sabato 19 agosto 2017

Alle origini del debito pubblico: il divorzio Tesoro – Banca d'Italia (prima parte)

Alle origini del debito pubblico: il divorzio Tesoro – Banca d'Italia (prima parte): "Roma, XX ago – La Repubblica Italiana, orfana della leva monetaria ceduta alla Bce già alla fine degli anni ‘90 e totalmente vincolata, per quanto concerne la leva fiscale, agli impegni assunti con il “Patto di Stabilità e crescita” del 1997, con il “Trattato di Lisbona” del 2007 e con il “Patto di bilancio europeo” o “Fiscal Compact” del 2012, da molti anni ha rinunciato a qualsiasi forma di sostegno alla domanda aggregata, con effetti macroeconomici deleteri.

È noto che, secondo la dottrina di Keynes, per ogni punto di spesa pubblica in più il cosiddetto “moltiplicatore” incrementa il Pil in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/Pil migliora. Per ogni punto di spesa pubblica in meno, invece, il c.d. “moltiplicatore” riduce il Pil in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/ Pil peggiora. Uno studio del 2012 del Fondo monetario internazionale, a cura di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, conferma che un taglio della spesa pubblica dell’1% del Pil provoca un calo del Pil dall’1,4% all’1,8% per l’Italia, fino al 2,56% per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. I dati storici della finanza pubblica italiana degli ultimi tre anni confermano decisamente questo assunto. Se il governo Berlusconi (2011) aveva lasciato un rapporto debito/Pil del 120,10%, le politiche di austerità dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno sensibilmente peggiorato tale rapporto portandolo al 132,60% (2016). Una politica economica espansiva, al contrario, non solo avrebbe prodotto effetti virtuosi sul rapporto debito/Pil, ma avrebbe anche cagionato un aumento del gettito tanto delle imposte erariali, quanto della contribuzione Inps, in conseguenza dell’accrescimento della base imponibile. In tal modo, sarebbero stati superflui gli aumenti della pressione fiscale e i tagli alla spesa pubblica, in particolare le immancabili riforme della previdenza con relativo aumento dell’età pensionabile, nonostante un bilancio Inps la cui tenuta di lungo periodo è stata confermata anche nel febbraio 2014 dall’Istituto.

Le politiche di austerità, a livello teorico, su fondavano sul noto studio del 2010 di Rogoff e Reinhart sul rapporto tra crescita e debito pubblico, clamorosamente confutato dal successivo studio di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università di Amherst del Massachusetts.

In Italia, i sostenitori dell’austerità si sono basati anche sull’errato argomento secondo cui il debito pubblico dipende da un eccesso di spesa pubblica. Per quanto concerne, ad esempio, la spesa per il pubblico impiego, un recente studio ha dimostrato che la quota di dipendenti pubblici in Italia è solo del 5,8% sul totale della popolazione, contro il 9,2% del Regno Unito e il 9,4% della Francia.  Ma l’argomento più forte è sempre fornito dai dati storici: dal 1991 al 2008, l’Italia ha costantemente registrato un avanzo primario, cioè una differenza tra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi passivi, in costante attivo. L’attuale stock di debito pubblico si è formato negli anni ’80 esclusivamente in conseguenza di un evento storico ancora poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella storia economica e politica dell’Italia unitaria: il famigerato divorzio Tesoro – Banca d’Italia.

Fino al 1981, l’Italia godeva di una piena sovranità monetaria garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione, ente di diritto pubblico ai sensi della legge bancaria del 1936, controllato dallo Stato per il tramite delle banche di interesse nazionale e degli istituti di credito di diritto pubblico. Dal 1975 la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli di Stato non collocati presso gli investitori privati. Tale sistema garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria, nonché la crescita dell’economia reale. Lo Stato poteva attingere, fino al 1993, a un’anticipazione di tesoreria presso la Banca d’Italia per il 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva, fino al 1992, il potere formale di modificare il tasso di sconto. E’ peraltro degno di nota che fino al 1981, contrariamente al luogo comune che la vorrebbe “spendacciona” e finanziariamente poco virtuosa, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al Pil più bassa tra gli Stati Europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi. Il rapporto tra debito pubblico e Pil era fermo nel 1980 al 56,86%.

Il 12 febbraio 1981 il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera che sancì il “divorzio” tra le due istituzioni: da allora in poi, i titoli del debito pubblico italiano rimasti invenduti sul mercato non sarebbero stati più acquistati dalla Banca d’Italia. Il provvedimento, formalmente giustificato dall’intento del controllo delle dinamiche inflattive generatesi a partire dallo shock petrolifero del 1973 e susseguente all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (Sme), ebbe effetti devastanti sulla politica economica italiana." SEGUE >>>

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