martedì 19 dicembre 2017

Sacro e profano

Sacro e profano: "Il fascino delle arti a Firenze durante il Rinascimento è probabilmente il “marchio” italiano più noto al mondo, al punto che ormai sembra possibile e lecito goderne senza sentire più il bisogno di comprendere. La scelta del titolo Il Cinquecento a Firenze maniera moderna e controriforma per la mostra di Palazzo Strozzi (fino al 21 gennaio 2018) ci distoglie con decisione dal compiacimento per il risaputo e ci invita invece a un percorso storico e critico, multidisciplinare, non meno accattivante per il fatto di essere rigoroso.

Benché si proponga come conclusione di una trilogia, i cui precedenti erano stati la mostra sul Bronzino (2010) e quella su Rosso Fiorentino e Pontormo (2014), questa terza e ultima tappa, curata da Antonio Natali (già direttore degli Uffizi) e Carlo Falciani, esce dalla rassegna monografica di grandi personalità, preferendo proporre sia agli specialisti che al pubblico un bilancio dell’intero secolo, schivando brillantemente il rischio del tono celebrativo: obiettivo non facile, se si considera che nel Cinquecento fiorentino l’eccellenza fin dagli esordi di personalità come i Medici, Michelangelo Buonarroti, Raffaello Sanzio avrebbe agevolmente potuto indurre a un approccio mitologico, riconfermando alla fin fine la visione fiorentino-centrica di Giorgio Vasari.
L’approccio critico dei curatori, rispetto al cliché che si poteva presumere e temere, appare invece spiazzante fin dall’accostamento, nella sala d’ingresso, del modello michelangiolesco per Dio fluviale da Casa Buonarroti (1526-15727 circa) e della Pietà di Luco di Andrea del Sarto (1523-1524): l’attenzione viene infatti indirizzata da subito alla dinamica di elaborazione dei grandi modelli, rifuggendo dall’approccio celebrativo. Viene in mente quella sorta di classifica delle eccellenze artistiche fiorentine che appare nella Dichiarazione granducale del 24 ottobre 1602, allorché, appena chiuso il Cinquecento, si individuano i primi diciotto maestri le cui opere non debbono essere esportate dallo Stato, salvo meditate autorizzazioni: se Michelangelo è ovviamente il primo e se Raffaello è il secondo, ad Andrea del Sarto spetta un rilevante terzo posto (forse grazie anche al Discorso dedicatogli da Francesco Bocchi, prima del Vasari), laddove Leonardo da Vinci crolla giù al sesto, forse proprio perché i suoi propri epigoni erano meno fiorentini che lombardi.
Definito così subito il loro approccio al Cinquecento fiorentino — e precisamente al terzo decennio — i curatori ci stupiscono, proponendoci subito dopo una sorta di trittico con tre enormi pale d’altare sul tema della Deposizione dalla Croce, di altrettanto enorme eccellenza artistica e diffusa notorietà: quella di Volterra del Rosso Fiorentino (1521), quella fiorentina del Pontormo (da Santa Felicita, 1525-1528) e quella da Besançon del Bronzino (1543-1545), la quale, oltre tutto, ci connette idealmente alla mostra del 2010, proprio a Palazzo Strozzi, e comunque conduce la nostra attenzione verso la metà del secolo: un confronto, quello fra queste tre grandi pale, che solo grazie all’incontro non meramente fotografico ma diretto con le opere ci rende possibile un’esperienza quasi immersiva — come oggi si usa dire — e comunque di eccezionale suggestione.

Soltanto le garanzie che l’eccellenza professionale fiorentina offre in fatto di trasporti e conservazione delle opere ha reso possibili, credo, spostamenti di tale impegno e rischio; non gli unici, peraltro, di questa mostra, che però è anche esito di un’importante campagna di restauri (per diciassette delle opere esposte), a partire da quelli resi possibili dai Friends of Florence.
Se l’avvio della mostra è nel segno dell’arte per la celebrazione della fede cristiana, il suo percorso si snoda in realtà in due paralleli filoni, programmaticamente accostati ed alternati: da un lato l’arte sacra, appunto, legata al culto nell’età successiva alla Riforma protestante e al decreto sulle sacre immagini promulgato a chiusura del concilio di Trento, rivolta dunque al pubblico vasto e multiforme del popolo devoto, ma non per questo ignorante o disattento; dall’altro, l’arte profana o di corte, che interpreta ed esibisce con ogni raffinatezza il desiderio del principe di legittimarsi con l’erudito riferimento dell’agiografia familiare all’antichità classica, densa di riferimenti mitologici e messaggi concettosi, con opere destinate all’élite più vicina al granduca, ma non per questo meno sensibile alla bellezza in ogni possibile sua declinazione, dalla natura alle opere dell’uomo. Una coesistenza, quella dei due filoni, che i curatori hanno voluto sintetizzare accostando, nel titolo del loro saggio introduttivo al catalogo, “lascivia” e “devozione”.
Il fulcro programmatico dell’arte di corte, nella Firenze del secondo Cinquecento, è certamente la composizione ed illustrazione artistica dello studiolo di Francesco I de’ Medici a Palazzo Vecchio (seguito poi dall’allestimento della Tribuna degli Uffizi), complessa e quasi esoterica installazione ideata e diretta da Vincenzo Borghini per il granduca, con l’intervento degli artisti più in auge, attorno alle sue collezioni di meraviglie: in certo modo una realizzazione anticipatrice, nell’era dell’ancien régime, dell’idea di museo. " SEGUE >>>


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