martedì 27 dicembre 2016

Se la fantasia della misericordia è «rivoluzione»

Se la fantasia della misericordia è «rivoluzione»: "Il cristiano è chiamato a inventare sempre nuove risposte a chi ha fame, a chi deve emigrare, a chi cerca pace

Il Buon Samaritano in un dipinto di scuola lombarda del XVII secolo

«Non crediamo più che qualcuno in questo mondo possa aiutarci», ecco le parole che venivano da Aleppo fino a pochi giorni dal Natale. Il tono del giovane uomo era rassegnato, ma lo sguardo altèro, tipico della gente di Siria e di chiunque denunci la verità. La scena tragica dell’attualità richiama una 'gemella' antica, famosa nella Bibbia: quella degli ebrei schiacciati dalla schiavitù e dalla morte dei loro bambini, nell’Egitto dei Faraoni. Anch’essi compresero, a un certo punto, che sulla terra nessuno potesse più aiutarli, per questo alzarono al cielo il loro grido. Qualcuno, forse, da lassù avrà compassione per noi, dovettero pensare. E così fu. Nell’ubbidienza e nella fedeltà a una simile querela, è scritta la meravigliosa Lettera apostolica Misericordia et misera che papa Francesco ha consegnato alla Chiesa, alla fine dell’anno giubilare. «Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero», egli constata con soddisfazione, per cui adesso è: «tempo di guardare avanti» di incarnare, di metabolizzare un dono così grande. È l’ora, insomma, che la Chiesa si faccia strada di cielo, per coloro che gridano, in tanti e da tante parti ancora sulla terra. Dopo la rugiada del dono della Misericordia, la Chiesa adesso deve arare il campo su cui quella è caduta, mettendo anche il proprio sudore, affinché «la steppa fiorisca».

Veramente esigente è il 'compito a casa' che Francesco assegna alla Chiesa del post-Giubileo: ciò che deve mettere in atto si chiama conversione pastorale, un concetto già espresso nella Evangelii Gaudium (cf EG 25-33). Di che si tratta? Di un lavoro che la Chiesa deve fare, anzitutto, con sé stessa. Un impegno che protegga il Giubileo, dalla deriva di essere un mero atto devozionale, o un rito esteriore che lascia il tempo che trova, e lo riconosca, invece, come un’esperienza che «cambia la vita». E ancor più il Giubileo della Misericordia, il quale ha riversato su ogni cristiano «lo sguardo amoroso di Dio in maniera così prolungata che non si può rimanere indifferenti». L’impegno è, dunque, ad intra, coinvolge il soggetto 'Chiesa' nella sua capacità di muoversi davvero, di entrare in precise prospettive, di assumere dirette responsabilità; nei suoi metodi, nei suoi linguaggi, nei suoi fondamenti teologici e spirituali. Il maestro che assegna un compito tanto difficile e importante, non si sottrae, però, al dovere di spiegarlo e di accompagnare l’allieva/sorella con gli strumenti necessari per farlo.

La conversione pastorale – indispensabile per condurre la nuova evangelizzazione – ha, innanzitutto, una linfa vitale da cui ogni esperienza di fede attinge ed è la gioia. Fiore raro e affatto diverso dalla felicità, o dal benessere, la gioia è figlia del perdono. Essa è come la spuma che si ricama sull’onda del mare della misericordia di Dio! Lo splendore che apre il sorriso di chi sa di essere (stato) amato. Senza questa gioia non c’è Vangelo, non c’è modo, cioè, di «celebrare la misericordia». Ed ecco il primo grande capitolo dei compiti a casa: l’attenzione alla liturgia eucaristica e – al suo interno – specialmente, alla liturgia della Parola. «La Bibbia è – infatti – il grande racconto che narra le meraviglie della misericordia di Dio», una narrazione che attesta un «dialogo costante di Dio con il suo popolo», e non consiste, al contrario, in un codice astratto di regole cui si debba semplicemente sottostare.

Occorre che la Chiesa re-impari a leggere, ad ascoltare, a meditare, a interpretare, a 'spezzare' la Parola biblica. «È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia». Un compito già assegnato dal Concilio e che viene riproposto con forza e grande slancio da Francesco, poiché individuato come essenziale per «vivere la carità». Dalla Scrittura, infatti, non solo trova «sostegno e crescita» la vita spirituale, ma si alimenta anche la vita per così dire corporale della Chiesa che è tema del secondo grande capitolo dei compiti a casa per il dopo-Giubileo. Esso riguarda lo spazio e, soprattutto, il tempo, in un impegno radicale e costante che articoli il presente al futuro. Tanti sono i fronti su cui si esprime questa inevitabile e urgente messa in gioco della Chiesa." SEGUE >>>


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