A cosa serve il Sinodo e di cosa discutono i vescovi - La Stampa: "Quello che c’è da sapere su alcuni dei principali temi sullo sfondo dell’Assemblea in corso in Vaticano: dal nodo dei divorziati risposati al rapporto fra Chiesa e omosessualità fino al celibato dei preti.
CHE COS’È E COSA FA IL SINODO DEI VESCOVI
La notizia è inaspettata, e sorprendente, in quell’anno 1965, al Concilio Vaticano II: papa Paolo VI comunica di avere deciso la creazione di un sinodo di vescovi, formato da rappresentanti elettivi dell’episcopato e degli ordini religiosi, da cardinali di Curia e da membri di nomina papale, con un compito di «consultazione e collaborazione» col papa nel governo della Chiesa. Così, il 15 settembre 1965, con il Motu proprio Apostolica sollicitudo, anche in risposta all’auspicio dei padri conciliari di mantenere viva l’esperienza dello stesso Concilio, Papa Montini istituisce il Sinodo dei vescovi regolamentato dal Codice di Diritto canonico nei can. 342-348.
Quella di Paolo VI non è un’idea originale, nel senso che già nell’antichità la Chiesa prevedeva dei sinodi o concili. Il concetto religioso probabilmente deriva dall’affermazione di Gesù: «Dove due o tre saranno riuniti nel mio nome, io sarò con loro». La proposta di ripristinarlo è del cardinale Silvio Oddi: l’ha espressa sei anni prima, il 15 novembre 1959.
«Sinodo» deriva da due parole greche, syn che significa «insieme» e hodos che vuol dire «strada» o «via»: dunque, «camminare insieme». Un Sinodo è un’assemblea o un incontro religioso in cui vescovi, riuniti intorno al Pontefice, hanno l’opportunità di dialogare su tema e argomenti prestabiliti e condividere informazioni, esperienze, idee e contenuti, nella ricerca comune di soluzioni pastorali che abbiano una validità e un’applicazione universali. Il Sinodo, in generale, può essere definito come un’assemblea di vescovi che rappresentano l’episcopato cattolico e che hanno il compito di aiutare il Papa nel governo della Chiesa universale dando il proprio consiglio.
Dunque, il Sinodo non decide, non legifera, ma consiglia il Papa. Dal 1967 a oggi ci sono state: 14 assemblee generali (Sinodi) ordinarie, che consistono in un’ampia rappresentanza di vescovi da tutto il mondo che si riunisce con cadenza periodica (attualmente ogni tre anni); tre assemblee generali straordinarie, quando una più stretta rappresentanza di vescovi da tutto il mondo si riunisce all’occorrenza per discutere questioni urgenti di interesse generale (l’ultimo quello sulla famiglia di ottobre 2014 indetto da papa Francesco); e dieci assemblee speciali, quando rappresentanze di vescovi appartenenti a una precisa area geografica si sono riuniti per discutere questioni relative alla propria area.
ANSA
LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI
Per la Chiesa, i coniugi separati, ma non risposati, possono accedere alla comunione eucaristica (nella messa) in quanto la separazione, in se stessa, non è uno stato di peccato. Questo non vale, però, nei casi di coniugi separati che siano passati a nuove nozze civili o a nuove convivenze. Il motivo? Innanzitutto occorre ricordare la distinzione ricorrente fra peccato attuale e stato di peccato. Il peccato singolo è perdonato mediante l’assoluzione sacramentale (dopo la confessione); invece lo stato di peccato indica una situazione, una condizione stabile, permanente di peccato da cui la persona non intende distaccarsi e di cui quindi, evidentemente, non intende pentirsi. Dunque in questi casi la Chiesa ha ritenuto finora il perdono non richiesto, e di conseguenza concederlo sarebbe stato privo di senso. Per i divorziati risposati o conviventi «la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione» (documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, 1994, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger).
La Comunione ai divorziati risposati o conviventi sembra essere il punto cruciale e soprattutto nuovo del Sinodo. Ma «non è così», spiega il teologo-giornalista Giovanni Gennari. «Novità? Neppure per sogno! – afferma - Anche il Sinodo del 1980 si incartò a lungo attorno allo stesso problema». La questione decisiva è «il rapporto tra “dottrina” e “pastorale”»: ossia, «è possibile che la Chiesa cattolica cambi qualcosa in punto di “dottrina” a causa delle mutate condizioni obiettive della cultura e del modo di vivere i diversi problemi?». C’è chi dice «“assolutamente No!”, ma è contraddetto dalla storia della Chiesa cattolica nei secoli». Per esempio, «sulla regolazione delle nascite ha già cambiato la dottrina quando nel 1951 papa Pio XII ammise i cosiddetti “metodi contraccettivi naturali”, fino allora condannati come intrinsecamente immorali anch’essi». "SEGUE >>>
CHE COS’È E COSA FA IL SINODO DEI VESCOVI
La notizia è inaspettata, e sorprendente, in quell’anno 1965, al Concilio Vaticano II: papa Paolo VI comunica di avere deciso la creazione di un sinodo di vescovi, formato da rappresentanti elettivi dell’episcopato e degli ordini religiosi, da cardinali di Curia e da membri di nomina papale, con un compito di «consultazione e collaborazione» col papa nel governo della Chiesa. Così, il 15 settembre 1965, con il Motu proprio Apostolica sollicitudo, anche in risposta all’auspicio dei padri conciliari di mantenere viva l’esperienza dello stesso Concilio, Papa Montini istituisce il Sinodo dei vescovi regolamentato dal Codice di Diritto canonico nei can. 342-348.
Quella di Paolo VI non è un’idea originale, nel senso che già nell’antichità la Chiesa prevedeva dei sinodi o concili. Il concetto religioso probabilmente deriva dall’affermazione di Gesù: «Dove due o tre saranno riuniti nel mio nome, io sarò con loro». La proposta di ripristinarlo è del cardinale Silvio Oddi: l’ha espressa sei anni prima, il 15 novembre 1959.
«Sinodo» deriva da due parole greche, syn che significa «insieme» e hodos che vuol dire «strada» o «via»: dunque, «camminare insieme». Un Sinodo è un’assemblea o un incontro religioso in cui vescovi, riuniti intorno al Pontefice, hanno l’opportunità di dialogare su tema e argomenti prestabiliti e condividere informazioni, esperienze, idee e contenuti, nella ricerca comune di soluzioni pastorali che abbiano una validità e un’applicazione universali. Il Sinodo, in generale, può essere definito come un’assemblea di vescovi che rappresentano l’episcopato cattolico e che hanno il compito di aiutare il Papa nel governo della Chiesa universale dando il proprio consiglio.
Dunque, il Sinodo non decide, non legifera, ma consiglia il Papa. Dal 1967 a oggi ci sono state: 14 assemblee generali (Sinodi) ordinarie, che consistono in un’ampia rappresentanza di vescovi da tutto il mondo che si riunisce con cadenza periodica (attualmente ogni tre anni); tre assemblee generali straordinarie, quando una più stretta rappresentanza di vescovi da tutto il mondo si riunisce all’occorrenza per discutere questioni urgenti di interesse generale (l’ultimo quello sulla famiglia di ottobre 2014 indetto da papa Francesco); e dieci assemblee speciali, quando rappresentanze di vescovi appartenenti a una precisa area geografica si sono riuniti per discutere questioni relative alla propria area.
ANSA
LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI
Per la Chiesa, i coniugi separati, ma non risposati, possono accedere alla comunione eucaristica (nella messa) in quanto la separazione, in se stessa, non è uno stato di peccato. Questo non vale, però, nei casi di coniugi separati che siano passati a nuove nozze civili o a nuove convivenze. Il motivo? Innanzitutto occorre ricordare la distinzione ricorrente fra peccato attuale e stato di peccato. Il peccato singolo è perdonato mediante l’assoluzione sacramentale (dopo la confessione); invece lo stato di peccato indica una situazione, una condizione stabile, permanente di peccato da cui la persona non intende distaccarsi e di cui quindi, evidentemente, non intende pentirsi. Dunque in questi casi la Chiesa ha ritenuto finora il perdono non richiesto, e di conseguenza concederlo sarebbe stato privo di senso. Per i divorziati risposati o conviventi «la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione» (documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, 1994, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger).
La Comunione ai divorziati risposati o conviventi sembra essere il punto cruciale e soprattutto nuovo del Sinodo. Ma «non è così», spiega il teologo-giornalista Giovanni Gennari. «Novità? Neppure per sogno! – afferma - Anche il Sinodo del 1980 si incartò a lungo attorno allo stesso problema». La questione decisiva è «il rapporto tra “dottrina” e “pastorale”»: ossia, «è possibile che la Chiesa cattolica cambi qualcosa in punto di “dottrina” a causa delle mutate condizioni obiettive della cultura e del modo di vivere i diversi problemi?». C’è chi dice «“assolutamente No!”, ma è contraddetto dalla storia della Chiesa cattolica nei secoli». Per esempio, «sulla regolazione delle nascite ha già cambiato la dottrina quando nel 1951 papa Pio XII ammise i cosiddetti “metodi contraccettivi naturali”, fino allora condannati come intrinsecamente immorali anch’essi». "SEGUE >>>
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