martedì 1 agosto 2017

Frutti di un’accoglienza incondizionata

Frutti di un’accoglienza incondizionata: "Nella primavera del 429, Genserico, a capo dei Vandali e degli Alani, che avevano abbracciato la fede ariana, fino a trasformarla in motivo di violenta persecuzione nei confronti dei cristiani ortodossi, varcò lo stretto di Gibilterra e invase le province africane, per giungere a Ippona, mentre Agostino era ormai molto malato e stava per morire.
Le sue orde portarono morte e disperazione, tanto che il piccolo re claudicante assurse a immagine spaventosa della persecuzione più sanguinaria del tempo tardoantico, pari solo a quelle di Decio e Valeriano nel iii secolo e di Diocleziano agli esordi del iv. Il suo intollerante arianesimo portò a una sistematica carneficina dei cristiani: le loro chiese venivano bruciate e gli ecclesiastici uccisi o esiliati. In Africa sembra ripetersi quel sacco di Alarico, nella Roma degli esordi del v secolo, mentre la violenza e l’accanimento di Genserico fu pari soltanto a quello del suo alleato Attila.
Dieci anni dopo, nell’ottobre del 439, con una serie di stratagemmi, il re vandalo riuscì a prendere Cartagine, creando scompiglio e terrore nella comunità cristiana guidata dal saggio vescovo Quodvultdeus, che divenne lo strenuo difensore dell’ortodossia, come dimostra un accorto passaggio del Sermo del tempore barbarico (7, 10): «Carissimi, guardatevi dalla peste ariana! Non vi separino da Cristo, promettendovi beni terreni… Vergognati, vergognati, O eretico!».
I fatti accaduti in quel tempo sono rievocati, circa mezzo secolo più tardi, dal padre della Chiesa Vittore della città di Vita, un centro a pochi chilometri da Cartagine. Nell’ Historia persecutionis africanae provinciae (1, 15), lo storico della Chiesa racconta che il re vandalo espulse dalla città il vescovo Quodvultdeus, che, con un gruppo di ecclesiastici, si imbarcò rapidamente su navi poco sicure. I cristiani di Cartagine, spogliati di ogni avere e quasi nudi, furono accolti a Napoli, insieme ad altri ecclesiastici, tra i quali Gaudioso e Restituta di Abitine.
I monumenti tardoantichi della città di Napoli sono costellati dalle memorie di questi santi africani, che soffrirono le persecuzioni e un esilio forzato, che pare anticipare le dolorose migrazioni dei nostri giorni.

Nel cuore delle catacombe napoletane di San Gennaro a Capodimonte, negli anni settanta del secolo scorso, si rinvenne, nella cosiddetta cripta dei vescovi, che accoglieva i presuli partenopei del v e del vi secolo, primo fra tutti il vescovo Giovanni i, che promosse la traslazione delle reliquie del martire di Pozzuoli, anche la monumentale tomba mosaicata di Quodvultdeus."


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