Se il convento si trasforma in un museo: "ove i frati pregavano in silenzio oggi corrono e gridano tre bambini. Sono i figli di Katia e Giacomo Petitti, la coppia che ha deciso di riportare in vita il convento di Cerro Maggiore, alle porte di Milano, grazie a un progetto di accoglienza. Dopo oltre 400 anni per l’edificio era arrivato il tempo di decidere: troppo costoso tenere in piedi 1.800 metri quadri di celle, refettorio e spazi comuni. Nonostante l’opposizione dei fedeli, un anno fa l’ultima messa.
L’addio alle armi “spirituale” non è un caso isolato. Nella Penisola si contano 300 mila santuari, collegi, convitti, monasteri, chiese, parrocchie, istituti religiosi, seminari, ospizi e orfanotrofi. Non si conosce il numero preciso di quelli abbandonati o caduti in disuso. I motivi? La crisi delle vocazioni e l’aumento dei costi di mantenimento di questo immenso patrimonio che spesso conta secoli dalla posa della prima pietra.
Incapaci di sopravvivere come monumenti, inadeguati per le loro enormi dimensioni, spesso sono destinati a lenta agonia. Ma per alcuni il futuro non è segnato: vengono trasformati in appartamenti, spazi espositivi, auditorium, foresterie, eco hotel oppure comunità per famiglie che decidono di vivere insieme. Per dismettere occorre studiar bene il diritto canonico: dal 1983 è possibile destinare gli edifici sacri a “usi profani non indecorosi” ma manca una disciplina nel diritto comune e si naviga a vista per le nuove destinazioni, con i comuni come unici arbitri.
La Chiesa? Diventa un pub
Senza norme su misura, ecco casi di speculazione ed esempi virtuosi. È la strada seguita dai cappuccini lombardi per il loro ex convento di Cerro Maggiore: la sostanza dei conti ha sancito che i sei frati presenti erano troppo pochi. E allora?
La “second life” si è innescata grazie alla voglia di Katia e Giacomo di “aprire” la loro famiglia. «Abbiamo visitato comunità per mesi: in questi luoghi chi ci abita sta bene, i bambini giocano, le famiglie si accolgono e aiutano a vicenda», racconta lui, 35 anni, da 15 nella onlus Mani Tese. Hanno scelto di seguire il loro sogno e scrivere un progetto su misura. Dopo il testa a testa con la parrocchia locale per l’affidamento i frati hanno scelto loro per il comodato d’uso. Con una raccomandazione scritta:«Il carisma del luogo va rispettato». Per far rivivere celle e chiostro si trasformano gli spazi in 7 appartamenti, 5 per i residenti 2 per gli ospiti. Qui con un investimento di 200 mila euro arriveranno donne bisognose di protezione, profughi da integrare, bambini in adozione o affidamento.
VEDI ANCHE:
Calano i fedeli, la nuova vita delle chiese
Piste per skate. Librerie. Persino una discoteca. Negli Usa e nell'Europa del Nord è già un fenomeno noto: le strutture non più destinate al culto per mancanza di fedeli si trasformano. E tornano al servizio della comunità con altri usi. Dal Garden Museum di Londra al Domenicanen Bookstore di Maastricht
Il modello è quello dell’associazione “Comunità e Famiglia”, con 35 esperienze-fotocopia dal Veneto alla Toscana. La maggior parte sono edifici di culto “convertiti” a comuni moderne. Spiega Elisabetta Sormani, presidente della onlus, anch’essa residente in comune da vent’anni:«L’idea è quella del vicinato solidale: famiglie aperte e accoglienza di chi ha bisogno. Si vive in case separate con spazi di condivisione aperti ai bisogni del luogo. Spesso con i frati e famiglie insieme». Gli accordi con i proprietari prevedono il comodato d’uso o l’affitto, prezzo ben al di sotto del valore di mercato. Per mantenersi, lo stipendio di ogni componente finisce in una cassa comunitaria cui si attinge per spese e progetti. Dall’obbedienza, povertà e castità dei francescani alla nuova parola d’ordine: condivisione.
LA CAPITALE DOUBLE FACE
Quando due anni fa papa Francesco visitò i gesuiti del centro Astalli di Roma e disse che gli spazi vuoti non devono diventare alberghi perché sono «per la carne di Cristo che sono i rifugiati», le suore della scuola di San Giuseppe di Chambéry al Casaletto hanno gioito. Tra le mura del convento l’idea era già entrata e l’ospitalità diffusa è pratica consolidata: due o tre migranti (oggi dal Gambia) abitano in un locale accanto al convento dove si gestiscono in autonomia, hanno un lavoro e coltivano un piccolo orto.
Anche alla casa Sant’Andrea al Quirinale hanno pensato di ospitare al proprio interno un rifugiato, che fa vita in comune con i padri gesuiti. Nel cuore della Capitale c’è poi la casa delle suore della Carità, dove hanno messo ai voti la possibilità di ristrutturare la foresteria e destinarla a donne in difficoltà." SEGUE >>>
L’addio alle armi “spirituale” non è un caso isolato. Nella Penisola si contano 300 mila santuari, collegi, convitti, monasteri, chiese, parrocchie, istituti religiosi, seminari, ospizi e orfanotrofi. Non si conosce il numero preciso di quelli abbandonati o caduti in disuso. I motivi? La crisi delle vocazioni e l’aumento dei costi di mantenimento di questo immenso patrimonio che spesso conta secoli dalla posa della prima pietra.
Incapaci di sopravvivere come monumenti, inadeguati per le loro enormi dimensioni, spesso sono destinati a lenta agonia. Ma per alcuni il futuro non è segnato: vengono trasformati in appartamenti, spazi espositivi, auditorium, foresterie, eco hotel oppure comunità per famiglie che decidono di vivere insieme. Per dismettere occorre studiar bene il diritto canonico: dal 1983 è possibile destinare gli edifici sacri a “usi profani non indecorosi” ma manca una disciplina nel diritto comune e si naviga a vista per le nuove destinazioni, con i comuni come unici arbitri.
La Chiesa? Diventa un pub
Senza norme su misura, ecco casi di speculazione ed esempi virtuosi. È la strada seguita dai cappuccini lombardi per il loro ex convento di Cerro Maggiore: la sostanza dei conti ha sancito che i sei frati presenti erano troppo pochi. E allora?
La “second life” si è innescata grazie alla voglia di Katia e Giacomo di “aprire” la loro famiglia. «Abbiamo visitato comunità per mesi: in questi luoghi chi ci abita sta bene, i bambini giocano, le famiglie si accolgono e aiutano a vicenda», racconta lui, 35 anni, da 15 nella onlus Mani Tese. Hanno scelto di seguire il loro sogno e scrivere un progetto su misura. Dopo il testa a testa con la parrocchia locale per l’affidamento i frati hanno scelto loro per il comodato d’uso. Con una raccomandazione scritta:«Il carisma del luogo va rispettato». Per far rivivere celle e chiostro si trasformano gli spazi in 7 appartamenti, 5 per i residenti 2 per gli ospiti. Qui con un investimento di 200 mila euro arriveranno donne bisognose di protezione, profughi da integrare, bambini in adozione o affidamento.
VEDI ANCHE:
Calano i fedeli, la nuova vita delle chiese
Piste per skate. Librerie. Persino una discoteca. Negli Usa e nell'Europa del Nord è già un fenomeno noto: le strutture non più destinate al culto per mancanza di fedeli si trasformano. E tornano al servizio della comunità con altri usi. Dal Garden Museum di Londra al Domenicanen Bookstore di Maastricht
Il modello è quello dell’associazione “Comunità e Famiglia”, con 35 esperienze-fotocopia dal Veneto alla Toscana. La maggior parte sono edifici di culto “convertiti” a comuni moderne. Spiega Elisabetta Sormani, presidente della onlus, anch’essa residente in comune da vent’anni:«L’idea è quella del vicinato solidale: famiglie aperte e accoglienza di chi ha bisogno. Si vive in case separate con spazi di condivisione aperti ai bisogni del luogo. Spesso con i frati e famiglie insieme». Gli accordi con i proprietari prevedono il comodato d’uso o l’affitto, prezzo ben al di sotto del valore di mercato. Per mantenersi, lo stipendio di ogni componente finisce in una cassa comunitaria cui si attinge per spese e progetti. Dall’obbedienza, povertà e castità dei francescani alla nuova parola d’ordine: condivisione.
LA CAPITALE DOUBLE FACE
Quando due anni fa papa Francesco visitò i gesuiti del centro Astalli di Roma e disse che gli spazi vuoti non devono diventare alberghi perché sono «per la carne di Cristo che sono i rifugiati», le suore della scuola di San Giuseppe di Chambéry al Casaletto hanno gioito. Tra le mura del convento l’idea era già entrata e l’ospitalità diffusa è pratica consolidata: due o tre migranti (oggi dal Gambia) abitano in un locale accanto al convento dove si gestiscono in autonomia, hanno un lavoro e coltivano un piccolo orto.
Anche alla casa Sant’Andrea al Quirinale hanno pensato di ospitare al proprio interno un rifugiato, che fa vita in comune con i padri gesuiti. Nel cuore della Capitale c’è poi la casa delle suore della Carità, dove hanno messo ai voti la possibilità di ristrutturare la foresteria e destinarla a donne in difficoltà." SEGUE >>>
Nessun commento:
Posta un commento