mercoledì 16 agosto 2017

Storia di Mohamed, profugo "rientrato", al servizio della sua Somalia - Io Donna

Storia di Mohamed, profugo "rientrato", al servizio della sua Somalia - Io Donna: "Mentre tutti scappano, nel fiume immenso di uomini, donne e bambini in cerca di condizioni di vita migliori, Mohamed ha risalito la corrente. Oggi, a 33 anni, è project manager dell’ong Cesvi a Mogadiscio, nella sua Somalia, e ha una storia di “profugo rientrato” che bisogna conoscere, per capire davvero l’esperienza di quanti, oggi, lasciano il proprio paese con la costante voglia di invertire la rotta e (magari) cambiare tutto.

Com’era la situazione in Somalia quando l’ha lasciata? È partito da solo?

La guerra civile in Somalia è scoppiata nel 1991, quando avevo sei anni. Il Paese era nel caos. Dalla nostra casa, vicino al porto di Kismayo, riuscivamo a sentire i colpi di arma da fuoco e dell’artiglieria pesante. Mio padre era vicino a uno dei clan ribelli e iniziò a temere per la nostra vita, a causa del rischio di ritorsioni e rappresaglie. La situazione è andata peggiorando in brevissimo tempo: gli scontri tra i clan stavano facendo molte vittime in città e le case venivano saccheggiate sempre più spesso. Così, decidemmo di fuggire. Io, i miei tre fratelli e i miei genitori, abbiamo lasciato Kismayo e abbiamo viaggiato a piedi per 4 lunghi giorni fino ad Afmadow, una città situata nel sud della Somalia, nella regione di Juba, al confine con il Kenya. Lì alcune persone si sono offerte di darci un passaggio fino al confine tra Somalia e Kenya, poi siamo stati identificati come rifugiati e siamo stati trasferiti a Dadaab, la località che ospita ancora il campo rifugiati più grande al mondo.

Il “famoso” campo di Dadaab, al confine con la Somalia: era stato costruito nel 1991 per ospitare temporaneamente le famiglie che abbandonavano la Somalia a causa della guerra civile. Oggi, dopo ventisei anni, accoglie circa 350 mila persone. Come è stato vivere lì?

Era una realtà molto difficile, specialmente per un bambino. Eravamo in cinque, l’acqua pulita era una rarità e il nostro unico riparo era costituito da teli di plastica che ci proteggevano dal sole a picco durante il giorno e ci riparavano dal freddo della notte. Soprattutto nei primi tempi, bisognava ridursi il cibo. Le razioni che il World Food Programme distribuiva non erano sufficienti per tutti e iniziammo a saltare periodicamente i pasti. Fortunatamente, grazie all’istruzione di base che aveva ricevuto, mia madre era riuscita a ottenere un piccolo impiego. Questo portò un leggero miglioramento delle nostre condizioni di vita, ma 12 dollari in più al mese non furono abbastanza per assicurarci una vita dignitosa. Mio padre non ne poteva più della vita nel campo e decise di tornare in Somalia per accertarsi che la nostra casa ci fosse ancora. Non è mai più tornato. Non lo abbiamo più visto vivo. Più tardi, ci dissero soltanto che era stato ucciso da un proiettile vagante. La notizia ci distrusse e peggiorò ancora di più il nostro stato d’animo all’interno di quel campo.



Cosa l’ha convinta a “invertire la rotta”? C’è stata una situazione scatenante?

Nel campo di Dadaab c’erano molti giovani, in parte anche istruiti, ma senza alcuna entrata e senza un’occupazione: era una situazione frustrante e questo dava luogo a numerosi episodi di criminalità. Eravamo praticamente rinchiusi nel campo, non c’era la possibilità di muoversi o di uscire, era una prigione a cielo aperto. Per me era una situazione insostenibile. Decisi di abbandonare il campo dopo un lungo confronto con mia madre e i miei fratelli. Avevo potuto seguire un corso di scienze sociali e sentivo il bisogno di tornare in Somalia, volevo aiutare i miei conterranei flagellati da anni di guerra e da continue catastrofi naturali.

Com’è la situazione oggi in Somalia? Di cosa ha bisogno la gente che incontra?

Dopo anni di guerra civile l’Unione africana e le Nazioni Unite hanno dato sostegno al nascente Governo federale della Somalia, che ha guidato il processo di ricostruzione. Ancora oggi, però, la situazione è tutt’altro che serena: il gruppo di estremisti di al-Shabab rappresenta una minaccia continua alla stabilità. La Somalia resta uno dei Paesi con il minor tasso di crescita economica e sviluppo: oltre il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 67% dei giovani non ha lavoro, è presente ancora una forte gap di genere. C’è bisogno di servizi di base, di strumenti che mettano al riparo le persone dai disastri, c’è bisogno di costruire, appunto, resilienza. Ed è proprio questo l’obiettivo del lavoro di Cesvi in Somalia.



Cosa avrebbe fatto di professione se fosse espatriato in qualche paese occidentale?

Il mio lavoro sarebbe radicalmente diverso in un Paese occidentale. Adesso mi occupo degli sfollati, di quelle famiglie costrette ad abbandonare le loro case e a trasferirsi in altre aree del Paese per sfuggire alle violenze e alla miseria. Il mio passato in un campo rifugiati mi consente di comprendere appieno la loro sofferenza e di capire di che tipo di aiuto necessitano." SEGUE >>>


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