@ - Dopo le critiche, The Donald parla di riunificazione straordinaria. «La Spagna è senza speranza, l'Italia ha sbagliato, gli altri hanno avuto un brutto momento»
I capi di Stato e di governo hanno parlato pochi minuti a testa, nell’unica seduta plenaria del summit Nato di Ankara. Ma devono essere bastati per convincere Donald Trump di essere stato capace di trasformare il più insidioso vertice degli ultimi anni in «un grande successo». Personale, naturalmente.
Il presidente americano ha intossicato l’evento per circa 24 ore, dal momento del suo arrivo, martedì pomeriggio, fino alla conferenza stampa, iniziata, con oltre due ore di ritardo, nella serata di ieri.
Si era presentato con la lista degli alleati europei che non lo hanno aiutato nella guerra contro l’Iran: Spagna, Italia, Francia, Germania e anche il Regno Unito. Ma alla fine ha cambiato completamente tono, davanti all’auditorium stipato dai giornalisti, seduti anche sui gradini: «Peccato che non vi hanno fatto vedere che cosa è successo in quella stanza. Si poteva respirare amore, amore e rispetto per il nostro Paese. Non voglio indicare me stesso, ma dicevano “ti amiamo, ti vogliamo bene”. Non so, è strano sentire quelle parole da persone adulte, forse stavano cercando di fare colpo su di me, e in un certo senso ci sono riusciti, perché in quella stanza c’era un’unità straordinaria».
Rispondendo a una domanda specifica sul ruolo dei Paesi europei nel conflitto con Teheran ha aggiunto: «La Spagna è stata pessima, ma l’Italia è stata buona, e quasi tutti i Paesi sono stati buoni. Hanno solo avuto un brutto momento. Non ci hanno aiutato. Non avevamo bisogno di aiuto. Ognuno di quei Paesi ci ama e si ama a vicenda. È stata una riunificazione straordinaria».
Poche ore prima, però, seduto accanto a Mark Rutte, il segretario generale della Nato, Trump non aveva fatto prigionieri. L’Italia? «Ha fatto molto male a negarci l’uso delle basi militari». La Spagna? «Un caso senza speranza, un pessimo alleato, molto ostile, non voglio avere più rapporti con loro, le nostre relazioni commerciali sono finite». La Groenlandia? «È molto importante per gli Stati Uniti, ma non lo è per la Danimarca. Quando la Danimarca fu invasa in un giorno da Hitler ci siamo occupati noi della Groenlandia, poi l’abbiamo restituita stupidamente. Non avremmo dovuto farlo (alla fine della Seconda guerra mondiale, ndr), perché siamo noi ad averne bisogno. Ne abbiamo bisogno per la protezione del mondo, non solo degli Stati Uniti». La Nato? «Abbiamo speso più di mille miliardi in dieci anni per difendere i Paesi Nato dalla Russia e adesso, in cambio, siamo trattati ingiustamente. Sono molto arrabbiato con la Nato, abbiamo pagato troppo».
Con queste premesse, il summit sembrava destinato a una conclusione rovinosa. Ma, evidentemente, pure ad Ankara il presidente americano ha adottato il suo schema più collaudato: aumentare al massimo la tensione per ottenere il più possibile dagli interlocutori.
In questo caso, Rutte aveva preparato diligentemente il terreno, presentando agli americani un aumento generalizzato degli investimenti militari nel biennio 2025-2026. Lo stesso Trump ha osservato che anche «i pochi Paesi» più lontani dall’obiettivo di una spesa pari al 3,5% del Pil, e tra questi c’è l’Italia, «si stanno muovendo, erano all’1% e adesso sono al 2% e andranno oltre e penso lo faranno molto velocemente».
Oltre alle cifre, contano gli affari. Rutte ha illustrato una serie di accordi con le industrie militari, per un valore di circa 50 miliardi di dollari. Trump è sicuro di fare il pieno: «Gli europei compreranno gran parte delle armi negli Usa e questo significherà più posti di lavoro per le nostre aziende che dovranno accelerare al massimo la produzione».
Il presidente Usa ne elenca tre: «Lockheed Martin, Raytheon, Boeing». Gli «articoli» più richiesti «e di gran lunga i migliori al mondo», sono «le batterie dei Patriot e i missili Tomahawk». «Amore» a parte, non c’è niente più del business capace di mettere Trump di buon umore.
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