Così la BCE di Draghi ha solo rinviato di anni la fine dell'euro - InvestireOggi.it: "I tedeschi attaccano pesantemente l’Italia. In un articolo di Der Spiegel, a firma di Jan Fleischhauer e dal titolo eloquente “Gli scrocconi di Roma” (“Die Schnorrer von Rom”), non vengono risparmiati gli epiteti più duri contro il nostro Paese, accusato di avere superato persino il concetto di elemosina, visto che “almeno i mendicanti dicono grazie”. Il riferimento è ai presunti aiuti ricevuti per vivere sopra le nostre possibilità (“dolce far niente”) dal resto dell’Eurozona e che adesso non vorremmo nemmeno restituire. Di cosa parla il discutibilissimo autore dell’articolo? Della BCE di Mario Draghi. E lo dichiara esplicitamente. Attenzione, le parole di Fleischhauer si commentano da sé e non varrebbe la pena nemmeno soffermarcisi, tanto sono prive di intelligenza. Tuttavia, esse segnalano il concreto nervosismo esploso in questi giorni in Germania e che covava da diversi anni. I tedeschi, con l’arrivo del governo giallo-verde, stanno assistendo da una parte alla conferma di tutti i loro sospetti più negativi sull’Italia, dall’altro alla dimostrazione che la loro opposizione alla linea di Francoforte e Bruxelles negli ultimi anni sarebbe stata corretta, insomma che avrebbero avuto ragione.
Perché Germania ed Europa non calcheranno la mano contro l’Italia giallo-verde
Ecco di cosa parliamo. Era il 26 luglio del 2012, quando il governatore della BCE, Mario Draghi, prometteva ai mercati di fare tutto ciò che fosse nelle sue possibilità (“whatever it takes”) per salvare l’euro. La tempesta finanziaria infuriava ai massimi livelli in quei giorni, ma le parole dell’italiano, pronunciate fortuitamente da Londra, servirono a calmare pian piano le acque. Gli spread si riducevano, le borse risalivano e l’euro veniva messo in salvo dal varo dell’Outright Monetary Transactions (OMT), ribattezzato dalle cronache come piano anti-spread, sinora mai attuato. Sin dal debutto alla presidenza della BCE, il suo approccio era stato di rottura con l’ortodossia monetaria: più di 1.000 miliardi all’1% di interesse e fino a 4 anni furono erogati alle banche dell’Eurozona tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012, di cui 255 miliardi finirono nei bilanci degli istituti italiani. Un immenso fiume di denaro, che formalmente serviva per migliorare i livelli di liquidità delle banche, sostenere il mercato del credito e rasserenare gli investitori, nella pratica è finito sostanzialmente per abbellire i bilanci e, soprattutto, per consentire alle banche di acquistare titoli di stato, i cui prezzi erano in caduta libera.
La rottura tra Draghi e tedeschi
I tedeschi mugugnarono non poco, ma alla fine quasi si ritrovarono sollevati per avere evitato la fine dell’euro. E’ stato con il “quantitative easing”, tuttavia, che tra Draghi e la Bundesbank si è arrivati alla rottura. Già alla metà del 2014, il governatore italiano segnalava l’intenzione di tagliare i tassi e introdurre anche per l’Eurozona misure non convenzionali, come quelle varate sin dalla fine del 2008 dalla Federal Reserve, ovvero l’acquisto di titoli di stato e altri assets. Sempre formalmente, l’obiettivo consisteva nel sostenere le aspettative d’inflazione, anch’esse pericolosamente azzerate in quei mesi, ma nella sostanza il QE si traduceva sin da subito in un sostegno diretto ai governi nazionali, abbassando i loro costi di rifinanziamento dei debiti e, quindi, concedendo loro maggiori margini di manovra sul piano fiscale. Ossigeno per un’economia come l’Italia, che dal 2008 aveva vissuto ben 5 anni di recessione e un tracollo cumulato del pil del 10%. Nel frattempo, i tassi sui depositi overnight erano stati portati sottozero, spingendo il cambio euro-dollaro da 1,40 a un minimo di poco superiore alla parità toccato a inizio 2017.
La Bundesbank ribadisce il no nuovi stimoli BCE: si cresce solo con le riforme
L’indebolimento del cambio contribuì al rilancio della crescita nell’area, via esportazioni. Il caso emblematico è stato proprio l’Italia, che ormai registra un avanzo commerciale netto al 3% del pil, secondo solo alla Germania in valore assoluto nell’Eurozona. I tedeschi si opposero al QE strenuamente e con argomentazioni ignorate dai più e ritenute tutt’al più teoriche e poco pratiche. Il governatore Jens Weidmann sostenne e continua a sostenere a tutt’oggi che gli stimoli monetari, oltre a produrre effetti collaterali potenzialmente molto rischiosi, avrebbero alimentato un azzardo morale tra i governi, spingendoli a ritardare o accantonare il varo delle riforme, non avvertendo più la pressione dei mercati. In effetti, con 60 e fino a un massimo di 80 miliardi di liquidità mensile iniettata sin dal marzo 2015 (tagliata a 30 miliardi dal gennaio scorso), i rendimenti sovrani sono crollati ai minimi storici e passati in territorio negativo per le scadenze medio-brevi.
Draghi rischia di finire sul banco degli imputati
L’Italia, che alla fine del 2011 era stata la principale vittima della crisi dello spread, la quale portava alle dimissioni il governo Berlusconi, inizia a emettere debito a rendimenti medi quasi nulli, negativi fino alle scadenze triennali. Merito di chi? Di Draghi, ovvio. Ma ai governi che si sono succeduti nel tempo è importato poco. Hanno battuto " SEGUE >>>
Perché Germania ed Europa non calcheranno la mano contro l’Italia giallo-verde
Ecco di cosa parliamo. Era il 26 luglio del 2012, quando il governatore della BCE, Mario Draghi, prometteva ai mercati di fare tutto ciò che fosse nelle sue possibilità (“whatever it takes”) per salvare l’euro. La tempesta finanziaria infuriava ai massimi livelli in quei giorni, ma le parole dell’italiano, pronunciate fortuitamente da Londra, servirono a calmare pian piano le acque. Gli spread si riducevano, le borse risalivano e l’euro veniva messo in salvo dal varo dell’Outright Monetary Transactions (OMT), ribattezzato dalle cronache come piano anti-spread, sinora mai attuato. Sin dal debutto alla presidenza della BCE, il suo approccio era stato di rottura con l’ortodossia monetaria: più di 1.000 miliardi all’1% di interesse e fino a 4 anni furono erogati alle banche dell’Eurozona tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012, di cui 255 miliardi finirono nei bilanci degli istituti italiani. Un immenso fiume di denaro, che formalmente serviva per migliorare i livelli di liquidità delle banche, sostenere il mercato del credito e rasserenare gli investitori, nella pratica è finito sostanzialmente per abbellire i bilanci e, soprattutto, per consentire alle banche di acquistare titoli di stato, i cui prezzi erano in caduta libera.
La rottura tra Draghi e tedeschi
I tedeschi mugugnarono non poco, ma alla fine quasi si ritrovarono sollevati per avere evitato la fine dell’euro. E’ stato con il “quantitative easing”, tuttavia, che tra Draghi e la Bundesbank si è arrivati alla rottura. Già alla metà del 2014, il governatore italiano segnalava l’intenzione di tagliare i tassi e introdurre anche per l’Eurozona misure non convenzionali, come quelle varate sin dalla fine del 2008 dalla Federal Reserve, ovvero l’acquisto di titoli di stato e altri assets. Sempre formalmente, l’obiettivo consisteva nel sostenere le aspettative d’inflazione, anch’esse pericolosamente azzerate in quei mesi, ma nella sostanza il QE si traduceva sin da subito in un sostegno diretto ai governi nazionali, abbassando i loro costi di rifinanziamento dei debiti e, quindi, concedendo loro maggiori margini di manovra sul piano fiscale. Ossigeno per un’economia come l’Italia, che dal 2008 aveva vissuto ben 5 anni di recessione e un tracollo cumulato del pil del 10%. Nel frattempo, i tassi sui depositi overnight erano stati portati sottozero, spingendo il cambio euro-dollaro da 1,40 a un minimo di poco superiore alla parità toccato a inizio 2017.
La Bundesbank ribadisce il no nuovi stimoli BCE: si cresce solo con le riforme
L’indebolimento del cambio contribuì al rilancio della crescita nell’area, via esportazioni. Il caso emblematico è stato proprio l’Italia, che ormai registra un avanzo commerciale netto al 3% del pil, secondo solo alla Germania in valore assoluto nell’Eurozona. I tedeschi si opposero al QE strenuamente e con argomentazioni ignorate dai più e ritenute tutt’al più teoriche e poco pratiche. Il governatore Jens Weidmann sostenne e continua a sostenere a tutt’oggi che gli stimoli monetari, oltre a produrre effetti collaterali potenzialmente molto rischiosi, avrebbero alimentato un azzardo morale tra i governi, spingendoli a ritardare o accantonare il varo delle riforme, non avvertendo più la pressione dei mercati. In effetti, con 60 e fino a un massimo di 80 miliardi di liquidità mensile iniettata sin dal marzo 2015 (tagliata a 30 miliardi dal gennaio scorso), i rendimenti sovrani sono crollati ai minimi storici e passati in territorio negativo per le scadenze medio-brevi.
Draghi rischia di finire sul banco degli imputati
L’Italia, che alla fine del 2011 era stata la principale vittima della crisi dello spread, la quale portava alle dimissioni il governo Berlusconi, inizia a emettere debito a rendimenti medi quasi nulli, negativi fino alle scadenze triennali. Merito di chi? Di Draghi, ovvio. Ma ai governi che si sono succeduti nel tempo è importato poco. Hanno battuto " SEGUE >>>
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