giovedì 19 aprile 2018

Il 4 marzo? Un voto contro Bruxelles. Perché non possiamo morire europei - Affaritaliani.it

Il 4 marzo? Un voto contro Bruxelles. Perché non possiamo morire europei - Affaritaliani.it: "A giudizio di politologi seri e di osservatori onesti le cui menti non risultano offuscate dalle ideologie e gli occhi appaiono non velati dalle passioni di parte o da interessi privatistici, ma anche della gente comune, il risultato netto, che si sottrae ad interpretazioni e capziosità, sortito dalla tornata elettorale politica del 4 marzo scorso, è quello che vede sotto accusa l’Unione Europea che, con i suoi riti, i suoi miti, si muove soltanto con le imposizioni, i veti, i divieti, le tasse, facendosi percepire dal cosiddetto uomo della strada, fredda, distante, a volte nemica, molto spesso matrigna. Tutto quanto rappresentato da Bruxelles viene accolto come avverso, contrapposto, nemico quasi; tutto meno che solidale, benevolente, fraterno.

E qui torna d’attualità il vizio di origine dell’adesione dell’Italia all’Europa, alla sua unione e alla moneta unica. Un’Europa che, bisogna affermarlo in modo chiaro, è totalmente agli antipodi di quella auspicata da De Gasperi, Schuman, Adenauer, Spaak e da una pattuglia di altri velleitari politici. Un’adesione imposta agli Italiani, senza alcuna sia pure informale richiesta di consenso, che ne potesse sancire, o meno, l’approvazione e il gradimento. 

E qui, in questo snodo, anche, la storia, vichianamente, si ripete. Nel colloquio  che intercorre tra il principe di Salina, don Fabrizio Corbera, siciliano, e l’inviato del Governo di Torino, Chevalley, chiaramente un piemontese, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo Gattopardo, durante il dialogo, fa dire al nobile palermitano: “In questi ultimi mesi - siamo nel 1860, n. d. s -,  da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci… adesso non voglio dire se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male…” (Edizione del 1969, pp. 230 – 231).  

Ecco, qui sta il nodo e, contestualmente, la disarticolazione della questione italiana e della sua partecipazione all’Unione Europea.  Ogni cosa è stata fatta senza consultare nessuno; tutto è avvenuto sulla pelle, alle spalle, contro gli interessi più vitali del popolo italiano, in particolare per quello che riguarda l’adozione della moneta unica, l’Euro, che ha impoverito, atterrandola, una intera comunità nazionale, in particolare la classe media. Senza che nessuno avvertisse la necessità di vagliare le conseguenze che si sarebbero verificate dopo una fredda, asettica operazione di vertice portata a conclusione da economisti e accademici d’accatto. Che mai si sono cimentati con la dura realtà dell’esistenza di ogni giorno e delle, spesse volte, insormontabili difficoltà quotidiane che debbono affrontare persone singole ed interi nuclei familiari per poter raggiungere la possibilità di coniugare il pranzo con la cena. E di assicurare un dignitoso avvenire alla propria famiglia, ai propri figli. L’assenso, secondo la Costituzione Italiana, fornito dalle sedicenti élites politiche nazionali all’organismo unitario europeo, con la sottoscrizione dei Trattati di Maastricht, venne descritto, come succede di consueto in questi casi, allorché si intende carpire la buona fede di qualcuno, qui, nel caso specifico, dell’intero popolo italiano, in termini miracolistici, come la classica panacea che avrebbe guarito per sempre le piaghe endemiche dello Stato italiano. Ma, il risveglio è stato immediato, la delusione cocente; ora sarà difficile liberarsi da questo capestro, da questa sostanziale condizione jugulatoria che è stata creata per ciascun cittadino, calpestato, umiliato nelle proprie sacrosante aspirazioni personali e collettive. 

Chi scrive si è sentito molto scettico sin dall’inizio circa i mirabolanti benefici che avrebbe arrecato l’Europa all’Italia ed al suo popolo, reso consapevole da svariati fattori-spie che innervavano con imperterrita gradualità cronologica i molteplici Accordi sottoscritti dagli esponenti dei Governi che si sono succeduti nel tempo a Palazzo Chigi. Già è stata colpevole la cessione di alcune componenti la sovranità del popolo italiano, la qualcosa è da ritenersi un gratuito masochismo; che nullifica tutte le lotte combattute, tutte le galere sopportate,  tutte le attività sovversive poste in essere dai patrioti di ogni plaga dello Stivale contro gli Asburgo e i loro accoliti, avverso i Borbone e il becerume paternalistico che ne informava la politica e l’amministrazione nella quotidiana attività di governo: “… negli anni di maggior bisogno – dice don Ciccio Tumeo, organista della Madre Chiesa di Donnafugata a don Fabrizio di Salina,  durante una battuta di caccia nelle brulle campagne siciliane – quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque onze di soccorso arrivavano sicure come la morte..”; regnavano, i Borbone, sempre sostenendosi sull’occhiuta presenza della polizia pienamente incarnata, al suo vertice, da Salvatore Maniscalco, losco figuro di sgherro di Stato: «“Vostra Eccellenza lo sa - dice il soprastante Pietro Russo a don Fabrizio Salina -; non se ne può più… scartoffie per ogni cosa, uno sbirro a ogni cantone; un galantuomo non è libero di badare ai fatti propri. Dopo,  invece, avremo la libertà, la sicurezza, tasse più leggere, la facilità, il commercio. Tutti staremo meglio…”» (pp. 40 – 41). " SEGUE >>>


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