Suor Alford e le aziende dal volto UMANO | Cultura | www.avvenire.it: "Per i tipi di Ecra, in coedizione con Avvenire, esce il volume Fede, sostantivo femminile. Donne a confronto su Chiesa, solidarietà, economia e cooperazione (pagine 180, euro 15,00). Quattordici interviste realizzate da Laura Badaracchi a donne protagoniste del cattolicesimo contemporaneo, dodici delle quali uscite su Avvenire alla fine del 2014, riproposte in una versione integrale molto più ampia rispetto a quella pubblicata sul nostro quotidiano. In coda, ex novo, le voci di suor Alessandra Smerilli (esperta di economia sostenibile) e suor Helen Alford (un’autorità nel campo della responsabilità sociale d’impresa), di cui pubblichiamo uno stralcio; chiude un epilogo di suor Rita Giaretta con una lettera aperta a Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco. Le altre interviste sono a suor Mary Melone, Costanza Miriano, suor Albarosa Ines Bassani, Antonella Lumini, Mariapia Veladiano, suor Diana Papa, Agnese Cini, suor Luzia Premoli, Serena Noceti, Lucetta Scaraffia, Judith Marie Povilus, madre Maria Ignazia Angelini.
Suor Helen Alford, vice decano alla facoltà di Scienze sociali dell’Angelicum a Roma, ha la convinzione granitica che la responsabilità sociale d’impresa sia diffusa in Italia più di quanto non dicano indagini e certificazioni, e che la dottrina sociale della Chiesa – dagli investimenti alla creazione di posti di lavoro – possa essere messa in pratica in ogni comunità parrocchiale e religiosa, così come in ogni scuola cattolica.
Come mai si è appassionata alla dottrina sociale della Chiesa?
«Quando ero studentessa di ingegneria, durante il percorso accademico ho letto un articolo che mi ha affascinato: riguardava il modo in cui gli ingegneri creano posti di lavoro, quando normalmente pensano al sistema tecnico che stanno creando, non al fatto che stanno creando occupazione. Ho contattato il professore che lo aveva scritto, ma lui stava andando in pensione. Ne ho parlato con mio padre, che è diventato cattolico quando aveva 27 anni e aveva letto l’enciclica Rerum novarum del pontefice Leone XIII. L’ho letta anch’io e ho trovato delle connessioni con quel-l’articolo, qualcosa che mi interessava. Poi ho preso in mano l’enciclica Laborem exercens di papa Wojtyla e ho capito che questo tema era molto importante per me, tanto da voler impostare la mia tesi di laurea sull’idea della persona umana nella dottrina sociale della Chiesa. Mi premeva molto capire come usare queste grandi idee in modo pratico, come possono influire concretamente nella vita quotidiana».
In che modo la dottrina sociale della Chiesa suggerisce l’umanizzazione del lavoro nelle aziende?
«Stiamo vivendo un momento storico interessante: dopo la crisi finanziaria, gli studiosi di economia hanno verificato che le loro teorie non erano più sufficienti. Nel frattempo anche le imprese si sono accorte che il loro approccio non basta per andare incontro ai millennials, i giovani nati dopo il 1996 che vogliono rendersi utili e sentirsi coinvolti in un’azienda capace di individuare i veri bisogni, proponendo prodotti e servizi che facciano il bene della società, non solo profitti. C’è ormai la percezione generalizzata fra gli studiosi di economia e i dirigenti d’azienda che qualcosa non basta più nel nostro pensie- ro. Le religioni convergono su quelli che sono i buoni comportamenti. Questo dato di fatto aiuta i dirigenti a pianificare iniziative non confessionali, ma che coinvolgono diverse tradizioni religiose e che possono funzionare a livello della collettività grazie alla convergenza di tradizioni di saggezza, anche filosofiche. Ma risultati positivi emergono sempre di più dalla convergenza tra economia comportamentale, genetica, neuroscienza, che tendono a collaborare nei loro risultati scientifici affermando che l’uomo è fondamentalmente un animale cooperativo. Sì, abbiamo uno spirito di competizione che emerge nel gioco, ma la concorrenza ha senso soltanto nella cooperazione, che crea la possibilità di concorrere. Le grandi imprese vengono percepite come parassiti nella società, soprattutto per il divario tra i compensi dell’amministratore delegato e dell’impiegato medio. Quindi le aziende devono trovare nuovi modi di concorrere, incentivare comportamenti virtuosi, migliorare le loro offerte. La competizione deve essere inserita in un’economia buona».
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Suor Helen Alford, vice decano alla facoltà di Scienze sociali dell’Angelicum a Roma, ha la convinzione granitica che la responsabilità sociale d’impresa sia diffusa in Italia più di quanto non dicano indagini e certificazioni, e che la dottrina sociale della Chiesa – dagli investimenti alla creazione di posti di lavoro – possa essere messa in pratica in ogni comunità parrocchiale e religiosa, così come in ogni scuola cattolica.
Come mai si è appassionata alla dottrina sociale della Chiesa?
«Quando ero studentessa di ingegneria, durante il percorso accademico ho letto un articolo che mi ha affascinato: riguardava il modo in cui gli ingegneri creano posti di lavoro, quando normalmente pensano al sistema tecnico che stanno creando, non al fatto che stanno creando occupazione. Ho contattato il professore che lo aveva scritto, ma lui stava andando in pensione. Ne ho parlato con mio padre, che è diventato cattolico quando aveva 27 anni e aveva letto l’enciclica Rerum novarum del pontefice Leone XIII. L’ho letta anch’io e ho trovato delle connessioni con quel-l’articolo, qualcosa che mi interessava. Poi ho preso in mano l’enciclica Laborem exercens di papa Wojtyla e ho capito che questo tema era molto importante per me, tanto da voler impostare la mia tesi di laurea sull’idea della persona umana nella dottrina sociale della Chiesa. Mi premeva molto capire come usare queste grandi idee in modo pratico, come possono influire concretamente nella vita quotidiana».
In che modo la dottrina sociale della Chiesa suggerisce l’umanizzazione del lavoro nelle aziende?
«Stiamo vivendo un momento storico interessante: dopo la crisi finanziaria, gli studiosi di economia hanno verificato che le loro teorie non erano più sufficienti. Nel frattempo anche le imprese si sono accorte che il loro approccio non basta per andare incontro ai millennials, i giovani nati dopo il 1996 che vogliono rendersi utili e sentirsi coinvolti in un’azienda capace di individuare i veri bisogni, proponendo prodotti e servizi che facciano il bene della società, non solo profitti. C’è ormai la percezione generalizzata fra gli studiosi di economia e i dirigenti d’azienda che qualcosa non basta più nel nostro pensie- ro. Le religioni convergono su quelli che sono i buoni comportamenti. Questo dato di fatto aiuta i dirigenti a pianificare iniziative non confessionali, ma che coinvolgono diverse tradizioni religiose e che possono funzionare a livello della collettività grazie alla convergenza di tradizioni di saggezza, anche filosofiche. Ma risultati positivi emergono sempre di più dalla convergenza tra economia comportamentale, genetica, neuroscienza, che tendono a collaborare nei loro risultati scientifici affermando che l’uomo è fondamentalmente un animale cooperativo. Sì, abbiamo uno spirito di competizione che emerge nel gioco, ma la concorrenza ha senso soltanto nella cooperazione, che crea la possibilità di concorrere. Le grandi imprese vengono percepite come parassiti nella società, soprattutto per il divario tra i compensi dell’amministratore delegato e dell’impiegato medio. Quindi le aziende devono trovare nuovi modi di concorrere, incentivare comportamenti virtuosi, migliorare le loro offerte. La competizione deve essere inserita in un’economia buona».
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