martedì 12 settembre 2023

Saudi Vision 2030: vademecum per le industrie italiane. Tutte le opportunità di investimento

  L’investimento stimato, pari ad oltre 500 miliardi di dollari, è ad ampio spettro: focus su tech e innovazione. Nel campo Industrial & Manufacturing ci sono 201 opportunità. I tre pilastri del progetto: società in cambiamento, economia fiorente, localization rate di petrolio e gas. 


Il premier e principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman

La National Investment Strategy: l’azienda straniera può fondare uno stabilimento industriale o acquistare in tutto o in parte un’attività saudita. Previsti crediti all’export, programmi di prestito, esenzioni doganali e fiscali, finanziamenti per l’occupazione e per la r&s. 

Il Forum Italo-Saudita, hanno siglato accordi anche: Eni, A2A, Rina, De Nora, Italmatch Chemicals, Confindustria, Technogym

Produttori di sistemi e componenti di automazione e system integrator di robotica. Specialisti nei forni industriali e, in generale, nei sistemi di combustione. Fabbricanti di motori idraulici. Industriali in vari settori della meccanica e della meccatronica, dalle pompe alle valvole, dalla componentistica automotive ai sistemi aerospaziali. Aziende attive in tutti i settori delle energie rinnovabili, dai produttori di batterie per le auto elettriche ai fornitori della filiera dell’eolico. Fornitori di tecnologie informatiche, hardware e software. Sono solo alcuni esempi delle industrie italiane che possono trovare grandi opportunità di commercializzazione e di sviluppo internazionale grazie al progetto Saudi Vision 2030. E in questo articolo ci occuperemo di come fare per affrontarla, riproponendoci di tornare sulla questione con ulteriori approfondimenti. Perché l’importanza di questa opportunità è enorme.

Saudi Vision 2030 è un ambizioso piano di Riyad per un radicale cambiamento economico e sociale: introdurre l’economia di mercato in una società finora governata dallo Stato e sorretta solo dai proventi dell’industria petrolifera. E farlo cavalcando le ultime frontiere dello sviluppo tecnologico. Un piano che si può attuare solo comprando competenze, prodotti e componenti dall’estero. E che sembra fatto apposta per l’Italia, che ha tutte le specializzazioni appropriate per diventare, con le sue industrie, un fornitore chiave. Senza ovviamente abbandonare il greggio e il gas (dalle cui fluttuazioni di prezzo sono dipese per anni le entrate dello Stato) ora Riyad punta sull’economia di mercato, sull’industrializzazione al passo serrato, sulla creazione di gigantesche Smart City, su farmaceutica e biotecnologie, su chimica e servizi finanziari, su eolico e fotovoltaico, sul minig & metals, su turismo e trasporti, sulla realizzazione di filiere logistiche internazionali, sulla localizzazione di impianti militari e sui porti. E sono solo alcuni esempi. L’investimento stimato, pari ad oltre 500 miliardi di dollari è davvero ad ampio spettro.

Il punto è che le aziende industriali del Belpaese possono intervenire nei settori innovativi, lì dove mancano competenze locali. Secondo il ministro delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) Adolfo Urso, è un qualcosa che pochi stati possono vantare: «Un sistema completo», che mette insieme agricoltura, industria, tecnologia, economia reale, università e centri di ricerca. E per il ministro degli Investimenti saudita (Misa) Khalid Al-Falih afferma che rileva «l’eccellenza che le aziende italiane possono portare in Arabia; e non soltanto con le tre F, Food, Fashion e Forniture; ma anche con la quarta F, quella di Factory: e quindi tecnologia e innovazione». 

E Khalid Al-Falih è una figura di grande rilievo nel suo Paese: è un esponente della seconda linea di comando, subito dopo il premier e principe ereditario Mohammed Bin Salman. Nei fatti, è l’attuatore del programma Saudi Vision 2030; d’altra parte, in precedenza Khalid Al-Falih è stato ministro dell’Energia e ceo di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale. Ma il punto è: cosa possono fare le nostre imprese per cogliere queste opportunità? Cosa devono fare nella pratica? Industria Italiana ha assistito alla sigla di un Memorandum of Understanding tra Urso e Khalid Al-Falih. La firma è appena stata apposta, nel corso del Forum Italo-Saudita sugli Investimenti, iniziativa organizzata a Milano da Mimit e Misa, in collaborazione con Assolombarda, Confindustria, Ice e The European House Ambrosetti. A seguito di ciò, Industria Italiana ha approntato questo “vademecum” per le aziende del Belpaese. Alla fine, l’azienda italiana deve solo collegarsi al portale Invest Saudi, (https://investsaudi.sa/en/login) registrarsi, richiedere licenze di investimento e ottenere un certificato temporaneo per presentare proposte di progetti.

La strada è in discesa, perché il Piano ha definito, per le imprese straniere, un’efficace riduzione delle procedure, tempi di approvazione in giornata, sgravi fiscali, rapporti immediati con le autorità e la possibilità di dar vita a realtà economiche e industriali in loco di proprietà interamente straniera. Per fare un esempio, il Regno ha realizzato più di 555 riforme per servire meglio gli investitori, portando a una riduzione del tempo necessario per avviare un’impresa da 15 giorni a soli 30 minuti. Sul sito, ci sono oltre mille opportunità di investimento prontamente disponibili a cui dare un’occhiata in oltre 68 settori. Ad esempio, nel campo Industrial & Manufacturing ci sono 201 opportunità. Presenti al Forum anche il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il responsabile rapporti con gli investitori del governo saudita, Badr Albadr. Accordi B2B stati siglati tra Eni e Acwa Power (presente con il Ceo Marco Arcelli), tra quest’ultima e A2A, Rina, De Nora, Italmatch Chemicals (presente con il Ceo Sergio Iorio), Confindustria; tra l’araba National Water Company e Sab e Plastitalia; tra la saudita Alkholi e Cipriani; tra Al-Jazirah Water Treatment Chemicals e Ncr Biochemical; tra la saudita Isg e Valvosider; tra la prima e Vogt Valves; tra Leejam e Technogym; tra Bahra Electric e Continuus Properzi; tra Alrabiah Consulting Engineers e lo Studio Martini Ingegneria; e altri. Al Forum hanno partecipato circa 1200 imprese (di cui 500 in presenza e oltre 700 in remoto); tra le aziende presenti, anche Versalis (con il Ceo Adriano Alfani), Enea (con il Ceo Gilberto Dialuce) Pirelli (con il Ceo Andrea Casalucci), Ceer (il primo carmaker saudita, con il Cfo Joerg Schuessler), Lucid (con Anna Bakola, Director of International Policy and Public Affairs) e altre. Queste aziende saranno protagoniste di un secondo articolo di Industria Italiana. Invest Saudi online portal. L’azienda italiana deve solo collegarsi al portale (https://investsaudi.sa/en/login) registrarsi, richiedere licenze di investimento e ottenere un certificato temporaneo per presentare proposte di progetti

Che cos’è Saudi Vision 2030
1) Le sette aree chiave che racchiudono op- portunità per le aziende italiane
«Con il lancio di Vision 2030, il Regno ha intrapreso la strada che porta ad un futuro pioneristico e ambizioso. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma, teso a realizzare evoluzioni economiche, sociali e culturali» – afferma Haya Alkahtani, Associate Relationship Management Officer, Saudi Arabia Ministry of Investment. In sintesi, il Piano si concentra su sette aree chiave. Già dall’esame di quest’ultime emergono le tante opportunità per le aziende italiane, che offrono servizi e tecnologie in questi settori. Anzitutto, la diversificazione economica: si tratta di sviluppare altri settori, oltre all’oil&gas, come l’industria, l’information technology, la finanza e il turismo. In particolare l’Arabia Saudita, Paese ricco di risorse, è alla ricerca di aziende innovative quanto a tecnologia. Si pensi a quanto è accaduto nella chimica: ora l’Arabia Saudita è una potenza regionale quanto a chimica di base; ma ciò è avvenuto grazie al know how e competenze per lo più europee. L’impressione è che Riyad intenda replicare questo modello. «Puntiamo a diventare una delle prime 15 economie mondiali» – afferma Mufleh Alshammari, Communication and Media Vp, National Transformation Program, e cioè il responsabile della comunicazione della società che gestisce il piano Poi, la promozione del settore privato. Impianto per la desalinizzazione delle acque di Italmatch Chemicals

«Prima l’economia era guidata dallo Stato; ora non più, e le opportunità sono sia per i locali che per gli stranieri» – afferma Alkahtani. «In effetti i progetti di privatizzazione riguardano tanti fra i più importanti settori: comunicazioni, media, ambiente, acqua e agricoltura, salute, industria e minerali, proprietà, educazione, difesa, tasse, risorse umane e trasporti, sport, housing e altro» – afferma il citato responsabile dei rapporti con gli investitori del governo saudita, Badr Albadr. In terzo luogo, il miglioramento dell’istruzione e della formazione. Per il genere di modello cui tende l’Arabia Saudita, occorrono nuove competenze diffuse. Si intende preparare i cittadini alle esigenze del mercato del lavoro moderno. In quarto luogo, si intende puntare sulla sostenibilità ambientale, con una riduzione delle emissioni. Pur non rinunciando all’Oil&gas, si vuole conseguire un nuovo mix tra fonti fossili e quelle rinnovabili. In ciò, tante aziende italiane con una forte esperienza e cono conoscenze innovative potrebbero giocare un ruolo di primo piano. In quinto luogo, si punta alla crescita delle industrie culturali e dell’intrattenimento. Ovviamente, questi sviluppi vanno realizzati anche sulla scorta della sensibilità religiosa molto radicata nel Paese. In sesto luogo, lo sviluppo del turismo internazionale. L’Arabia Saudita sta lavorando per diventare una destinazione turistica di prima classe, aprendo il paese ai turisti stranieri e cercando di attirare visitatori da tutto il mondo. In settimo luogo, il miglioramento della qualità della vita: si intende realizzarlo con servizi pubblici di qualità, abitazioni migliori e un ambiente più sano.Target della strategia nazionale degli investimenti

2) I tre pillar del piano
Per la Alkahtani, tre sono i pilastri che sostengono il Piano. Anzitutto la società in profondo cambiamento. Si diceva del settore privato. «Ora contribuisce al 65% del Pil, contro il 40% dall’inizio del Piano» – afferma Alkahtani. Si pensi anche che tra gli obiettivi del Piano c’è il conseguimento del 70% delle ownership delle case, contro 47% di baseline. In secondo luogo, l’economia fiorente. «Le revenue governative da attività non-oil hanno raggiunto quota 267 miliardi di dollari, partendo da 43» – afferma Alkahtani. Inoltre, il localization rate di petrolio e gas è passato dal 40% al 75%. «Nel 2022 l’economia saudita è cresciuta del 5,4%: è il rialzo più importante tra i Paesi del G20. Ed è l’unica ad aver guadagnato un outlook positivo da parte di tre agenzie globali di rating» – afferma Abdeljabbar Chraiti, Chief Center of Excellence. Infine, l’ambizione del Paese. Era l’83esimo Stato, secondo il Government Effectiveness Index: ora è il 15esimo. Quanto al fondo pubblico di investimenti, è il secondo più grande del mondo. Ne parliamo adesso.I tre pillar
La strategia nazionale per gli investimenti.

Per realizzare Saudi Vision 2030, è stata definita una strategia nazionale per gli investimenti (“National Investment Strategy”, Nis). Va sottolineato che il citato “totale cumulativo degli investimenti” anzitutto rappresenta la somma di tutti quelli che ci si aspetta siano realizzati nel periodo 2021-2030, e poi non riguarda solo quelli “domestici”: ci si attende che contribuiscano anche quelli “stranieri diretti”. Questi ultimi (Foreign Direct Investment, Fdi) si verificano quando un investitore straniero acquisisce una partecipazione significativa o di controllo in un’azienda o un’entità economica situata in un altro Paese. Insomma, la Nis prevede anche che l’azienda italiana, belga o americana, invece di fondare uno stabilimento industriale nel Regno o di partecipare ad un appalto, acquisti in tutto o in parte un’attività saudita. Secondo Alkahtani, ci sono buone motivazioni per investire (o trasferire tecnologia) in Arabia Saudita. Rappresenta la più grande economia, il più grande network marittimo, il Paese più importante per Venture Capital, export, potere d’acquisto del Medio Oriente e Nord Africa (Mena, in sigla). Di quest’area, l’Arabia Saudita è lo stato con la minore inflazione. Inoltre, in 4 ore di volo da Riyad si raggiungono più di 60 Paesi; in 6 ore si copre un’area dove si realizza il 40% del Pil mondiale. l’accesso semplice a tre continenti (Africa, Asia ed Europa) si ottiene grazie a 13 aeroporti internazionali. Il 13% del commercio globale passa attraverso il Mar Rosso. Il network logistico è ancora più importante: si contano 10 porti, 5.590 km di autostrade e 40 zone industriali.

In particolare, ci sono alcuni piani definiti “Giga Projects” e altri detti “Mega Projects”. Nella prima categoria, quelli di valore superiore a 10 miliardi di dollari: Neom, ad esempio, città futuristica e zona economica speciale da realizzare nell’Arabia Saudita settentrionale. Il nome deriva dalla combinazione delle parole “nuova” (new) ed “Arabia” (Arabia), sottolineando l’aspirazione di creare una nuova e innovativa destinazione economica e urbana. E poi, Roshn, una comunità residenziale di alta qualità; Qiddiya, progetto di sviluppo immobiliare e di intrattenimento di vasta portata; e infine “The Red Sea”, che mira a trasformare una vasta area costiera lungo il Mar Rosso in una destinazione turistica di lusso e sostenibile. Nella seconda categoria, invece, i progetti di valore superiore al miliardo di dollari. Ad esempio, la “Knowledge Economic City”, il “King Salman International Complex for Maritime Industries and Sevices”, la “Jizam City for Primary and Downstream Industries” e il “King Abdullah Financial District”. Dunque, ci sono massicce opportunità per svariati settori. «Si tratta di un insieme di possibilità straordinarie» -afferma Alkahtani. Si pensi allo sblocco di 453 miliardi di dollari di investimenti (al 2030) per energia, mining, industria e logistica; a quello di 64 miliardi per il turismo e l’entertainment; a quello di 224 miliardi per l’healthcare. «Noi siamo leader nell’oil&gas, ma puntiamo anche sull’idrogeno, sull’energia green, e sulla realizzazione di una nuova supply chain di importanza globale, anche considerando la posizione strategia del Regno» – afferma Khalid Al-Falih – «l’Italia, peraltro, è nella top 20 degli investitori nel nostro Paese».

Ponti d’oro a chi investe in Arabia Saudita
Riyad ha dato vita ad un’ampia serie di incentivi per le imprese straniere che investono nel Regno. Sotto il profilo finanziario, ad esempio, sono previsti crediti all’export, programmi di prestito, esenzioni doganali e fiscali nonché finanziamenti per l’occupazione e per la ricerca e sviluppo. I rapporti con le imprese straniere sono favoriti da nuove leggi sugli appalti pubblici e da un insieme di stimoli per le filiere, che riguardano anche le Pmi e le start-up. Peraltro Riyad ha portato avanti un’importante attività di semplificazione amministrativa. Si pensi che il tempo di approvazione della licenza di investimento (che ha una validità superiore ai cinque anni) è stato ridotto a sole tre ore, mentre la durata dello sdoganamento è ora contenuto in 24 ore. Anche il visto d’affari si rilascia in giornata (senza, peraltro, che sia richiesto il visto locale). I documenti doganali richiesti sono due per le esportazioni e due per le importazioni. Infine, l’aspetto più atteso dalle società straniere: è consentita loro la proprietà al 100% di realtà imprenditoriali realizzate in Arabia Saudita. «Quest’ultima novità è un messaggio chiave che l’amministrazione saudita vuole lanciare agli investitori stranieri» – afferma Alkahtani.

Il protocollo di intesa
Secondo il Mimit, il protocollo d’intesa è volto a sostenere il dialogo tra le istituzioni e le imprese interessate alla promozione degli investimenti tra i due Paesi e a incoraggiare la cooperazione negli investimenti diretti, sostenendo gli investitori in tutte le fasi dei progetti qualora siano stati indicati come aventi importanza economica strategica per uno dei due Paesi.
Le imprese italiane sono pronte a partecipare

Si accennava al «sistema completo», citato da Urso. «Anche l’Arabia è consapevole che deve diventare un sistema completo». Per Urso, «in un mondo in tempesta, l’Italia crede nel valore della partnership: e il Belpaese e l’Arabia possono fare molto insieme. Quanto ad alcune tecnologie specifiche, ci sono alcuni campi in cui l’Italia è assolutamente all’avanguardia: si pensi a quelle per il green, o si pensi all’aerospazio, con Leonardo, o alla blue economy». D’altra parte, «l’Italia è promotrice del dialogo e della stabilità nell’area del Golfo. Il rafforzamento delle relazioni commerciali con il Regno va in questa direzione» – afferma Giorgio Silli, sottosegretario di Stato alla Farnesina. Per Valentini, un punto focale è il Made in Italy, «che non è soltanto eccellenza, ma è anche missione. Non conta dove facciamo le cose, ma come». Insomma, l’eccellenza può essere esportata.
Come fare nella pratica e le mille opportunità

Si accennava a Invest Saudi. Per la precisione, questa viene descritta dal Misa come una «piattaforma al servizio degli enti governativi e legati ad esso per quanto riguarda la promozione del Regno come destinazione di investimenti future-ready, contribuendo così alla realizzazione della Vision 2030». In pratica, ha il compito di promuovere le enormi opportunità di investimento in Arabia Saudita. «Sul sito, ci sono oltre mille opportunità di investimento prontamente disponibili a cui dare un’occhiata in oltre 68 settori. Lavoriamo a stretto contatto con i nostri investitori e partner, li supportiamo nello sviluppo dei loro piani aziendali, nella valutazione delle opportunità, e in tanto altro. Si possono pure scansionare codici a barre sullo schermo per avere accesso ai manuali, alle linee guida e a tutte le informazioni necessarie» – afferma Alkahtani. Ad esempio, nel campo Industrial & Manufacturing ci sono 201 opportunità. Una riguarda gli “Industrial robot”: si intende favorire la realizzazione di «strutture per l’assemblaggio e l’integrazione locale di robot industriali con un focus specifico sulle capacità di svolgere attività ripetitive nei settori alimentare e delle bevande, automobilistico, elettronico, dei metalli e dei macchinari». La dimensione prevista per l’investimento è dai 24 ai 27 milioni di dollari; mentre l’impianto deve avere una capacità da 1.800 a 2.200 unità.

Un’altra riguarda gli “Industrial Burners”: qui si vuole «creare di uno stabilimento per localizzare il montaggio di bruciatori industriali per diverse applicazioni nei settori petrolchimico, petrolio e gas, energia e acqua, estrazione mineraria e metalli e produzione di altro genere». La dimensione dell’investimento è prevista dai 12 ai 13 milioni di dollari, con un impianto di almeno 1.440 unità. Un’altra ancora riguarda le “Drill Pipes”: qui l’obiettivo è «realizzare una struttura per progettare e produrre tubi per la trivellazione di petrolio e gas per soddisfare l’espansione di capacità nella produzione di greggio e metano». È previsto un investimento tra i 310 e i 315 milioni di euro, con un periodo di rimborso in 9 anni e la creazione di posti di lavoro tra i 2.800 e i 3mila. Un ultimo esempio riguarda gli “Hydraulic Motors”: qui si intende dar vita ad «un impianto locale di assemblaggio di motori idraulici per soddisfare la crescente domanda nei settori della produzione, della movimentazione dei materiali, dell’edilizia e di altre attrezzature per il movimento terra». L’investimento è tra i 29 e i 30 milioni di euro, con una capacità tra le 60mila e le 70mila unità e con la creazione di posti di lavoro tra i 260 e i 280.

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