venerdì 4 maggio 2018

Ac e politica: Truffelli, “l’Italia ha bisogno di cittadini responsabili, che pensano con la propria testa” | AgenSIR

Ac e politica: Truffelli, “l’Italia ha bisogno di cittadini responsabili, che pensano con la propria testa” | AgenSIR: "“La P maiuscola – Fare Politica stando sotto le parti” (editrice Ave) è il titolo del nuovo libro-intervista di Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, che viene presentato oggi. Sir ne anticipa alcune pagine. Il volume, curato dal giornalista Gioele Anni, prova a declinare nel contesto attuale e con riferimenti alla stretta attualità l’indicazione di Papa Francesco rivolta all’Ac giusto un anno fa: “Mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola!”


Nell’Amoris laetitia Papa Francesco afferma che “siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”. L’esortazione apostolica è, come sappiamo, dedicata all’amore in famiglia, ma la stessa logica e lo stesso impegno possiamo applicarli alla politica. Come associazione laicale fortemente orientata alla formazione, non intendiamo affrontare i tanti temi del nostro tempo avendo come obiettivo principale quello di esprimere un’opinione in merito su tutti gli aspetti della vita sociale e politica, di dire “come la pensiamo” o, come si dice spesso, di “prendere posizione”. La nostra preoccupazione non deve essere tanto quella di dire ad altri cosa pensare, ma fare tutto il possibile per spingere e aiutare chiunque a pensare, e a farlo in maniera critica e consapevole, circostanziando e argomentando le proprie convinzioni.
Ciò richiama un’obiezione che talvolta viene avanzata all’Azione cattolica, sostenendo che così si perde visibilità, che i laici cattolici rischiano l’afasia, mostrandosi incapaci di “fare opinione”. Che è un modo per non assumere posizioni scomode. Invece io guardo le cose da un altro punto di vista. Non si tratta di un modo per sottrarci a una responsabilità.
Penso invece che questo sia un metodo difficile, faticoso, poco gratificante ma responsabile e responsabilizzante di stare dentro il nostro tempo.
Perché ciò di cui sembra aver bisogno oggi il nostro Paese, più di ogni altra cosa, è di essere abitato da cittadini consapevoli, capaci di giudicare e impegnarsi rifuggendo strumentalizzazioni ideologiche, manipolazioni di parte e semplificazioni demagogiche. Cittadini in grado di rifiutare una politica ridotta a slogan e ricette miracolose. Le persone hanno più che mai necessità di essere aiutate a informarsi e formarsi in maniera seria e pertinente, a confrontarsi e discutere liberamente e pacatamente.
L’Italia ha bisogno di cittadini che non si accontentino di dare ascolto a chi parla più forte, o in maniera più suadente. Cittadini che reclamino una politica capace di rompere gli schemi da talkshow. Che siano coscienti che non tutte le fonti d’informazione sono credibili e valgono allo stesso modo. E accettino il fatto che anche il loro è un punto di vista orientato, parziale. Tutti noi dobbiamo essere convinti che, una volta che ci formiamo un’opinione, dobbiamo metterla a confronto, seriamente, con le opinioni degli altri, restando aperti a rivedere le nostre idee o a trovare sintesi ulteriori rispetto alle posizioni di partenza. C’è bisogno di cittadini che siano avvertiti che quasi mai, nella realtà, le cose sono semplici e nette, bianche o nere.
Contribuire a far sì che tutto ciò si realizzi, rappresenta un modo importante per prendersi cura della democrazia,
creando le condizioni per il suo funzionamento sul piano del confronto pubblico e della libera partecipazione dei cittadini. È un compito che avvertiamo come nostro.
Non ci nascondiamo, del resto, che questo è un percorso difficile e tutt’altro che scontato. Ma la risposta alla difficoltà che molti possono legittimamente incontrare rispetto al tentativo di formarsi un’opinione criticamente consapevole non può essere quella di offrire loro giudizi chiari preconfezionati, dei sì o dei no pronunciati da qualcun altro. Vorrebbe dire, in fondo, rimanere legati a un modo “clericale” di pensare l’Azione cattolica e il suo rapporto con la cultura, ma anche con i propri aderenti, rispetto ai quali l’associazione finirebbe per autoattribuirsi il compito di fornire un’opinione autorevole cui ispirarsi o, peggio, adeguarsi. Anche questo secondo me è clericalismo, a prescindere che sia praticato dai chierici o da noi laici: la convinzione di essere chiamati a pensare e decidere per altri, spiegando loro cosa pensare, illudendoci, così, di concorrere realmente a cambiare le cose.
Sono peraltro consapevole che a volte è necessario dire qualcosa “nel merito” su temi rilevanti per la vita del Paese" SEGUE >>>

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