martedì 8 maggio 2018

Hezbollah non risponde alla chiamata iraniana alle armi

Hezbollah non risponde alla chiamata iraniana alle armi: "Non è un gioco delle parti. Ma l'inizio di una incrinatura che potrebbe portare ad uno strappo destinato a pesare nella nuova partita mediorientale che si aprirà dopo l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano. Solo una lettura superficiale può registrare il successo elettorale del blocco di alleanze imperniato, ma non assolutizzato, su Hezbollah come una deriva jihadista del Paese dei Cedri. Le cose non stanno così. E a lasciarlo intendere è stato lo stesso Hassan Nasrallah, capo indiscusso del partito di Dio sciita. "I risultati parlano chiaro – ha affermato Nasrallah, parlando ieri pomeriggio in diretta televisiva ad Al Manar, l'emittente legata ad Hezbollah – e indicano la grande vittoria del nostro partito e dei suoi alleati".

"Si è trattato di una grande vittoria morale e politica per il campo della resistenza", ha insistito il segretario generale del partito di Dio, senza tuttavia indicare il numero dei seggi conquistati da Hezbollah e dai suoi alleati. Ma Nasrallah non dimentica di riconoscere il merito dei suoi alleati e, soprattutto, cerca di vestire i panni di un leader nazionale, attento a preservare l'unità del Paese. "Il voto – sottolinea – ha rappresentato un grande successo nazionale, dopo nove anni senza elezioni, in ragione delle proroghe del mandato dei parlamentari, indipendentemente dai limiti e dalle critiche che riguardano la nuova legge elettorale".

Il passaggio più importante, per le sue proiezioni future, è quello conclusivo. "Si è trattato – dice il leader di Hezbollah – di un successo per il presidente Michel Aoun, il governo attuale, tutte le forze politiche e il popolo libanese". Non sono affermazioni di comodo, concordano gli analisti politici indipendenti a Beirut. Nasrallah ha il polso della situazione nel proprio campo, e sa che la popolazione sciita, che fa le fortune di Hezbollah, è stanca e stremata per il prezzo pagato nel combattere in Siria a fianco del regime di Bashar al-Assad. Sono almeno 7000 i miliziani del partito di Dio caduti feriti nella guerra siriana, ed altissimo è anche il prezzo economico che Hezbollah ha dovuto sostenere sul fronte siriano.

Tutto vogliono i giovani che hanno manifestato per le vie di Beirut e di Tripoli, come nel Sud del Paese, dove i partiti sciiti – Hezbollah e Amal – hanno fatto il pieno dei seggi a disposizione, tranne che morire per Damasco.

Nasrallah ha promesso loro stabilità, benessere: impegnarsi in un'altra, devastante guerra, vorrebbe dire tradirli. E qui entrano in gioco i falchi di Teheran. Lo strappo di Trump sul nucleare rafforza l'ala conservatrice del regime iraniano, quella che fa capo alla Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, e che ha nella "Pasdaran holding" molto più che il suo braccio armato.

Dell'ala dura del regime, Ali Akbar Velayati, consigliere per gli affari internazionali dell'ayatollah Khamenei, è uno dei più autorevoli esponenti. La sua lettura del successo di Hezbollah è un messaggio, tutt'altro che velato, lanciato allo stesso Nasrallah. Alla base della vittoria elettorale di Hezbollah e dei suoi alleati, sostiene Velayati, stando a quanto riportato dalla tv di Stato iraniana, c'è innanzitutto "la lotta contro Israele e gli Stati Uniti". Questa vittoria, aggiunge Velayati, "completa i successi militari. Il popolo libanese e i suoi rappresentanti, a partire da Hezbollah e dagli altri gruppi della resistenza, è il frutto della lotta condotta contro Israele e i suoi alleati, a cominciare dagli Stati Uniti". Quella del consigliere di Khamenei è una chiamata alle armi per la guerra prossima ventura. Riferendosi all'impegno militare di Hezbollah in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad, Velayati giunge alla conclusione che il successo nelle legislative di Hezbollah e soci, è anche il portato dell'aiuto determinante offerto alla Siria nella lotta contro i terroristi". Tutto, nella presa di posizione del consigliere di Khamenei, va nella direzione di richiamare all'ordine Hezbollah e il suo leader. "Questa vittoria del popolo libanese e della resistenza della politica del governo libanese - insiste Velaiaty - è anche il segno dell'approvazione della politica del governo libanese volta a preservare l'indipendenza del Libano minacciata da Israele". La chiosa finale, è tutto un programma. Per Velayati, "il potere del Fronte della resistenza è destinato a rafforzarsi nel mondo", dopo le elezioni di domenica scorsa in Libano e le legislative del 12 maggio in Iraq.

Nella terminologia della Repubblica islamica dell'Iran, il "Fronte della resistenza" designa l'Iran, la Siria, l'Iraq, Hezbollah e i gruppi islamisti palestinesi, Hamas e la Jihad islamica, vicini a Teheran. Hezbollah non può e non vuole chiamarsi fuori dal "Fronte" ma oggi, dopo i risultati del voto, le sue priorità sembrano essere altre rispetto alla chiamata alle armi dei Pasdaran iraniani. E la priorità assoluta si chiama pacificazione interna al Paese dei Cedri. Priorità che Nasrallah condivide con l'altro vincitore di questa tornata elettorale: il capo dello Stato (cristiano) Michel Aoun." SEGUE >>>


'via Blog this'

Nessun commento: