Chi non grida piu perde pure Dio: "«Quando troverai sopra un albero o per terra un nido con uccellini o uova e la madre che sta a covare, non prenderai la madre sui figli, lascia andar via la madre. Perché tu sia felice e goda lunga vita» (Deut. 22,6-7) – è la stessa promessa fatta a chi “onora il padre e la madre”. Si narra che rabbì Elishà ben Avujà una volta vide un uomo salire in cima a una palma, di sabato, e prendere dal nido la madre insieme con i piccoli. E lo vide scendere illeso. Un altro uomo, invece, dopo il sabato, salì sulla palma, prese i piccoli, e lasciò volar via la madre. Scese, un serpente lo morse e lui morì. Disse Elishà: «Non c'è giustizia, non c'è Giudice». E abiurò. E come fece Elishà a mostrare che aveva perso la fede? Non costruì una filosofia atea: in un giorno di sabato sradicò un ciuffo
d'erba.
Paolo de Benedetti, Uomini e profeti, Radio3
La memoria non è semplice ricordo del passato. Il passato salva solo se è sostenuto dal presente. Il lamento nella Bibbia è preghiera perché il passato non sia morto per sempre. E anche un solo acino d’uva può salvare l’intero grappolo, se riusciamo a vedere la benedizione che contiene
Un’anima profonda della cultura dell’Occidente è il risultato dell’incontro e della tensione vitale tra l’umanesimo greco e quello biblico. Tra il genio filosofico dei greci, indagatore della verità in una libertà assoluta e sciolta da qualsiasi riferimento al passato, alla tradizione o a testi sacri, e l’ethos biblico, più orientato alla vita che alla verità, che guarda avanti, ma non è libero né sciolto dal legame con l’inizio, perché ancorato a un primo Patto e a una promessa imprescindibili. L’origine legava, il futuro slegava, e insieme sostenevano la terra occidentale. Questa cultura plurale, legata e libera, è entrata in una crisi profonda con la modernità, quando ha iniziato a perdere contatto con l’origine e quindi con la storia.
Si è così aperta una stagione inedita di futuro senza radice, che non è approdata, per ora, a una nuova terra promessa degli uomini liberi, ma al consumismo nichilista del solo presente, senza passato e quindi senza futuro.
«“Chi è costui che viene da Edom, da Bosra con le vesti tinte di rosso, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?”. “Sono io, io che parlo con giustizia, io il grande salvatore”. “Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel torchio?”. “Nel tino ho pigiato da solo”» (Isaia 63,1-3).
Qualcuno passa sotto le mura, vuole entrare a Gerusalemme. La sentinella fa il suo mestiere e grida: “Chi va là?”. Il viandante risponde: “Sono io”. La sentinella è il profeta; chi passa sotto le mura con il vestito insanguinato, come quello chi ha pestato con gli zoccoli l’uva rossa nel tino, è YHWH: “Sono io, Io sono”. È Dio stesso che entra nella città, e il profeta, l’amico di YHWH, gli chiede di rivelare la sua identità. Sono molti i significati nascosti in questo incipit, unico nel suo genere letterario, di uno degli ultimi capitoli del libro di Isaia. Vi è forse l’eco di antichi racconti medio-orientali di duelli tra dei, del dio guerriero, delle sue lotte contro i grandi mostri. La metafora della vigna è, invece, costante in tutto il libro di Isaia, e in generale nella Bibbia. È immagine, prima di tutto, del popolo, delle sue fedeltà e ribellioni. Dio è il vignaiolo, colui che la edifica e coltiva con amore, ed è colui che l’abbandona quando si inselvatichisce.
YHWH con l’abito insanguinato dice alla sentinella di aver combattuto e sconfitto, da solo, i suoi nemici (63,3-6). Ma la sentinella sa che i nemici non sono stati sconfitti, perché sono dentro le mura e dominano il suo popolo. Nella sua Gerusalemme occupata, YWHW non è un Dio vincitore, è un Dio sconfitto, assente, che sembra essersi dimenticato del suo patto e della sua promessa: «Dov'è colui che lo fece salire dal mare con il pastore del suo gregge? Dov'è colui che gli pose nell'intimo il suo santo spirito?» (63, 11-12). «Guarda dal cielo e osserva: Dove sono il tuo zelo e la tua potenza?» (63,15). Dov’è, allora, la tua vittoria? Quale è, per noi, il premio del sangue versato? In questo salmo di lamentazione collettiva, il più potente di tutta la Bibbia, il Dio d’Israele dal nome impronunciabile prende il nome del “padre”: «Tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. (…) Tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma» (63,16; 64,7)." SEGUE >>>
d'erba.
Paolo de Benedetti, Uomini e profeti, Radio3
La memoria non è semplice ricordo del passato. Il passato salva solo se è sostenuto dal presente. Il lamento nella Bibbia è preghiera perché il passato non sia morto per sempre. E anche un solo acino d’uva può salvare l’intero grappolo, se riusciamo a vedere la benedizione che contiene
Un’anima profonda della cultura dell’Occidente è il risultato dell’incontro e della tensione vitale tra l’umanesimo greco e quello biblico. Tra il genio filosofico dei greci, indagatore della verità in una libertà assoluta e sciolta da qualsiasi riferimento al passato, alla tradizione o a testi sacri, e l’ethos biblico, più orientato alla vita che alla verità, che guarda avanti, ma non è libero né sciolto dal legame con l’inizio, perché ancorato a un primo Patto e a una promessa imprescindibili. L’origine legava, il futuro slegava, e insieme sostenevano la terra occidentale. Questa cultura plurale, legata e libera, è entrata in una crisi profonda con la modernità, quando ha iniziato a perdere contatto con l’origine e quindi con la storia.
Si è così aperta una stagione inedita di futuro senza radice, che non è approdata, per ora, a una nuova terra promessa degli uomini liberi, ma al consumismo nichilista del solo presente, senza passato e quindi senza futuro.
«“Chi è costui che viene da Edom, da Bosra con le vesti tinte di rosso, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?”. “Sono io, io che parlo con giustizia, io il grande salvatore”. “Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel torchio?”. “Nel tino ho pigiato da solo”» (Isaia 63,1-3).
Qualcuno passa sotto le mura, vuole entrare a Gerusalemme. La sentinella fa il suo mestiere e grida: “Chi va là?”. Il viandante risponde: “Sono io”. La sentinella è il profeta; chi passa sotto le mura con il vestito insanguinato, come quello chi ha pestato con gli zoccoli l’uva rossa nel tino, è YHWH: “Sono io, Io sono”. È Dio stesso che entra nella città, e il profeta, l’amico di YHWH, gli chiede di rivelare la sua identità. Sono molti i significati nascosti in questo incipit, unico nel suo genere letterario, di uno degli ultimi capitoli del libro di Isaia. Vi è forse l’eco di antichi racconti medio-orientali di duelli tra dei, del dio guerriero, delle sue lotte contro i grandi mostri. La metafora della vigna è, invece, costante in tutto il libro di Isaia, e in generale nella Bibbia. È immagine, prima di tutto, del popolo, delle sue fedeltà e ribellioni. Dio è il vignaiolo, colui che la edifica e coltiva con amore, ed è colui che l’abbandona quando si inselvatichisce.
YHWH con l’abito insanguinato dice alla sentinella di aver combattuto e sconfitto, da solo, i suoi nemici (63,3-6). Ma la sentinella sa che i nemici non sono stati sconfitti, perché sono dentro le mura e dominano il suo popolo. Nella sua Gerusalemme occupata, YWHW non è un Dio vincitore, è un Dio sconfitto, assente, che sembra essersi dimenticato del suo patto e della sua promessa: «Dov'è colui che lo fece salire dal mare con il pastore del suo gregge? Dov'è colui che gli pose nell'intimo il suo santo spirito?» (63, 11-12). «Guarda dal cielo e osserva: Dove sono il tuo zelo e la tua potenza?» (63,15). Dov’è, allora, la tua vittoria? Quale è, per noi, il premio del sangue versato? In questo salmo di lamentazione collettiva, il più potente di tutta la Bibbia, il Dio d’Israele dal nome impronunciabile prende il nome del “padre”: «Tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. (…) Tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma» (63,16; 64,7)." SEGUE >>>
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