venerdì 29 aprile 2016

L'integrazione degli immigrati è impossibile | Tempi.it

L'integrazione degli immigrati è impossibile | Tempi.it: "Non c’è dubbio che la visita di papa Francesco nell’isola di Lesbo in solidarietà coi richiedenti asilo che arrivano dalla Turchia e che vorrebbero essere accolti in Europa rilancerà il dibattito sull’emigrazione di massa nel nostro continente. E tornerà a frullare nelle teste e a rimbalzare da un giornale a un talk-show la parola “integrazione”. L’unica su cui si registra una certa unanimità: che si sia favorevoli o contrari all’immigrazione, che si simpatizzi per i ponti oppure per i muri, che si vogliano lasciar passare grandi masse oppure quasi nessuno, tutti in Europa mostrano di essere d’accordo sul fatto che gli immigrati in ogni caso devono integrarsi e devono essere integrati. Per alcuni l’integrazione è sinonimo di assimilazione, per altri significa conformità coi valori fondamentali affermati nelle costituzioni nazionali, lasciando un po’ di spazio alla diversità culturale. Per alcuni gli immigrati devono diventare come noi, tali e quali a noi; per altri la loro diversità è benvenuta purché sull’essenziale dei valori politici e civili che regolano attualmente la convivenza sociale nei paesi dell’Unione Europea essi si conformino. Per alcuni l’integrazione ricade principalmente sulle spalle dei migranti, che devono dimostrare la volontà di adattarsi al nostro modo di vivere, per altri ricade soprattutto sui paesi ospitanti, che devono impegnarsi a offrire scuola, formazione e lavoro ai nuovi arrivati e ai loro figli, e a vigilare sulle discriminazioni.

A criticare il mantra dell’integrazione sono pochi. Certamente un Fabrice Hadjadj, che ha scritto che gli attentatori di Charlie Hebdo erano figli di immigrati perfettamente integrati, ma «integrati al nulla» della cultura postmoderna reale che vige in Europa, centrata sul consumismo e sull’edonismo. Su Italia Oggi è apparso un paio di settimane fa un intervento contro corrente di Marco Cobianchi, che faceva notare come l’insistenza sull’integrazione non sia realistica. Ogni essere umano, spiegava, è convinto che la sua cultura sia superiore o perlomeno soggettivamente preferibile a tutte le altre. Perciò insistere sull’integrazione degli immigrati alla cultura europea può solo provocare reazioni di rigetto (che si notano soprattutto nelle seconde generazioni, aggiungo io). «Se in Occidente continuiamo a pensare che il problema sia l’integrazione», scrive Cobianchi, «anche noi facciamo i radicali e, implicitamente, sosteniamo, di fronte ad altri radicali (quelli che vogliono imporre l’islam col jihad – ndr), che la nostra cultura è migliore della loro. E ci sono milioni di motivi che possono dimostrare la superiorità della cultura occidentale rispetto a qualsiasi altra. Ma ai nostri occhi, non agli occhi delle persone che appartengono ad un’altra cultura, le quali continueranno a pensare il contrario. Di questo passo si arriva inevitabilmente a quello scontro di civiltà che proprio la retorica dell’integrazione vorrebbe evitare». La conclusione del suo ragionamento è che non si possono avere insieme immigrazione e integrazione: se si accetta – o si subisce, a seconda dei punti di vista – l’immigrazione, il multiculturalismo è inevitabile.
Sono d’accordo con la prima parte del ragionamento di Cobianchi, ma non sulla conclusione, cioè sulla prospettiva che ci siano «visioni del mondo, della storia, della vita e della morte, del destino che possono (…) convivere, ma non integrarsi». Anch’io sono convinto che l’integrazione non ci sarà. Ma sono anche convinto che non ci sarà neppure convivenza nel senso che normalmente si dà a questa parola. Ci sarà piuttosto una balcanizzazione dell’Europa, o soluzioni in stile apartheid così come i nazionalisti boeri sudafricani lo teorizzavano, cioè forme di sviluppo separato (che non può essere completamente separato, come i bianchi sudafricani scoprirono a proprie spese).
"SEGUE >>>


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