Obama si schiera col Papa sulla questione armena - Aleteia: "Quella del leader turco è una uscita molto dura su una questione che sostanzialmente vede il giudizio degli storici e quello delle diplomazie internazionali molto divise.
Le parole del Papa
Tutto è iniziato l'altro ieri durante la celebrazione in Vaticano per il centesimo anniversario del "martirio" degli armeni, Francesco – durante la messa - ha definito il massacro del armeni ad opera degli ottomani nel 1915 un "genocidio": "La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo", ha colpito il "popolo armeno - prima nazione cristiana -, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci". "Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo" ha aggiunto il Santo Padre.
Le brusche reazioni diplomatiche
L’ambasciatore turco presso la Santa Sede Mehmet Pacaci, richiamato per consultazioni ad Ankara, potrebbe non tornare in sede fino alle cruciali elezioni politiche turche del 7 giugno, scrive Hurriyet. L’atteggiamento di governo e presidente turchi, secondo diversi analisti, potrebbe portare voti nazionalisti al partito islamico Akp del presidente islamico Erdogan. Secondo Hurriyet Pacaci non tornerà comunque in sede prima del 24 aprile, il giorno delle celebrazioni a Erevan del centenario del genocidio armeno, che Ankara rifiuta di riconoscere (Il Fatto Quotidiano, 14 aprile).
La situazione interna della Turchia
E' assai probabile che l'intera questione sia – al netto di tutto – anche una manovra elettorale con cui il Erdogan spera di aumentare i propri consensi in patria, accreditandosi come un leader forte.
A questo si aggiunge il nervosismo della Turchia da anni ormai sull'uscio dell'ingresso nella UE senza mai poter entrare. Attualmente tiene un atteggiamento ambiguo nella lotta con lo Stato Islamico, una politica diversa e più aggressiva potrebbe permettere ad Ankara di riavvicinarsi all’Occidente, così come, in funzione anti-Isis, Erdogan potrebbe riabilitare il nemico interno curdo, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), arrivando financo a liberare il suo leader incarcerato dagli anni '90, Abdullah Ocalan, tutto questo se l'incubo turco non fosse la nascita de facto e de iure di uno Kurdistan al di là del confine. Del resto nell'ormai “non Stato” siriano, sta prendendo sempre più forma, lungo la frontiera con la Turchia, una entità autonoma curda, con capitale Al Qamishli. In Iraq, uno Stato senza più una credibile autorità centrale e con un esercito in perenne rotta, esiste da tempo e si rafforza sempre più la Regione autonoma curda-irachena, governata da Masud Barzani: uno Stato (di fatto) in uno Stato (l’Iraq) che non ha più il controllo di una parte significativa del territorio nazionale. Se le condizioni lo permetteranno il “Grande Kurdistan” potrebbe essere una realtà nel giro di pochi anni (Huffington Post, 13 aprile).
La Turchia è sempre più isolata e contemporaneamente sempre più uno stato cruciale nella regione in bilico tra Occidente ed Oriente, tra la tradizione nazionalista laica e quella musulmana, entrambe impregnate di una forte carica di sciovinismo che affonda nell'ideologia neottomana."
Le parole del Papa
Tutto è iniziato l'altro ieri durante la celebrazione in Vaticano per il centesimo anniversario del "martirio" degli armeni, Francesco – durante la messa - ha definito il massacro del armeni ad opera degli ottomani nel 1915 un "genocidio": "La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo", ha colpito il "popolo armeno - prima nazione cristiana -, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci". "Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo" ha aggiunto il Santo Padre.
Le brusche reazioni diplomatiche
L’ambasciatore turco presso la Santa Sede Mehmet Pacaci, richiamato per consultazioni ad Ankara, potrebbe non tornare in sede fino alle cruciali elezioni politiche turche del 7 giugno, scrive Hurriyet. L’atteggiamento di governo e presidente turchi, secondo diversi analisti, potrebbe portare voti nazionalisti al partito islamico Akp del presidente islamico Erdogan. Secondo Hurriyet Pacaci non tornerà comunque in sede prima del 24 aprile, il giorno delle celebrazioni a Erevan del centenario del genocidio armeno, che Ankara rifiuta di riconoscere (Il Fatto Quotidiano, 14 aprile).
La situazione interna della Turchia
E' assai probabile che l'intera questione sia – al netto di tutto – anche una manovra elettorale con cui il Erdogan spera di aumentare i propri consensi in patria, accreditandosi come un leader forte.
A questo si aggiunge il nervosismo della Turchia da anni ormai sull'uscio dell'ingresso nella UE senza mai poter entrare. Attualmente tiene un atteggiamento ambiguo nella lotta con lo Stato Islamico, una politica diversa e più aggressiva potrebbe permettere ad Ankara di riavvicinarsi all’Occidente, così come, in funzione anti-Isis, Erdogan potrebbe riabilitare il nemico interno curdo, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), arrivando financo a liberare il suo leader incarcerato dagli anni '90, Abdullah Ocalan, tutto questo se l'incubo turco non fosse la nascita de facto e de iure di uno Kurdistan al di là del confine. Del resto nell'ormai “non Stato” siriano, sta prendendo sempre più forma, lungo la frontiera con la Turchia, una entità autonoma curda, con capitale Al Qamishli. In Iraq, uno Stato senza più una credibile autorità centrale e con un esercito in perenne rotta, esiste da tempo e si rafforza sempre più la Regione autonoma curda-irachena, governata da Masud Barzani: uno Stato (di fatto) in uno Stato (l’Iraq) che non ha più il controllo di una parte significativa del territorio nazionale. Se le condizioni lo permetteranno il “Grande Kurdistan” potrebbe essere una realtà nel giro di pochi anni (Huffington Post, 13 aprile).
La Turchia è sempre più isolata e contemporaneamente sempre più uno stato cruciale nella regione in bilico tra Occidente ed Oriente, tra la tradizione nazionalista laica e quella musulmana, entrambe impregnate di una forte carica di sciovinismo che affonda nell'ideologia neottomana."
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