martedì 29 luglio 2014

Paolucci: storici sì, manager no | Cultura | www.avvenire.it

Paolucci: storici sì, manager no | Cultura | www.avvenire.it: "Poi c’è la questione dei manager...
«Credo che la gestione dei Beni culturali debba restare ai soprintendenti, i manager lasciamoli alle aziende, che sono un’altra cosa».
Una questione di obiettivi?
«E di preparazione specifica. Un bravo soprintendente deve essere un buon archeologo, uno storico dell’arte, un architetto preparato... Gente che abbia una visione d’insieme, di prospettiva, non soltanto commerciale. Per capirci: il direttore di una grande catena di supermercati deve saper accontentare i clienti di oggi; un soprintendente degno di tal nome lavora anche, se non soprattutto, per gli uomini e le donne che devono ancora nascere. Ma ora ci sono queste mitologie esterofile e ci vuole la fondazione, ci vuole il manager...».
Sono le mode del momento.
«Vede, il ministro Franceschini insiste sulla necessità di portare a reddito il patrimonio culturale, io dico che quel patrimonio prima che a fare quattrini serve a creare i cittadini, a fare degli italiani un popolo con una propria identità e specifiche caratteristiche culturali... Questa è la vera nostra forza. Ma è difficile farlo capire».
Però si insiste con gli esempi e con i numeri a due cifre dei milioni di visitatori dei grandi musei come il Louvre, l’Ermitage, il Metropolitan...
«Da noi non esiste questa tipologia di grande museo generalista. Da noi il museo è in ogni luogo. L’Italia è un museo diffuso... all’ombra di ogni campanile. È il riflesso della nostra storia fatta di cento capitali. Noi storici dell’arte questo lo sappiamo bene, altri probabilmente non lo sanno».
Uno dei cavalli di battaglia della proposta del ministero è che una gestione economicamente efficiente costituisce anche un moltiplicatore occupazionale.
«È davvero una differenza di prospettive. Ma il vero moltiplicatore è dato proprio dalle caratteristiche tipiche della nostra storia e della nostra cultura: è quel misterioso e fortissimo valore aggiunto che si attacca a tutto ciò che ha a che fare col made in Italy. Questo è il vero moltiplicatore occupazionale generato dal nostro patrimonio culturale: il bello diffuso che diventa qualità del prodotto italiano». "


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