Si rischiava la morte - Svolta storica in Marocco: nessuna condanna per chi abbandona l’Islam | mondo | Il Secolo XIX: "Rabat - Nessuna condanna a morte per l’apostata, e libertà per coloro che dall’Islam vogliono uscire e abbracciare altre fedi. E’ una posizione storica, quella presa dalla massima rappresentanza religiosa del Marocco, il Consiglio superiore degli Ulema, che continua coraggiosamente ad aprire la strada al riformismo in casa islam - almeno la propria - senza ombre o ambiguità.
Si punta dunque su un livello alto della discussione, anche facendo un passo indietro rispetto al passato. Il Consiglio infatti rigetta una sua precedente fatwa del 2012 secondo la quale i marocchini colpevoli di apostasia avrebbero un unico destino: la morte. Una regola comune per tutti i paesi musulmani, ma prevista in varie forme dalle norme giuridiche in vigore. In Marocco, per esempio non è prevista la pena di morte, ma il codice penale parla di detenzione per l’apostata che può arrivare fino a 3 anni.
Una posizione però che già all’epoca aveva fatto discutere molto in un paese che del pluralismo religioso ne ha fatto il proprio fiore all’occhiello, e che più di altri ci tiene e porta avanti un lavoro immenso per difendere la propria posizione e visione di un “islam moderato”. Il Consiglio degli Ulema dunque, cerca di tracciare una linea chiara su un tema di grande attualità, politicamente e socialmente scomodo e che in futuro si sarebbe presentato come una trappola micidiale proprio perché nel paese sono emersi senza più filtri marocchini passati dal sunnismo allo sciismo ( si sono aperti solo lo scorso anno i primi centri sciiti) così come quelli al cristianesimo piuttosto che all’ateismo.
Voci che nell’ultimo periodo sono uscite dalla clandestinità sfidando l’ipocrisia che li conosce ma non li vuole riconoscere. Con la questione “apostasia”, il consiglio degli Ulema affronta un punto quasi intoccabile da sempre nel dibattuto in casa islam ma difficile da controribaltare ufficialmente nella sua interpretazione. Eppure nel Corano non si parla direttamente di apostasia, si rimprovera più volte coloro che rinnegano l’Islam ma non si prevede per loro alcun castigo terrestre per mano d’altri.
Certo, Dio promette grande castigo a chi abbandona la religione, ma un castigo, come nelle altre religioni peraltro - che avverrebbe nell’aldilà e non certamente in Arabia Saudita e per mano di un boia come vuole l’islam più oscurantista che trova appoggio nella sunna. Il nodo infatti è custodito in un famoso hadith che sentenzia “chi cambia religione uccidetelo”. Quanto basta per portare la condanna di morte agli apostati sono ai nostri giorni.
Non più per gli Ulema del Marocco, che argomentano così la loro nuova fatwa: “La comprensione più accurata, e la più coerente con la legislazione islamica e la sunna del Profeta, è che l’uccisione dell’apostata significava l’uccisione del traditore del gruppo, l’equivalente di tradimento nel diritto internazionale, gli apostati in quell’epoca rappresentavano i nemici della Umma proprio perché potevano rivelare segreti agli avversari”. Insomma, un contesto bellico e ragioni più politiche che religiose alla base della ferma condanna per apostasia.
Tutti riferimenti, che ancora di più fanno emergere questa fatwa, come un passo inedito e incoraggiante perché contestualizza storicamente un fatto, rivalutandolo nel nostro presente. Se l’islam ortodosso in tutti gli angoli del mondo procedesse nell’analisi e nell’interpretazione in questa linea si farebbero molti passi in avanti di cui i musulmani ne hanno urgentemente bisogno oggi più che mai."
Si punta dunque su un livello alto della discussione, anche facendo un passo indietro rispetto al passato. Il Consiglio infatti rigetta una sua precedente fatwa del 2012 secondo la quale i marocchini colpevoli di apostasia avrebbero un unico destino: la morte. Una regola comune per tutti i paesi musulmani, ma prevista in varie forme dalle norme giuridiche in vigore. In Marocco, per esempio non è prevista la pena di morte, ma il codice penale parla di detenzione per l’apostata che può arrivare fino a 3 anni.
Una posizione però che già all’epoca aveva fatto discutere molto in un paese che del pluralismo religioso ne ha fatto il proprio fiore all’occhiello, e che più di altri ci tiene e porta avanti un lavoro immenso per difendere la propria posizione e visione di un “islam moderato”. Il Consiglio degli Ulema dunque, cerca di tracciare una linea chiara su un tema di grande attualità, politicamente e socialmente scomodo e che in futuro si sarebbe presentato come una trappola micidiale proprio perché nel paese sono emersi senza più filtri marocchini passati dal sunnismo allo sciismo ( si sono aperti solo lo scorso anno i primi centri sciiti) così come quelli al cristianesimo piuttosto che all’ateismo.
Voci che nell’ultimo periodo sono uscite dalla clandestinità sfidando l’ipocrisia che li conosce ma non li vuole riconoscere. Con la questione “apostasia”, il consiglio degli Ulema affronta un punto quasi intoccabile da sempre nel dibattuto in casa islam ma difficile da controribaltare ufficialmente nella sua interpretazione. Eppure nel Corano non si parla direttamente di apostasia, si rimprovera più volte coloro che rinnegano l’Islam ma non si prevede per loro alcun castigo terrestre per mano d’altri.
Certo, Dio promette grande castigo a chi abbandona la religione, ma un castigo, come nelle altre religioni peraltro - che avverrebbe nell’aldilà e non certamente in Arabia Saudita e per mano di un boia come vuole l’islam più oscurantista che trova appoggio nella sunna. Il nodo infatti è custodito in un famoso hadith che sentenzia “chi cambia religione uccidetelo”. Quanto basta per portare la condanna di morte agli apostati sono ai nostri giorni.
Non più per gli Ulema del Marocco, che argomentano così la loro nuova fatwa: “La comprensione più accurata, e la più coerente con la legislazione islamica e la sunna del Profeta, è che l’uccisione dell’apostata significava l’uccisione del traditore del gruppo, l’equivalente di tradimento nel diritto internazionale, gli apostati in quell’epoca rappresentavano i nemici della Umma proprio perché potevano rivelare segreti agli avversari”. Insomma, un contesto bellico e ragioni più politiche che religiose alla base della ferma condanna per apostasia.
Tutti riferimenti, che ancora di più fanno emergere questa fatwa, come un passo inedito e incoraggiante perché contestualizza storicamente un fatto, rivalutandolo nel nostro presente. Se l’islam ortodosso in tutti gli angoli del mondo procedesse nell’analisi e nell’interpretazione in questa linea si farebbero molti passi in avanti di cui i musulmani ne hanno urgentemente bisogno oggi più che mai."
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