lunedì 14 dicembre 2015

Come si vince la morte | Commenti | www.avvenire.it

Come si vince la morte | Commenti | www.avvenire.it: "«Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare una pianta. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per rompere e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per il lutto e un tempo per le danze. Un tempo in cui scagli pietre e un tempo in cui le accatasti. Un tempo per abbracciare e un tempo per ritrarsi dagli abbracci. Un tempo per cercarsi e un tempo per lasciarsi. Un tempo per tenere e un tempo per buttare. Un tempo per strappare e un tempo per ricucire. Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare. Un tempo per la guerra e un tempo per la pace». (Qohelet 3,1-8). E qui dovremmo fermarci, davanti a tanta forza e bellezza che ci raggiungono come brezza dopo aver attraversato con Qohelet il doloroso territorio dell’"hebel", della "vanitas".

Siamo arrivati al cuore del libro di Qohelet, e a una delle pagine più belle della Bibbia. Anche se la parola tempo inteso come "tempo" favorevole – in ebraico "’et": punto, ora, "momentum", "kairos" – domina questo breve poema, quella di Qohelet "non" è una riflessione filosofica sul tempo. Non parla ai filosofi greci del suo mondo. Il suo orizzonte è quello biblico e sapienziale. Continuando la sua ricerca Qohelet ora scopre che "sotto il sole" esiste un ordine, una legge impressa dal Creatore nella natura e nelle azioni umane. Viaggiando nell’oceano della vanità, giunge finalmente a una terra ferma. Il fumo si arresta di fronte allo spettacolo del ritmo della vita e dell’agire umano. Questo ordine gli appare, finalmente, non-vanità.

Quando nelle culture antiche un saggio osservava il ritmo della vita e delle sue stagioni, le vicende umane, le leggi dei mestieri, le cause delle sofferenze e delle gioie, sentiva la presenza di una sapienza sotto le cose. Vedeva azioni produrre cattivi frutti perché iniziate nel momento sbagliato, le nascite e le morti seguire un qualche comando intrinseco e non arbitrario. Restava incantato da come ogni cosa avesse il proprio posto, ammaliato dalla razionalità della vita, catturato dal senso – significato e direzione – delle opere e dei giorni. La legge della vita esiste, e l’armonia della sinfonia della terra si può udire solo sintonizzandosi con i suoi tempi giusti.

Giunto in fondo alla sua delusione per la mancanza di un senso vero nelle fatiche sotto il sole, il cantico di Qohelet conosce qui una prima svolta. Quell’antico sapiente guarda la terra e il susseguirsi delle azioni umane e vi scopre una verità. Le sente anche buone e belle: «Che profitto ottiene chi si dà da fare con fatica? Ho considerato il compito che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo» (3,9-11). Tutto ha fatto bello "nel suo momento", nella sua ora.

Le nostre azioni hanno un punto di bellezza, una stagione nella quale risplendono. Per scoprirlo dobbiamo guardarle nella loro ora, nel loro momento. Quando le cose ci appaiono brutte e non buone forse siamo semplicemente fuori tempo: mangiamo un frutto acerbo, valutiamo un processo ancora in corso, non sappiamo attendere che una vocazione giunga a compimento, ci fermiamo al venerdì santo. Vediamo un albero sfiorito nel suo autunno senza attendere la primavera.

Al termine del suo poema del tempo, Qohelet, alla domanda: "quale profitto ("yitron") per le fatiche umane", per la prima volta non risponde "vanitas", fumo, e ci fa intravvedere una prospettiva diversa, un guadagno maggiore di zero, uno scarto positivo tra ricavi e costi dell’affaticarsi sotto il sole. I tempi di cui parla Qohelet nel suo poema sono, infatti, tempi "umani", sono i momenti della vita e del lavoro ("amal"), il ritmo normale degli "affari" ordinari sotto il sole. Non ci sta parlando dei tempi dei fiumi, degli accoppiamenti degli animali e delle migrazioni degli uccelli. Qui le cose belle sono cose umane: nascere, morire, ammassare pietre, piangere, costruire, ricucire, la pace. Questa fatica è buona: è il travaglio del nascere e del morire, è la fatica buona del lavoro umano.

Non sempre nascere, morire, piangere, lavorare è bello: "lo è nel loro momento". Ci sono persone che, come i patriarchi, muoiono "sazi di giorni", e ci sono morti che arrivano nel momento sbagliato e non sono belle. Il lavoro è bello se svolto nel tempo opportuno. Ma c’è anche il lavoro degli schiavi e dei servi, antichi e moderni, il lavoro che non conosce il suo momento propizio perché il tempo di lavoro diventa il tempo della vita. E così non genera "profitto" sapiente. Ci sono persone che diventano bellissime se colte nel momento giusto del loro lavoro, e altre distrutte da un tempo di lavoro sbagliato, o da un tempo del lavoro che non arriva mai o che è passato troppo presto e non più tornato.
"SEGUE >>>

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