” di casa nostra.
Nel 1987 sparsi per gli Stati Uniti c’erano circa 30mila shopping mall, dove andava a finire il 50% dei dollari spesi nella vendita al dettaglio. Nel 2007, circa 11 anni fa, per la prima volta in cinquant’anni, non è stato costruito nessun nuovo centro commerciale negli USA. Secondo alcuni analisti, circa 400 dei circa 1.100 centri commerciali attualmente operanti chiuderanno nei prossimi anni.
La crisi dei centri commerciali negli Usa è collegata anche alla scomparsa della classe media. Mentre i ricconi statunitensi preferiscono fare la spesa in grandi magazzini glamour e la working class affolla i discount, la sempre più esigua middle class non è più in grado di assicurare i numeri necessari alla sopravvivenza degli shopping mall.
Secondo Bloomberg, nei distretti commerciali, a spendere sono ormai solo i ricchi, ma per farlo devono avere flagship stores con marchi come Etro ed Hermes, non Bershka, Zara, Pull and Bear o Primark. Un fenomeno, quello dell’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, a cui l’Italia non è assolutamente estranea. Eppure a Milano, ha aperto in autunno il più grande “distretto commerciale” d’Europa: 32mila metri quadrati e capienza di 700mila persone, metà degli abitanti del comune." SEGUE >>>
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