Rottura fra Trump e Bannon: perché e cosa cambierà nella politica americana: "Le dichiarazioni che Steve Bannon avrebbe affidato all'imminente libro di Michael Wolff, nelle quali definisce "traditore" e "non patriottico" il presunto 'incontro del figlio e del genero di Donald Trump con una funzionaria russa, hanno suscitato la veemente risposta dello stesso Presidente. Come si può spiegare quest'improvviso scontro tra Trump e il suo ex stratega, e quali conseguenze avrà sulla politica americana?
Sebbene oggi Donald Trump cerchi di minimizzare il suo passato rapporto con Bannon, l'attuale Ceo della testata Breitbart fu a capo della vittoriosa campagna elettorale e quindi nominato Chief Strategist alla Casa Bianca. Soprattutto, Bannon è stato più di un semplice membro dello staff: è un influente ideologo della destra americana, forte di un consistente patrimonio personale (le stime si spingono fino a quasi 50 milioni di dollari), dirigente di una testata che su Internet compete coi maggiori quotidiani mondiali.
La sua stella all'interno dell'Amministrazione è rapidamente declinata: già il 5 aprile scorso era stato escluso dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, e il 18 agosto dimissionato totalmente dalla Casa Bianca. Tuttavia era rimasto in apparentemente buoni rapporti con Trump, il quale lo aveva congedato con un tweet lusinghiero e aveva continuato a sentirlo regolarmente. In cambio, Bannon aveva continuato a sostenere Trump, imputando tutte le mancanze della sua Amministrazione all'influenza negativa di quelli che chiama i "globalisti" attorno al Presidente: in primis il genero Jared Kushner, la figlia Ivanka, il consigliere economico Gary Cohn e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster.
Abbandonata la Casa Bianca, Bannon aveva ripreso le redini di Breitbart con l'intento di difendere Trump dai suoi nemici interni - missione talvolta spintasi fino a difendere il trumpismo da Trump stesso. Il punto di maggior tensione si era raggiunto in settembre: il Presidente, allontanato Bannon, sembrava aver raggiunto un accordo coi democratici per un'ampia amnistia agli immigrati (i cosiddetti Dreamers, giunti nel Paese quando ancora erano minorenni) e alle primarie per il seggio senatoriale in Alabama aveva deciso di appoggiare un candidato molto vicino all'establishment repubblicano guidato da Mitch McConnell, acerrimo nemico di Bannon.
Il presidente di Breitbart aveva reagito proiettandosi direttamente nell'agone politico e sostenendo, assieme ad altri nomi eccellenti della Destra populista americana (come Phil Robertson e Sarah Palin), il candidato Roy Moore. Da questo scontro tra Bannon e Trump era uscito sorprendentemente vincitore il primo: il netto successo di Moore alle primarie ha indotto a pensare che la base trumpiana possa muoversi a prescindere, e persino a dispetto, di Donald Trump. In quella fase Steve Bannon girava l'America incontrando potenziali investitori e candidati per cercare di accaparrarsi nel 2018 tutti i seggi senatoriali in palio contro i candidati dell'establishment repubblicano.
Arriviamo così alla recente ed esplosiva uscita di Bannon. A sorprendere non è stato tanto l'attacco a Donald Trump Jr. e a Jared Kushner, con cui notoriamente si detesta (ricambiato appieno); il vero carico da novanta è stata la scelta di un tema tanto sensibile quale il Russiagate e l'utilizzo di un termine pesantissimo quale "tradimento". Una reazione da parte della Casa Bianca era prevedibile, sebbene non della portata in cui effettivamente è avvenuta - uno sconfessamento totale e una demolizione del personaggio Bannon, rompendo un rapporto già incrinato ma ancora salvabile (Bannon si era sempre guardato bene dall'attaccare direttamente Donald Trump, e anche dopo l'ultimo scambio di cortesie lo ha voluto definire "un grande uomo").
Se Bannon avesse sferrato un duro attacco alla famiglia di Trump, o persino al Presidente stesso, a settembre o a ottobre quando il malcontento della base era forte, e focalizzandosi su un tema gradito ai suoi seguaci (come l'immigrazione), avrebbe probabilmente ottenuto più consensi che rimbrotti. Il problema è che l'anticipazione del libro di Wolff è arrivata a inizio gennaio, dopo che il candidato bannoniano in Alabama ha clamorosamente perso le elezioni contro il rivale democratico (in realtà a pesare in maniera decisiva sono stati fattori extra-politici, ossia le accuse di molestie sessuali anche a minorenni per Moore, ma la vicenda ha comunque indebolito grandemente Bannon) e in un momento in cui l'azione di governo e le declamazioni retoriche di Trump, sempre oscillante tra la destra radicale e il centro moderato, pendono più verso il primo che verso il secondo. In un momento cioè di luna di miele tra Trump e la sua base." SEGUE >>>
Sebbene oggi Donald Trump cerchi di minimizzare il suo passato rapporto con Bannon, l'attuale Ceo della testata Breitbart fu a capo della vittoriosa campagna elettorale e quindi nominato Chief Strategist alla Casa Bianca. Soprattutto, Bannon è stato più di un semplice membro dello staff: è un influente ideologo della destra americana, forte di un consistente patrimonio personale (le stime si spingono fino a quasi 50 milioni di dollari), dirigente di una testata che su Internet compete coi maggiori quotidiani mondiali.
La sua stella all'interno dell'Amministrazione è rapidamente declinata: già il 5 aprile scorso era stato escluso dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, e il 18 agosto dimissionato totalmente dalla Casa Bianca. Tuttavia era rimasto in apparentemente buoni rapporti con Trump, il quale lo aveva congedato con un tweet lusinghiero e aveva continuato a sentirlo regolarmente. In cambio, Bannon aveva continuato a sostenere Trump, imputando tutte le mancanze della sua Amministrazione all'influenza negativa di quelli che chiama i "globalisti" attorno al Presidente: in primis il genero Jared Kushner, la figlia Ivanka, il consigliere economico Gary Cohn e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster.
Abbandonata la Casa Bianca, Bannon aveva ripreso le redini di Breitbart con l'intento di difendere Trump dai suoi nemici interni - missione talvolta spintasi fino a difendere il trumpismo da Trump stesso. Il punto di maggior tensione si era raggiunto in settembre: il Presidente, allontanato Bannon, sembrava aver raggiunto un accordo coi democratici per un'ampia amnistia agli immigrati (i cosiddetti Dreamers, giunti nel Paese quando ancora erano minorenni) e alle primarie per il seggio senatoriale in Alabama aveva deciso di appoggiare un candidato molto vicino all'establishment repubblicano guidato da Mitch McConnell, acerrimo nemico di Bannon.
Il presidente di Breitbart aveva reagito proiettandosi direttamente nell'agone politico e sostenendo, assieme ad altri nomi eccellenti della Destra populista americana (come Phil Robertson e Sarah Palin), il candidato Roy Moore. Da questo scontro tra Bannon e Trump era uscito sorprendentemente vincitore il primo: il netto successo di Moore alle primarie ha indotto a pensare che la base trumpiana possa muoversi a prescindere, e persino a dispetto, di Donald Trump. In quella fase Steve Bannon girava l'America incontrando potenziali investitori e candidati per cercare di accaparrarsi nel 2018 tutti i seggi senatoriali in palio contro i candidati dell'establishment repubblicano.
Arriviamo così alla recente ed esplosiva uscita di Bannon. A sorprendere non è stato tanto l'attacco a Donald Trump Jr. e a Jared Kushner, con cui notoriamente si detesta (ricambiato appieno); il vero carico da novanta è stata la scelta di un tema tanto sensibile quale il Russiagate e l'utilizzo di un termine pesantissimo quale "tradimento". Una reazione da parte della Casa Bianca era prevedibile, sebbene non della portata in cui effettivamente è avvenuta - uno sconfessamento totale e una demolizione del personaggio Bannon, rompendo un rapporto già incrinato ma ancora salvabile (Bannon si era sempre guardato bene dall'attaccare direttamente Donald Trump, e anche dopo l'ultimo scambio di cortesie lo ha voluto definire "un grande uomo").
Se Bannon avesse sferrato un duro attacco alla famiglia di Trump, o persino al Presidente stesso, a settembre o a ottobre quando il malcontento della base era forte, e focalizzandosi su un tema gradito ai suoi seguaci (come l'immigrazione), avrebbe probabilmente ottenuto più consensi che rimbrotti. Il problema è che l'anticipazione del libro di Wolff è arrivata a inizio gennaio, dopo che il candidato bannoniano in Alabama ha clamorosamente perso le elezioni contro il rivale democratico (in realtà a pesare in maniera decisiva sono stati fattori extra-politici, ossia le accuse di molestie sessuali anche a minorenni per Moore, ma la vicenda ha comunque indebolito grandemente Bannon) e in un momento in cui l'azione di governo e le declamazioni retoriche di Trump, sempre oscillante tra la destra radicale e il centro moderato, pendono più verso il primo che verso il secondo. In un momento cioè di luna di miele tra Trump e la sua base." SEGUE >>>
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