domenica 20 luglio 2014

1814, il ritorno dei gesuiti | Cultura | www.avvenire.it

1814, il ritorno dei gesuiti | Cultura | www.avvenire.it: "Furono circa 150 i gesuiti, la maggioranza dei quali anziani e malandati a causa anche degli acciacchi dell’età, che si presentarono alla chiesa del Gesù a Roma, il 7 agosto del 1814, per assistere all’atto di “restituzione” del loro ordine alle sue antiche funzioni. Pio VII – il benedettino Barnaba Chiaramonti – con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, a pochi mesi dal suo rientro a Roma dalla prigionia napoleonica, ricostituiva ufficialmente la Compagnia di Gesù, soppressa 41 anni prima da Clemente XIV con il breve Dominus ac redemptor del 21 luglio 1773. Un evento, quello di duecento anni fa, che faceva in un certo senso “risorgere” l’antico ordine fondato da Ignazio di Loyola (l’unico soppresso in tutto il Settecento) e riconsegnava i suoi figli al loro antico ruolo di missionari, scienziati e di educatori; ma soprattutto, come indicò Pio VII, di uomini «remiganti esperti e valorosi».

Da quel giorno la Compagnia riprendeva ufficialmente il suo cammino nella storia e in seno alla Chiesa cattolica con i suoi seicento religiosi, sparsi in tutto il mondo. Il breve fu consegnato dal Papa al provinciale dei gesuiti italiani Luigi Panizzoni che, a nome del generale designato, il polacco Taddeo Brzozowosky (trattenuto dal governo dello zar Alessandro I nella Russia Bianca fino alla sua morte, nel 1820) rivedeva così “rinascere dalle ceneri”, come avrebbe detto lo storico gesuita Giulio Cesare Cordara, l’antico ordine loyoliano. «Fu un evento – spiega il gesuita e storico Miguel Coll – che significò per i padri più anziani della Compagnia la fine di un lungo esilio, del dramma vissuto da molti religiosi durante gli anni della soppressione, a cominciare dall’ultimo generale dell’ordine, il fiorentino Lorenzo Ricci, che morì prigioniero tra le mura di Castel Sant’Angelo nel 1775. Rappresentò la fine anche di una condanna che gravò, quarantun anni prima, su circa ventitremila religiosi costretti a vagare “quasi come appestati” per l’Europa e ad essere accolti, nei casi più fortunati, come abati o precettori presso le diocesi o le corti europee…»."



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