venerdì 13 maggio 2016

L'opinione pubblica tradita da insulti su web  | Commenti | www.avvenire.it

L'opinione pubblica tradita da insulti su web  | Commenti | www.avvenire.it: "Per muoversi nel nostro mondo ipercomplesso l’accesso all’informazione è condizione sempre più necessaria. Ma nell’era del digitale non abbiamo più bisogno di farci cacciatori di informazioni. Ormai sono le informazioni che ci investono, in un flusso dal quale è molto difficile non essere travolti. Come vagliarle? Quale spazio per il formarsi di un’opinione pubblica? Tanto più che caratteristiche eclatanti di questo flusso sono la velocità, che erode il tempo del pensiero, e l’emotività, che incendia animi più che favorire opinioni. La società dell’indignazione è una società sensazionalistica che non lascia spazio al discorso, al dialogo. E dunque alla costruzione della sfera pubblica. Perché le ondate di indignazione non mostrano una «struttura di cura per la società nel suo complesso»: piuttosto, la tutela di alcuni interessi. A questo si aggiunge una velocità che non lascia il tempo per riflettere: senza re-spectare, fermarsi a guardare con attenzione, ci si limita e spectare, semplici spettatori di una informazione sempre più spettacolarizzata.

Uno spunto molto critico del filosofo coreano Byung-Chul Han (Nello sciame 2015), utile per riflettere sulla questione dell’opinione pubblica nell’era della società iperconnessa, dove l’informazione rimbalza incessantemente in un ambiente ormai pienamente convergente. La stessa idea di 'opinione' è in questione: un concetto che trae proprio dalla radice op (vedere, cogliere, 'giungere con la mente') il suo significato di processo che richiede un tempo, non concesso dal dominio dell’istantaneità. Tre domande: È proprio così? È davvero colpa del web? Non c’è alternativa? Alla prima verrebbe proprio di rispondere di sì. Più che opinioni che ci invitano a una riflessione comune riceviamo slogan, ingiunzioni, insulti che ci spingono a schierarci con qualcuno contro qualcun altro. Basta guardare all’aumento della violenza verbale. Hate speech, incitamento all’odio. Parole come armi, brandite contro migranti, minoranze, religioni. Il confine tra libertà di parola e incitazione alla violenza è molto labile. La Carta Italiana dei Diritti di Internet, del luglio 2015, riflette questa ambiguità all’art.13, dove afferma che «non sono ammesse limitazioni della libertà di manifestazione del pensiero», ma insieme che «deve essere garantita la tutela della dignità delle persone da abusi connessi a comportamenti quali l’incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza». È comunque un dato il proliferare di stereotipi sulle minoranze e l’insulto come forma comunicativa pienamente metabolizzata anche dal linguaggio politico.

Soprattutto in tempi di incertezza gli stereotipi nascono in fretta, ma poi sono duri a morire. E questo, per rispondere alla seconda domanda, non vale solo per il web. Nel suo saggio sull’opinione pubblica del 1922 Walter Lipmann scriveva: «Non c’è nulla più refrattario all’educazione, o alla critica, di uno stereotipo. Si imprime sull’evidenza, nell’atto stesso di constatarla». Profezie che si autoavverano, diventando alibi perché il comportamento violento altrui è ricondotto sempre a cause interne (sono intrinsecamente violenti) mentre il proprio giustificato da cause esterne (siamo minacciati, dobbiamo difenderci). E i media sono sempre stati grandi fucine di stereotipi. Certamente oggi i forum dei giornali on line, le pagine Facebook di molte testate nazionali sono luoghi in cui il livore, il risentimento, ma anche la superficialità e l’offesa gratuita proliferano – accanto a molto altro per fortuna. Gli hastag, parole-chiave che consentono di indicizzare i contenuti, rintracciare un tema, inserirsi in una 'conversazione', sono anche 'cancelli' di accesso agli sfoghi verbali che si scatenano attorno a questioni calde. Basta digitare #migranti per rendersene conto. "
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