venerdì 25 agosto 2017

Il ritorno della Russia in Afghanistan – Analisi Difesa

Il ritorno della Russia in Afghanistan – Analisi Difesa: "La politica estera russa verso l’Afghanistan ha attraversato significativi cambiamenti dal 2001 a oggi. Per molti anni, la Russia ha fattivamente appoggiato l’operazione militare occidentale contro i Talebani nell’ambito della «guerra al terrorismo», fornendo anche un sostegno logistico sino a tempi relativamente recenti.

Con buona pace di una certa retorica sull’accerchiamento NATO nel proprio estero vicino o sugli interventi occidentali sempre e comunque destabilizzanti, secondo fonti ufficiali sino al 2012 Mosca ha consentito il passaggio di oltre 2.200 voli, 45.000 container e 379.000 militari impegnati nella missione in Afghanistan sul territorio della Federazione Russa.

Nel 2012 ha quindi concesso l’aeroporto di Uljanovsk-Vostočnyj, situato nella Russia europea meridionale, come punto di transito intermodale da e verso l’Afghanistan per personale militare ISAF e trasporto materiali, suscitando qualche polemica interna per quella che veniva impropriamente definita una «base NATO in Russia» dagli oppositori del governo.

La cooperazione militare russo-occidentale ha rivestito comunque un supporto strategico non trascurabile per la coalizione, specialmente nel periodo in cui, a seguito dell’incidente di Salala, il Pakistan aveva chiuso le due linee di rifornimento Karachi-Kandahar e Karachi-Kabul (2011-2012).

Con la crisi Russia-Occidente causata dalle guerre in Siria e soprattutto in Ucraina, le cose sono però mutate e da maggio 2015 Uljanovsk-Vostočnyj è stato chiuso agli Occidentali come hub di transito.

Soprattutto, la Russia ha condotto una complessa attività diplomatico-militare che si intreccia all’aggravarsi della situazione sul terreno, in particolare dal 2016 in avanti, da quando sembra che il territorio dell’Afghanistan sia stretto a tenaglia da vecchie e nuove minacce: ascesa dei Talebani nelle province sud-occidentali (Helmand, Kandahar) e in quelle settentrionali (Kunduz e Faryab), arrivo dell’ISIS nella parte orientale del Paese, al confine afghano-pakistano, con la proclamazione della provincia del Khorasan dello Stato Islamico (Wilayat Khorasan).



Il 27 dicembre 2016 a Mosca è stata convocata una consultazione trilaterale tra Russia, Pakistan e Cina sulla pacificazione dell’Afghanistan, senza però invitare il governo di Kabul. Nel comunicato finale, si può leggere che Mosca e Pechino, in qualità di membri del Consiglio di sicurezza ONU, intendono promuovere sforzi per la riconciliazione favorendo «un dialogo pacifico tra Kabul e il movimento talebano».

Nei primi mesi del 2017, sulla stampa internazionale sono quindi apparsi numerosi articoli che denunciavano una inedita liaison tra la Russia e i Talebani, in gran parte fondati sulle dichiarazioni di alti ufficiali statunitensi. Dapprima il Generale John W. Nicholson, Comandante della Missione Resolute Support, e poi il Generale Curtis Scaparrotti, Comandante supremo delle Forze Alleate in Europa, hanno accusato i Russi non solo di aver allacciato legami, ma di avere «forse» fornito anche armi e supporto logistico alle milizie talebane.

Il 14 aprile scorso Mosca ha quindi ospitato una seconda conferenza di pace sull’Afghanistan, a cui stavolta hanno partecipato rappresentanti di vari Paesi (Afghanistan, Cina, Pakistan, India, Iran). Gli Stati Uniti, che hanno boicottato l’evento, proprio alla vigilia della conferenza hanno sganciato sul distretto di Achin (provincia di Nangahar, Afghanistan orientale dove è localizzata la presenza ISIS) la ormai celebre bomba ad alto potenziale GBU-43B nota come MOAB (Massive Ordnance Air Blast).

Una coincidenza cronologica che lascia presagire future tensioni Russia-Stati Uniti in territorio afgano. Alla luce proprio dell’annunciato rafforzamento della presenza USA – che potrebbe avere ripercussioni anche sul contingente italiano schierato a Herat – è più che mai essenziale ricostruire e analizzare come si è mossa sinora la Russia in Afghanistan e sforzarsi di prevedere che tipo di impatto le future scelte di Mosca potrebbero avere sulla missione occidentale.

 

Finestre russe sull’Afghanistan

 Zamir Kabulov, rappresentante speciale del Presidente russo in Afghanistan, è universalmente considerato la figura centrale della politica estera russa in questo Paese. Già diplomatico sovietico di lungo corso, di etnia uzbeka, con una profonda conoscenza della regione e indicato da più parti come ex agente KGB, Kabulov ha sempre smentito ogni tipo di supporto militare russo ai Talebani, riconoscendo tuttavia già da un paio d’anni che il Cremlino mantiene con essi dei robusti canali diplomatici.

Secondo l’analista russo Arkadij Dubnov del Centro «Carnegie» di Mosca, lo scopo di questi contatti sarebbe duplice: da un parte, il contenimento in Afghanistan orientale dell’ISIS, visto da Mosca come un nemico ben più pericoloso e contro il quale il governo di Ghani è giudicato troppo debole o persino colluso nelle sue strutture locali; dall’altro lato, la consapevolezza del peso politico dei Talebani stessi, con cui è impensabile non entrare in trattative per una pacificazione dell’Afghanistan a cui Mosca non può che essere interessata." SEGUE >>>


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