Fu vera persecuzione: "Il travaglio degli ortodossi bulgari sotto il dominio comunista
La caduta del comunismo nell’Europa dell’Est ha avuto un duplice effetto sulle comunità religiose locali. Da un lato, ha provocato un risveglio religioso e una spinta a restaurare i modelli della vita religiosa pre-comunista in queste regioni. D’altro lato, il cambiamento politico ha suscitato un forte interesse per le vittime del precedente regime totalitario.
Per questo la persecuzione dei servi di Dio che sono stati martirizzati da atei militanti è diventata una questione che ha coinvolto non soltanto la loro comunità religiosa, ma l’intera nazione. In questo modo la loro commemorazione ha finito per acquistare un duplice significato: svolge un ruolo importante non solo nella rinascita del corpo religioso cui costoro appartenevano, ma anche nel rigetto dell’ateismo come base ideologica della nuova società post-comunista.
Nel caso della Bulgaria, la Chiesa cattolica è diventata la prima organizzazione religiosa che ha mosso dei passi in vista della commemorazione del suo clero perseguitato. Nel 1998, Papa Giovanni Paolo ii beatificò Eugenij Bossilkov, il vescovo passionista di Nicopoli, che era stato selvaggiamente assassinato in prigione durante il processo pubblico contro i cattolici nel 1952. Quattro anni più tardi furono dichiarati martiri per la fede anche tre presbiteri assunzionisti che erano stati condannati a morte insieme a lui. In modo simile le chiese protestanti locali si mossero immediatamente per ottenere la memoria del martirio dei loro pastori. La Chiesa ortodossa bulgara, che rappresenta la maggioranza religiosa nella regione, in quello stesso periodo non ha canonizzato nessuno dei suoi presbiteri che hanno reso testimonianza della loro fede con il martirio.
Perché? Le motivazioni sono complesse. In buona parte il ritardo nella canonizzazione dei martiri e dei confessori ortodossi deriva dalle diverse politiche dei comunisti bulgari nei confronti della Chiesa nazionale ortodossa e delle altre comunità religiose.
di Daniela Kalkandjieva
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La caduta del comunismo nell’Europa dell’Est ha avuto un duplice effetto sulle comunità religiose locali. Da un lato, ha provocato un risveglio religioso e una spinta a restaurare i modelli della vita religiosa pre-comunista in queste regioni. D’altro lato, il cambiamento politico ha suscitato un forte interesse per le vittime del precedente regime totalitario.
Per questo la persecuzione dei servi di Dio che sono stati martirizzati da atei militanti è diventata una questione che ha coinvolto non soltanto la loro comunità religiosa, ma l’intera nazione. In questo modo la loro commemorazione ha finito per acquistare un duplice significato: svolge un ruolo importante non solo nella rinascita del corpo religioso cui costoro appartenevano, ma anche nel rigetto dell’ateismo come base ideologica della nuova società post-comunista.
Nel caso della Bulgaria, la Chiesa cattolica è diventata la prima organizzazione religiosa che ha mosso dei passi in vista della commemorazione del suo clero perseguitato. Nel 1998, Papa Giovanni Paolo ii beatificò Eugenij Bossilkov, il vescovo passionista di Nicopoli, che era stato selvaggiamente assassinato in prigione durante il processo pubblico contro i cattolici nel 1952. Quattro anni più tardi furono dichiarati martiri per la fede anche tre presbiteri assunzionisti che erano stati condannati a morte insieme a lui. In modo simile le chiese protestanti locali si mossero immediatamente per ottenere la memoria del martirio dei loro pastori. La Chiesa ortodossa bulgara, che rappresenta la maggioranza religiosa nella regione, in quello stesso periodo non ha canonizzato nessuno dei suoi presbiteri che hanno reso testimonianza della loro fede con il martirio.
Perché? Le motivazioni sono complesse. In buona parte il ritardo nella canonizzazione dei martiri e dei confessori ortodossi deriva dalle diverse politiche dei comunisti bulgari nei confronti della Chiesa nazionale ortodossa e delle altre comunità religiose.
di Daniela Kalkandjieva
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