Mafia, sequestrati 10 milioni all'ex deputato di Fi Amedeo Matacena. C'è anche una nave - Repubblica.it: "REGGIO CALABRIA - Società, immobili e persino una motonave. È del valore di 10 milioni di euro il patrimonio confiscato all'ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena, già condannato definitivamente a 3 anni come referente politico di uno dei clan di 'ndrangheta di Reggio Calabria e da tempo latitante a Dubai.
Su di lui pende non solo l'esecuzione di una condanna definitiva per concorso esterno, ma anche un nuovo mandato di cattura emesso dal Tribunale di Reggio Calabria con l'accusa di aver tentato di occultare il suo immenso patrimonio - accumulato in larga parte grazie alle mafie -con l'aiuto della moglie, Chiara Rizzo, e dell'ex ministro dell'Interno, Claudio Scajola.
Entrambi, insieme al braccio destro di Matacena, Martino Politi, e alla storica segretaria, Mariagrazia Fiordelisi, stanno affrontando il processo, mentre da Dubai l'ex parlamentare di Forza Italia si dichiara "un perseguitato".
Di avviso totalmente diverso sono i giudici di Reggio Calabria, per i quali Matacena non solo è "socialmente pericoloso" come affermato da un'altra sezione del tribunale solo qualche mese fa, ma è anche - dice oggi la Corte d'appello - a capo di un impero economico e finanziario "frutto di attività illecite e dei loro proventi". Non a caso - hanno accertato gli uomini della Dia, che da anni gli stanno con il fiato sul collo - esiste "una oggettiva quanto marcata sproporzione" tra gli investimenti effettuati e i redditi dichiarati.
Sono questi gli elementi valorizzati dal procuratore generale della Corte d'appello di Reggio Calabria, Bernardo Petralia, e dal sostituto Domenico Galletta, per chiedere e ottenere un provvedimento di sequestro e contestuale confisca di 12 società, per l'intero capitale sociale o in quota parte, di cui 4 con sede nel territorio nazionale (Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Roma) e 8 all'estero (Isole Nevis, Portogallo, Panama, Liberia e Florida). "Per quelle estere abbiamo agito attraverso una serie di rogatorie internazionali, ma in alcuni casi - dice Petralia - continuiamo a scontrarci la mancanza di accordi di collaborazione con una serie di Paesi".
Tutte le società - affermano gli investigatori e confermano i giudici - fanno parte della gigantesca galassia finanziaria che per lungo tempo ha coperto le attività di Matacena, cui oggi sono stati sequestrati anche 25 immobili aziendali, oltre che una grossa motonave della stazza di oltre 8.100 tonnellate, già utilizzata per attività di traghettamento veicoli e passeggeri nello Stretto di Messina.
"Si tratta di una cosiddetta confisca atipica - continua il procuratore generale - che si utilizza in presenza di una condanna già definitiva per una serie di specifici reati previsti dalla norma. Permette di presupporre l'illiceità dell'intero patrimonio e adesso toccherà eventualmente al diretto interessato dimostrare il contrario".
Attivo nel settore armatoriale (traghettamento e trasporti marittimi), immobiliare ed edilizio, tanto all'estero come in Italia, Matacena anche grazie a una serie di abili schermature finanziarie ha utilizzato le sue attività non solo per accumulare innumerevoli appalti pubblici, ma anche per poi distribuirli equamente fra i clan.
Non è l'unico affare che abbia vincolato l'ex parlamentare ai clan. Per i giudici che lo hanno definitivamente condannato, Matacena "pur di riuscire nel suo intento di essere eletto alla Camera dei Deputati nelle elezioni del 1994, ha stipulato una sorta di 'patto con il diavolo' con le più rappresentative organizzazioni 'ndranghetistiche" di Reggio Calabria, mentre dal procedimento Breakfast - per il quale è ancora formalmente ricercato - è un "soggetto in grado di fornire un determinante e consapevole apporto causale alla 'ndrangheta reggina, attraverso lo sfruttamento del suo rilevantissimo ruolo politico e imprenditoriale e per questa via agevolare il più ampio sistema criminale, imprenditoriale ed economico, riferibile alla predetta organizzazione di tipo mafioso".
Insomma, è uno strumento essenziale per i clan di Reggio Calabria, che grazie a lui sono arrivati a presentare le proprie istanze anche in Parlamento, da dove - secondo alcuni pentiti - il politico si sarebbe dedicato anche ad attaccare la magistratura reggina attraverso mirate interrogazioni. Del resto, nei confronti del sistema giudiziario il politico armatore ha sempre avuto un atteggiamento quanto meno disinvolto. Nel 2015 ha incassato una condanna in appello per corruzione in atti giudiziari, per aver corrotto il presidente del Tar di Reggio Calabria, ma un anno dopo la Cassazione non ha potuto far altro che annullare la sentenza per intervenuta prescrizione. "
Su di lui pende non solo l'esecuzione di una condanna definitiva per concorso esterno, ma anche un nuovo mandato di cattura emesso dal Tribunale di Reggio Calabria con l'accusa di aver tentato di occultare il suo immenso patrimonio - accumulato in larga parte grazie alle mafie -con l'aiuto della moglie, Chiara Rizzo, e dell'ex ministro dell'Interno, Claudio Scajola.
Entrambi, insieme al braccio destro di Matacena, Martino Politi, e alla storica segretaria, Mariagrazia Fiordelisi, stanno affrontando il processo, mentre da Dubai l'ex parlamentare di Forza Italia si dichiara "un perseguitato".
Di avviso totalmente diverso sono i giudici di Reggio Calabria, per i quali Matacena non solo è "socialmente pericoloso" come affermato da un'altra sezione del tribunale solo qualche mese fa, ma è anche - dice oggi la Corte d'appello - a capo di un impero economico e finanziario "frutto di attività illecite e dei loro proventi". Non a caso - hanno accertato gli uomini della Dia, che da anni gli stanno con il fiato sul collo - esiste "una oggettiva quanto marcata sproporzione" tra gli investimenti effettuati e i redditi dichiarati.
Sono questi gli elementi valorizzati dal procuratore generale della Corte d'appello di Reggio Calabria, Bernardo Petralia, e dal sostituto Domenico Galletta, per chiedere e ottenere un provvedimento di sequestro e contestuale confisca di 12 società, per l'intero capitale sociale o in quota parte, di cui 4 con sede nel territorio nazionale (Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Roma) e 8 all'estero (Isole Nevis, Portogallo, Panama, Liberia e Florida). "Per quelle estere abbiamo agito attraverso una serie di rogatorie internazionali, ma in alcuni casi - dice Petralia - continuiamo a scontrarci la mancanza di accordi di collaborazione con una serie di Paesi".
Tutte le società - affermano gli investigatori e confermano i giudici - fanno parte della gigantesca galassia finanziaria che per lungo tempo ha coperto le attività di Matacena, cui oggi sono stati sequestrati anche 25 immobili aziendali, oltre che una grossa motonave della stazza di oltre 8.100 tonnellate, già utilizzata per attività di traghettamento veicoli e passeggeri nello Stretto di Messina.
"Si tratta di una cosiddetta confisca atipica - continua il procuratore generale - che si utilizza in presenza di una condanna già definitiva per una serie di specifici reati previsti dalla norma. Permette di presupporre l'illiceità dell'intero patrimonio e adesso toccherà eventualmente al diretto interessato dimostrare il contrario".
Attivo nel settore armatoriale (traghettamento e trasporti marittimi), immobiliare ed edilizio, tanto all'estero come in Italia, Matacena anche grazie a una serie di abili schermature finanziarie ha utilizzato le sue attività non solo per accumulare innumerevoli appalti pubblici, ma anche per poi distribuirli equamente fra i clan.
Non è l'unico affare che abbia vincolato l'ex parlamentare ai clan. Per i giudici che lo hanno definitivamente condannato, Matacena "pur di riuscire nel suo intento di essere eletto alla Camera dei Deputati nelle elezioni del 1994, ha stipulato una sorta di 'patto con il diavolo' con le più rappresentative organizzazioni 'ndranghetistiche" di Reggio Calabria, mentre dal procedimento Breakfast - per il quale è ancora formalmente ricercato - è un "soggetto in grado di fornire un determinante e consapevole apporto causale alla 'ndrangheta reggina, attraverso lo sfruttamento del suo rilevantissimo ruolo politico e imprenditoriale e per questa via agevolare il più ampio sistema criminale, imprenditoriale ed economico, riferibile alla predetta organizzazione di tipo mafioso".
Insomma, è uno strumento essenziale per i clan di Reggio Calabria, che grazie a lui sono arrivati a presentare le proprie istanze anche in Parlamento, da dove - secondo alcuni pentiti - il politico si sarebbe dedicato anche ad attaccare la magistratura reggina attraverso mirate interrogazioni. Del resto, nei confronti del sistema giudiziario il politico armatore ha sempre avuto un atteggiamento quanto meno disinvolto. Nel 2015 ha incassato una condanna in appello per corruzione in atti giudiziari, per aver corrotto il presidente del Tar di Reggio Calabria, ma un anno dopo la Cassazione non ha potuto far altro che annullare la sentenza per intervenuta prescrizione. "
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