domenica 18 dicembre 2016

Perché la Cina teme l'imprevedibilità di Trump. Parla Fardella (Peking University) - Formiche.net

Perché la Cina teme l'imprevedibilità di Trump. Parla Fardella (Peking University) - Formiche.net: "Conversazione con Enrico Fardella, professore alla Peking Univerity, primo occidentale ad avere ottenuto dieci anni fa il post doc all'Università di Pechino
Dal riconoscimento dello status di economia di mercato con tanto di ricorso all’Organizzazione Mondiale per il Commercio contro Usa e Ue che “temporeggiano”, fino al conflitto con il neo presidente americano definito “un bambino ignorante” sulla vicenda di Taiwan: la Cina del presidente Xi è sempre più nell’occhio de ciclone e per capirne mosse e strategie, Formiche.net ha intervistato Enrico Fardella, professore alla Peking University e global fellow del Woodrow Wilson center di Washington DC, ma soprattutto un italiano che ha scommesso sulla Cina (il primo occidentale ad ottenere il post doc presso l’Università di Pechino – Beida-) dove vive da oltre dieci anni e che conosce molto bene.

Professor Fardella, la Cina è un economia di mercato? Merita questo riconoscimento?

Nonostante gli enormi passi in avanti compiuti in questi anni dalla Cina nella trasformazione della sua economia, diversi economisti europei ritengono che essa non sia ancora pronta per essere definita un’economia di mercato e ciò per due ragioni principali: 1) il permanere di un alto livello di influenza del governo sull’allocazione delle risorse e le decisioni delle imprese: il sistema bancario in Cina ad esempio è ancora in gran parte nelle mani dello Stato e favorisce l’afflusso di risorse alle grandi aziende di Stato a condizioni vantaggiose con conseguenze distorsive sia sul mercato interno che per la competizione a livello globale di queste imprese; 2) un sistema finanziario ancora non del tutto trasparente e indipendente dallo Stato.

Come spiega il suo ricorso al Wto contro Ue e Usa: una prova di forza o debolezza?

Nessuna delle due. Penso sia una mossa legittima e abbastanza scontata. Se si vuol parlare di debolezza cinese si dovrebbe guardare più che altro alla cornice politica al cui interno si colloca il tema del MES. Il risultato delle elezioni americane e l’influenza sull’ascesa delle cosiddette forze “populiste” in Europa: un vento ostile alla “competizione sleale” cinese potrebbe iniziare a soffiare sulle campagne elettorali europee per le presidenziali francesi e le elezioni regionali e parlamentari in Germania tra la primavera e l’autunno del prossimo anno. La Cina è sempre un perfetto capro espiatorio per le forze populiste e il MES potrebbe diventare una piattaforma strumentale su cui organizzare consenso all’interno e rafforzare il fronte occidentale e le relazioni atlantiche all’esterno.

Sembra che i rapporti con gli Stati Uniti potessero essere distesi, invece neanche insediato il conflitto con Trump appare evidente…

I rapporti con gli Stati Uniti non possono essere distesi perché l’ascesa cinese mette a repentaglio l’egemonia americana e gli Stati Uniti, nonostante le chiacchiere sul ritorno dell’isolazionismo, non sembrano né volere né potere cedere la loro supremazia globale. Non possono perché la forza degli Stati Uniti sta nell’essere centro di un sistema globale da loro disegnato, costruito e difeso. Ne vogliono perché se retrocedessero perderebbero sicurezza, ricchezza e influenza. Basta dare un’occhiata al sistema politico ed economico cinese, alle sue ambizioni e ai suoi orizzonti per comprendere che la Cina rappresenta una sfida di portata strategica globale per Washington. Questa analisi è un fenomeno che preesiste a quello di Trump. In quest’ottica Trump può essere visto come una reazione, abbastanza prevedibile, ad un processo storico più ampio indirizzato alla ricerca di un punto di equilibrio tra le parabole egemoniche di due grandi paesi.

Perché questo attacco violento al neo presidente americano definito “un bambino ignorante”?

Ognuno ha i suoi punti sensibili e la Cina ne ha tradizionalmente tre: Taiwan, Tibet e Xinjiang. Sono le tre province che ancora oggi con il loro irredentismo sollevano complessi ‘ottocenteschi’ a Pechino. Trump ha inaugurato la sua China Policy ficcando pesantemente il dito in uno di questi nervi scoperti: con una telefonata al premier taiwanese e la minaccia di rimettere in piedi la politica delle “due Cine” Trump sembra intenzionato a rimettere in discussione il cardine su cui sono state costruite le relazioni diplomatiche con Pechino negli ultimi 40 anni. L’ignoranza peraltro è un concetto relativo: i bambini ignorano tante cose ma possono sorprenderti come nessun altro. I cinesi lo sanno bene: quello che potrebbe turbarli è proprio l’imprevedibilità del Presidente. Ciò che non si può prevedere complica i calcoli e indebolisce le scelte tattiche. Penso sia più utile analizzare il risentimento cinese in questa chiave.

Quindi Donald Trump batte dove il dente della Cina duole?" SEGUE >>>


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