The Donald alla conquista di Davos: "The Donald sta per sbarcare a Davos. E con lui tutta la sua squadra di governo. Ad attenderlo ci sarà il gotha della politica, della finanza, dell'economia internazionale. Di certo, l'inquilino della Casa Bianca non giocherà in difesa. Non è nel suo dna, non rientra nella sua visione delle cose e del mondo sintetizzabile in quello che ormai è molto più di uno slogan: "America first". Giocherà in attacco, l'inquilino della Casa Bianca, perché sa che il mondo "liberal" europeo sta commettendo lo stesso errore che avevano fatto i liberal americani: sottovalutarlo.
La Storia sembra non aver insegnato niente: la presunzione intellettuale aveva ridotto a macchiette Ronald Reagan e Margaret Thatcher, un attore fallito, il primo, una lady di provincia la seconda. Altro che macchiette, fenomeni passeggeri: se nell'epoca moderna è possibile e corretto parlare di "rivoluzioni", ebbene ciò si addice alle rivoluzioni "conservatrici" di Ronny&Margaret. La presunzione porta alla sottovalutazione che ha, come altra faccia della stessa medaglia, la demonizzazione dell'altro da sé.
Ciò vale anche per Donald Trump. Certo, la sua uscita sui "Paesi cessi" ha ricompattato 54 Stati africani, messo insieme il Venezuela di Maduro con il Salvador dell'ex guerrigliero e ora presidente Salvador Sanchez Ceren, ricompattato (vedi lo strappo su Gerusalemme e il nucleare iraniano) l'Europa. Tutto questo è vero, se non fosse che, come Reagan e la Thatcher, anche The Donald quando parla, quando twitta, soprattutto quando decide, ha bene in mente la "sua" America, quella che gli ha garantito di vincere nonostante avesse contro i grandi media, l'America che ha visto in un tycoon miliardario il campione dell'antiglobalizzazione, il "grande protettore" rispetto a una deindustralizzazione galoppante, per cui chi ha in mano un iphone vede che è disegnato a Cupertino e prodotto in Cina.
Trump intercetta un malessere sociale diffuso e lo piega alla sua visione del mondo, dove "America first" significa rimodulare alleanze e relazioni partendo da un punto irrinunciabile: proteggersi. Non è pensabile comprendere il fenomeno-Trump utilizzando l'armamentario ideologico del secolo scorso: Trump non è un "imperialista" ma un "sovranista" nazionale che non ha l'ambizione di esportare il modello americano nel mondo, magari con la forza delle armi come alcuni suoi predecessori, ma quel "modello" lo vuole difendere contro tutti i potenziali "distruttori". L'"imperialista" invade, non costruisce "muri", cerca di asservire a sé regimi e organismi sovranazionali e non invece smantellarli.
Al Forum di Davos, Trump e la sua squadra riproporranno la loro dottrina in materia di sicurezza, di scambi commerciali, di protezione delle merci e di immigrazione. Si presenterà come un decisionista. Come un leader che fa quello che dice: sul contenimento dei flussi migratori e, soprattutto, in materia di riforma fiscale. E se la Borsa è un termometro, non l'unico certo ma uno dei più sensibili e indicativi, dello stato di una economia, allora Trump è tutt'altro che un presidente in caduta libera.
Secondo gli economisti intervistati dal Wall Street Journal in un solo anno di governo Donald Trump ha prodotto risultati positivi sulla crescita economica, sulle assunzioni e sulle prestazioni della Borsa. E il 2018 appena iniziato si preannuncia, sempre secondo gli esperti intervistati dal Wall Street Journal, con una crescita al 90% anche se appaiono divisi sulla prospettiva a lungo termine.
C'è anche un altro importante tassello che si va ad aggiungere alla strada in discesa dell'economia statunitense: se fallisce il vertice del 23 gennaio, Trump potrebbe stracciare il Nafta, l'accordo di commercio comune e libero con Messico e Canada. The Donald lo ha detto più volte in campagna elettorale e anche negli ultimi giorni: "Se il Canada e il Messico fanno tutti quei soldi e noi no, vuol dire che si tratta di un accordo vantaggioso per loro e svantaggioso per noi e le cose devono cambiare".
"Cambiamento": ecco la parola chiave nel lessico trumpiano. In Europa, si commette l'errore di dare un connotato sempre e comunque progressivo al concetto di "rivoluzione", così come al principio del "cambiamento". Trump, e prima di lui Reagan e Thatcher, dimostrano che le cose non stanno così: e che cambiamento, se non "rivoluzione", può essere declinato in politiche, culture, opposte. Di certo, Trump non è il presidente dello status quo. Lo ha fatto intendere chiaramente la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, quando ha dichiarato che il presidente metterà in valigia senza remore alla volta di Davos il suo messaggio di "America First" da far avanzare tra i leader internazionali. Di più, al centro metterà la sua agenda per rafforzare "il business americano, le aziende americane, i lavoratori americani". Nessuna deviazione da quelle priorità, che verranno difese da una delegazione composta anche da esponenti senior dell'amministrazione." SEGUE>>>
La Storia sembra non aver insegnato niente: la presunzione intellettuale aveva ridotto a macchiette Ronald Reagan e Margaret Thatcher, un attore fallito, il primo, una lady di provincia la seconda. Altro che macchiette, fenomeni passeggeri: se nell'epoca moderna è possibile e corretto parlare di "rivoluzioni", ebbene ciò si addice alle rivoluzioni "conservatrici" di Ronny&Margaret. La presunzione porta alla sottovalutazione che ha, come altra faccia della stessa medaglia, la demonizzazione dell'altro da sé.
Ciò vale anche per Donald Trump. Certo, la sua uscita sui "Paesi cessi" ha ricompattato 54 Stati africani, messo insieme il Venezuela di Maduro con il Salvador dell'ex guerrigliero e ora presidente Salvador Sanchez Ceren, ricompattato (vedi lo strappo su Gerusalemme e il nucleare iraniano) l'Europa. Tutto questo è vero, se non fosse che, come Reagan e la Thatcher, anche The Donald quando parla, quando twitta, soprattutto quando decide, ha bene in mente la "sua" America, quella che gli ha garantito di vincere nonostante avesse contro i grandi media, l'America che ha visto in un tycoon miliardario il campione dell'antiglobalizzazione, il "grande protettore" rispetto a una deindustralizzazione galoppante, per cui chi ha in mano un iphone vede che è disegnato a Cupertino e prodotto in Cina.
Trump intercetta un malessere sociale diffuso e lo piega alla sua visione del mondo, dove "America first" significa rimodulare alleanze e relazioni partendo da un punto irrinunciabile: proteggersi. Non è pensabile comprendere il fenomeno-Trump utilizzando l'armamentario ideologico del secolo scorso: Trump non è un "imperialista" ma un "sovranista" nazionale che non ha l'ambizione di esportare il modello americano nel mondo, magari con la forza delle armi come alcuni suoi predecessori, ma quel "modello" lo vuole difendere contro tutti i potenziali "distruttori". L'"imperialista" invade, non costruisce "muri", cerca di asservire a sé regimi e organismi sovranazionali e non invece smantellarli.
Al Forum di Davos, Trump e la sua squadra riproporranno la loro dottrina in materia di sicurezza, di scambi commerciali, di protezione delle merci e di immigrazione. Si presenterà come un decisionista. Come un leader che fa quello che dice: sul contenimento dei flussi migratori e, soprattutto, in materia di riforma fiscale. E se la Borsa è un termometro, non l'unico certo ma uno dei più sensibili e indicativi, dello stato di una economia, allora Trump è tutt'altro che un presidente in caduta libera.
Secondo gli economisti intervistati dal Wall Street Journal in un solo anno di governo Donald Trump ha prodotto risultati positivi sulla crescita economica, sulle assunzioni e sulle prestazioni della Borsa. E il 2018 appena iniziato si preannuncia, sempre secondo gli esperti intervistati dal Wall Street Journal, con una crescita al 90% anche se appaiono divisi sulla prospettiva a lungo termine.
C'è anche un altro importante tassello che si va ad aggiungere alla strada in discesa dell'economia statunitense: se fallisce il vertice del 23 gennaio, Trump potrebbe stracciare il Nafta, l'accordo di commercio comune e libero con Messico e Canada. The Donald lo ha detto più volte in campagna elettorale e anche negli ultimi giorni: "Se il Canada e il Messico fanno tutti quei soldi e noi no, vuol dire che si tratta di un accordo vantaggioso per loro e svantaggioso per noi e le cose devono cambiare".
"Cambiamento": ecco la parola chiave nel lessico trumpiano. In Europa, si commette l'errore di dare un connotato sempre e comunque progressivo al concetto di "rivoluzione", così come al principio del "cambiamento". Trump, e prima di lui Reagan e Thatcher, dimostrano che le cose non stanno così: e che cambiamento, se non "rivoluzione", può essere declinato in politiche, culture, opposte. Di certo, Trump non è il presidente dello status quo. Lo ha fatto intendere chiaramente la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, quando ha dichiarato che il presidente metterà in valigia senza remore alla volta di Davos il suo messaggio di "America First" da far avanzare tra i leader internazionali. Di più, al centro metterà la sua agenda per rafforzare "il business americano, le aziende americane, i lavoratori americani". Nessuna deviazione da quelle priorità, che verranno difese da una delegazione composta anche da esponenti senior dell'amministrazione." SEGUE>>>
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