Filippine, Duterte chiude l'isola di Boracay: "I turisti inquinano troppo" - Repubblica.it: "BANGKOK – I giorni del turismo incontrollato e dei relativi accumuli di spazzatura e plastica nei paradisi del sud-est asiatico sembrano giunti alla resa dei conti. Mentre le autorità thailandesi annunciavano a febbraio la chiusura “per ripristino ambientale” della spiaggia Maya bay su Phi Phi island, resa celebre e ricca dal film “L’isola” con Leonardo Di Caprio, il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte comunicava la volontà di chiudere Boracay, la perla del suo arcipelago di 7000 isole con oltre un milione di presenze l’anno. E’ “un vero cesso” disse davanti a una platea di uomini d’affari.
Detto fatto il suo ministro per l’ambiente ha avviato subito le procedure per proibire l’isola al turismo entro aprile, fine del picco di stagione e darsi sei mesi per ripulirla da cima a fondo. Ma non è stata una scelta facile, non solo per lo sforzo immane che aspetta gli isolani e gli immigrati, ma per le opposizioni di gruppi importanti come i titolari di alberghi e dei gruppi di cittadini che non sanno come sbarcheranno il lunario tutto questo tempo. Non sarà facile nemmeno adesso che tutto aspetta solo la firma di Duterte per essere reso operativo, visto che potrebbe ancora essere accolta l’idea degli alberghieri di effettuare una rotazione con lavori mirati e a fasi di zona in zona.
Nel dibattito chiusura si chiusura no o parziale restano in secondo piano i problemi già registrati da gruppi di ricercatori nel 2017 ma di molto precedenti sul livello di colibatteri presenti lungo le sue magnifiche coste, nell’acqua un tempo cristallina e nell’entroterra tropicale. Tanto che l'ufficio per la Protezione Civile all’inizio di marzo ha annunciato un’indagine per stabilire se esistano gli estremi per uno “stato di calamità” dovuto all’inefficienza della rete fognaria e di depurazione. Era già successo pochi mesi prima durante la tempesta tropicale Urduja quando oltre il 90% di Boracay è stato sommerso dalle inondazioni che hanno portato a galla accumuli di maleodoranti sostanze organiche e inorganiche.
Prima delle battute di Duterte quindi il rischio di un boomerang per l’industria nazionale del turismo era già alle porte, visto che Boracay da sola conta un sesto dei 6 milioni e mezzo di presenze annuali in tutte le Filippine, con introiti per 850 milioni di euro, lavoro per 35mila addetti, 14 mila stanze vacanza, 35mila voli l’anno. Il tutto dentro i 7 km quadrati dell’isola e nel giro di 40 anni dall’apertura al profittevole mondo delle grandi agenzie di viaggio, con resort sorti ormai su ogni tratto dei 4 km di sabbie bianche e fini come borotalco.
Del resto i risultati dell’afflusso di massa, specialmente nelle località più rinomate, sono sotto gli occhi di tutti un po’ ovunque nel mondo, e prima di Maya bay la vicina Thailandia era stata costretta a vietare altre due isole paradiso delle Andamane già nel 2016 con perdite cospicue.
Ci voleva la colorita descrizione di Duterte della sua esperienza coi piedi a mollo per scuotere anche un’opinione pubblica solitamente distratta sui temi ambientali come quella filippina: "Tu vai in acqua, è puzzolente, odora di cosa? M...!. – disse - E viene tutta fuori da Boracay. Devo chiuderla." Siccome nelle Filippine ogni sua parola è ormai un ordine, a poco serviranno le ragionevoli osservazioni delle varie associazioni di albergatori e il calcolo di un tracollo dell’economia locale interamente basata sul turismo. Molti obiettano inoltre che sei mesi non basteranno a ripulire le coste e che ci vorrebbero anni di chiusura per ripristinare anche l’ecosistema seriamente danneggiato da decenni di incuria.
Intanto il governo locale e provinciale con i capi dei due servizi idrici dell’isola e le altre agenzie coinvolte nell’operazione pulizia di Boracay hanno già cominciato a riunirsi per iniziare a studiare le migliori soluzioni tecniche per depurare le acque e riciclare i rifiuti solidi nei
sei mesi stabiliti. Qualcuno ha promesso ai residenti compensazioni per il lavoro perso, ma in uno dei paesi più corrotti dell’Asia il mare pulito sarebbe già un risultato notevole ottenuto con almeno parte dei soldi sopravvissuti alle spartizioni politiche.
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Detto fatto il suo ministro per l’ambiente ha avviato subito le procedure per proibire l’isola al turismo entro aprile, fine del picco di stagione e darsi sei mesi per ripulirla da cima a fondo. Ma non è stata una scelta facile, non solo per lo sforzo immane che aspetta gli isolani e gli immigrati, ma per le opposizioni di gruppi importanti come i titolari di alberghi e dei gruppi di cittadini che non sanno come sbarcheranno il lunario tutto questo tempo. Non sarà facile nemmeno adesso che tutto aspetta solo la firma di Duterte per essere reso operativo, visto che potrebbe ancora essere accolta l’idea degli alberghieri di effettuare una rotazione con lavori mirati e a fasi di zona in zona.
Nel dibattito chiusura si chiusura no o parziale restano in secondo piano i problemi già registrati da gruppi di ricercatori nel 2017 ma di molto precedenti sul livello di colibatteri presenti lungo le sue magnifiche coste, nell’acqua un tempo cristallina e nell’entroterra tropicale. Tanto che l'ufficio per la Protezione Civile all’inizio di marzo ha annunciato un’indagine per stabilire se esistano gli estremi per uno “stato di calamità” dovuto all’inefficienza della rete fognaria e di depurazione. Era già successo pochi mesi prima durante la tempesta tropicale Urduja quando oltre il 90% di Boracay è stato sommerso dalle inondazioni che hanno portato a galla accumuli di maleodoranti sostanze organiche e inorganiche.
Prima delle battute di Duterte quindi il rischio di un boomerang per l’industria nazionale del turismo era già alle porte, visto che Boracay da sola conta un sesto dei 6 milioni e mezzo di presenze annuali in tutte le Filippine, con introiti per 850 milioni di euro, lavoro per 35mila addetti, 14 mila stanze vacanza, 35mila voli l’anno. Il tutto dentro i 7 km quadrati dell’isola e nel giro di 40 anni dall’apertura al profittevole mondo delle grandi agenzie di viaggio, con resort sorti ormai su ogni tratto dei 4 km di sabbie bianche e fini come borotalco.
Del resto i risultati dell’afflusso di massa, specialmente nelle località più rinomate, sono sotto gli occhi di tutti un po’ ovunque nel mondo, e prima di Maya bay la vicina Thailandia era stata costretta a vietare altre due isole paradiso delle Andamane già nel 2016 con perdite cospicue.
Ci voleva la colorita descrizione di Duterte della sua esperienza coi piedi a mollo per scuotere anche un’opinione pubblica solitamente distratta sui temi ambientali come quella filippina: "Tu vai in acqua, è puzzolente, odora di cosa? M...!. – disse - E viene tutta fuori da Boracay. Devo chiuderla." Siccome nelle Filippine ogni sua parola è ormai un ordine, a poco serviranno le ragionevoli osservazioni delle varie associazioni di albergatori e il calcolo di un tracollo dell’economia locale interamente basata sul turismo. Molti obiettano inoltre che sei mesi non basteranno a ripulire le coste e che ci vorrebbero anni di chiusura per ripristinare anche l’ecosistema seriamente danneggiato da decenni di incuria.
Intanto il governo locale e provinciale con i capi dei due servizi idrici dell’isola e le altre agenzie coinvolte nell’operazione pulizia di Boracay hanno già cominciato a riunirsi per iniziare a studiare le migliori soluzioni tecniche per depurare le acque e riciclare i rifiuti solidi nei
sei mesi stabiliti. Qualcuno ha promesso ai residenti compensazioni per il lavoro perso, ma in uno dei paesi più corrotti dell’Asia il mare pulito sarebbe già un risultato notevole ottenuto con almeno parte dei soldi sopravvissuti alle spartizioni politiche.
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