Mosul, il vero ostacolo alla liberazione sono le diatribe interne alla coalizione: "Dopo due anni e quattro mesi di regno del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, lo scorso 1 novembre l'esercito iracheno è entrato nella città di Mosul, nel nord dell'Iraq, roccaforte di Daesh lungo il fiume Tigri. Gli iracheni hanno sfondato le linee islamiste alla periferia est della città, entrando nel quartiere Gogjali e prendendo possesso del palazzo della televisione locale: “La battaglia per liberare Mosul è realmente iniziata” ha dichiarato alla Reuters il generale iracheno Talib Shanghati.
La battaglia sarà ancora molto lunga ed è probabile che la parte più dura e cruenta arrivi proprio ora che gli iracheni sono entrati in città. Un assaggio di quel che saranno le prossime settimane, forse i prossimi mesi, per i civili ancora residenti a Mosul lo ha dato la testimonianza di Abu, nome probabilmente di fantasia, al telefono con la redazione del Guardian: “Per tutto il giorno siamo stati bersagliati dai colpi di mortaio, due hanno colpito il nostro cortile” ha detto martedì 1 novembre. “Uno ha colpito la parte posteriore della nostra casa. […] A causa dell'intensità dei combattimenti non siamo stati in grado di uscire per cercare del cibo, è troppo pericoloso. Sembra che il mondo venga distrutto tutt'attorno a noi […] non sappiamo cosa sta per accadere. Questi bombardamenti con i mortai e gli attacchi aerei andrebbero fermati, ci sono troppi civili nel nostro quartiere”. Secondo il quotidiano inglese sarebbero in 40.000 solo nella zona est di Mosul, nel quartiere Gogjali.
“È drammatico constatare come arrivino notizie di bambini uccisi durante attacchi aerei, a causa del fuoco incrociato o da razzi e di esecuzioni sommarie nel solo mese di ottobre nell’area di Mosul. Per non parlare delle scuole che vengono oramai tutte utilizzate come riparo e della salute di migliaia di bambini messa a dura prova dalle continue esalazioni derivanti dagli incendi dei pozzi petroliferi” si legge in un comunicato stampa del portavoce di UNICEF Italia, Andrea Iacomini.
Nessuno sa con precisione quanti siano i civili bloccati dentro l'area urbana di Mosul: le stime delle Nazioni Unite sono estremamente approssimative, si parla di almeno 1 milione di persone, forse 2 milioni. I miliziani di Daesh asserragliati in città si pensa siano tra i 5.000 e i 6.000 ma con le centinaia di trappole esplosive disseminate ovunque, con i cecchini e la presenza di così tanti civili il rischio di una vera carneficina è enorme. Ieri, 2 novembre, è tornato a farsi sentire persino il califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, che ha rotto un silenzio che perdurava dal dicembre 2015: ha espresso fiducia e ottimismo nella vittoria descrivendo la “guerra totale e la grande jihad che lo Stato Islamico sta combattendo […] un preludio alla vittoria” in un messaggio audio di circa 30 minuti pubblicato da Al-Furqan, portale di propaganda creato da Daesh.
Baghdadi in realtà, nel suo messaggio, non menziona direttamente Mosul, città dalla quale proclamò la nascita del Califfato parlando dal minbar della grande moschea, ma si appella a tutti i combattenti e ai musulmani sunniti della piana di Ninive affinché resistano all'avanzata degli iracheni e dei curdi peshmerga. Ma, dicono i beninformati, sono le milizie sciite sostenute dall'Iran e dagli Hezbollah libanesi a far tremare le ginocchia agli islamisti, che nello scontro con gli sciiti rivivono quella guerra intrareligiosa che alimenta da secoli le violenze interne all'Islam.
Come sempre negli ultimi due anni non è chiaro dove sia il califfo: qualcuno afferma che sia rimasto bloccato dentro la città di Mosul ma per altri questo è alquanto improbabile. Al-Baghdadi si è probabilmente dato alla fuga con gli altri vertici dello Stato Islamico mentre le manovre militari attorno alla città non avevano ancora innescato la miccia della battaglia.
L'arma più dirompente a disposizione degli uomini a lui fedeli sono le trappole, ma anche le diatribe interne alla coalizione potrebbero rappresentare una discriminante nella battaglia per la riconquista di Mosul: la città, poco ma sicuro, cadrà quasi sicuramente ma qui la questione è “quando e come”. La Turchia, ad esempio, rivendica un ruolo nella battaglia in virtù dell'appartenenza alla coalizione ma il governo di Baghdad non ne vuole sapere: dopo lo schieramento dei carri armati turchi e dell'artiglieria a qualche decina di chilometri ad ovest di Mosul, in territorio iracheno, il premier Haider al-Abadi ha duramente commentato le manovre di Ankara, parlando - anche giustamente - di “violazione della sovranità nazionale dell'Iraq” da parte delle truppe di Erdogan. Il quale ha tutto l'interesse a non mollare di un centimetro, visto il ruolo preponderante dei curdi nella liberazione della seconda città più importante dell'Iraq.
“Se ci fosse uno scontro con la Turchia” ha detto il premier irache" SEGUE >>>
La battaglia sarà ancora molto lunga ed è probabile che la parte più dura e cruenta arrivi proprio ora che gli iracheni sono entrati in città. Un assaggio di quel che saranno le prossime settimane, forse i prossimi mesi, per i civili ancora residenti a Mosul lo ha dato la testimonianza di Abu, nome probabilmente di fantasia, al telefono con la redazione del Guardian: “Per tutto il giorno siamo stati bersagliati dai colpi di mortaio, due hanno colpito il nostro cortile” ha detto martedì 1 novembre. “Uno ha colpito la parte posteriore della nostra casa. […] A causa dell'intensità dei combattimenti non siamo stati in grado di uscire per cercare del cibo, è troppo pericoloso. Sembra che il mondo venga distrutto tutt'attorno a noi […] non sappiamo cosa sta per accadere. Questi bombardamenti con i mortai e gli attacchi aerei andrebbero fermati, ci sono troppi civili nel nostro quartiere”. Secondo il quotidiano inglese sarebbero in 40.000 solo nella zona est di Mosul, nel quartiere Gogjali.
“È drammatico constatare come arrivino notizie di bambini uccisi durante attacchi aerei, a causa del fuoco incrociato o da razzi e di esecuzioni sommarie nel solo mese di ottobre nell’area di Mosul. Per non parlare delle scuole che vengono oramai tutte utilizzate come riparo e della salute di migliaia di bambini messa a dura prova dalle continue esalazioni derivanti dagli incendi dei pozzi petroliferi” si legge in un comunicato stampa del portavoce di UNICEF Italia, Andrea Iacomini.
Nessuno sa con precisione quanti siano i civili bloccati dentro l'area urbana di Mosul: le stime delle Nazioni Unite sono estremamente approssimative, si parla di almeno 1 milione di persone, forse 2 milioni. I miliziani di Daesh asserragliati in città si pensa siano tra i 5.000 e i 6.000 ma con le centinaia di trappole esplosive disseminate ovunque, con i cecchini e la presenza di così tanti civili il rischio di una vera carneficina è enorme. Ieri, 2 novembre, è tornato a farsi sentire persino il califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, che ha rotto un silenzio che perdurava dal dicembre 2015: ha espresso fiducia e ottimismo nella vittoria descrivendo la “guerra totale e la grande jihad che lo Stato Islamico sta combattendo […] un preludio alla vittoria” in un messaggio audio di circa 30 minuti pubblicato da Al-Furqan, portale di propaganda creato da Daesh.
Baghdadi in realtà, nel suo messaggio, non menziona direttamente Mosul, città dalla quale proclamò la nascita del Califfato parlando dal minbar della grande moschea, ma si appella a tutti i combattenti e ai musulmani sunniti della piana di Ninive affinché resistano all'avanzata degli iracheni e dei curdi peshmerga. Ma, dicono i beninformati, sono le milizie sciite sostenute dall'Iran e dagli Hezbollah libanesi a far tremare le ginocchia agli islamisti, che nello scontro con gli sciiti rivivono quella guerra intrareligiosa che alimenta da secoli le violenze interne all'Islam.
Come sempre negli ultimi due anni non è chiaro dove sia il califfo: qualcuno afferma che sia rimasto bloccato dentro la città di Mosul ma per altri questo è alquanto improbabile. Al-Baghdadi si è probabilmente dato alla fuga con gli altri vertici dello Stato Islamico mentre le manovre militari attorno alla città non avevano ancora innescato la miccia della battaglia.
L'arma più dirompente a disposizione degli uomini a lui fedeli sono le trappole, ma anche le diatribe interne alla coalizione potrebbero rappresentare una discriminante nella battaglia per la riconquista di Mosul: la città, poco ma sicuro, cadrà quasi sicuramente ma qui la questione è “quando e come”. La Turchia, ad esempio, rivendica un ruolo nella battaglia in virtù dell'appartenenza alla coalizione ma il governo di Baghdad non ne vuole sapere: dopo lo schieramento dei carri armati turchi e dell'artiglieria a qualche decina di chilometri ad ovest di Mosul, in territorio iracheno, il premier Haider al-Abadi ha duramente commentato le manovre di Ankara, parlando - anche giustamente - di “violazione della sovranità nazionale dell'Iraq” da parte delle truppe di Erdogan. Il quale ha tutto l'interesse a non mollare di un centimetro, visto il ruolo preponderante dei curdi nella liberazione della seconda città più importante dell'Iraq.
“Se ci fosse uno scontro con la Turchia” ha detto il premier irache" SEGUE >>>
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