mercoledì 11 settembre 2019

Il Papa: “Non ho paura di uno scisma nella Chiesa”

@ - Francesco sul volo di ritorno dall’Africa affronta il tema degli attacchi che riceve da alcuni settori ecclesiastici e non. Le scissioni sono «situazioni di élite». «Le cose sociali che io dico sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II. Io copio lui». «L’inverno demografico? Gravissimo. È causato dal benessere».


L'intervista con papa Francesco sul volo Antananarivo-Roma dopo i sei giorni di viaggio in Mozambico, Madagascar e Mauritius

INVIATO SUL VOLO PAPALE. Prega perché non ce ne siano, di scissioni nel mondo ecclesiastico. Ma allo stesso papa Francesco non ha «paura di uno scisma». Lo afferma sul volo che da Antananarivo lo riporta a Roma dopo i sei giorni in Africa (Mozambico, Madagascar e Mauritius), replica così a chi evoca rotture e separazioni all’interno della Chiesa, compresa quella degli Stati Uniti, che sarebero luogo d’origine e alimento degli attacchi contro il pontificato. Il Pontefice chiarisce anche che sulle questioni sociali ciò che dice «lo diceva anche Giovanni Paolo II. Io copio da lui». Il Vescovo di Roma parla anche di ecologia, invocando la difesa dell’ambiente. Mette in guardia dalla xenofobia, che può «cavalcare i populismi». E avverte: «L’inverno demografico» dell’Europa è «gravissimo». La causa? «Il benessere».

Prima di ascoltare le domande, il Vescovo di Roma ringrazia «la compagnia» dei giornalisti.

Santità, alcuni esponenti della Chiesa a Lei vicini hanno parlato di un «complotto contro di lei: c’è qualcosa che i Suoi critici non capiscono del pontificato? C’è qualcosa che lei ha imparato dalle critiche?
«Prima di tutto le critiche aiutano sempre, quando uno riceve una critica subito deve fare autocritica. Io sempre delle critiche vedo i vantaggi. Delle volte ti arrabbi, ma i vantaggi ci sono. Nel viaggio di andata verso Maputo è venuto uno di voi… sei stato tu a darmi il libro? (rivolgendosi a Nicolas Seneze, ndr. “Come l’America vuole cambiare Papa”, ecco, sapevo di questo libro ma non lo avevo letto. Le critiche non sono soltanto degli americani, sono un po' dappertutto, anche in Curia: quelli che le dicono hanno almeno il pregio dell’onestà, e a me piace questo; a me non piace quando le critiche stanno sotto il tavolo, fanno un sorriso e poi ti danno una pugnalata alle spalle, questo non è leale, non è umano. La critica vera è un elemento di costruzione. Invece la critica “delle pillole di arsenico” è un po’ “buttare la pietra e nascondere la mano”. Questo non serve, non aiuta. Aiuta semmai i piccoli gruppetti chiusi che non vogliono sentire la risposta alla critica. Quando si dice: “Questo del Papa non mi piace”, faccio la critica e aspetto la risposta, vado da lui e parlo e scrivo un articolo e gli chiedo di rispondere. Questo è leale, questo è amare la Chiesa. Fare una critica senza voler sentire la risposta e senza dialogare è non volere bene alla Chiesa, è andare dietro a un’idea fissa: cambiare papa, cambiare stile, o fare uno scisma. Sempre una critica leale è ben ricevuta, almeno da me».

Lei ha paura di uno scisma nella Chiesa americana?
«Nella Chiesa ci sono stati tanti scismi, dopo il Concilio Vaticano I, per esempio. All’ultima votazione, quella dell’infallibilità, un gruppo se ne è andato, si è staccato dalla Chiesa, ha fondato i vetero-cattolici, per essere fedeli alla tradizione della Chiesa, poi loro hanno trovato uno sviluppo differente e adesso fanno l’ordinazione delle donne, ma in quel momento erano rigidi e andavano dietro all’ortodossia pensando che il Concilio fosse sbagliato. Un altro gruppo se ne è andato senza votare, zitti zitti. Il Vaticano II ha creato queste cose, forse lo stacco più conosciuto è quello di Lefebvre. Sempre c’è l‘azione scismatica nella Chiesa. È una delle azioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana. Non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, perché c’è di mezzo la salute spirituale di tanta gente, che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino nello scisma non è cristiano. Pensiamo all’inizio della Chiesa, come ha incominciato la Chiesa con tanti scismi, uno dietro l’altro, basta leggere la storia della Chiesa: ariani, gnostici, monofisiti, ecc.. Poi mi viene da ricordare un aneddoto: è stato il popolo di Dio a salvare dagli scismi. Gli scismatici sempre hanno una cosa in comune, si staccano dal popolo, dalla fede del popolo, dalla fede del popolo di Dio, e quando al Concilio di Efeso ci fu una discussione sulla maternità di Maria, il popolo, questo è storico, era all’entrata della cattedrale e quando i vescovi entravano per il Concilio, erano lì con i bastoni, facevano vedere loro i bastoni e gridavano, “Madre di Dio, Madre di Dio”. Come dicendo: se voi non fate questo ecco cosa vi aspetta. Il popolo di Dio sempre aggiusta e aiuta. Uno scisma è sempre è una situazione elitaria, un’ideologia staccata dalla dottrina. Per questo io prego che non ci siano gli scismi. Ma non ho paura. Comunque io parlo delle cose sociali. Le cose sociali che io dico sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II, le stesse, io copio lui. “Ma il Papa è troppo comunista”, e così entrano delle ideologie nella dottrina, e quando la dottrina scivola sull’ideologia lì c’è la possibilità di uno scisma. L’ideologia è la primazia di una morale asettica, sulla morale del popolo di Dio. La morale dell’ideologia ti porta alla rigidità, e oggi abbiamo tante scuole di rigidità dentro la Chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male: quando voi vedrete cristiani, vescovi, sacerdoti rigidi, dietro di loro ci sono dei problemi, non c’è la sanità del Vangelo. Per questo dobbiamo essere miti, miti con le persone che sono tentate da questi attacchi, perché hanno un problema, e dobbiamo accompagnarle con mitezza». 

Che cosa pensa del problema dell’educazione dei giovani in Africa?
«L’Africa è un continente giovane, ha vita giovane. Come ho detto a Strasburgo la “madre Europa” è quasi diventata la “nonna Europa”, è invecchiata. Stiamo vivendo un inverno demografico gravissimo in Europa. Non so in quale paese, ma è una statistica ufficiale del governo di quel Paese: nell’anno 2050 in quel Paese ci saranno più pensionati che gente che lavora. È tragico. Quale l’origine di questo invecchiamento dell’Europa? Ho un’opinione personale: penso che il benessere sia la radice, attaccarsi al benessere. “Sì, ma stiamo bene, io non faccio figli perché devo comprare la villa, fare turismo, un figlio è un rischio, non si sa mai…”. È un benessere che ti porta a invecchiare. Invece l’Africa è vita. Ho trovato in Africa un gesto che avevo trovato nelle Filippine e in Colombia: le persone che mi mostravano i bambini. Dicevano: questo è il mio tesoro, questa è la mia vittoria. Lo stesso gesto l’ho visto in Europa orientale con una nonna che faceva vedere il bambino e diceva: “Questo è il mio trionfo”. Voi avete la sfida di educare questi giovani. L’educazione in questo momento è prioritaria nel tuo Paese, è prioritaria. Il primo ministro di Mauritius mi diceva che ha in mente di far crescere un sistema educativo per tutti, la gratuità del sistema educativo è importante perché ci sono centri di educazione di alto livello ma a pagamento. Ce ne sono ma occorre moltiplicarli perché l’educazione arrivi a tutti. Le leggi su salute ed educazione sono decisive lì».

La preoccupa la xenofobia in Africa?
«Io ho letto sui giornali di questo problema della xenofobia. Ma non è un problema solo dell’Africa, è una malattia umana, come il morbillo. È una malattia, ti viene, entra in un paese, entra in un continente. E mettiamo muri, no? E i muri lasciano soli coloro che li fabbricano. Sì, lasciano fuori tanta gente, ma coloro che rimangono dentro i muri rimarranno soli, e alla fine della storia sconfitti. Ma la xenofobia è una malattia. La purezza della razza, per esempio, per nominare una xenofobia del secolo scorso. Le xenofobie tante volte cavalcano i cosiddetti populismi politici. Ho detto il mese scorso che delle volte sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel ’34. Si vede che c’è un ritornello in Europa, ma anche in Africa. Anche voi in Africa avete un problema culturale che dovete risolvere: il tribalismo. Lì ci vuole un lavoro di educazione, di avvicinamento fra le diverse tribù per fare una nazione. Abbiamo commemorato il 25° della tragedia del Rwanda, poco tempo fa. Un effetto del tribalismo. Io ricordo in Kenya, nello stadio, quando ho chiesto a tutti di alzarsi, di darsi la mano, e dire “No al tribalismo, no al tribalismo”. Dobbiamo dire no. Questo anche è una chiusura e anche una xenofobia, una xenofobia domestica, ma è pure una xenofobia. Si deve lottare contro questo: sia la xenofobia di un paese con un altro, sia la xenofobia interna, che nel caso di alcuni luoghi dell’Africa e con il tribalismo porta alla tragedia come quella del Rwanda».

Uno dei temi di questo viaggio è stata la protezione dell’ambiente. Ha parlato della protezione degli alberi, degli incendi, della deforestazione. Stanno accadendo in Amazzonia. Lei crede che i governi di queste aree amazzoniche stiano facendo di tutto per proteggere questo polmone del mondo?
«Questo l’ho detto in un altro viaggio: c’è un “incoscio collettivo”: “L’Africa va sfruttata”. Una cosa incosciente, noi non pensiamo: “L’Europa va sfruttata”. No, l’Africa va sfruttata. Noi dobbiamo liberare l’umanità da questi incosci collettivi. Il punto più forte di questo sfruttamento, non solamente in Africa ma dappertutto nel mondo, è l’ambiente naturale. L’ambiente naturale… la deforestazione, la distruzione della biodiversità. In Vaticano abbiamo proibito la plastica. La plastica sta devastando i mari. Nelle intenzioni di preghiera del Papa di questo mese c’è proprio la protezione degli oceani, che ci danno anche l’ossigeno. Poi ci sono i grandi polmoni dell’umanità. Uno in centro Africa, uno in Brasile, in tutta la zona amazzonica. Bisogna difendere l’ecologia, la biodiversità che è la nostra vita, difendere l’ossigeno. La lotta più grande è quella per la biodiversità. La difesa dell’ambiente naturale la portano avanti i giovani che hanno una grande coscienza, perché dicono: “Il futuro è nostro… Col tuo fai quello che vuoi, ma non col nostro”. Cominciano a ragionare un po’ di questo. Poi sono arrivati incontri come quello di Parigi, che aiutano a prendere coscienza. L’anno scorso, nell’estate, quando ho visto quella nave che navigava nel Polo Nord come se niente fosse ho sentito angoscia. Dobbiamo prendere coscienza incominciando dalle cose piccole, coscienze piccole. “I governanti stanno facendo di tutto?”. Alcuni più, alcuni meno. È vero che c’è una parola che devo dire e che sta alla base dello sfruttamento ambientale. Io sono rimasto commosso dall’articolo sul Messaggero di Franca (Giansoldati, ndr), che non ha risparmiato parole e ha parlato di manovre distruttive e di rapacità, e questo non solo in Africa ma anche nelle nostre città, nelle nostre civiltà. E la parola brutta brutta è corruzione: “Io ho bisogno di fare questo, ma per fare questo debbo sforestare quello, quell’altro, quell’altro. Ho bisogno del permesso del governo, o dei governi, provinciale, nazionale, non so e vado dal responsabile… La mia domanda…” Ripeto letteralmente quello che mi ha detto un imprenditore spagnolo. “La domanda che sentiamo dire perché ci approvino un progetto è: ‘E per me quanto?’”. Sfacciatamente. Questo succede in Africa, in America Latina, anche in Europa, dappertutto. Pensiamo a tanti operai sfruttati nelle nostre società. Il caporalato non lo hanno inventato gli africani! Li abbiamo in Europa. La domestica pagata un terzo di quello che si deve non l’hanno inventata gli africani. Le donne ingannate e sfruttate con la prostituzione nel centro delle nostre città non l’hanno inventato gli africani, anche da noi, da tutti, anche da noi c’è questo sfruttamento non solo ambientale ma anche umano. E questo è per corruzione».

Lei ha parlato con il presidente del Mozambico. Sul tema del processo di pace quali aspettative ha dopo questo incontro? 
«Oggi si identifica il Mozambico con il lungo processo di pace che ha avuto i suoi alti e bassi, fino a quell’abbraccio storico. Mi auguro che questo vada avanti e prego per questo. Invito tutti a fare lo sforzo di aiutare affinché questo processo di pace vada a avanti. Perché tutto si perde con la guerra, tutto si guadagna con la pace, ha detto un Papa prima di me (Benedetto XV, ndr). È stato un processo di pace molto lungo, perché ha avuto una prima tappa, poi una caduta, poi un’altra, con lo sforzo di capi di partiti contrari, per non dire nemici, di andare a trovarsi l’un l’altro, uno sforzo anche pericoloso, rischiavano la vita alcuni, ma alla fine siamo arrivati. Vorrei ringraziare tutto la gente che ha aiutato, dall’inizio, dal primo che ha iniziato in un caffè. In un caffè c’era gente che parlava e c’era un sacerdote della Comunità di Sant’Egidio – sarà fatto cardinale il prossimo 5 ottobre (Matteo Zuppi, ndr) – che ha iniziato il processo di pace lì. E poi ha continuato con l’aiuto di tanta gente di Sant’Egidio ed è arrivato a questo risultato. Non dobbiamo essere trionfalisti in queste cose. Il trionfo è la pace, non abbiamo diritto a essere trionfalisti perché la pace ancora è fragile nel tuo Paese, come nel mondo, è fragile e la si deve trattare come si trattano le cose “a pennellate”, come fanno i bambini, con molta tenerezza, delicatezza, perdono, pazienza, per farla crescere e che sia robusta. Ma è il trionfo del Paese, la pace è la vittoria del Paese. E questo vale per tutti i Paesi che si distruggono con la guerra, le guerre distruggono, fanno perdere tutto. Ho a cuore il tema della pace. Quando c’è stata la celebrazione alcuni mesi fa dello sbarco in Normandia ricordo che c’erano i capi dei governi a fare memoria dell’inizio della fine di una guerra crudele e di una dittatura anti umana e crudele come il nazismo e il fascismo: ma su quella spiaggia sono rimasti 46mila soldati, eh! Il prezzo della guerra. Vi confesso: quando sono andato a Redipuglia ho pianto: per favore mai più la guerra. Quando sono andato ad Anzio mi sentivo allo stesso modo. Dobbiamo lavorare con questa coscienza: le guerre non risolvono niente. Anzi fanno guadagnare le persone che non vogliono l’umanità».

La famiglia si forma sempre più tardi: attualmente in Madagascar molti giovani vivono in situazioni familiari molto complesse, a causa della povertà i genitori sono molto occupati. La Chiesa come può accompagnare i giovani in questa fase di crisi familiare e di rivoluzione sessuale?
«La famiglia è la chiave di tutto. È toccante l’espressione dei giovani, nel Madagascar lo abbiamo visto e anche a Mauritius e nel Mozambico. I giovani interreligiosi per la pace. Bisogna dare dei valori ai giovani, farli crescere. In Madagascar il problema della famiglia è legato al problema della povertà. A Mauritius, dopo la Messa, quando stavo andando via ho trovato monsignor Rueda, con un poliziotto alto, grande, che aveva in braccio una bambina, avrà avuto 2 anni, si era persa e piangeva perché non trovavano i genitori. La polizia ha dato l’annuncio, e quando sono arrivati la accarezzavano: lì ho visto il dramma di tanti bambini e giovani che perdono il legame familiare. Lo Stato deve prendersi cura della famiglia! E dei giovani. Questo, è un dovere dello Stato! E poi, ripeto: per una famiglia avere un figlio è un tesoro e voi avete questa coscienza! Avete la coscienza del tesoro. Ma adesso è necessario che tutta la società abbia la coscienza di far crescere questo tesoro, perché fa crescere il paese, la patria, i valori che daranno sovranità alla patria. Una cosa dei bambini che mi ha colpito in tutti e tre Paesi: la gente salutava, e c’erano bambini piccolini che facevano così (fa il gesto del saluto con la mano, ndr), salutavano pure: entravano nella gioia».

Lei ha menzionato in un messaggio di ringraziamento il popolo delle isole Chagos. Il primo ministro l’ha ringraziata per avere ricordato le sofferenze di quella popolazione, le cui isole sono occupate dalla Gran Bretagna. Oggi c'è un’attiva base militare. Come si può aiutare aiutare il popolo di Chagos a rientrare?
«Io vorrei ripetere la dottrina della Chiesa, le organizzazioni internazionali quando noi riconosciamo e diamo loro la capacità di giudicare internazionalmente, pensiamo per esempio al Tribunale internazionale dell'Aia o le Nazioni Unite, loro parlano, e se siamo una umanità dobbiamo obbedire, è vero che non sempre le cose che sembrano giuste per tutta l'umanità saranno giuste alle nostre tasche ma si deve obbedire alle istituzioni internazionali, per questo sono state create le Nazioni Unite e il Tribunale internazionale. Perché quando c'è qualche lotta interna tra i paesi si va lì a risolvere come fratelli civilizzati, poi c'è un altro fenomeno – lo dico chiaro - ma non so se è un fenomeno del nostro caso. Quando arriva una liberazione di un popolo (un popolo ottiene l’indipendenza) e lo Stato dominante deve andare via – in Africa si sono verificati molti processi di indipendenza, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dall’Italia, tutti hanno dovuto lasciare, alcune sono maturate bene – ma in tutti c’è sempre la tentazione di andarsene con qualcosa in tasca: sì io dò la libertà a questo popolo ma qualche briciola me la porto… Do la libertà al Paese ma dal pavimento in su, il sottosuolo rimane mio. È un esempio, non so se è vero, ma per dire: sempre c’è quella tentazione… Io credo che le organizzazioni internazionali debbano fare anche un processo di accompagnamento, riconoscendo alle potenze dominanti quello che hanno fatto per quel paese e riconoscendo la buona volontà di andarsene, e aiutandoli, con libertà, con fratellanza. Ma è un lavoro culturale lento dell'umanità e in questo le istituzioni internazionali ci aiutano tanto e dobbiamo andare avanti non sulla strada del dominio ma di giustizia, fratellanza e unità».

A questo punto il Papa desidera «dire qualcosa di più sul viaggio.
«A Mauritius mi ha colpito molto la capacità di unità e di dialogo interreligioso. Non si cancella la differenza delle religioni ma si sottolinea che tutti siamo fratelli e tutti dobbiamo parlare. Ma questo è un segnale di maturità del Paese. Parlando con il primo ministro sono rimasto stupito di come hanno elaborato questa realtà, la vivono come necessità di convivenza. E c'è una commissione inter-cultuale. La prima cosa che ho trovato ieri entrando in episcopio è un mazzo di fiori bellissimo. Chi lo ha inviato? Il grande imam. Essere fratelli. La fratellanza umana che è alla base. Il rispetto religioso è importante. Per questo ai missionari dico di non fare proselitismo. Il proselitismo vale per la politica, per lo sport: “Vieni nella mia squadra”, ma non per la fede. Ma che cosa significa per te, Papa, evangelizzare? C'è una frase di san Francesco di Assisi che mi ha illuminato tanto: “Portate il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole”. Cioè evangelizzare è quello che noi leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli. Cioè testimonianza. E quella testimonianza provoca la domanda. Ma tu perché vivi così? Perché fai questo? E lì spiego: per il Vangelo. L'annuncio viene dopo la testimonianza. Prima vivi come un cristiano e se ti domandano fallo. La testimonianza è il primo passo e il primo passo dell'evangelizzazione è lo Spirito Santo che porta i cristiani e i missionari a dare testimonianza. Poi verranno le domande. Ma la testimonianza di vita è il primo passo. È importante per evitare il proselitismo. Quando voi vedete proposte religiose che vanno per il cammino del proselitismo non sono cristiane. Cercano dei proseliti, non adoratori di Dio e verità.Io ne approfitto per sottolineare questa vostra esperienza interreligiosa che è tanto bella. Anche il primo ministro mi ha detto che quando uno chiede un aiuto uno, diamo lo stesso aiuto a tutti, e nessuno si offende, perché si sentono fratelli. E questo fa l'unità del Paese. È molto importante. Anche negli incontri di questi giorni non c'erano solo cattolici, ma musulmani, indù e di altre religioni e tutti eravamo lì fratelli. Questo l’ho visto anche in Madagascar e anche nell’incontro interreligioso per la pace dei giovani, con giovani di diverse religioni che hanno voluto esprimere come vivono loro il desiderio per la pace. Pace, fraternità, convivenza interreligiosa. Niente proselitismo. Sono cose che dobbiamo imparare per la convivenza. Inoltre, nei tre Paesi mi ha colpito anche che nelle strade c'era il popolo. Autoconvocato. Alla Messa allo stadio sotto la pioggia c'era il popolo. E danzavano sotto la pioggia ed erano felici. E anche alla Veglia notturna. Dicono che ha sorpassato il milione. È il dato ufficiale. Non so. Io dico che erano un po' meno, facciamo 800mila. Ma il numero non interessa. Interessa il popolo, gente che era arrivata a piedi, dal pomeriggio prima, è stata alla Veglia, e ha dormito lì. Io ho pensato a Rio de Janeiro nel 2013, quando dormirono sulla spiaggia, e pensavo al popolo. Volevano stare con il Papa. Io mi sono sentito umiliato, piccolissimo, davanti a questa grandiosità della sovranità popolare. E qual è il segno che un gruppo di gente è popolo? La gioia. C'erano dei poveri, c'era gente che non aveva mangiato quel pomeriggio, per stare lì, ma erano gioiosi. Invece quando i gruppi o persone si staccano da quel senso popolare della gioia, perdono la gioia. È uno dei primi segnali, la tristezza dei soli. La tristezza di coloro che hanno dimenticato le loro radici culturali. Il popolo. Avere coscienza di essere un popolo è avere coscienza di una identità, di avere un modo di capire la realtà. Questo accomuna la gente. Ma il segnale che tu sei nel popolo e non in una élite è la gioia. La gioia comune. Questo ho voluto sottolinearlo. E per questo i bambini salutavano così perché i genitori li contagiavano con la gioia». 

Secondo Lei come sarà la comunicazione del futuro? Lei verrà un giorno in Spagna?
«Avrei bisogno della sfera di cristallo per rispondervi. Prima di tutto, ci andrò in Spagna, spero, se vivo. Ma la priorità dei viaggi in Europa è ai i paesi piccoli. Poi i più grandi. Non so come sarà la comunicazione del futuro. Ma io penso come era, per esempio, la comunicazione quando ero ragazzo, ancora senza tv. Con la radio, col giornale, anche col giornale clandestino che era perseguitato dal governo di turno. Si vendeva di notte, con i volontari. Ma è una comunicazione, se facciamo la comparazione con quella del passato, precaria. Ma quello che rimane come una cosa costante della comunicazione è la capacità di trasmettere un fatto, un avvenimento, e distinguerlo dall’interpretazione. Una delle cose che danneggia la comunicazione del passato, del presente e del futuro è l’interpretazione. È importante che sia il fatto al centro e bisogna sempre accostarsi al fatto. Anche noi, nella Curia: c’e’ un fatto, lo si racconta, ma viene abbellito, impreziosito, ognuno ci mette del suo. Non con cattive intenzioni, ma è la dinamica. L’essenza del comunicatore è sempre riferire il fatto: il fatto è questo, la mia interpretazione è questa, mi hanno detto questo. Distinguere il fatto dall’interpretazione. Una volta mi raccontarono la storia di Cappuccetto rosso, però ci aggiunsero l’interpretazione. Così la storia finiva con Cappuccetto rosso e la nonna che facevano un brindisi con il lupo. Serve la fedeltà al fatto. “Si dice che”: si può dire, certo. Ma poi bisogna avere l’onestà di verificare l’oggettività del “si dice che”. L’oggettività è un altro dei valori che bisogna garantire nella comunicazione. 
Poi, la comunicazione deve essere umana, totalmente umana. Umana significa costruttiva. Cioè deve essere per l’altro. La comunicazione non può essere usata come strumento di guerra. Distrugge. L’altro giorno commentavo con padre Rueda un articolo sulla capacità distruttiva della lingua, come l’arsenico. La comunicazione deve essere al servizio della costruzione e non della distruzione. Quando la comunicazione è al servizio della distruzione? Quando difende progetti non umani. Pensiamo per esempio alla propaganda, nelle dittature del secolo passato. Le dittature erano molto abili nella comunicazione - in argentina diciamo “che vendono in centro” (“nella strada centrale”) - però tutta costruita. Fomentavano guerre, divisioni, erano distruttive».

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