Ambasciata Usa a Gerusalemme, Trump tira fuori dai guai l'amico "Bibi": "Cosa non si fa per aiutare un amico in difficoltà. Ad, esempio, si può anticipare l'insediamento del proprio ambasciatore in quella che fino ad oggi è stata sede consolare ed ora sta per diventare l'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Molto prima dei tempi preventivati da Washington (prima della fine del 2019). Donald Trump accelera i tempi e questo, dicono ad HP fonti bene informate a Gerusalemme, per sostenere il "più fedele alleato degli Usa in Medio Oriente", vale a dire il primo ministro Benjamin Netanyahu, nel momento più difficile della sua lunga carriera politica, alle prese con la raccomandazione rivolta dalla Polizia alla Magistratura per rinviarlo a giudizio per reati di corruzione. "Bibi" ha bisogno di risultati concreti, che rafforzino il suo credito verso il proprio elettorato. E inaugurare l'Ambasciata statunitense a Gerusalemme a maggio, nel giorno del settantesimo anniversario della fondazione dello Stato d'Israele, sarebbe per lui un successo politico di grandissima rilevanza".
L'attuale sede del consolato Usa a Gerusalemme nel quartiere di Arnona dal prossimo 14 maggio - giorno della dichiarazione d'indipendenza israeliana - assumerà dunque le funzioni di ambasciata Usa in Israele. Lo riferiscono i media israeliani che citano fonti politiche secondo cui l'ambasciatore David Friedman si trasferirà da quel giorno dalla sede di Tel Aviv insieme ad un ristretto gruppo di funzionari. In un primo momento - secondo le stesse fonti - saranno assicurate le sole funzioni consolari. Dall'ufficio del primo ministro Gerusalemme non c'è una presa di posizione ufficiale, ma a microfoni spenti e con la garanzia dell'anonimato, collaboratori della cerchia più ristretta del premier, confidano ad HP, che queste voci sono fondate e che "il presidente Trump sa di avere in Netanyahu il politico più in sintonia con la sua visione del mondo e non solo del Medio Oriente". Chi non si trincera dietro l'anonimato è Hanan Ashrawi, una delle figure più rappresentative della leadership palestinese: "Se queste voci saranno confermate – dice Ashrawi, raggiunta telefonicamente nel suo ufficio nel quartier generale dell'Olp a Ramallah – si confermerebbe quanto da noi denunciato a più riprese: gli Stati Uniti con Trump sono diventati parte, e grande, del problema e non parte di una sua soluzione".
Il giorno è il 14 maggio. Nella stessa data, nel 1948, il presidente Harry Truman riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele. Proviamo a insistere con gli uomini più vicini a "Bibi". Non c'è conferma ufficiale perché, spiegano, a darne notizia dovrà essere la Casa Bianca o il Dipartimento di Stato, ma c'è chi accetta di svolgere una riflessione politica che, sia pure indirettamente, conforta l'indiscrezione. E' il ministro dell'Energia Yuval Steinitz, anch'egli membro del Likud, il partito del premier, tra i ministri più vicini a Netanyahu: "Trump – dice Steinitz ad HP – ha dimostrato di essere una persona coerente che alle dichiarazioni fa seguire i fatti. Con lui condividiamo tante cose: il giudizio fortemente negativo sull'accordo con l'Iran sul nucleare, la necessità di contrastare l'espansionismo di Teheran nella regione, con il sostegno finanziario e militare dato a gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas, oltre che il riconoscimento di una verità storica: Gerusalemme capitale eterna del popolo ebraico e, con la nascita dello Stato, d'Israele". C'è chi "cinguetta" il proprio entusiasmo. E' il ministro israeliano dell'Informazione Israel Katz, che si è felicitato con la decisione del presidente Trump di trasferire l'ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme a maggio. In una nota su Twitter, Katz rimarca come il trasferimento dell'ambasciata statunitense, coincida con il settantesimo anniversario della dichiarazione d'Indipendenza, proclamata, per l'appunto, il 14 maggio 1948. "Non si tratta del più grande regalo che potevamo ricevere! Si tratta della decisione più giusta e la più corretta. Grazie, anico!", scrive Katz. Altro entusiasta sostenitore di Trump è il ministro dell'Economia israeliano, Naftali Bennett: ""E' finita l'era dello Stato palestinese", commenta Bennett, ministro dell'Educazione e leader del partito di destra religiosa "Focolare ebraico", espressione più oltranzista del movimento dei coloni. "La vittoria di Trump – ha aggiunto – rappresenta una formidabile occasione di Israele per annunciare l'immediata revoca del concetto di uno Stato palestinese nel cuore della nostra terra, che va direttamente contro la nostra sicurezza contro la giustezza della nostra causa".
E il primo passo è stato compiuto, con lo spostamento dell'ambasciata Usa in quella che Trump ha da candidato prima, e da presidente poi, definito "la capitale eterna e indivisibile d'Israele e del popolo ebraico". Concetto che nel suo recente viaggio in Israele, e nel discorso alla Knesset, il vice presidente Usa Mike Pence ha nutrito di " SEGUE >>>
L'attuale sede del consolato Usa a Gerusalemme nel quartiere di Arnona dal prossimo 14 maggio - giorno della dichiarazione d'indipendenza israeliana - assumerà dunque le funzioni di ambasciata Usa in Israele. Lo riferiscono i media israeliani che citano fonti politiche secondo cui l'ambasciatore David Friedman si trasferirà da quel giorno dalla sede di Tel Aviv insieme ad un ristretto gruppo di funzionari. In un primo momento - secondo le stesse fonti - saranno assicurate le sole funzioni consolari. Dall'ufficio del primo ministro Gerusalemme non c'è una presa di posizione ufficiale, ma a microfoni spenti e con la garanzia dell'anonimato, collaboratori della cerchia più ristretta del premier, confidano ad HP, che queste voci sono fondate e che "il presidente Trump sa di avere in Netanyahu il politico più in sintonia con la sua visione del mondo e non solo del Medio Oriente". Chi non si trincera dietro l'anonimato è Hanan Ashrawi, una delle figure più rappresentative della leadership palestinese: "Se queste voci saranno confermate – dice Ashrawi, raggiunta telefonicamente nel suo ufficio nel quartier generale dell'Olp a Ramallah – si confermerebbe quanto da noi denunciato a più riprese: gli Stati Uniti con Trump sono diventati parte, e grande, del problema e non parte di una sua soluzione".
Il giorno è il 14 maggio. Nella stessa data, nel 1948, il presidente Harry Truman riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele. Proviamo a insistere con gli uomini più vicini a "Bibi". Non c'è conferma ufficiale perché, spiegano, a darne notizia dovrà essere la Casa Bianca o il Dipartimento di Stato, ma c'è chi accetta di svolgere una riflessione politica che, sia pure indirettamente, conforta l'indiscrezione. E' il ministro dell'Energia Yuval Steinitz, anch'egli membro del Likud, il partito del premier, tra i ministri più vicini a Netanyahu: "Trump – dice Steinitz ad HP – ha dimostrato di essere una persona coerente che alle dichiarazioni fa seguire i fatti. Con lui condividiamo tante cose: il giudizio fortemente negativo sull'accordo con l'Iran sul nucleare, la necessità di contrastare l'espansionismo di Teheran nella regione, con il sostegno finanziario e militare dato a gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas, oltre che il riconoscimento di una verità storica: Gerusalemme capitale eterna del popolo ebraico e, con la nascita dello Stato, d'Israele". C'è chi "cinguetta" il proprio entusiasmo. E' il ministro israeliano dell'Informazione Israel Katz, che si è felicitato con la decisione del presidente Trump di trasferire l'ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme a maggio. In una nota su Twitter, Katz rimarca come il trasferimento dell'ambasciata statunitense, coincida con il settantesimo anniversario della dichiarazione d'Indipendenza, proclamata, per l'appunto, il 14 maggio 1948. "Non si tratta del più grande regalo che potevamo ricevere! Si tratta della decisione più giusta e la più corretta. Grazie, anico!", scrive Katz. Altro entusiasta sostenitore di Trump è il ministro dell'Economia israeliano, Naftali Bennett: ""E' finita l'era dello Stato palestinese", commenta Bennett, ministro dell'Educazione e leader del partito di destra religiosa "Focolare ebraico", espressione più oltranzista del movimento dei coloni. "La vittoria di Trump – ha aggiunto – rappresenta una formidabile occasione di Israele per annunciare l'immediata revoca del concetto di uno Stato palestinese nel cuore della nostra terra, che va direttamente contro la nostra sicurezza contro la giustezza della nostra causa".
E il primo passo è stato compiuto, con lo spostamento dell'ambasciata Usa in quella che Trump ha da candidato prima, e da presidente poi, definito "la capitale eterna e indivisibile d'Israele e del popolo ebraico". Concetto che nel suo recente viaggio in Israele, e nel discorso alla Knesset, il vice presidente Usa Mike Pence ha nutrito di " SEGUE >>>
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