L’irresistibile corsa al ribasso di Amazon - The Vision: "Prezzi bassi, salari bassi, utili negativi: ecco il surreale modello di business che Amazon impone a se stessa e ai concorrenti, imprimendo una feroce spinta deflativa a tutti i fondamentali dell’economia reale. Se non fosse per i proventi dei servizi cloud che gli garantiscono un utile risicato, l’ebit (earnings before interest and taxes) del colosso dell’e-commerce sarebbe infatti negativo di 2 miliardi. In altre parole, Bezos sceglie di non guadagnare dalle vendite retail continuando a vendere sottocosto. Di contro, nel 2016 – il dato del 2017 non è ancora disponibile – il fatturato di Amazon ha superato i 135 miliardi di dollari. Nel 2010 era di 34 miliardi: quadruplicato in appena sei anni.
Negli ultimi sette anni l’azienda ha registrato un aumento medio del fatturato di più del 20% annuo. Di conseguenza Amazon rappresenta una sorta di Santo Graal per gli investitori: a oggi il suo valore di capitalizzazione ammonta a più di 600 miliardi di dollari, e la società di Seattle si situa stabilmente fra le prime cinque società al mondo per valore finanziario. Come per molti altri colossi digitali, ma in versione ancor più radicalizzata, la ricchezza di Amazon sta nel valore delle azioni, non negli utili attuali. La tendenza al monopolio rischia allora di diventare a un tratto strutturale e quasi obbligata. Nel momento in cui imprese come Amazon assumono un valore di capitalizzazione che corrisponde a più del triplo del loro fatturato, e dato che tale valutazione borsistica è giustificata solo dalle attese di ritorni futuri, diventerebbe sconveniente, se non catastrofico, cominciare a fare utili alzando i prezzi e smettendo di vendere sottocosto: il prezzo delle loro azioni crollerebbe. Il “ritorno futuro” deve essere allontanato sine die e l’unica corsa possibile per simili colossi è quella verso il controllo totale del mercato.
Posto che si possa già parlare di monopolio, quello di Amazon si configurerebbe però come lo strano caso di un monopolio deflativo: ed è perciò che le nostre legislazioni anti-trust, pensate per difendere gli interessi dei consumatori, non sono in grado di colpirlo. Tradizionalmente i monopoli provocano un artificiale aumento dei prezzi; al contrario, Amazon impone una corsa al ribasso dei prezzi che favorisce sì il consumatore, ma penalizza il lavoratore e il produttore, poiché le imprese che non possono contare su quella stratosferica mole di profitti finanziari non possono far altro che tagliare i salari (specialmente nella UE, dove gli Stati non possono più proteggere le imprese locali né con sgravi fiscali né con l’aggiustamento del cambio, per via del sistema di cambi fissi e del fiscal compact). D’altra parte il caso Amazon non era facilmente prevedibile dai legislatori, perché nessuno aveva mai immaginato che si potesse protrarre così a lungo una simile politica di prezzi senza determinare il fallimento dell’azienda.
Oltre ai profitti finanziari, l’altro asset cardinale che permette ad Amazon non solo di non fallire, ma di erodere continuamente quote di mercato ai concorrenti, è il sistema di logistica avanzata su cui si basano i suoi servizi. Nella sua lettera agli azionisti del 2008, Bezos affermava orgogliosamente di aver dichiarato guerra al “muda” (“spreco, ostacolo” in giapponese), ovvero a ogni genere di barriera o intermediario: costi marginali, negozi fisici, spazio, tempo. Una sfida per lui “incredibilmente energizzante”, scriveva, secondo i toni usualmente entusiastici e visionari con cui ama presentare il suo disegno futuribile: un circuito chiuso delle merci, epurato da ogni ostacolo residuo e gestito dalla piattaforma, in cui offerta e domanda si incontrano in maniera perfetta. Nessun interstizio improduttivo, nessuna posizione vincolata, nessun limite spazio-temporale o legale alla possibilità di far arrivare la merce dove serve, quando serve. Corrieri sottopagati – o magari in futuro droni e auto senza conducente – provvedono alla consegna, spesso in meno di 24h. E se l’acquirente non è in casa? Nessun problema: all’arrivo del corriere, l’app della piattaforma genera una password temporanea che può aprire (una sola volta) la sua porta di casa. Negli States Amazon key è già una realtà in 37 città: al costo di 249 dollari si può richiedere l’installazione della serratura smart e di una cloud cam con cui monitorare in remoto le operazioni di consegna. Lo stesso vale per il prelievo dell’oggetto dal venditore. Ma il sistema si potrebbe estendere facilmente a servizi come pulizie, baby e dog-sitting, affitto di camere o intere proprietà. È un’innovazione di notevole valore simbolico non meno che effettivo: lasciare letteralmente le chiavi di casa ad Amazon. Cade così l’ultimo intermediario, l’ultimo vincolo fisico e morale: la soglia di casa, il diaframma fra casa e piazza, fra spazio dell’intimità e spazio commerciale. L’ultima «barriera architettonica» che limitava e orientava il circuito dello scambio." SEGUE >>>
Negli ultimi sette anni l’azienda ha registrato un aumento medio del fatturato di più del 20% annuo. Di conseguenza Amazon rappresenta una sorta di Santo Graal per gli investitori: a oggi il suo valore di capitalizzazione ammonta a più di 600 miliardi di dollari, e la società di Seattle si situa stabilmente fra le prime cinque società al mondo per valore finanziario. Come per molti altri colossi digitali, ma in versione ancor più radicalizzata, la ricchezza di Amazon sta nel valore delle azioni, non negli utili attuali. La tendenza al monopolio rischia allora di diventare a un tratto strutturale e quasi obbligata. Nel momento in cui imprese come Amazon assumono un valore di capitalizzazione che corrisponde a più del triplo del loro fatturato, e dato che tale valutazione borsistica è giustificata solo dalle attese di ritorni futuri, diventerebbe sconveniente, se non catastrofico, cominciare a fare utili alzando i prezzi e smettendo di vendere sottocosto: il prezzo delle loro azioni crollerebbe. Il “ritorno futuro” deve essere allontanato sine die e l’unica corsa possibile per simili colossi è quella verso il controllo totale del mercato.
Posto che si possa già parlare di monopolio, quello di Amazon si configurerebbe però come lo strano caso di un monopolio deflativo: ed è perciò che le nostre legislazioni anti-trust, pensate per difendere gli interessi dei consumatori, non sono in grado di colpirlo. Tradizionalmente i monopoli provocano un artificiale aumento dei prezzi; al contrario, Amazon impone una corsa al ribasso dei prezzi che favorisce sì il consumatore, ma penalizza il lavoratore e il produttore, poiché le imprese che non possono contare su quella stratosferica mole di profitti finanziari non possono far altro che tagliare i salari (specialmente nella UE, dove gli Stati non possono più proteggere le imprese locali né con sgravi fiscali né con l’aggiustamento del cambio, per via del sistema di cambi fissi e del fiscal compact). D’altra parte il caso Amazon non era facilmente prevedibile dai legislatori, perché nessuno aveva mai immaginato che si potesse protrarre così a lungo una simile politica di prezzi senza determinare il fallimento dell’azienda.
Oltre ai profitti finanziari, l’altro asset cardinale che permette ad Amazon non solo di non fallire, ma di erodere continuamente quote di mercato ai concorrenti, è il sistema di logistica avanzata su cui si basano i suoi servizi. Nella sua lettera agli azionisti del 2008, Bezos affermava orgogliosamente di aver dichiarato guerra al “muda” (“spreco, ostacolo” in giapponese), ovvero a ogni genere di barriera o intermediario: costi marginali, negozi fisici, spazio, tempo. Una sfida per lui “incredibilmente energizzante”, scriveva, secondo i toni usualmente entusiastici e visionari con cui ama presentare il suo disegno futuribile: un circuito chiuso delle merci, epurato da ogni ostacolo residuo e gestito dalla piattaforma, in cui offerta e domanda si incontrano in maniera perfetta. Nessun interstizio improduttivo, nessuna posizione vincolata, nessun limite spazio-temporale o legale alla possibilità di far arrivare la merce dove serve, quando serve. Corrieri sottopagati – o magari in futuro droni e auto senza conducente – provvedono alla consegna, spesso in meno di 24h. E se l’acquirente non è in casa? Nessun problema: all’arrivo del corriere, l’app della piattaforma genera una password temporanea che può aprire (una sola volta) la sua porta di casa. Negli States Amazon key è già una realtà in 37 città: al costo di 249 dollari si può richiedere l’installazione della serratura smart e di una cloud cam con cui monitorare in remoto le operazioni di consegna. Lo stesso vale per il prelievo dell’oggetto dal venditore. Ma il sistema si potrebbe estendere facilmente a servizi come pulizie, baby e dog-sitting, affitto di camere o intere proprietà. È un’innovazione di notevole valore simbolico non meno che effettivo: lasciare letteralmente le chiavi di casa ad Amazon. Cade così l’ultimo intermediario, l’ultimo vincolo fisico e morale: la soglia di casa, il diaframma fra casa e piazza, fra spazio dell’intimità e spazio commerciale. L’ultima «barriera architettonica» che limitava e orientava il circuito dello scambio." SEGUE >>>
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