Domenica 14 maggio - E’ la domenica della festa della mamma 2017. E’ tempo di perdono | Liguria | cultura | Il Secolo XIX: "Genova - Aida aveva 87 anni quando ha chiuso gli occhi per l’ultima volta. Era stata figlia, sorella, madre e nonna. Accanto a lei fino a poco prima della partenza per l’unico viaggio che non ha potuto mai condividere, c’erano le sue due “bambine” e tutti i suoi nipoti. Ma lei ha aspettato, o almeno ai suoi così è piaciuto credere, e quando ha deciso di “andare” ha passato il confine da sola.
Lucida fino in fondo, negli ultimi giorni aveva una gran voglia di ricordare la sua vita e condividerla con chi le si sedeva accanto per una “partitina” a scopa. Nel silenzio della notte, chi le ha dormito vicino, ha poi potuto raccontare che Aida negli ultimi tempi parlava anche nel sonno. A volte con movimenti lenti e teneri, altri con un irrigidimento del volto e del corpo che descriveva tutta l’esistenza che aveva avuto l’onore e l’onere di vivere e trasferire alle generazioni che da lei dipendevano per nascita. E di tutta quella sua vita, l’inconscio le riportava però nel cuore delle sue notti finali un’immagine ripetuta e verbalizzata in una sola parola nel buio: “Mamma”.
Quella che si racconta ancora oggi in questa famiglia italiana simile a tante altre è una storia che inizia e finisce, così, dalla stessa origine da cui era partita. “Mamma”, infatti, pare sia stata anche l’ultima parola ascoltata da chi, solo pochi minuti prima del suo addio, aveva lasciato per qualche minuto Aida da sola, a riposare in un caldo pomeriggio del marzo 2004.
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La fotografia finale di una qualsiasi vita - carissima ad alcuni ma iniziata e finita in una data qualsiasi di un tempo qualsiasi per molti - è l’immagine perfetta di quel che si festeggia oggi. Tra fiori, regali e pranzi in famiglia, ognuno avrà nel percorso della propria vita incrociato donne madri, nonne, sorelle, zie. Donne che hanno amato, odiato, sofferto, gioito e che, all’inverso, sono però sempre state inserite in un prototipo in base alla relazione interfamiliare. E se a ognuna è probabilmente toccato il perdono per qualche “incidente di percorso”, per certo a chi ha avuto il ruolo di madre è difficile che questo sia stato concesso.
C’è una definizione che, se applicata realmente, metterebbe un po’ (mai del tutto) al riparo da quella combinazione di integrità e allo stesso tempo implicita imperfezione del rapporto tra madre e figlio/figlia. L’ha coniata lo psicanalista freudiano Donald Winnicott, a cavallo tra l’Ottocento e il Settecento, dopo chissà quante pazienti che andavano da lui piene di sensi di colpa, delirio di onnipotenza, costante senso di inadeguatezza, rifiuto della genitorialità e quali e quanti altri disastri emotivi. “Bisogna essere una madre sufficientemente buona”.
Così il medico ha provato a dare il via alla “liberazione dall’infallibilità della figura materna”: chiedendo fondamentalmente ai genitori di aspirare a un “6” nel loro operato come miglior voto da raggiungere, mentre magari continuano a tormentare i figli per essere i più bravi a scuola.
Per una volta, allora, per festeggiare le nostre mamme l’invito è a vedere se è possibile dar loro un giudizio più o meno sereno. Un giudizio da 6, appunto. Provare a capire se non sia arrivato il momento, cosa difficilissima a qualsiasi età, di abbandonare quelle braccia serrate contro il corpo e magari anche tenderle verso chi è inesorabilmente allo stesso tempo fonte e causa della nostra esistenza.
Per questa domenica di maggio, uguale a tante altre che sono passate e altrettante che verranno, sul palco la recita dei festeggiamenti potrebbe avere un fuori programma. “Non chiedere più cosa tua madre può fare per te, ma cosa tu puoi fare per lei”, potrebbe essere il senso parafrasando il discorso di Kennedy ai cittadini americani: in fondo un messaggio di un padre ai figli per proteggere la madre.
Aida ha lasciato un mondo intero di emozioni. Controverse e adamantine, inconciliabili e assolutamente lineari. Emozioni diverse e opposte perché dipendono e dipendevano da chi delle sue “tante altre parti di sè” (le figlie, i figli delle figlie, i figli delle figlie delle figlie e così via) l’ha vissuta o ora la ricorda attraverso le parole degli altri. Qualcuno ha perdonato tutto, qualcuno giusto qualcosa. Ma per chi è ancora in tempo e può guardare in volto la propria madre oggi è il giorno di stringerla al cuore.
Domani riprenderete la battaglia, ma qualcosa sarà rimasto. E queste 24 ore di “festa” non saranno solo un altro passaggio verso qualcosa, ma una tappa. Di un viaggio che inizia e finisce sempre da lì: da quella donna che chiamiamo madre. Fino all’ultimo respiro della sua vita. E della nostra."
Lucida fino in fondo, negli ultimi giorni aveva una gran voglia di ricordare la sua vita e condividerla con chi le si sedeva accanto per una “partitina” a scopa. Nel silenzio della notte, chi le ha dormito vicino, ha poi potuto raccontare che Aida negli ultimi tempi parlava anche nel sonno. A volte con movimenti lenti e teneri, altri con un irrigidimento del volto e del corpo che descriveva tutta l’esistenza che aveva avuto l’onore e l’onere di vivere e trasferire alle generazioni che da lei dipendevano per nascita. E di tutta quella sua vita, l’inconscio le riportava però nel cuore delle sue notti finali un’immagine ripetuta e verbalizzata in una sola parola nel buio: “Mamma”.
Quella che si racconta ancora oggi in questa famiglia italiana simile a tante altre è una storia che inizia e finisce, così, dalla stessa origine da cui era partita. “Mamma”, infatti, pare sia stata anche l’ultima parola ascoltata da chi, solo pochi minuti prima del suo addio, aveva lasciato per qualche minuto Aida da sola, a riposare in un caldo pomeriggio del marzo 2004.
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La fotografia finale di una qualsiasi vita - carissima ad alcuni ma iniziata e finita in una data qualsiasi di un tempo qualsiasi per molti - è l’immagine perfetta di quel che si festeggia oggi. Tra fiori, regali e pranzi in famiglia, ognuno avrà nel percorso della propria vita incrociato donne madri, nonne, sorelle, zie. Donne che hanno amato, odiato, sofferto, gioito e che, all’inverso, sono però sempre state inserite in un prototipo in base alla relazione interfamiliare. E se a ognuna è probabilmente toccato il perdono per qualche “incidente di percorso”, per certo a chi ha avuto il ruolo di madre è difficile che questo sia stato concesso.
C’è una definizione che, se applicata realmente, metterebbe un po’ (mai del tutto) al riparo da quella combinazione di integrità e allo stesso tempo implicita imperfezione del rapporto tra madre e figlio/figlia. L’ha coniata lo psicanalista freudiano Donald Winnicott, a cavallo tra l’Ottocento e il Settecento, dopo chissà quante pazienti che andavano da lui piene di sensi di colpa, delirio di onnipotenza, costante senso di inadeguatezza, rifiuto della genitorialità e quali e quanti altri disastri emotivi. “Bisogna essere una madre sufficientemente buona”.
Così il medico ha provato a dare il via alla “liberazione dall’infallibilità della figura materna”: chiedendo fondamentalmente ai genitori di aspirare a un “6” nel loro operato come miglior voto da raggiungere, mentre magari continuano a tormentare i figli per essere i più bravi a scuola.
Per una volta, allora, per festeggiare le nostre mamme l’invito è a vedere se è possibile dar loro un giudizio più o meno sereno. Un giudizio da 6, appunto. Provare a capire se non sia arrivato il momento, cosa difficilissima a qualsiasi età, di abbandonare quelle braccia serrate contro il corpo e magari anche tenderle verso chi è inesorabilmente allo stesso tempo fonte e causa della nostra esistenza.
Per questa domenica di maggio, uguale a tante altre che sono passate e altrettante che verranno, sul palco la recita dei festeggiamenti potrebbe avere un fuori programma. “Non chiedere più cosa tua madre può fare per te, ma cosa tu puoi fare per lei”, potrebbe essere il senso parafrasando il discorso di Kennedy ai cittadini americani: in fondo un messaggio di un padre ai figli per proteggere la madre.
Aida ha lasciato un mondo intero di emozioni. Controverse e adamantine, inconciliabili e assolutamente lineari. Emozioni diverse e opposte perché dipendono e dipendevano da chi delle sue “tante altre parti di sè” (le figlie, i figli delle figlie, i figli delle figlie delle figlie e così via) l’ha vissuta o ora la ricorda attraverso le parole degli altri. Qualcuno ha perdonato tutto, qualcuno giusto qualcosa. Ma per chi è ancora in tempo e può guardare in volto la propria madre oggi è il giorno di stringerla al cuore.
Domani riprenderete la battaglia, ma qualcosa sarà rimasto. E queste 24 ore di “festa” non saranno solo un altro passaggio verso qualcosa, ma una tappa. Di un viaggio che inizia e finisce sempre da lì: da quella donna che chiamiamo madre. Fino all’ultimo respiro della sua vita. E della nostra."
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