domenica 1 gennaio 2017

2017 anno delle riforme di Papa Francesco che rivoluzioneranno il potere in Vaticano. Come sarà la Curia che verrà

2017 anno delle riforme di Papa Francesco che rivoluzioneranno il potere in Vaticano. Come sarà la Curia che verrà: "“Vorrei lasciarvi un pensiero semplice…la Chiesa non è un’istituzione escogitata a tavolino”.
Quando il 28 febbraio 2013, ultimo giorno del suo pontificato, Benedetto XVI trasmise all’incognito successore l’eredità irrisolta della riforma della curia, il cardinale Bergoglio era giunto appena dall’Argentina e non immaginava che sarebbe toccato a lui di sciogliere il rebus, utilizzando le istruzioni per l’uso. Nell’arco di quattro anni – la durata di un mandato presidenziale - il Papa con il diploma di perito chimico ha proceduto empiricamente, fedele alla consegna di Ratzinger, settore per settore, operando una serie di esperimenti e osservando attentamente le reazioni.

“L’assenza di reazioni è segno di morte”, ha ribadito il 22 dicembre, facendo il punto sulla situazione, davanti ai maggiorenti del Colle Vaticano. E ora, come i tasselli della scuola del mosaico, adiacente alla domus Santa Marta, residenza di Francesco, i pezzi appaiono pronti per essere assemblati. Offrendo un quadro unitario e un prototipo aggiornato di un governo da sempre universale, ma per la prima volta globalizzato: che non è propriamente la medesima cosa.

Un governo snello ma forte, più forte che in passato. Diminuendo e rinominando i dicasteri, una ventina in tutto al momento e ventilando la prospettiva di ridurli ulteriormente. Accorpando le competenze – “Laici, famiglia e vita”, “Sviluppo umano integrale”, “Comunicazione”, etc. – e aumentando le responsabilità dei titolari, che “fanno riferimento” al Pontefice, senza il filtro bensì con un mero coordinamento del premier, il Segretario di Stato, ridimensionato al rango di primus inter pares e sostanzialmente delegato alla guida della diplomazia, sul modello del Secretary of State americano. Che di per sé comunque non è poco, dal momento che resta “l’aiuto diretto e più immediato del Papa”, nella stanza dei bottoni di una superpotenza, quale la Santa Sede viene unanimemente considerata e sa di essere.

Un consiglio di sicurezza, o “della corona” che dir si voglia, di nove cardinali, che si riuniscono tre giorni ogni tre mesi – a oggi diciassette volte - e vegliano sull’attuazione del programma. Epifania geografica dei cinque continenti e cabina di regia strategica dei grandi elettori che candidarono Bergoglio al soglio, dal bostoniano Sean Patrick O’Malley, persecutore inflessibile degli abusi sui minori, all’honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga, tessitore instancabile del filo, instabile, tra Yankee e Latinos, sottile come l’istmo che collega le due Americhe. Una sorta di direttorio, garante della tenuta della coalizione oltre che istanza di compensazione delle tensioni che periodicamente insorgono al suo interno: tra Nord e Sudamericani (sulla linea di politica estera); tra tedeschi e anglofoni (sul riassetto delle finanze); tra italiani e resto del mondo (sulla riforma della curia).

Un senato dei territori, o “camera alta”, cioè il Sacro Collegio, dove l’aristocrazia delle città tradizionalmente cardinalizie sta cedendo il passo e i posti, dopo tre concistori consecutivi e altrettante infornate di nomine, ai rappresentanti delle conferenze regionali, designati liberamente dalle rispettive basi e gratificati automaticamente dal Pontefice con le berrette purpuree, azzerando la vecchia classe dirigente, che esce di scena in modo indolore, graduale, per limiti di età. Redistribuendo il potere nelle periferie, che così assurgono ai vertici. Basti pensare che qualora il conclave si celebrasse adesso, i vescovi delle semisconosciute Tonga, nel relativo arcipelago, e Tlanepantla, sobborgo di Città del Messico, in quanto presidenti degli episcopati del Pacifico e dell’America Latina, conterebbero sin d’ora nella scelta del Vicario di Cristo più di Los Angeles e Filadelfia, di Venezia e di Torino, rimaste fuori dalla Sistina. Un meccanismo di democratizzazione de facto. Un miraggio dell’ONU come dovrebbe essere e purtroppo non sarà mai. Confederazione di unioni continentali anziché cristallizzazione di retaggi e privilegi storici, quando la globalizzazione configurava un concetto remoto, astratto e ancora nemmeno ipotizzato. Un “senato” che sancisce la rivincita della geografia sulla demografia, dove Bangladesh e Myanmar, con lo 0,5% e 1% di fedeli, fruiscono della stessa rappresentanza e incidenza – un cardinale – di Austria e Irlanda. E più di Slovacchia e Slovenia, che non ne hanno alcuno, a dispetto del 70 e 80 per cento di popolazione cattolica, in applicazione statistica del principio secondo il quale gli ultimi saranno primi. E’ questa la vera rivoluzione in atto, giuridica e geopolitica, che molti stentano a percepire o si ostinano a non vedere. Non solo un mutamento di nazioni ed estrazioni, ma di mentalità e DNA, che rende maggioranza gli esponenti delle chiese di minoranza. Un rimescolamento di carte per cui l’ascesa del Successore di Pietro diventa obiettivamente ingestibile, se non dallo Spirito Santo, e francamente imprevedibile, se non da un profeta." SEGUE >>>

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