lunedì 17 ottobre 2016

Io, ex membro dei Servizi segreti di Assad, vi racconto le torture nelle carceri segrete siriane - TPI

Io, ex membro dei Servizi segreti di Assad, vi racconto le torture nelle carceri segrete siriane - TPI: "“Ho immaginato che le mie figlie fossero lì a guardarmi e così ho preso la mia decisione. Qualcuno può pensare che io sia un pazzo o un vigliacco, ma non mi importa. Preferisco dare alla mia famiglia un pezzo di pane secco che pane imbevuto del sangue degli innocenti”.
È una sera tranquilla a Istanbul, le strade sono piene di gente e ci sono militari ovunque. Anche l’uomo siriano che ho di fronte a me lo era; ricopriva un incarico importante all’interno delle mukhabarat jawiye di Aleppo, uno dei più temibili rami dei Servizi segreti dell’aviazione siriani.
Adesso è un disertore, un condannato a morte che si nasconde in Turchia cercando una nuova vita per se stesso e per la sua famiglia. Lo chiameremo Abdullah, un nome di fantasia.
Mentre parliamo si accende una sigaretta dopo l’altra, è nervoso, si guarda intorno e mi confessa che ha sempre la sensazione di essere seguito. Come tutti i siriani porta il lutto nel cuore, ma porta anche il peso della paura. Paura che non ci sia un posto al mondo dove possa sentirsi al sicuro dalla vendetta del regime. Decide di farsi intervistare perché vuole che qualcuno raccolga la sua denuncia, il suo testamento.
Perché parla di testamento? Teme che possano trovarla anche qui?
“Le esecuzioni mirate contro i siriani sono all’ordine del giorno. Giornalisti, attivisti per i diritti umani e anche militari disertori sono stati raggiunti da sicari e uccisi anche se erano in Turchia o in Libano. Io non ho paura per me stesso, ma per le mie figlie e mia moglie”. 
Che ruolo ricopriva all’interno dei Servizi segreti?
“Il mio ruolo era di tipo amministrativo. Nel sistema siriano dagli uffici delle mukhabarat jawiye passano tutte le pratiche che riguardano la vita privata dei cittadini, ma anche le questioni di stato. Dalle licenze per aprire un negozio al rilascio dei passaporti, noi sapevamo vita, morte e miracoli di tutti. Monitoravamo gli scambi di e-mail in rete e avevamo pieno accesso alle intercettazioni telefoniche. Al nostro comando lavorano anche molti civili, in particolare gli autisti dei taxi e dei bus. Posso dire che il 90 per cento di loro è un nostro informatore. Oltre ai civili, con noi collaborano anche forze paramilitari, le cosiddette ‘lijian shabiye’ (in italiano 'coordinamenti popolari'), e i shabbiha, miliziani al soldo del regime che eseguono, per 70mila lire mensili, ‘i lavori sporchi’ e che formalmente non esistono. Alla nostra divisione sono inoltre affidati gli interrogatori, e la tortura fa parte dei metodi convenzionali. Io mi sono sempre occupato del coordinamento delle attività di sorveglianza”. 
Cosa è cambiato con l’inizio della rivolta anti-governativa?
“Quando sono cominciate le proteste, ci hanno proposto incentivi per andare nelle strade a monitorare i cortei, individuarne i promotori, arrestarli e ucciderli. Abbiamo iniziato a organizzare retate nei campus universitari e posti di blocco ovunque. Bastava un semplice sospetto per malmenare qualcuno, costringerlo a pagare tangenti per essere rilasciato e arrivare persino a togliergli la vita. Durante gli interrogatori, chiunque tra di noi riuscisse a strappare una confessione per legami e atti di terrorismo otteneva un compenso. Così il terrorismo è diventato un business; più confessioni venivano estorte, più si veniva pagati e si aveva la possibilità di salire di grado. Si ricorreva sistematicamente alla tortura per costringere i malcapitati ad ammettere colpe che non avevano. Anche donne e bambini sono spesso stati costretti ad affermare di appartenere a cellule eversive e criminali. Col tempo hanno iniziato a lavorare nella nostra divisione anche militari russi e iraniani, che però avevano stanze blindate e per noi inaccessibili”. 
Anche lei partecipava a questi interrogatori?
“Ho sempre cercato scuse per evitare di entrare nelle stanze degli interrogatori o partecipare alle retate. Quando le scuse non bastavano, pagavo un mio superiore per farmi esonerare, finché la mia posizione non ha iniziato a destare sospetti. Un giorno uno dei capi della divisione mi ha chiesto come stavano mia moglie e le mie figlie e mi ha detto che sarebbe stato spiacevole se fosse accaduto loro qualcosa. Era una minaccia a tutti gli effetti. Ho capito che dovevo agire e ho accettato di prendere parte a una hafla (letteralmente festa, ndr), cioè al pestaggio a sangue di un nuovo detenuto. Era un giovane di 18 anni. Lo abbiamo riportato in cella ormai esanime. Le sue urla non potrò mai dimenticarle, né quegli schizzi di sangue che arrivavano ovunque. Io non l’ho picchiato, ma gli tenevo ferme le mani e lo insultavo per sembrare credibile. I colleghi sembravano iene assatanate”. 
Quali erano le condizioni di vita dei detenuti?" SEGUE >>>


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