Spiazzare è il suo credo. A Davos va in scena il ruvido pragmatismo di Trump: "America first" non significa "America alone". Primi, certo, ma non in solitaria. Da Davos, Donald Trump aggiorna e ridefinisce il concetto che è l'asse portante della sua visione del mondo e del ruolo in esso degli Stati Uniti. Dal commercio alla guerra al terrorismo, dai migranti alla sicurezza: The Donald veste i panni del dominus planetario che crea e disfa alleanze a partire dagli interessi del suo Paese e di quanti si fanno suoi alleati. Non ha la presunzione di agire da solo, l'inquilino della Casa Bianca, ma pensa e lavora ad alleanze a geometria variabile. Alleanze di scopo, verrebbe da dire, mutuando un lessico in uso nella politica nostrana. Ciò vale per il Medio Oriente come nella ridefinizione, a tutto campo, di una partnership euroatlantica: Trump non firma assegni in bianco, non si sente vincolato da storiche alleanze o da organismi sovranazionali – dall'Onu alla Nato – che il presidente Usa giudica nel migliore dei casi un fardello, peraltro troppo costoso per il contribuente americano.
Sul piano geopolitico, Trump sembra essere andato a lezione dall'amico-competitor russo: Vladimir Putin. L'importante è scegliere da che parte e con chi stare, senza tentennamenti o cambi di rotta. L'alleanza di scopo contempla matrimoni di affari e non amori a vita. In questo, Trump è un ruvido pragmatico, niente a che vedere con il suo "visionario" predecessore, Barack Obama. Sul tormentato scacchiere mediorientale, Trump ha scelto gli alleati di cui fidarsi: Arabia Saudita e Israele. Evita scivolate messianiche, come quelle del suo vice, l'evangelico Mike Pence, a detta del quale stare dalla parte d'Israele è una "scelta di fede".
Nel suo ruvido pragmatismo, Trump è molto in sintonia con il suo amico primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: tutti e due lasciano ad altri esponenti dei loro governi cimentarsi con visioni ideologiche e "suprematiste", per The Donald e "Bibi" ciò che conta è portare a casa risultati concreti, e corrispondere quanto più possibile alle aspettative di quella parte di America e di Israele che li ha rispettivamente scelti. In Siria, poi, Cia e Pentagono continuano a sostenere le milizie curde siriane dell'Ypg, ma ora che, parola di Trump, lo Stato islamico è stato cacciato dal 100% della Sira, l'America non si metterà a sparare contro le forze armate turche impegnate nelle aree siriane dove forte è la presenza curda. E anche sul fronte israelo-palestinese, Trump agisce usando la potenza dei dollari per piegare i palestinesi a un negoziato a guida americana.
Tanti presidenti Usa, democratici e repubblicani, hanno cercato di passare alla storia per aver realizzato la pace tra israeliani e palestinesi. Nessuno c'è riuscito. E ora ci prova Trump con inaspettate, ma concrete, possibilità di riuscita. Oggi più della metà della popolazione palestinese, in particolare quella di Gaza, vive grazie agli aiuti internazionali. Non solo. La ricostruzione della Striscia dopo l'ultima guerra con Israele dell'estate 2014 è ancora tutta o quasi da realizzare, e senza i finanziamenti di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, la situazione rischia di precipitare in una immane tragedia umanitaria che né l'Anp né Hamas sarebbero in grado di gestire. Trump lo sa bene, e per questo usa l'arma dei finanziamenti per costringere Abu Mazen a tornare al tavolo negoziale, per ottenere quel poco che è sempre meglio del niente.
Non piacerà ai circoli liberal, ma il fatto è che Trump si sta rivelando un presidente che spiazza, capace di lavorare sulle altrui contraddizioni. Per porre fine allo shutdown i democratici pretendono il salvataggio dei "dreamers"? No problem, basta che poi non facciano storie per trovare i dollari necessari alla costruzione del muro con il Messico. E così, a dividersi non sono i repubblicani ma i dem.
Altro giro, altro spiazzamento. Il dossier nucleare iraniano. Certa pubblicistica ha letto e interpretato la mancata disdetta dell'accordo con Teheran, fortemente voluto da Obama e dall'Europa, come un passo indietro, addirittura una sconfitta campale. Anche qui: è un grave errore scambiare i desiderata con la realtà. E la realtà è che Trump ha ributtato la palla in campo europeo, chiedendo a Bruxelles (Ue) e ai Paesi del vecchio continente membri del Gruppo 5+1 (Francia, Gran Bretagna e Germania) di decidere sul tipo di sanzioni da applicare a un regime che ha sedato nel sangue le proteste di inizio anno. "Oggi, malgrado la mia forte propensione (al contrario, ndr) non ho ancora ritirato gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare con l'Iran. Confermo la sospensione dell'applicazione delle sanzioni nucleari (contro Teheran, ndr) ma per consentire ai nostri alleati europei di mettere a posto i terribili difetti dell'intesa nucleare con l'Iran. Questa è l'ultima chance e nessuno deve dubitare delle mie parole": così Trump il 12 gennaio scorso. E ancor prima, all'alba del nuovo anno, l'inquilino della Casa Bianca dedica uno dei cinguettii di inizio 2018 alle proteste nella Repubblica islamica lanciando lo slogan "TIME FOR CHANGE!"." SEGUE >>>
Sul piano geopolitico, Trump sembra essere andato a lezione dall'amico-competitor russo: Vladimir Putin. L'importante è scegliere da che parte e con chi stare, senza tentennamenti o cambi di rotta. L'alleanza di scopo contempla matrimoni di affari e non amori a vita. In questo, Trump è un ruvido pragmatico, niente a che vedere con il suo "visionario" predecessore, Barack Obama. Sul tormentato scacchiere mediorientale, Trump ha scelto gli alleati di cui fidarsi: Arabia Saudita e Israele. Evita scivolate messianiche, come quelle del suo vice, l'evangelico Mike Pence, a detta del quale stare dalla parte d'Israele è una "scelta di fede".
Nel suo ruvido pragmatismo, Trump è molto in sintonia con il suo amico primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: tutti e due lasciano ad altri esponenti dei loro governi cimentarsi con visioni ideologiche e "suprematiste", per The Donald e "Bibi" ciò che conta è portare a casa risultati concreti, e corrispondere quanto più possibile alle aspettative di quella parte di America e di Israele che li ha rispettivamente scelti. In Siria, poi, Cia e Pentagono continuano a sostenere le milizie curde siriane dell'Ypg, ma ora che, parola di Trump, lo Stato islamico è stato cacciato dal 100% della Sira, l'America non si metterà a sparare contro le forze armate turche impegnate nelle aree siriane dove forte è la presenza curda. E anche sul fronte israelo-palestinese, Trump agisce usando la potenza dei dollari per piegare i palestinesi a un negoziato a guida americana.
Tanti presidenti Usa, democratici e repubblicani, hanno cercato di passare alla storia per aver realizzato la pace tra israeliani e palestinesi. Nessuno c'è riuscito. E ora ci prova Trump con inaspettate, ma concrete, possibilità di riuscita. Oggi più della metà della popolazione palestinese, in particolare quella di Gaza, vive grazie agli aiuti internazionali. Non solo. La ricostruzione della Striscia dopo l'ultima guerra con Israele dell'estate 2014 è ancora tutta o quasi da realizzare, e senza i finanziamenti di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, la situazione rischia di precipitare in una immane tragedia umanitaria che né l'Anp né Hamas sarebbero in grado di gestire. Trump lo sa bene, e per questo usa l'arma dei finanziamenti per costringere Abu Mazen a tornare al tavolo negoziale, per ottenere quel poco che è sempre meglio del niente.
Non piacerà ai circoli liberal, ma il fatto è che Trump si sta rivelando un presidente che spiazza, capace di lavorare sulle altrui contraddizioni. Per porre fine allo shutdown i democratici pretendono il salvataggio dei "dreamers"? No problem, basta che poi non facciano storie per trovare i dollari necessari alla costruzione del muro con il Messico. E così, a dividersi non sono i repubblicani ma i dem.
Altro giro, altro spiazzamento. Il dossier nucleare iraniano. Certa pubblicistica ha letto e interpretato la mancata disdetta dell'accordo con Teheran, fortemente voluto da Obama e dall'Europa, come un passo indietro, addirittura una sconfitta campale. Anche qui: è un grave errore scambiare i desiderata con la realtà. E la realtà è che Trump ha ributtato la palla in campo europeo, chiedendo a Bruxelles (Ue) e ai Paesi del vecchio continente membri del Gruppo 5+1 (Francia, Gran Bretagna e Germania) di decidere sul tipo di sanzioni da applicare a un regime che ha sedato nel sangue le proteste di inizio anno. "Oggi, malgrado la mia forte propensione (al contrario, ndr) non ho ancora ritirato gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare con l'Iran. Confermo la sospensione dell'applicazione delle sanzioni nucleari (contro Teheran, ndr) ma per consentire ai nostri alleati europei di mettere a posto i terribili difetti dell'intesa nucleare con l'Iran. Questa è l'ultima chance e nessuno deve dubitare delle mie parole": così Trump il 12 gennaio scorso. E ancor prima, all'alba del nuovo anno, l'inquilino della Casa Bianca dedica uno dei cinguettii di inizio 2018 alle proteste nella Repubblica islamica lanciando lo slogan "TIME FOR CHANGE!"." SEGUE >>>
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