domenica 2 settembre 2018

Zappia: “La Libia non ha condizioni di sicurezza: elezioni di dicembre vanno rinviate”

Intervista all’ambasciatrice italiana all’Onu: «Stiamo organizzando incontro a Roma con tutti i protagonisti»
PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK
«In Libia non ci sono le condizioni per tenere le elezioni a dicembre. Il momento verrà, ma dovranno deciderlo i libici. La conferenza che stiamo organizzando avrà proprio lo scopo di creare il contesto più inclusivo possibile». 
La nuova ambasciatrice italiana all’Onu Mariangela Zappia, prima donna a ricoprire questo incarico, arriva al Palazzo di Vetro dopo essere stata rappresentante alla Nato, e consigliera diplomatica di tre premier, Renzi, Gentiloni e Conte. Poche persone hanno una conoscenza profonda e diretta dei dossier più delicati come lei. 
Perché dicembre è troppo presto per votare in Libia? 

«L’Italia, come l’Onu, condivide un percorso che porta alle elezioni. C’è una data, il 10 dicembre, stabilita a Parigi in un contesto particolare. L’Italia sarebbe felicissima di rispettarla, ma preferiamo considerarla un obiettivo, certamente non in maniera prescrittiva. Se non ci sono le condizioni è difficile tenere il voto. Gli eventi degli ultimi giorni mostrano quanto complesso sia il quadro libico. Per fare le elezioni ci vuole un impianto legislativo e un contesto, cioè la sicurezza di chi vota e chi fa campagna. Queste condizioni per ora non mi pare ci siano». 

Le urne le vuole la Francia per rafforzare Haftar? 
«Forse c’è un modo diverso di vedere le cose, magari perché noi conosciamo la Libia più approfonditamente, e pensiamo che sia necessario dare ai libici il tempo per strutturarsi. Una spinta da fuori per mettere insieme gli attori, come ha fatto la Francia a Parigi, può essere utile, però alla fine sono i libici che devono decidere. E tutti. A Parigi ce n’erano quattro rilevanti, ma non completamente rappresentativi del contesto libico». 

Perché avete deciso di organizzare una conferenza in Italia? 
«Alcuni chiedono se si tratta di Parigi 2. A me piacerebbe uscire da questa idea che Roma e Parigi sono assolutamente contrapposte sulla Libia. La nostra conferenza sarà un altro passo, che vogliamo più inclusivo, tanto delle componenti libiche, quanto dei paesi interessati a livello regionale e internazionale. Speriamo serva a creare le condizioni per il voto. L’obiettivo finale sono elezioni libere in cui i libici scelgano il governo che vogliono». 

Qual è il percorso per arrivarci? 
«Parliamo con tutti i libici, da sempre una nostra prerogativa. C’è un governo legittimo, e lo sosteniamo, ma discutiamo con tutti gli attori locali e regionali. Abbiamo ripreso un dialogo serio con l’Egitto, e con chiunque abbia una voce in Libia, come Iran, Qatar, Turchia. Poi parliamo con Russia, Usa e partner europei. Cerchiamo di essere più inclusivi possible per creare il contesto, ma il nodo di tutto questo sforzo resta il piano Onu». 

Fonti del Consiglio di Sicurezza ci hanno detto che il voto a dicembre serve solo ad Haftar, e provocherebbe nuove violenze. 
«In questo momento è difficile considerare la Libia come un posto dove puoi tenere elezioni pacifiche e libere. Non voglio dare l’impressione che l’Italia sia contraria a priori. Il momento deve venire, ma devono sceglierlo i libici. Devono esserci un contesto di sicurezza, e un quadro giuridico e legislativo, che permettano il voto. Al momento secondo noi non ci sono». 
Il 30 luglio scorso lei era alla Casa Bianca con il premier Conte. Perché Trump, che è stato invitato alla nostra conferenza, ha riconosciuto la leadership italiana sulla Libia? 
«Penso che abbia riconosciuto il ruolo storico dell’Italia e la conscenza del paese, ma anche un equilibrio nel trattare la questione, sulla quale alcuni pensano che siano stati commessi errori gravi nel recente passato. Ma è molto importante che abbia riconosciuto Roma come interlocutore privilegiato nell’intera regione. La Libia è una situazione complicata, in un contesto già complesso, dove la cooperazione con l’Italia è importante per gli Usa sotto vari aspetti, dai traffici degli esseri umani alla lotta al terrorismo. C’è un concetto più esteso di stabilità». 
Quindi gli Usa temono che la Libia diventi la nuova base dell’Isis, del terrorismo, e del traffico di esseri umani? 
«Penso di sì. Ma aldilà di queste sfide specifiche, che esistono, c’è il riconoscimento che bisogna creare zone di stabilità diffusa. La collaborazione nella lotta a Daesh è già forte, ma finché hai un buco nero come la Libia è difficile creare stabilità». 

L’offensiva su Idlib provocherà una nuova ondata di rifugiati? 
«Come prima cosa, rischieremmo una grave tragedia umanitaria. I campanelli d’allarme sono stati suonati da molte persone, a partire dal segretario generale dell’Onu Guterres. Quanto ai rifugiati, non so se i numeri sono i tre milioni di cui si è parlato, e se si dirigeranno tutti dalla Turchia in Europa, ma il rischio c’è. Lo abbiamo già vissuto nel 2015, bisogna fare molta attenzione».

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