sabato 9 giugno 2018

«Sono ateo, mi costa fatica dirlo». Ma Dio passa attraverso le nostre ferite

«Sono ateo, mi costa fatica dirlo». Ma Dio passa attraverso le nostre ferite: "Caro direttore,
io ho provato a credere in Dio. Mille e mille volte da quando sono nato. Ho cominciato da bambino, quando all’oratorio un frate ci ripeteva le Ave Marie. Ci raccontava di un asino, di un bue, di una fuga in Egitto, e di Erode che non era riuscito a decapitare Cristo in culla. Mille volte stavo per dire sì, ci credo. Poi capitava sempre qualcosa... La prima volta è stata la mia nonna a convincermi dell’esistenza di Dio. La sua bontà, il suo sorriso uscito da una fotografia d’altri tempi, le sue mani che sapevano di borotalco e mi carezzavano la fronte. Vivevo abbracciato a lei. Mi sembrava di volare rispetto alla banalità dei miei coetanei. Loro razzolavano nei cortili, sulle spiagge, e io a volare con mia nonna. Poi mia nonna è rimasta paralizzata: la sua bocca si è stortata. Da angelo, l’ho vista satana: un’espressione sadica, un sorriso terribile, e un occhio più basso dell’altro, tirato da una parte. L’hanno portata via una notte in barella. Non l’avrei più rivista. E quando penso a lei, ancora oggi, la ricordo storta, nella maschera finale. Non riesco più a ritrovare i suoi occhi chiari, le sue mani di borotalco. Allora ho detto no a Dio, agli angeli. Mi sono sposato con un rito civile, e dopo due anni di matrimonio, mia moglie ha messo al mondo una creatura meravigliosa, uscita da un quadro di Renoir. Gli stessi colori di pelle rosa e i capelli biondi e ricci. Somigliava a mia nonna. Nascendo, aveva cancellato quel ghigno sul viso di mia nonna, e l’aveva fatta sorridere. Era lei. Lui era lei. Per un istante ho ripreso in mano tutto ciò che mi parlava di Cristo. Sono arrivato a pregare perché lui non s’ammalasse mai, perché le durezze del mondo lo risparmiassero almeno nei primi anni, e lo aggredissero dopo, più tardi, quando lui avesse fatto i muscoli dentro e fuori. E invece ancora una volta la mazzata del destino. Un attacco violento di una febbre sconosciuta. Una corsa all’ospedale, l’ossigeno che non bastava più... Se quel Dio c’era, in qualche modo ce l’aveva con me. S’accaniva, mi respingeva non appena io mi avvicinavo. E così avanti, fino a oggi. Oggi che insegno filosofia. Tante teorie, tante idee e marchingegni, per giustificare l’amarezza delle nostre esistenze. Quando mi capita di interrogare ragazzi che si dichiarano cattolici, li ascolto con grande attenzione. Cerco di capire i loro meccanismi cerebrali, i loro rapimenti, in fondo ai quali riescono a trovare Dio. Sono ateo. Mi costa dirlo. Fatico a dirlo. Mi vergogno a dirlo. Soprattutto davanti ai giovani, che hanno il diritto di sperare, il diritto di sognare un mondo migliore. Il diritto di volare, in questo terzo millennio, dove non conti soltanto il denaro, la raccomandazione, dove conti invece e soprattutto la dignità, il rispetto e anche la bontà. Che non è una forma di educazione per dare spazio a tutti, ma un atteggiamento per carezzare i cervelli degli altri, per non inquinarli, per non plagiarli mai. Per questo io chiedo scusa persino allo specchio del mio ateismo. Una strada dove la solitudine è la prima regola. Dove quello che otterrò fino all’ultimo istante di vita sarà il mio paradiso o il mio inferno. Così, mi ritrovo a passare i fine settimana negli agriturismo. Osservo la natura. Ma il gatto che corre davanti alla fattoria, finirà sotto un autobus. L’ho visto freddo, sull’asfalto, irriconoscibile. E quei cavalli nel galoppatoio? Come sono irascibili, eccitati. Si ribellano alla frusta, hanno delle impennate d’orgoglio. Ma poi s’ammalano, e muoiono. Anche loro immobili, irriconoscibili. E poi osservo i fiori dai colori sgargianti, che ti fanno pensare a qualcuno di superiore, a una mano che li ha inventati, creati. Ma basta una notte di pioggia, e li ritrovi melma, già nella terra, già preda di insetti. Siamo come fiori colorati e dischiusi, e inseguiamo il sole. Duriamo troppo poco. Il tempo di intuire questo misterioso malessere che non ci fa nemmeno riscaldare. Arriva già il vento, ogni anno più freddo dell’anno prima. Ho provato a volare mille volte, e sempre qualche sciagura incontrollata mi ha ributtato a terra. Penso che se Dio ci fosse stato, almeno un volo sarebbe arrivato alla meta. Ma non mi lamento, aspetto gli anni a venire, e voglio viverli istante dopo istante. Non chiedo pietà, e nemmeno tenerezza. Sono un fiore, finché c’è il sole. Poi comincerà a piovere. Per una malattia o per un altro dolore che non sopporterò, finirò mischiato al fango. Chissà chi mi calpesterà per primo.

Pino Enzo Beccaria

P.S. Scrivere questa lettera non è stato né semplice né facile. Un ateo che scrive ad “Avvenire”... Ma io al mattino, nella mia “mazzetta” voglio anche questo giornale perché lo trovo davvero confezionato più che bene.

Caro Beccaria,
il direttore mi ha affidato il difficile compito di rispondere alla sua bella lettera, la lettera di un professore di filosofia che si rammarica di " SEGUE >>>

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