@ - Una coincidenza non casuale. Il 23 giugno di 10 anni fa avvenne la Brexit, cioè l’uscita dell’Inghilterra dall’Ue in seguito a un referendum (il 51,9% votò per abbandonare l’Europa). Da 28 Paesi membri, l'Ue indietreggiò a 27, perdendo 66 milioni di cittadini, il 13% della popolazione.
Il costo della Brexit per l'economia britannica
Brexit, dieci anni dopo: il Regno Unito in crisi rivuole l’Ue
Ma il costo s’è rivelato assai pesante per il Regno Unito, che ha perso tra il 4% e l'8% del Pil. Il National Bureau of Economic Research statunitense ha calcolato che la Brexit sta costando al Paese circa 180 miliardi di sterline all'anno, ovvero 205 miliardi di euro. Poi c’è il risvolto politico, dal referendum in poi l’Inghilterra è entrata in un'era di instabilità.
Da quel 2016 ad oggi ha cambiato ben sei primi ministri. Dopo James Cameron (dimissionario in seguito alla Brexit) è toccato alla conservatrice Theresa May (2016- 2019) poi Boris Johnson (2019 - 2022), seguito dalla meteora Liz Truss (2022), da Rishi Sunak (2022 - 2024) e da Keir Starmer, eletto nel 2024 e che ora esce di scena.
Le sorti del Regno Unito sono adesso nelle mani dell’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham. Ma sulla politica inglese incombe una sorta di Grande Fratello, cioè l’Ue, ovvero nel mondo globalizzato in cui fatica l’Europa ad essere protagonista, figuriamoci come si possa affermare una singola nazione, seppure dal passato glorioso, come l’Inghilterra. È una lezione che dovrebbero capire anche gli antieuropeisti nostrani.
Torna la voglia di Europa tra gli inglesi: sarà Brenty?
Piccolo forse una volta era bello, oggi non più. Il che significa che la strada anche oltre il Canale della Manica dovrà prima a poi ricollegarsi con Bruxelles. Sarà Burnham a compiere la giravolta, a promuovere la Brenty, oppure i tempi saranno più lunghi? Ecco come gli esperti giudicano la situazione inglese.
Anche chi ha votato per la Brexit si è ricreduto. Il think tank Riparte l’Italia svela gli esiti del più recente sondaggio inglese: «Un sondaggio realizzato dell’European Council on Foreign Relations rileva che gli intervistati segnalano effetti negativi della Brexit sul costo della vita (66%), sull’economia (65%), sulle opportunità per i giovani (57%) e sull’immigrazione clandestina (56%). Persino il 58% di coloro che hanno votato per la Brexit ritiene addirittura che abbia peggiorato l’immigrazione clandestina, tema centrale della campagna referendaria. Alla domanda su quali siano i principali vantaggi della Brexit, la risposta di gran lunga più frequente è "non so”».
Le sorti in mano agli elettori. Secondo Mario Angiolillo, direttore dell’Osservatorio Eu-Uk-Usa, le imminenti elezioni in molti importanti Paesi indicheranno modi e tempi del riavvicinamento tra l’Ue e il Regno Unito: «La corsa alla competizione tecnologica, alla competizione energetica, all’approvvigionamento delle materie prime rare, ma anche le scelte in termini di difesa e di investimenti per la difesa, stanno determinando sfide altamente impattanti per tutti gli attori presenti sullo scacchiere globale. Sia l’Ue che il Regno Unito, seppur in modo diverso, si trovano a dover affrontare e gestire le ripercussioni di tali accadimenti sui rispettivi sistemi economici, e a dover ridefinire il proprio ruolo sullo scacchiere geo-politico. E per fare questo si trovano a dover affrontare scelte ineludibili ed impattanti. Senza dimenticare il tema della difesa comune e il ruolo di Londra nella cosiddetta coalizione dei volenterosi, la traiettoria che prenderà questo riavvicinamento tra le due sponde della Manica dipenderà certamente dagli accadimenti futuri e da una serie di fattori sia esogeni che endogeni oltre che dal dibattito interno e dall’esito che nei prossimi anni avranno le scadenze elettorali nei principali Paesi Ue e nel Regno Unito».
Una comune strada per la difesa del welfare. Le politiche di Burnham potranno interagirsi con l’Europa, impegnata a difendere il proprio welfare, secondo Giuseppe Telesca (università di Glasgow): «L’idea chiave del cosiddetto Manchesterism, il corso politico del neo-primo ministro, è quello di un Productive State che si faccia carico, attraverso il controllo pubblico, di settori e servizi – dai trasporti al social housing, dall’energia ai servizi idrici – che il capitale privato ha dimostrato di non saper gestire con equità ed efficienza. Ovviamente, implementare il Manchesterism imporrebbe un discostamento dall’equilibrio dei conti pubblici cui la cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, è stata molto ligia. Ma questa attenzione al quadro di stabilità macroeconomica non ha consentito la trasformazione dell’economia britannica».
Il modello svizzero per il riavvicinamento all'Europa
Il modello che potrebbe essere seguito per riavvicinare il Regno Unito all’Ue è quello svizzero, secondo Domhnall O’Sullivan (Swissinfo): «Un altro termine che ha alle spalle dieci anni intensi è il cosiddetto “modello svizzero”. La Svizzera, che non fa parte dell’Ue, riesce a commerciare, interagire e, apparentemente, trarre vantaggio dai propri vicini. La Gran Bretagna poteva fare lo stesso? I discorsi sul modello svizzero non si sono mai davvero placati. All’inizio venivano da esponenti di destra come Nigel Farage; a distanza di dieci anni, con l’Ue e il Regno Unito che puntano a «ripristinare» i rapporti, sono invece strateghi di sinistra e articoli del Financial Times a riproporli. Il modello elvetico sta vivendo una nuova rinascita come opzione economica pensata per tempi difficili, con cui cercare di massimizzare i vantaggi dell’integrazione economica, minimizzando le perdite di sovranità. Il fatto è che i premier si muovono in bilico tra opposte pressioni: da un lato quelle crescenti – da ultimo dai sindacati - che chiedono un ulteriore avvicinamento all’Europa per dare impulso all’economia e, dall’altro, quelle dei Conservatori, del Reform Party e in generale dei Brexiteers che attaccano il governo, insinuando che voglia tradire la volontà popolare espressa col referendum”.
Donald Trump ha raffreddato anche i rapporti con l’Inghilterra. E Giulia Caravale (università Sapienza di Roma) avverte: «Non sarà facile per il nuovo primo ministro. Infatti Starmer, da sempre europeista, aveva lasciato la questione Brexit a margine del programma con cui ha vinto le elezioni del 2024 proprio per evitare di riaprire una faglia divisiva. Si era detto propenso a rafforzare la cooperazione con Bruxelles, senza tuttavia voler rientrare per ora nel Mercato unico o nell’Unione doganale. Il perdurare dei dati negativi che segnano l’andamento dell’economia britannica, accompagnati dal rapido cambiamento dei rapporti geopolitici generati dalla nuova amministrazione statunitense di Donald Trump, ha però naturalmente avuto una forte ripercussione sul rapporto tra Regno Unito e Unione europea e accelerato un riavvicinamento, anche in nome della condivisione di un modello valoriale democratico comune. Ma è un percorso tutto da costruire».
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