Brexit, ok della Camera dei Comuni: ora non si torna più indietro sulla strada dell'Hard Brexit: "L’avvio della Brexit è sempre più vicino e il parlamento britannico non avrà alcun controllo o potere sui negoziati con l’UE. La Camera dei Comuni ha approvato in terza e ultima lettura la legge dal titolo European Union (Notification Of Withdrawal) Bill, che autorizza il Governo di Theresa May ad avviare i negoziati per la Brexit, per l’uscita del Regno Unito dall’UE. Ora il testo passa alla Camera dei Lord, ma in caso di modifiche l'ultima parola resterà ai Comuni e qui la strada è ormai tracciata.
Il punto è che tutti i tentativi dei Comuni di cercare garanzie o strumenti di controllo sui negoziati sono stati vani. Il Governo porterà avanti il negoziato per gli accordi economici, commerciali e politici con l’Unione europea senza l’obbligo di tener conto delle indicazioni del parlamento. Soltanto alla fine dei due anni, ammesso che il tempo sia sufficiente, il parlamento si troverà a dover votare il pacchetto completo, in una sorta di “prendere” o “lasciare” che suona tanto come una barzelletta.
Dal momento che il Regno Unito chiederà l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato il processo diventerà irreversibile, non si torna più indietro. Ciò significa che se entro due anni UE e Regno Unito troveranno un accordo (o al limite votano per un rinvio) bene, altrimenti il Paese uscirà dall’UE alla cieca. E questo accadrebbe anche nel caso di una bocciatura dell’accordo dal parte del parlamento: chi sarebbe così folle da prendersi una responsabilità simile? Se il testo messo a punto da May incasserà anche il via libera della Camera dei Lord senza modifiche, il processo per la Brexit sarà ufficialmente avviato senza possibilità di mediazione.
Peccato che i nodi da sciogliere restino complessi e numerosi e non è detto che la favola della Brexit sia davvero a lieto fine.
La Brexit arriva in parlamento
La Brexit è dovuta passare dal parlamento in seguito ad una decisione della Corte suprema. A fine 2016 l'Alta corte britannica, sulla base di un ricorso presentato da un gruppo di contrari alla Brexit, ha stabilito che solo il Parlamento ha il potere di invocare l’articolo 50 del Trattato per chiedere l’uscita del Paese dall’Unione. Contro questa decisione ha fatto ricorso lo stesso Governo di Theresa May appellandosi alla cosiddetta “prerogativa reale” che dà la possibilità all’esecutivo di saltare il passaggio parlamentare in alcuni casi eccezionali.
Ma la sentenza della Corte superma ha deciso che la materia è troppo delicata e la decisione troppo rivoluzionaria per il futuro del Regno Unito per non dare la parola anche al parlamento britannico.
Dopo la sentenza quindi il testo messo a punto dal Governo per ricevere l’autorizzazione ad attivare l’articolo 50 del trattato è arrivato in parlamento. Il voto favorevole, nonostante la folta schiera di contrari alla Brexit, era pressoché scontato dal momento che la posizione del Governo ricalca quella della volontà popolare espressa con il voto del referendum del 23 giugno scorso.
L’unica cosa però che i parlamentari britannici posso provare a fare è arginare la libertà di decisione della May, propensa per un hard Brexit, cioè un’uscita drastica dall’UE che prevede anche l’addio al mercato unico. Ma almeno alla camera dei Comuni l’obiettivo non è stato centrato.
Tutti gli emendamenti messi sul tavolo dalle opposizioni per cercare di limare il testo del Governo sono stati bocciati. Tra questi c’era, per esempio, un emendamento che voleva fissare per iscritto a priori gli impegni del Governo a tutelare i cittadini UE residenti nel Regno Unito.
Ora la parola passa alla Camera dei Lord, contraria alla Brexit, ma con le mani legate. Ogni eventuale modifica del testo dovrà comunque tornare alla camera dei Comuni dove May ha tutte la carte in regola per far passare la sua linea. L’unica concessione ottenuta dall’opposizione è un impegno, verbale oltretutto, del Governo May di un voto "prendere o lasciare" sull’accordo, alla fine dei negoziati.
Brexit: i nodi da sciogliere
Il Regno Unito è il primo Paese che chiede di uscire dall’Unione europea imboccando una strada sconosciuta e a tratti pericolosa. La prima difficoltà da tenere in considerazione sono i tempi stretti: l’articolo 50 del trattato parla di due anni di tempo per i negoziati che partono dal momento in cui si invochi l’uscita. Il Governo ha intenzione di attivare il processo a marzo 2017, ciò significa che a marzo 2019 il Regno Unito sarà fuori dall’UE, con o senza accordo, cioè con regole e rapporti ben definiti con gli altri Paesi europei oppure a scatola chiusa.
Due anni possono sembrare molti, ma considerando la mole di lavoro da fare non lo sono affatto. Il Regno Unito deve rinegoziare tutti i rapporti economici, commerciali, politici, finanziari etc etc con l’Unione europea. Non solo: dovrà farlo in un clima da resa dei conti." segue >>>
Il punto è che tutti i tentativi dei Comuni di cercare garanzie o strumenti di controllo sui negoziati sono stati vani. Il Governo porterà avanti il negoziato per gli accordi economici, commerciali e politici con l’Unione europea senza l’obbligo di tener conto delle indicazioni del parlamento. Soltanto alla fine dei due anni, ammesso che il tempo sia sufficiente, il parlamento si troverà a dover votare il pacchetto completo, in una sorta di “prendere” o “lasciare” che suona tanto come una barzelletta.
Dal momento che il Regno Unito chiederà l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato il processo diventerà irreversibile, non si torna più indietro. Ciò significa che se entro due anni UE e Regno Unito troveranno un accordo (o al limite votano per un rinvio) bene, altrimenti il Paese uscirà dall’UE alla cieca. E questo accadrebbe anche nel caso di una bocciatura dell’accordo dal parte del parlamento: chi sarebbe così folle da prendersi una responsabilità simile? Se il testo messo a punto da May incasserà anche il via libera della Camera dei Lord senza modifiche, il processo per la Brexit sarà ufficialmente avviato senza possibilità di mediazione.
Peccato che i nodi da sciogliere restino complessi e numerosi e non è detto che la favola della Brexit sia davvero a lieto fine.
La Brexit arriva in parlamento
La Brexit è dovuta passare dal parlamento in seguito ad una decisione della Corte suprema. A fine 2016 l'Alta corte britannica, sulla base di un ricorso presentato da un gruppo di contrari alla Brexit, ha stabilito che solo il Parlamento ha il potere di invocare l’articolo 50 del Trattato per chiedere l’uscita del Paese dall’Unione. Contro questa decisione ha fatto ricorso lo stesso Governo di Theresa May appellandosi alla cosiddetta “prerogativa reale” che dà la possibilità all’esecutivo di saltare il passaggio parlamentare in alcuni casi eccezionali.
Ma la sentenza della Corte superma ha deciso che la materia è troppo delicata e la decisione troppo rivoluzionaria per il futuro del Regno Unito per non dare la parola anche al parlamento britannico.
Dopo la sentenza quindi il testo messo a punto dal Governo per ricevere l’autorizzazione ad attivare l’articolo 50 del trattato è arrivato in parlamento. Il voto favorevole, nonostante la folta schiera di contrari alla Brexit, era pressoché scontato dal momento che la posizione del Governo ricalca quella della volontà popolare espressa con il voto del referendum del 23 giugno scorso.
L’unica cosa però che i parlamentari britannici posso provare a fare è arginare la libertà di decisione della May, propensa per un hard Brexit, cioè un’uscita drastica dall’UE che prevede anche l’addio al mercato unico. Ma almeno alla camera dei Comuni l’obiettivo non è stato centrato.
Tutti gli emendamenti messi sul tavolo dalle opposizioni per cercare di limare il testo del Governo sono stati bocciati. Tra questi c’era, per esempio, un emendamento che voleva fissare per iscritto a priori gli impegni del Governo a tutelare i cittadini UE residenti nel Regno Unito.
Ora la parola passa alla Camera dei Lord, contraria alla Brexit, ma con le mani legate. Ogni eventuale modifica del testo dovrà comunque tornare alla camera dei Comuni dove May ha tutte la carte in regola per far passare la sua linea. L’unica concessione ottenuta dall’opposizione è un impegno, verbale oltretutto, del Governo May di un voto "prendere o lasciare" sull’accordo, alla fine dei negoziati.
Brexit: i nodi da sciogliere
Il Regno Unito è il primo Paese che chiede di uscire dall’Unione europea imboccando una strada sconosciuta e a tratti pericolosa. La prima difficoltà da tenere in considerazione sono i tempi stretti: l’articolo 50 del trattato parla di due anni di tempo per i negoziati che partono dal momento in cui si invochi l’uscita. Il Governo ha intenzione di attivare il processo a marzo 2017, ciò significa che a marzo 2019 il Regno Unito sarà fuori dall’UE, con o senza accordo, cioè con regole e rapporti ben definiti con gli altri Paesi europei oppure a scatola chiusa.
Due anni possono sembrare molti, ma considerando la mole di lavoro da fare non lo sono affatto. Il Regno Unito deve rinegoziare tutti i rapporti economici, commerciali, politici, finanziari etc etc con l’Unione europea. Non solo: dovrà farlo in un clima da resa dei conti." segue >>>
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